Vocazione è Conversione alla Verità
Saturday, March 13, 2010 9:33:17 AM
di Massimiliano Nobile
Non uscire fuori, rientra in te stesso, nell’uomo interiore abita la verità (Agostino, La Vera Religione 39,72). A questa affermazione di Agostino fa eco la più famosa espressione: “Conosci te stesso” scolpita all’ingresso dell’oracolo di Delfi. Tante volte si pensa che la Verità sia lontana, irraggiungibile. Il grande maestro dell’interiorità insegna che l’unico viaggio da intraprendere è verso la coscienza in cui è possibile realizzare l’incontro più importante dell’esistenza. Non è sempre facile per tutti viaggiare in direzione dell’interiorità. Servono maestri che con la loro vita e il loro insegnamento favoriscano nei giovani il percorso-incontro con la Verità scolpita dal Creatore nel cuore di tutti gli uomini. Agostino è un modello da seguire. Egli per tanti anni ha cercato e ricercato in varie direzioni fino ad accorgersi che il luogo dove incontrare Dio non era poi così lontano: “Tardi t’amai bellezza così antica e così nuova, tardi t’amai. Eppure Signore Tu eri dentro me, ma io ero fuori” (Confessioni X,27). Realizzato l’incontro, Agostino ha cantato e camminato per completare il progetto di Dio nella sua vita.
La vocazione può avere diverse chiavi di lettura che spiegano il cammino personale di adesione a Dio. La chiamata di Agostino fu un approdo graduale al Cristo-Verità: “Io sono la Via, la Verità e la Vita” (Gv 14,6). Egli è stato un appassionato ricercatore della Verità quando ancora non era cristiano e, quanto più si allontanava dal cristianesimo, tanto più si allontanava dalla Verità e quanto più si avvicinava ad esso, tanto più si avvicinava alla Verità.
Fin da bambino aveva ricevuto un’educazione cristiana dalla madre Monica da cui aveva bevuto l’amore per il nome del Signore con il latte materno (cfr., Confessioni III,4,8).
L’impulso iniziale alla sua corsa verso la Verità fu dato dall’amore per la sapienza risvegliato in lui dalla lettura dell’Ortensio di Cicerone andato perduto: "Quel libro cambiò davvero il mio modo di sentire", tanto che "all’improvviso perse valore ogni speranza vana e desideravo con un incredibile ardore del cuore l’immortalità della sapienza" (Confessioni III, 4, 7). Ma non avendo trovato nel testo ciceroniano il nome di Gesù, si dedicò con passione alla lettura della Bibbia rimanendone però deluso per la traduzione latina di scarsa qualità e il contenuto insoddisfacente. Questa forte delusione lo spinse verso i manichei che conoscevano e citavano la Scrittura e, cosa sorprendente per il giovane Agostino, pronunciavano spesso il nome di Cristo appagando pienamente le sue aspirazioni cristiane.
Nel suo iter di conversione alla Verità, si prodigò nella lettura dei testi filosofici della nuova Accademia che lo spinsero verso una maggiore libertà di pensiero. Abbandonate le strette maglie della ragione imparò a dubitare attraverso uno scetticismo moderato. Ma L’assioma agostiniano: “Se dubito sono” presentò l’imbarazzo della sua falsità almeno in due casi: non si può dubitare della propria esistenza e non si può dubitare del proprio scetticismo. E di questo se ne rese conto ben presto lui stesso. L’esperienza dell’Accademia, quindi, lasciò in Agostino un vuoto da colmare, ma gli era servita, comunque, nel suo cammino di scoperta della Verità tutta intera (Gv 16,13).
