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Riflessioni

Nella squadra di Dio giocano solo punte di diamante

Ignazio e Policarpo: vocazione alla testimonianza
di Massimiliano Nobile

“Sta fermo come l’incudine sotto i colpi.
E’ proprio del grande atleta incassare i colpi e vincere"

(Lettera di Ignazio a Policarpo, III, 1)

Ignazio Teoforo e Policarpo sono due vescovi, il primo di Antiochia e il secondo di Smirne. Vissuti tra il I e il II secolo d.C., sono accomunati da una stessa vocazione: il martirio. La loro profonda amicizia spirituale, testimoniata dalla lettera citata, affonda la sua origine nella fede in Gesù Cristo Figlio di Dio crocifisso e risorto.
Ignazio invita Policarpo ad essere come un “grande atleta” che gioca d’astuzia incassando i colpi, sfiancando l’avversario per poi sferrare l’attacco finale che lo condurrà alla vittoria. Si tratta di una tecnica che ogni buon allenatore e stratega conosce e insegna. Nella lettera ai Corinti, per descrivere la vita di fede del credente, Paolo ricorre a due sport dimostrandosi allo stesso tempo un allenatore spirituale e un atleta di Cristo consumato: “Non sapete che i corridori nello stadio corrono tutti, ma uno solo ottiene il premio? Voi dovete correre in modo da guadagnarlo! Ed ogni atleta è temperante in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona che appassisce, noi invece una indistruttibile. E io corro, ma non come chi è senza meta; faccio il pugilato, ma non come chi batte l' aria, bensì tratto duramente il mio corpo e lo metto in schiavitù, perché non succeda che mentre predico agli altri, venga riprovato io stesso (1Cor 9,24-27). Nella città di Corinto, dove Paolo aveva annunciato il Vangelo, c’era un stadio molto importante in cui si celebravano i “giochi istmici” . Senza alcuna forzatura, l’Apostolo, per esortare i cristiani di quella città a impegnarsi nella corsa e nel combattimento per la fede, fa riferimento alle gare di atletica. La corsa e il pugilato letti in chiave spirituale significano che la vita di fede necessita di un esercizio continuo per aderire alla volontà di Dio il quale spesso lascia che siamo provati come l’oro nel fuoco “perché il valore della vostra fede molto più preziosa dell'oro, che, pur destinato a perire, tuttavia, si prova col fuoco, torni a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo (1Pt 1,6-7). Attraverso la metafora del sano agonismo, Paolo mette in evidenza il valore della vita di fede che conduce alla vita eterna. La bellezza della fede in Gesù Cristo sta nel fatto che tutti possono correre, combattere ed essere vincitori.
Come i sostenitori dell’atleta che gareggia si identificano con lui che compete, così il martire rappresenta per i cristiani l’esempio concreto da seguire nella persecuzione e il vero testimone di Cristo che ha il dovere di non deluderli. Ignazio incita Policarpo: “Sostieni come perfetto atleta le infermità di tutti. Dove maggiore è la fatica, più è il guadagno (Lettera di Ignazio a Policarpo, I,3). Finora tre aggettivi qualificano l’atleta (il martire) come grande, perfetto e temperante. I primi due sono tratti dalla lettera di Ignazio indirizzata a Policarpo e il terzo dalla 1 lettera ai Corinti di Paolo. Ma da dove nasce la grandezza, la perfezione e la temperanza?
Il modello da seguire e la causa della condanna in questo caso coincidono. Gesù è la causa del martirio per i cristiani ed è il primo martire, il prototipo che incarna la vocazione al martirio per affermare la sua figliolanza divina diventata evidente con la sua risurrezione. Ogni cristiano in quanto battezzato possiede “in nuce” la vocazione al martirio da realizzare nel contesto culturale in cui vive. Anzi il martirio stesso è considerato il battesimo di sangue che sostituisce e supera quello fatto con l’acqua. Per Ignazio e Policarpo una volta assunto il nome cristiano bisogna comportarsi secondo quanto questo nome esige. Parlando di coloro che si erano allontanati dalla vera fede Ignazio afferma che: “Vi sono alcuni che portano il nome, ma compiono azioni indegne di Dio” (Efesini, VII,1). Molti che avevano ricevuto il battesimo e si dicevano cristiani si erano allontanati dall’impegno di una vita vissuta all’insegna del Vangelo mentre altri avevano abiurato per timore di essere condannati. A tal proposito il santo vescovo, responsabile della comunità di Antiochia, mette in guardia contro coloro che avevano tenuto questo comportamento: “Occorre guardarsene” (Efesini, VII,1). I nemici della fede non erano solo i pagani romani ma anche quei cristiani che avevano sposato le varie eresie del tempo. L’esistenza concreta di Gesù nel suo vero corpo doveva essere difesa dalla varie correnti eretiche del tempo dei due martiri, prima tra tutte da quella docetista la quale negava la realtà corporale di Gesù: egli non era ma appariva con un corpo. Per confutare tale devianza, Ignazio afferma: “Se come dicono quelli che sono atei, cioè senza fede, egli soffrì in apparenza, essi che vivono in apparenza, perché sono incatenato? Perché bramo di combattere contro le fiere? Inutilmente morirei. Dunque dico menzogne contro il Signore” (Tralliani, X). Solo se il corpo di Gesù è reale si può essere disposti a tutto, anche a dare la vita. E a proposito dell’esempio che bisogna dare agli altri afferma: “E’ meglio tacere ed essere, che dire e non essere. E’ bello insegnare se chi parla opera” (Efesini, XV,1). La testimonianza di fede dei martiri trovava il suo apice nel confronto con le leggi dell’impero. Per l’impero romano il cristianesimo era una minaccia che veniva ad intaccare la “pax deorum” fondamentale per il mantenimento dello stato politico e religioso di Roma. Per stroncare la nuova religione ci furono molte e violente persecuzioni: quella di Nerone nel 64 d.C in cui Pietro e Paolo subirono il martirio, quella di Decio del 249-251 d.C. e quella di Valeriano del 257-258 d.C. in cui fu ucciso Cipriano, vescovo di Cartagine. Il clima era diventato talmente caldo che bastava una semplice denuncia per far scattare l’arresto e il conseguente processo. La domanda cruciale da parte del giudice era: “Sei cristiano?” Se l’imputato rispondeva: “Christianus sum” aveva firmato la sua condanna. Ci sono alcuni testi che lo confermano: “Avendo inteso che io venivo dalla Siria incatenato per il nome” (Efesini, I,2) e “Io sono cristiano” (Martirio di Policarpo, X,1) detto da Policarpo al capo della polizia che gli intimava di giurare per la fortuna di Cesare. Il semplice nome cristiano diveniva causa di condanna. Questi e altri testi inerenti al martirio si possono rintracciare nella sezione patristica dei Padri Apostolici e negli Atti dei Martiri.
Nell’inno Te Deum laudamus (una tradizione molto antica lo attribuisce al martire Cipriano) una strofa recita così: “Ti acclama la candida schiera dei martiri”. Il colore che indica il martirio è il rosso, ma l’inno parla di colore candido, cioè di un bianco splendente. Questo significa che la testimonianza suprema del sangue purifica e assimila allo splendore dell’Agnello: “Quelli che sono vestiti di bianco, chi sono e donde vengono? Gli risposi: Signore mio, tu lo sai. E lui: Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello (Ap 7,13-14). E ancora nel Vangelo ritroviamo un riferimento a questo candore nel momento della trasfigurazione: “E apparve trasfigurato davanti a loro: la sua faccia diventò splendida come il sole e le vesti candide come la luce” (Mt 17,2). I martiri vivono nello splendore di Dio perché donano volentieri la loro vita per Gesù che l’ha offerta per loro. Gesù ha dato testimonianza al Padre donando la vita e i martiri danno testimonianza a Gesù offrendo la loro. Come Gesù risplende della luce della risurrezione così i martiri risplendono, per partecipazione, della luce di Gesù Cristo risorto. Ancora oggi si parla di martirio, di testimonianza cristiana a vari livelli. Il cristianesimo delle origini non è morto in quanto in alcune parti del mondo in cui i cristiani sono in minoranza ci sono persecuzioni orribili, perpetrate in odio alla religione di Gesù. La vocazione al martirio nasce dal desiderio e dalla convinzione che ciò in cui si crede è reale e superiore ad ogni altra cosa, perfino della vita: “La tua grazia vale più della vita” (Sl 62). Il martirio o testimonianza suprema non è cosa d’altri tempi perché “Gesù Cristo è lo stesso ieri oggi e sempre” (Eb 13,8) e il mondo ha bisogno ancora di atleti grandi, perfetti e temperanti. Allenati per essere pronto!

