Poeticamente Riflessa

Tutto è Agonia - Ben poco Poesia

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Artista (Disequilibrio)

Sono un pittore di Vento
che imbratta il Cielo
di passata Philophobia;
ho una tela di Sogno
che non so colorare,
è litografia del Sentire.

Riempirò il tuo candido
Foglio di Nero
e ne annullerò gli eccessi.

Vibrerai nella mia spatola,
affresco del Tutto.

Perduto nelle piene del Sublime Imprevedibile,
vagante aree convulso prematuri inverni;
ritrovato sentore putrido di Grazia,
chiarori lunari assecondano fragranze d’Illuso,
giacere nel tumulto, tumuli terrosi
rigide pale luccicanti di salvezza.

Decedere nei lumi per protrarsi nelle ombre,
pennellata riconquista spemi incantevoli
nel profumo del ciottolato vagliato, sereno;

arresto il peso della Decadenza
e mi ricreo nuove pelli, mentre un capello
m’asseconda nella stretta attanagliante,
Leggerezza.

Monti fragili accompagnano risalite
e l’Indefinito m’è accanto
mentre ridesto il mio Incanto,
acuendo il velato alludere,

aspettando considerazioni
di Perfezione inconsueta,
dipingendo i miei orizzonti.

Le Risposte

Difficile trovar risposte
alla domanda ardita di macabro
posta nella serata deleteria
del mio andare estivo;

Verbo incosciente
produssero labbra sensitive
e ricadere nel baratro del Dubbio
pare un dolce dilagare
in sanguinanti mari opachi

come i suoi occhi,
tanto reconditi alla mia insistente
attenzione;

verranno mesi migliori,
questo mi ha predetto
con un Male sempre presente
nel mare d’Incoscienza
del mio Volere luccicante;

rabbia del Tempo
sbaglio insito,
trema d’audacia cuore sprezzante,

ch’io non posso scordarti.

Le Conseguenze

Avverto il tormento dell’universo
nei vetri rotti dei tuoi occhi,
quasi fosse inverno d’Agosto
quello che penetra la dolcezza
dei lineamenti marmorei;

le nostre azioni
giacciono
a correttezze costrette,
spirituale libertà
contro materiale immobilità

e ci si sfiora solo nella mente,
le forme moderne di trasognata Saffo,
disillusi e rassegnati,
un Otello ingannato e arreso.

Lucidamente quieti, scientifici
analizziamo le nostre rinunce,
distanti da esse ma mai glaciali.

E’ un sorriso quello che ci impostiamo,
nobilmente tenero di Impossibilità
e Marlene ci spia e di sopraffazione
ignara riflette sul suo Egotismo
piangendo di Rammarico,
vittima e tiranno
ai miei colpevoli e stanchi confronti.

Non sa varcare i nostri boschi
e le impediremo di trovarci,
nascosti nei millenari campi dell’ Eden.

Sono Spina

Principe del Nulla, giaci anche tu
in un roseto di vertiginosa rugiada
sentendo passi dissolti in nebbie
infiammabili d’incerato;

proseguendo nel parlarti
spalo la tua sabbiosa omertà,
m’armo di insistenza tenace:
non smarrire la tua brillante scia.

Giuda di te stesso, Negazione fatale,
precipiti ancora in universi
languenti di diatribe effimere?
Avvertire l’apice, sfiorare la parola,
cadere nel silenzio, fuor d’abitudine d’oro
scavando la mia fossa riemergo nei versi,
non t’imploro, non ammortisco il tuo male;

dirigo i nostri venti,
lucente di presunta convinzione,
ti porto a ragionare sul meglio che trapela
e attendo ancora il dono dell’Eloquenza
per sovrastare questi riflettuti incubi d’oppio,
non cercare il precipitare della tua
corona che ben salda
ancorata al tuo cranio
emerge.

Ora di veglia, scolerò un responso,
Duca del Tutto,
dandomi motivi per salvarti da
te stesso e dalla piena
del tuo melanconico sentire.


Maledizione e Pace

Maledico l’ermetismo
che traspare in ogni soffocato gesto
che urla volutamente rauco,
bigio e affogante;

Sera si staglia inevitabile
di Torpore
e rifletto la mia immagine,
qualcosa che non m’appartiene
qualcosa che non conosco

Oleandro d’ambra
quel che ti donerei

effigie carismatica quel volto
a lungo cercato in profondità,
confondo i tempi, confronti,
tutto langue all’interno
e quiete s’alterna a bisogni
inenarrabili.

Tragico e calmo avvertire,
l’Albatros perde quota
consapevole del cercato concludersi
del suo poetico vagare.

Lettore affine,
conosci le scivolose problematiche,
sopprimi il desertico silenzio,
fuggi il buon senso, la sua sterile gabbia
affinché possa esaurirmi,
nell’atmosfera che può adornarci
d’Immensa Pace.