A Milano Agostino conobbe Manlio Teodoro, appassionato cultore di filosofia, che lo introdusse alla lettura di certi libri per spiriti “illuminati”. Fu così che Agostino conobbe il neoplatonismo e abbandonò il manicheismo. Lesse una parte delle Enneadi di Plotino, tradotte dal retore Mario Vittorino, africano come lui. La filosofia che Agostino scoprì, leggendo le Enneadi, differiva da quella dei manichei e presentava, invece, punti di contatto con la visione cristiana di Dio. Ma niente che riguardasse l’incarnazione del Verbo e il suo annientamento per la salvezza del mondo: “ Non trovai, però, scritto che il Verbo si fece carne e abitò tra noi…che umiliò se stesso, rendendosi ubbidiente fino alla morte ed alla morte in croce” (Confessioni 7,9,14). Agostino non si sentiva appagato.
Tormentato dalle sue riflessioni, ritiratosi in un giardino, sentì una voce di bambino che ripeteva una cantilena: "prendi, leggi, prendi, leggi" (Confessioni VIII, 12,29). Piangendo a dirotto, percepì quella voce come la voce di Dio. Si precipitò, allora, ad aprire il libro delle lettere di Paolo, vi lesse l’invito dell’apostolo a non vivere nelle gozzoviglie, nelle ubriachezze, nelle impudicizie, nelle discordie e nelle invidie, ma a rivestirsi di Cristo ( cfr., Rm 13,13-14). Se da una parte Plotino lo liberò dal manicheismo, dall’altra Paolo di Tarso ha scardinato in lui l’impianto filosofico della pura ragione facendolo rientrare in se stesso.
Agostino era riuscito nell’impresa titanica di conoscere la Verità. Ora, si profilava davanti a lui l’impresa non meno titanica di passare dalla contemplazione della Verità alla pratica di essa. In altre parole significava riuscire a stabilire una relazione tra lui e Cristo che è la Verità fatta persona.
Fu a questo punto che decise di rivolgersi ad Ambrogio e di iniziare il suo catecumenato.
Ambrogio ebbe un ruolo importante nel discernimento vocazionale di Agostino, ma non fu un ruolo unico e nemmeno principale. Il vescovo Ambrogio attirava Agostino per le sue magistrali omelie su passi difficili della Scrittura e per la cura pastorale dei suoi fedeli. Ma nonostante questa ammirazione, sembra che la vocazione di Agostino al cristianesimo sia nata soprattutto per la dimensione ecclesiale che Ambrogio aveva saputo creare a Milano. L’inquieto professore mai prima di allora aveva conosciuto una Chiesa così viva, operosa e compatta e fu questa chiesa, con queste prerogative, a conquistarlo. Nella Veglia Pasquale del 24 aprile 387 si fece battezzare nella cattedrale di Milano.
La conversione di Agostino non significò solo adesione al Cristo-Verità con la conseguente riscoperta della vocazione cristiana, ma anche l’accettazione del presbiterato e dell’episcopato.
Avrebbe voluto ritirarsi a vita monastica, ma gli fu impedito perché ordinato, suo malgrado, sacerdote e poi vescovo, ministero che lo obbligava a: "Continuamente predicare, discutere, riprendere, edificare, essere a disposizione di tutti – è un ingente carico, un grande peso, un’immane fatica" (Discorso 339, 4). Agostino non si considerò mai giunto definitivamente alla meta. Egli ogni giorno della sua vita chiese perdono a Dio mantenendo un atteggiamento di conversione permanente fino all’ultimo giorno della vita.
Egli è una figura di spicco nella storia della spiritualità cristiana, nella filosofia, nella teologia e nella letteratura, ma resta, per tutti, un grande esempio di tenacia nel faticoso cammino di conversione alla Verità che passa attraverso le contingenze umane, mediate dalle categorie culturali proprie di ogni epoca, per approdare poi all’unica Verità irriducibile che è Cristo stesso. Quanto tempo ci voglia per realizzare la propria conversione diventa relativo nella misura in cui la retta intenzione e/o onestà intellettuale ricerchi la Verità. Essa, prima o poi, si staglierà imponente e incontestabile agli occhi della mente. Sarà quello il momento in cui il cammino di conversione diventerà vocazione, adesione totale alla Verità che è Cristo in una spirale di seduzione: “improvvisa, irresistibile e sicurissima”.
