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Coperator Veritatis

Il relativismo è solo un gioco stupido perchè l'uomo sempre e comunque vive di certezze.

Intervista a Michael D.O’Brien, Avvenire 12 Luglio 2008

Il suo romanzo è ambientato nel 1942 a Varsavia, allora occupata dai nazisti. Perché ha voluto ancorare la storia a un periodo storico così complesso?

La seconda guerra mondiale è stata qualcosa di più che una tragedia storica di proporzioni epiche con conseguenze geopolitiche nell'equilibrio dei poteri in questo mondo. È stata un "salto quantico" nella guerra spirituale tra bene e male. Il Novecento ha introdotto un nuovo fenomeno di male senza precedenti, concepito e messo in atto con freddezza e distacco, un male ideologico architettato dalla ragione umana. Il perenne problema del male, che ci accompagna dalla caduta dell'uomo nel giardino dell'Eden, vi raggiunse un nuovo livello e l'umanità non si è ancora ripresa. Ciò ha assestato un colpo senza precedenti alla nostra elementare fiducia umana e alla nostra speranza. Se si contano le vittime del totalitarismo, il regime sovietico e altri regimi marxisti sono stati ben peggiori del nazismo. Quest'ultimo, tuttavia, ha colpito in pieno il cuore della cristianità occidentale, aprendo le porte a un altro tipo di pericolo. Sia Hitler che Stalin hanno rimodellato la natura della vita nelle società europee e gli effetti nefasti di questa dinamica sono ben lontani dall'essere risolti. Ho ambientato il romanzo a Varsavia durante l'occupazione perché la Polonia in un certo senso è stata il "ground zero" in ogni aspetto di questa guerra spirituale. La Polonia rappresenta tutti i popoli e i paesi che sono stati così crocifissi; nei suoi drammi nazionali e personali si può ritrovare tutto: tirannia, vittimismo, martirio, santità e depravazione, tradimento e eroismo, l'io autosufficiente e quello pronto al sacrificio di sé. E da tutta questa oscurità, Dio ha suscitato due grandi luci per il mondo: dalla Polonia Giovanni Paolo II e dalla Germania Benedetto XVI.

Il cuore del suo romanzo è la ricerca di un padre. Più volte ha affermato che l'uomo occidentale oggi ha perso l'icona del padre. Secondo lei la nostra civiltà post-1968 sta attraversando una crisi della paternità? Chi è il padre?

Sì, la crisi della paternità nelle sue varie forme è alla radice della confusione in questo stadio della civiltà occidentale. Questa radice è strettamente connessa alla perdita di coscienza della natura gerarchica del creato. Molte persone non solo sembrano incapaci di credere in Dio, ma non riescono nemmeno ad concettualizzarLo nei loro pensieri e nei loro cuori. L'immagine divina – icona della paternità – nel cuore è danneggiata o totalmente assente. Peccati ed errori hanno contribuito a questa situazione, così come le due guerre mondiali e la perdita di milioni di uomini buoni di ogni nazionalità, le rivoluzioni sociali e sessuali cominciate negli anni '60, l'influsso crescente dei mass media moderni sulla mentalità e sulla coscienza (come ha detto Papa Benedetto XVI, la «dittatura del relativismo»). L'uomo si è eretto a signore e creatore di questo mondo, sia nella sua vita personale che nelle società, negando ogni riferimento all'ordine morale fattivo dell'universo reale. C'è una scissione radicale, non solo nel modo di pensare ma anche nel modo di percepire la realtà stessa. Da qui, un vuoto interiore che si manifesta nella psicologia, nella vita affettiva, nell'intelletto e nella spiritualità, in ogni espressione della cultura. Le conseguenze sono più che semplici "astrazioni": tutte queste dimensioni dell'uomo si rivelano nelle azioni.

Lo sviluppo di un'autentica civiltà dell'amore inizierà quando l'uomo farà ritorno alla verità che il cosmo (dalla dimensione angelica, attraverso l'umanità, scendendo giù fino al livello subatomico) è una gerarchia, su cui regna la Santa Trinità. Se volessimo reimparare come essere veri padri, dovremmo voltarci verso Dio Padre chiedendoGli questa grazia di cui abbiamo un bisogno così disperato, perché è Lui la sorgente di qualunque paternità possiamo sperimentare nella vita umana, compresa quella della famiglia, del ministero sacerdotale e di altre forme di paternità spirituale.

Il giovane Pawel, alla ricerca di un maestro nella Parigi degli anni '30, incontra sul suo cammino molti artisti, compresi Picasso e Rouault. Quali visioni opposte della vita e dell'arte rappresentano? Secondo lei l'arte moderna ha smarrito l'immagine dell'uomo?

