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Riflessioni

Chiara Luce Badano: un' anima meravigliosa

di Massimiliano Nobile

«Se lo vuoi tu, Gesù, lo voglio anch'io». Questa frase era solita ripetere sul suo letto di dolore Chiara Luce Badano, nata a Sassello (Sv) il 29 ottobre 1971 e morta a il 7 ottobre del 1990. Figlia di Ruggero, camionista, e di mamma Maria Teresa, casalinga, ha conosciuto presto la malattia che nel giro di tre anni l’ha condotta alla morte. Un’esistenza breve ma intensa, vissuta all’insegna della gioia luminosa che nasce da una fede che si specchia nel volto paterno di Dio.
Volitiva, tenace, altruista, di lineamenti fini, snella, grandi occhi limpidi, sorriso aperto, amava la neve e il mare, praticava molti sport: una vera leader. Ma la sorgente più profonda della sua personalità va ricercata nell’intenso rapporto con Gesù, alimentato dalla preghiera e dall’Eucaristia. Riesce in tal modo a scoprirlo nel volto di ogni persona, in particolare in chi è più piccolo e povero; sognava di andare come medico in Africa per prendersi cura dei bambini, per i quali fin da piccola inviava i suoi risparmi. Aveva un debole per le persone anziane che copriva di attenzioni.
A nove anni aderì come “Gen” al movimento dei Focolari e fin da piccola mantenne un’intensa corrispondenza con la fondatrice, Chiara Lubich che le attribuì il nome Luce . Viveva appassionatamente la spiritualità di “Dio Amore”, per un mondo sempre più unito. Dai suoi quaderni traspare la gioia e lo stupore nello scoprire la vita. Nel giorno della prima Comunione riceve in dono il libro dei Vangeli. Sarà per lei un «magnifico libro» e «uno straordinario messaggio»; affermerà: «Come per me è facile imparare l'alfabeto, così deve esserlo anche vivere il Vangelo!».
Terminate le Medie a Sassello si trasferisce a Savona dove frequenta il Liceo Classico,quando a 17 anni, all'improvviso un lancinante spasimo alla spalla sinistra svela, tra esami e inutili interventi, un osteosarcoma, dando inizio a un calvario che durerà circa tre anni. Appresa la diagnosi, Chiara non piange, non si ribella: subito rimane assorta in silenzio, ma dopo soli 25 minuti dalle sue labbra esce il sì alla volontà di Dio. Ripeterà spesso: «Se lo vuoi tu, Gesù, lo voglio anch'io». Di fronte al terribile male non perde il suo luminoso sorriso; mano nella mano con i genitori, affronta cure dolorosissime e trascina nello stesso Amore coloro che l'avvicinano. Rifiutava la morfina perché le toglieva lucidità, donava tutto per la Chiesa, i giovani, i non credenti, il Movimento dei Focolari, le missioni..., rimanendo serena e forte, convinta che «il dolore abbracciato rende libero». Ripete: “Non ho più niente, ma ho ancora il cuore e con quello posso sempre amare”.
La cameretta, in ospedale a Torino e a casa, è luogo di incontro, di apostolato, di unità: è la sua chiesa. Anche i medici, talvolta non praticanti, rimanevano sconvolti dalla pace che le aleggiava intorno, e alcuni si riavvicinavano a Dio. Si sentivano “attratti come da una calamita” e ancor oggi la ricordano, ne parlano e la invocano. Alla mamma che le chiede se soffrisse molto rispondeva: «Gesù mi smacchia con la varechina anche i puntini neri e la varechina brucia. Così quando arriverò in Paradiso sarò bianca come la neve». E' convinta dell'amore di Dio nei suoi riguardi: affermava, infatti: «Dio mi ama immensamente», e lo riconferma con forza, anche se è attanagliata dai dolori: «Eppure è vero: Dio mi vuole bene!». Dopo una notte molto travagliata giungerà a dire: «Soffrivo molto, ma la mia anima cantava…». Agli amici che si recavano da lei per consolarla poco prima di partire per il cielo confiderà: «...Voi non potete immaginare qual è ora il mio rapporto con Gesù... Avverto che Dio mi chiede qualcosa di più, di più grande. Forse potrei restare su questo letto per anni, non lo so. A me interessa solo la volontà dì Dio, fare bene quella nell'attimo presente: stare al gioco di Dio”. E ancora: “Ero troppo assorbita da tante ambizioni, progetti e chissà cosa. Ora mi sembrano cose insignificanti, futili e passeggere… Ora mi sento avvolta in uno splendido