E.

Verso Notturno

Crudo gioco di versi
amo creare in nobili,
piacenti ed acute menti,
ignoto fervore
superstizioso di nebbie:
Calamita pretenziosa,
ingiuria della Parola.

Nubi d’angeli irrequieti
esterrefatti nella fine del
cercarti, trombe auliche
esenti da stonature
soporifere eterne:
Sfingi dell’
Incerto,
tiepide note profferte
osticamente buttate.

Digeriscimi mite,
idilliaci vini estatici;

Carbura il Fuoco,
oltraggia gli esanimi,
nocivi pensieri;
ferma questa stagione
ermetica di Mistero
restia ad espressione
meritevole di gridi
empaticamente uditi;

tendimi un sincero, inaudito
Urlo d’ambra dorata

estetico, nel mio mondo fenomenico,
dono precluso alla fiamma dei miei anni,

inconsciamente accessibile tramite
oniriche, notturne visioni.

Alata so attendere

Strano sentire in boschi vitali
questa calma fuorviante
frutto d’alberi d’incenso;
radici affrettate
nella lentezza delle stagioni
nodose d’allusivo,
nodose di prosaica paura.

Senza bussola Usignol
rauco vagava, cercante
acque propizie alla sua sete:
s’accontentò di nocivi ruscelli,
impedimenti del volo.

Consapevolezze d’ematitiche
pietre, affogate in marmoree
limpidità segnarono il suo librarsi
leggero, anelli arborei,
circoli di mistero partorienti
lande di distanza.

Perseverante è l’augello,
quietamente viaggia di Meta
imbevuto, attende e freme,
cautamente sussurra,
il canto impedendo,
e Lago risponde d’allusiva
freschezza le sue brame;

attendi Ego piumato,
tua fedeltà cara sa vivere
quando meritata; nei suoi
cauti tempi gemi un poco,
ma cosciente d’assennata,
desiderata Salvezza,
limpida e fresca Acqua
dalle rime a lungo taciute
nel mistero del fin’oggi Introvato.

Natura fu forgiata per
ricongiungere gl’Incompleti:
senso non trova assetato
Pennuto di terra circondato,
utilità non ha Fonte inattiva
in immobile, non attinta stasi.

Estiva Primavera

Ripercorro fuggevoli passi che in breve
ed intenso tempo mi hanno condotto
al tuo abissalmente radioso cospetto.
Diluisco versi in simbiosi d’Incanto,
in verdi, lungimiranti steppe boscose;

sono Trifoglio, che profonda Notte chiude,
che armonioso e sommesso Mattino
muove appena. Che armoniosa Sera,
ridente d’intrepide musiche atee, apre.

Tu, Luce, attiri calamiticamente foglie limate
di Tenerezza, Sensualità ed Erudizione.

Sottili mani mimano pensose impressioni,
ed io, inadeguata risonanza, giaccio e sto.
Farfalle, dense similmente a Cumuli-Nembi,
disgraziatamente sospese su lande grigie,
lucenti di luoghi comuni, vaghiamo.

Una tempesta di rugiada ha scalfito
pesanti, granitici recinti psichici:
brecce sottilmente profonde attendono
leggeri, urlanti venti di conferme.

Stai o librati, aria d’oppio, ancorati
alla mia brinosa terra o sognante elevati
a irredenti sogni ardenti d’Incredibile,
non affondare in sgraziati, innominabili,
incatenati Inferni di gelida stasi.

Ruba il tuo momento di bramante sole,
sii grata Surfinia, fedele Bougainville,
candido Solanum del mio risorto giardino.

Asseconda erronei desideri strutturati di Follia,
madre degli sbagli che pervadono le nostre
solide, gemelle essenze d’immoderato Ego:

che sia una parola il nostro fertilizzante,
gemiti lontani i parassitici timori.

Fumo

Stanotte sospiro
Su una nuvola
di cenereo fumo;
agi alcun inspiro
e qualche valvola
qui, forse, consumo.

Sogno una semplice
armata, dardi
Infuocati su cui
lagna mio desio;
Di visioni autrice,
accompagno bardi,
persi in sproloqui
fumosi di grigio.

Fine non trovo,
in timida lirica,
intricata come rovo,
di illusioni chimerica.

Eligoreva

Nausicaa

Cosa accade Nausicaa?
In questa landa desolata,
in questa terra abbandonata
a sé, in maniera sadica;

urlano gli orizzonti
cercando sorde musiche,
ostentando sembianze pudiche,
lacrime espanse, argentee fonti;

è terreno così ardito,
decadenza così reale,
denso e intrinseco male:
feudo da nessuno ambito;

restia immobilità
è lacerante apatia,
condensazione di panico,
solida fragilità;

Poesia mai finita.

Eligoreva


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