Le vite di Rouault e Picasso rappresentano i problemi che ho detto. Erano entrambi geni creativi, ma Picasso si orientò verso un "Ego" autonomo, che incarna e anticipa la falsa visione dell'artista come un essere proteiforme che estrae capolavori dal suo Ego (che suppone divino), staccato dalla sorgente vera. Rouault invece era un uomo dalla profonda fede cristiana, un laico contemplativo, un marito e devoto padre di famiglia. Per tutta la vita è stato un pellegrino, spesso affaticato e solitario, donando tutto se stesso agli altri attraverso la sua arte.

Mentre è vero che entrambi sono stati significativi nel passaggio dell'arte moderna verso l'astrazione, la principale differenza tra i due sta nella loro concezione del valore della persona. I dipinti e le acqueforti di Rouault esprimono un'umanità misteriosa e affascinante, pur nelle sue qualità astratte; infondono amore per Cristo e gli uomini, anche quando ritraggono un'umanità caduta. La sua opera è ultimamente piena di riverenza, è brillante e calda. L'opera di Picasso non infonde amore ma ingegno, potere, egocentrismo e divinizzazione dell'uomo; è brillante e gelida. L'immagine dell'uomo nei suoi dipinti è frammentata, talvolta infranta in tanti pezzi rimontati in forme distorte. Al contrario l'immagine dell'uomo in Rouault esprime compassione, rispetto, pietà e profonda empatia.

Sono ben conscio del potere della cultura (come nel caso di un "guru" come Picasso) nello spingere la psicologia di una società nella direzione sbagliata, cioè verso il dominio dell'insaziabile materialismo dell'esaltazione di sé. Le forze della cultura sono sempre state uno strumento efficace per deformare la coscienza umana ridefinendo l'uomo. La miriade di false definizioni che vengono ora promosse sta avendo effetti devastanti.

In un dialogo con il maggiore delle SS Haftmann, dotto frequentatore della sua libreria, Pawel Tarnowski afferma che nazismo e comunismo sono entrambi precursori dell'Anticristo (p. 135). Cosa accomunava secondo lei la menzogna nazista e quella comunista? Quale faccia ha oggi questa menzogna?

È una domanda splendida che avrebbe bisogno di una risposta lunga un libro, ma brevemente direi che tutti i regimi totalitari riducono il valore assoluto ed eterno della vita umana (di ogni singola vita) al livello di cose. Nazismo e comunismo sono stati forme politiche dello stesso materialismo, ma come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno ripetutamente insegnato ci sono altre forme di materialismo, che possono avere sulla comunità umana effetti peggiori nel lungo periodo (come la trasformazione dell'uomo in un consumatore senza coscienza, propagandata sommessamente e senza posa, senza violenza manifesta). Questi Papi ci hanno insegnato che anche le democrazie possono degenerare in tirannie e sono più vulnerabili quando si lasciano governare da filosofie sociali ispirate al materialismo.

È un nuovo totalitarismo, il cui sintomo eloquente è la sua riduzione (di fatto) della sacralità assoluta della persona. Questa verità viene ora quasi universalmente negata o è neutralizzata dal relativismo che domina le nazioni considerate democratiche. Penso a certe iniziative dell'Unione Europea e dell'ONU, ma è un fenomeno che riguarda tutto il mondo in varie forme.

In un intervento a Palermo nel 2000, l'allora cardinale Ratzinger disse che marxismo e fascismo erano precursori della «bestia dell'Apocalisse», rappresentando un ammonimento per la nostra generazione (come quelle future) di cosa può accadere se l'uomo continua a vivere come se fosse solo «la rotella di un enorme ingranaggio» e «nulla più di una funzione». Riducendo l'uomo a numeri, con la perdita conseguente di identità e nome, si arriva al risultato finale dell'Apocalisse, regno globale del male.

Nel film Andrej Rublev si dice che "Si arriva al significato delle cose solo chiamandole col loro vero nome". I regimi totalitari hanno sempre cercato di manipolare il linguaggio per distorcere la realtà. Cosa può permetterci oggi, in un mondo che trabocca di comunicazione, di tornare a usare il vero nome delle cose?

Il silenzio vero (non la semplice assenza di rumore) è l'oceano da cui nasce tutto il vero linguaggio. Il linguaggio è strettamente legato alla verità. Le parole hanno un potere, sia quelle vere che le false, le piccole e le grandi. Ogni volta che il linguaggio cessa di trarre la sua vita dalle acque profonde della verità, diventa un'arma di manipolazione e altre forme di disumanizzazione. Per riconoscere il vero e farne un uso saggio, dobbiamo tenerci stretti all'umiltà: questa è una sfida quotidiana di ognuno di noi. Ogni comunicazione genuina è un anticipo e un aiuto nel cammino verso l'eterna comunione del Paradiso. Ogni nostra parola sarà soppesata nel giorno del Giudizio. Ma come possiamo imparare a dire parole che danno la vita se non impariamo prima ad ascoltare la "voce sommessa" di Dio che parlò al profeta Elia? Come possiamo ascoltare se non ci concediamo l'esperienza del silenzio? Come possiamo entrare nel Regno di Dio se rifiutiamo di aprire i nostri cuori come bambini davanti alla Sua presenza? Come possiamo permetterGli di essere nostro Padre, se rifiutiamo la Sua autorità su noi e continuiamo a vivere come se non esistesse?