disegno che a poco a poco mi si svela. Se adesso mi chiedessero se voglio camminare (l'intervento la rese paralizzata), direi di no, perché così sono più vicina a Gesù”. Non si aspetta il miracolo della guarigione, anche se in un bigliettino aveva scritto alla Madonna: «Mamma Celeste, ti chiedo il miracolo della mia guarigione; se ciò non rientra nella volontà di Dio, ti chiedo la forza a non mollare mai!» e terrà fede a questa promessa. Fin da ragazzina si era proposta di non «donare Gesù agli amici a parole, ma con il comportamento». Tutto questo non è sempre facile; infatti, ripeterà alcune volte: «Com'è duro andare contro corrente!». E per riuscire a superare ogni ostacolo, ripete: «E' per te, Gesù!». Chiara Luce si rafforzava nell’amore a Gesù attraverso la Messa quotidiana e la meditazione della Parola di Dio. Spesso poi rifletteva sulle parole di Chiara Lubich: “Sono santa, se sono santa subito”.
Alla mamma, preoccupata di rimanere senza di lei, continuava a ripetere: «Fídati di Dio, poi hai fatto tutto»; e «Quando io non ci sarò più, segui Dio e troverai la forza per andare avanti».
A chi va a trovarla esprime i suoi ideali, mettendo gli altri sempre al primo posto. Al “suo” vescovo, Mons. Livio Maritano, mostra un affetto particolarissimo; nei loro ultimi, brevi ma intensi incontri, un'atmosfera soprannaturale li avvolge: nell'Amore diventano una cosa sola: sono Chiesa! Ma il male avanza e i dolori aumentano. Non un lamento; sulle labbra: «Se lo vuoi tu, Gesù, lo voglio anch'io». Chiara si prepara all'incontro: «E' lo Sposo che viene a trovarmi», e sceglie l'abito da sposa, i canti e le preghiere per la “sua” Messa; il rito dovrà essere una «festa», dove «nessuno dovrà piangere!». Ricevendo per l'ultima volta Gesù Eucaristia appare immersa in Lui e supplica che le venga recitata «quella preghiera: Vieni, Spirito Santo, manda a noi dal Cielo un raggio della tua luce». Il soprannome “Luce” ora è quasi veramente luce per tutti e presto sarà nella Luce. Un particolare pensiero va ai giovani: «...I giovani sono il futuro. Io non posso più correre, però vorrei passare loro la fiaccola come alle Olimpiadi. I giovani hanno una vita sola e vale la pena di spenderla bene!».
Non ha paura di morire. E lo «Sposo» viene a prenderla all'alba di domenica 7 ottobre 1990, sono le quattro del mattino, è il giorno della Madonna del Rosario. È arrivata Chiara Luce, dopo una notte molto sofferta. Alla mamma aveva detto queste ultime parole: “Mamma, sii felice, perché io lo sono. Ciao”. Al papà, che le chiede se quella frase valga anche per lui, strinse la mano.
Chiara Lubich appresa la notizia, attraverso un telegramma consola Ruggero e Maria Teresa: «Ringraziamo Dio per questo suo luminoso capolavoro».
Un ulteriore segno della generosità di Chiara Luce è il dono delle sue cornee attraverso le quali due giovani hanno riavuto la possibilità di rivedere la luce. Al funerale celebrato dal Vescovo, accorsero centinaia di giovani e parecchi sacerdoti mentre i componenti del Gen Rosso e del Gen Verde elevavano i canti da lei scelti.
Dal quel giorno la sua tomba è meta di pellegrinaggi: fiori, pupazzetti, offerte per i bambini dell'Africa, letterine, richieste di grazie… E ogni anno, nell’anniversario del suo dies natalis, i giovani e le persone presenti alla Messa in suo suffragio aumentano sempre di più. Vengono spontaneamente e si invitano a vicenda per partecipare al rito che, come voleva lei, è un momento di grande gioia. Il rito è preceduto, da anni, da un’intera giornata di “festa” con canti, testimonianze, preghiere… La sua “fama di santità” si è estesa in varie parti del mondo e molti sono i “frutti”. La scia luminosa che Chiara “Luce” ha lasciato dietro di sé porta a Dio nella semplicità e nella gioia di abbandonarsi all'Amore. E’ un'esigenza forte della società di oggi e, soprattutto, dei giovani trovare il significato vero della vita. La risposta al dolore è la speranza in un “poi” che non finisca mai e sia certezza della “vittoria” sulla morte.

Benedetto… il silenzio Nella squadra di Dio giocano solo punte di diamante

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