Il linguaggio dei poeti
Thursday, May 13, 2010 7:50:36 AM
E' particolare come certe cose con le parole proprio non si riescano a dire. Cioè, come fai a dire "condoglianze" a chi ha perso una persona cara? Condoglianze? Sembra il nome di uno di quei memoriali ottocenteschi rilegati in quei volumi che puzzano di chiuso e hanno quelle pacchiane righine d'oro. Condoglianze? Mi dispiace? E cos'è, non dovrebbe dispiacerti? Quella persona è morta, ma guarda un po'! E poi il dolore chiude fuori la logica. Per quanto uno possa razionalmente spiegarsi che le cose vanno superate, un po' alla volta, c'è sempre quella bestia inquieta che dentro di noi gira e rigira e rigira, e più uno ci pensa più il dolore sembra acuto, o, al contrario, più uno ci pensa e più gli sembra di sentire solo il vuoto, come quando si sfrega la pelle talmente tanto da insensibilizzarla.
Però non si può nemmeno lasciare tutto al silenzio. Il silenzio è uno specchio distorsore. è uno specchio ustorio. è uno specchio, e come tutti gli specchi ci mostra cose di noi che a volte non è bello vedere. Quanto ci si sente nudi, e piccoli, e colpevoli. Solo noi stessi, e quei misteri della vita che non riusciamo ad afferrare. E siamo a disagio, come se avessimo deluso un'aspettativa. Di chi? L'aspettativa di Dio o chi per lui? Mah. Le forze universali sono troppo immense per comprendere il nostro dolore di formica.
A volte tac, basta ascoltare la pancia e tirare fuori due frasi, che non c'entrano nulla, ma hanno un bel suono, che evocano immagini e, senza dire niente alla barriera di dolore che abbiamo dentro, aggirano l'ostacolo e colpiscono dritte al centro del nostro animo. è una medicina del destino, nessuno la può preparare, o la si trova o non la si trova, e non è mai uguale per nessuno. Ieri sera non mi è stato difficile capire perché, nei tempi antichi, quando la poesia non era soltanto un hobby, un'attività laterale e collaterale, o un grido nel vuoto di ragazzini dagli ormoni in tempesta, i poeti fossero accomunati ai maghi, e la parola, scritta o parlata, la parola che non descrive piatte istruzioni, ma la parola che evoca, il sabba delle rime e delle allitterazioni, il mistero delle quantità, gli accenti che scivolano tra paradisi e baratri, tutto questo avesse un che di divino. E il mito, che Platone riteneva essere il mezzo per spiegare ciò che è liminale, ciò che sta alle soglie della comprensione, il mito conciliava l'uomo-formica e le forze universali. Il ritmo metteva i muscoli in movimento, tendeva i corpi - perchè musica e movimento albergano nella stessa camera del nostro cervello -, e le immagini toccavano ciò che già era dentro ciascuno, seppellito sotto l'esperienza quotidiana. Forse un ricordo, o un desiderio che giaceva non riconosciuto. Veniva fuori come la lava da un vulcano, il pus da una ferita, l'acqua da un pozzo appena aperto.
Fino ad oggi la mia poesia non ha avuto metrica, è anarchica e senza volto, ed ecco perché normalmente utilizzo la prosa, che in questo tipo di anarchia realizza se stessa. Ma inizierò ad approfondire questo concetto, a tirar fuori ciò che so, perché in qualche modo mi è più chiaro che il metro non è un accessorio del Manuale di italianistica, ma è un pezzetto di soprannaturale. [/ALIGN]
Però non si può nemmeno lasciare tutto al silenzio. Il silenzio è uno specchio distorsore. è uno specchio ustorio. è uno specchio, e come tutti gli specchi ci mostra cose di noi che a volte non è bello vedere. Quanto ci si sente nudi, e piccoli, e colpevoli. Solo noi stessi, e quei misteri della vita che non riusciamo ad afferrare. E siamo a disagio, come se avessimo deluso un'aspettativa. Di chi? L'aspettativa di Dio o chi per lui? Mah. Le forze universali sono troppo immense per comprendere il nostro dolore di formica.
A volte tac, basta ascoltare la pancia e tirare fuori due frasi, che non c'entrano nulla, ma hanno un bel suono, che evocano immagini e, senza dire niente alla barriera di dolore che abbiamo dentro, aggirano l'ostacolo e colpiscono dritte al centro del nostro animo. è una medicina del destino, nessuno la può preparare, o la si trova o non la si trova, e non è mai uguale per nessuno. Ieri sera non mi è stato difficile capire perché, nei tempi antichi, quando la poesia non era soltanto un hobby, un'attività laterale e collaterale, o un grido nel vuoto di ragazzini dagli ormoni in tempesta, i poeti fossero accomunati ai maghi, e la parola, scritta o parlata, la parola che non descrive piatte istruzioni, ma la parola che evoca, il sabba delle rime e delle allitterazioni, il mistero delle quantità, gli accenti che scivolano tra paradisi e baratri, tutto questo avesse un che di divino. E il mito, che Platone riteneva essere il mezzo per spiegare ciò che è liminale, ciò che sta alle soglie della comprensione, il mito conciliava l'uomo-formica e le forze universali. Il ritmo metteva i muscoli in movimento, tendeva i corpi - perchè musica e movimento albergano nella stessa camera del nostro cervello -, e le immagini toccavano ciò che già era dentro ciascuno, seppellito sotto l'esperienza quotidiana. Forse un ricordo, o un desiderio che giaceva non riconosciuto. Veniva fuori come la lava da un vulcano, il pus da una ferita, l'acqua da un pozzo appena aperto.
Fino ad oggi la mia poesia non ha avuto metrica, è anarchica e senza volto, ed ecco perché normalmente utilizzo la prosa, che in questo tipo di anarchia realizza se stessa. Ma inizierò ad approfondire questo concetto, a tirar fuori ciò che so, perché in qualche modo mi è più chiaro che il metro non è un accessorio del Manuale di italianistica, ma è un pezzetto di soprannaturale. [/ALIGN]