Appendice

Ignazio vuol dire di fuoco e Teoforo portatore di Dio. Nacque tra il 35 e il 50 d.C, fu vescovo di Antiochia e successore di Pietro su quella cattedra dal 70 al 107 d.C. Venne condannato sotto la persecuzione di Traiano 98-117 e morì a Roma nel 107 sbranato dalle fiere. Le sue reliquie si trovano nella Basilica di san Clemente a Roma e la sua memoria ricorre il 17 ottobre.

Policarpo significa che da molti frutti. Nacque intorno al 69 d.C. Fu discepolo di Giovanni e vescovo di Smirne in Asia Minore. Fu inviato a Roma per discutere con papa Aniceto sulla data della Pasqua. Morì nel 155 La sua memoria è il 23 febbraio.

I giochi Istmici
Dopo quelli di Olimpia furono i giochi più importanti dell’antichità, si svolgevano ogni due anni presso l’istmo di Corinto, per la prima volta furono celebrati nel 581 a.C. in onore di Poseidone. Si facevano gare ginniche, ippiche e in seguito anche musicali. Il vincitore veniva cinto di una corona fatta di aghi di pino.

La Pax deorum
Nella religione romana indica la pace tra i cittadini e le divinità. L’imperatore prima di prendere una decisione importante si affidava al collegio dei sacerdoti che ottenevano la protezione divinità. Quando uno si macchiava di un delitto offendeva le divinità e ne provocava l’ira contro la comunità civile. Per placare l’ira degli dei il colpevole doveva essere eliminato o nei casi meno gravi bastava sacrificare un animale.

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