Non uscire fuori, rientra in te stesso, nell’uomo interiore abita la verità (Agostino, La Vera Religione 39,72). A questa affermazione di Agostino fa eco la più famosa espressione: “Conosci te stesso” scolpita all’ingresso dell’oracolo di Delfi. Tante volte si pensa che la Verità sia lontana, irraggiungibile. Il grande maestro dell’interiorità insegna che l’unico viaggio da intraprendere è verso la coscienza in cui è possibile realizzare l’incontro più importante dell’esistenza. Non è sempre facile per tutti viaggiare in direzione dell’interiorità. Servono maestri che con la loro vita e il loro insegnamento favoriscano nei giovani il percorso-incontro con la Verità scolpita dal Creatore nel cuore di tutti gli uomini. Agostino è un modello da seguire. Egli per tanti anni ha cercato e ricercato in varie direzioni fino ad accorgersi che il luogo dove incontrare Dio non era poi così lontano: “Tardi t’amai bellezza così antica e così nuova, tardi t’amai. Eppure Signore Tu eri dentro me, ma io ero fuori” (Confessioni X,27). Realizzato l’incontro, Agostino ha cantato e camminato per completare il progetto di Dio nella sua vita.
La vocazione può avere diverse chiavi di lettura che spiegano il cammino personale di adesione a Dio. La chiamata di Agostino fu un approdo graduale al Cristo-Verità: “Io sono la Via, la Verità e la Vita” (Gv 14,6). Egli è stato un appassionato ricercatore della Verità quando ancora non era cristiano e, quanto più si allontanava dal cristianesimo, tanto più si allontanava dalla Verità e quanto più si avvicinava ad esso, tanto più si avvicinava alla Verità.
Fin da bambino aveva ricevuto un’educazione cristiana dalla madre Monica da cui aveva bevuto l’amore per il nome del Signore con il latte materno (cfr., Confessioni III,4,8).
L’impulso iniziale alla sua corsa verso la Verità fu dato dall’amore per la sapienza risvegliato in lui dalla lettura dell’Ortensio di Cicerone andato perduto: "Quel libro cambiò davvero il mio modo di sentire", tanto che "all’improvviso perse valore ogni speranza vana e desideravo con un incredibile ardore del cuore l’immortalità della sapienza" (Confessioni III, 4, 7). Ma non avendo trovato nel testo ciceroniano il nome di Gesù, si dedicò con passione alla lettura della Bibbia rimanendone però deluso per la traduzione latina di scarsa qualità e il contenuto insoddisfacente. Questa forte delusione lo spinse verso i manichei che conoscevano e citavano la Scrittura e, cosa sorprendente per il giovane Agostino, pronunciavano spesso il nome di Cristo appagando pienamente le sue aspirazioni cristiane.
Nel suo iter di conversione alla Verità, si prodigò nella lettura dei testi filosofici della nuova Accademia che lo spinsero verso una maggiore libertà di pensiero. Abbandonate le strette maglie della ragione imparò a dubitare attraverso uno scetticismo moderato. Ma L’assioma agostiniano: “Se dubito sono” presentò l’imbarazzo della sua falsità almeno in due casi: non si può dubitare della propria esistenza e non si può dubitare del proprio scetticismo. E di questo se ne rese conto ben presto lui stesso. L’esperienza dell’Accademia, quindi, lasciò in Agostino un vuoto da colmare, ma gli era servita, comunque, nel suo cammino di scoperta della Verità tutta intera (Gv 16,13).
A Milano Agostino conobbe Manlio Teodoro, appassionato cultore di filosofia, che lo introdusse alla lettura di certi libri per spiriti “illuminati”. Fu così che Agostino conobbe il neoplatonismo e abbandonò il manicheismo. Lesse una parte delle Enneadi di Plotino, tradotte dal retore Mario Vittorino, africano come lui. La filosofia che Agostino scoprì, leggendo le Enneadi, differiva da quella dei manichei e presentava, invece, punti di contatto con la visione cristiana di Dio. Ma niente che riguardasse l’incarnazione del Verbo e il suo annientamento per la salvezza del mondo: “ Non trovai, però, scritto che il Verbo si fece carne e abitò tra noi…che umiliò se stesso, rendendosi ubbidiente fino alla morte ed alla morte in croce” (Confessioni 7,9,14). Agostino non si sentiva appagato.
Tormentato dalle sue riflessioni, ritiratosi in un giardino, sentì una voce di bambino che ripeteva una cantilena: "prendi, leggi, prendi, leggi" (Confessioni VIII, 12,29). Piangendo a dirotto, percepì quella voce come la voce di Dio. Si precipitò, allora, ad aprire il libro delle lettere di Paolo, vi lesse l’invito dell’apostolo a non vivere nelle gozzoviglie, nelle ubriachezze, nelle impudicizie, nelle discordie e nelle invidie, ma a rivestirsi di Cristo ( cfr., Rm 13,13-14). Se da una parte Plotino lo liberò dal manicheismo, dall’altra Paolo di Tarso ha scardinato in lui l’impianto filosofico della pura ragione facendolo rientrare in se stesso.
Agostino era riuscito nell’impresa titanica di conoscere la Verità. Ora, si profilava davanti a lui l’impresa non meno titanica di passare dalla contemplazione della Verità alla pratica di essa. In altre parole significava riuscire a stabilire una relazione tra lui e Cristo che è la Verità fatta persona.
Fu a questo punto che decise di rivolgersi ad Ambrogio e di iniziare il suo catecumenato.
Ambrogio ebbe un ruolo importante nel discernimento vocazionale di Agostino, ma non fu un ruolo unico e nemmeno principale. Il vescovo Ambrogio attirava Agostino per le sue magistrali omelie su passi difficili della Scrittura e per la cura pastorale dei suoi fedeli. Ma nonostante questa ammirazione, sembra che la vocazione di Agostino al cristianesimo sia nata soprattutto per la dimensione ecclesiale che Ambrogio aveva saputo creare a Milano. L’inquieto professore mai prima di allora aveva conosciuto una Chiesa così viva, operosa e compatta e fu questa chiesa, con queste prerogative, a conquistarlo. Nella Veglia Pasquale del 24 aprile 387 si fece battezzare nella cattedrale di Milano.
La conversione di Agostino non significò solo adesione al Cristo-Verità con la conseguente riscoperta della vocazione cristiana, ma anche l’accettazione del presbiterato e dell’episcopato.
Avrebbe voluto ritirarsi a vita monastica, ma gli fu impedito perché ordinato, suo malgrado, sacerdote e poi vescovo, ministero che lo obbligava a: "Continuamente predicare, discutere, riprendere, edificare, essere a disposizione di tutti – è un ingente carico, un grande peso, un’immane fatica" (Discorso 339, 4). Agostino non si considerò mai giunto definitivamente alla meta. Egli ogni giorno della sua vita chiese perdono a Dio mantenendo un atteggiamento di conversione permanente fino all’ultimo giorno della vita.
Egli è una figura di spicco nella storia della spiritualità cristiana, nella filosofia, nella teologia e nella letteratura, ma resta, per tutti, un grande esempio di tenacia nel faticoso cammino di conversione alla Verità che passa attraverso le contingenze umane, mediate dalle categorie culturali proprie di ogni epoca, per approdare poi all’unica Verità irriducibile che è Cristo stesso. Quanto tempo ci voglia per realizzare la propria conversione diventa relativo nella misura in cui la retta intenzione e/o onestà intellettuale ricerchi la Verità. Essa, prima o poi, si staglierà imponente e incontestabile agli occhi della mente. Sarà quello il momento in cui il cammino di conversione diventerà vocazione, adesione totale alla Verità che è Cristo in una spirale di seduzione: “improvvisa, irresistibile e sicurissima”.