Per quanto riguarda i mass media, oggi più che mai abbiamo bisogno che cristiani saldi, intelligenti e creativi entrino in quei centri di potere. Devono però entrarvi in preghiera, senza la presunzione che le loro forze bastino da sole a cambiare le cose. È Cristo, che vive in loro, ad operare il bene; loro devono capire che sono come Daniele nella fossa dei leoni, come san Paolo all'Areopago di Atene. I leoni e i sofisti dei nostri tempi sono terribili e sottili.

p. 123: Un prete dice a Pawel: "Forse la più grande tentazione del nostro secolo è la disperazione", la convinzione di essere soli, il terrore che le proprie sofferenze non abbiano significato. Che forma assume la disperazione nel suo romanzo? Pensa che le tutte le tragedie del XX secolo abbiano un senso? Qual è la speranza di cui ha bisogno l'uomo oggi?

Il romanzo esplora diverse dimensioni dell'assenza di speranza, fino all'abisso della disperazione totale. Tutti questi stati della mente e dell'anima sono stati causati da varie manifestazioni di male. In questa storia, il dramma centrale (dentro i drammi della narrazione) è il fallimento dell'autentica mascolinità. La vera mascolinità è amorevole, forte, pronta al sacrificio e non ha bisogno di usare il potere della forza rozza. Guida e protegge, diventando un modello vivente per essere autenticamemte uomni. Quando questa è assente, come ho mostrato attraverso vari personaggi del romanzo, il danno investe molti aspetti della vita. L'omosessualità, per esempio, è solo una delle manifestazioni più ovvie della profonda sete spirituale nell'uomo di oggi. Arriverei a dire che questa mancanza di padri spirituali è la causa di gran parte della disperazione dell'uomo di oggi; il cardinale Ratzinger lo ha affermato energicamente otto anni fa a Palermo.

Qual è la speranza di cui ha bisogno l'uomo oggi? Bisogna meditare le recenti encicliche "Deus caritas est" e "Spe salvi". Con parole mie, direi semplicemente che l'uomo ha nel profondo del suo cuore il bisogno di sapere che egli è amato, amato in modo assoluto. Ha bisogno di sapere che non può essere sostituito da nessun altro essere che è esistito prima di lui o che verrà dopo. La sua identità e la sua missione nella vita sono uniche. Non è un numero o un meccanismo. È creato per conoscere il vero e l'amore, il suo fine ultimo è vivere nell'eterna comunione. C'è Uno che lo conosce e che gli ha dato un nome unico. È amato da Dio.

Molto dipende dalla scelta della libertà dell'uomo. Accetterà pienamente quest'amore che gli è offerto? O pretenderà che Dio si riveli a lui, prima di crederGli? Tenterà di piegare quest'amore per i propri scopi, come una risorsa "spirituale" al servizio del falso io? Prenderà soltanto le parti facili e piacevoli di questo nutrimento del Padre e rifiuterà quelle difficili? O il suo cuore diventerà come quello di un bambino e lascerà che l'amore lo guarisca e lo trasformi? Se volesse avere l'intero regno dell'amore di Cristo in sé, dovrebbe ricercare l'intera Verità. Dovrebbe accettare che non c'è amore senza sottomissione alla Verità.

Il 25 agosto interverrà a Rimini al XXIX Meeting per l'amicizia fra i popoli, dal tema "O protagonisti o nessuno". Il protagonista del suo romanzo, agli occhi del mondo, è un fallito; eppure, con la sua piccola scelta di nascondere il giovane ebreo David, sposta la bilancia del mondo. Qual è secondo lei il vero protagonista nella storia della Chiesa?

È sicuramente Gesù. È Lui il Signore della storia, sovrano di un universo provvidenziale. Il nostro piccolo angolo di universo è danneggiato ma non distrutto, anzi è in cammino verso l'eternità, dove tutte le cose saranno restaurate in Cristo. Satana, il nostro antico nemico, si sta dando da fare in molti modi per negarlo, per ingannarci e attaccarci, e sembra che ultimamente stia ottenendo un successo insolito . Ma il suo tempo è breve. Il vero protagonista della storia è il Figlio di Dio, che entra nel nostro mondo per soffrire e morire come uno di noi. E per risorgere come il Primogenito della nuova creazione.

Anche noi siamo protagonisti, nella misura in cui siamo uniti a lui. Diversi personaggi nei miei romanzi rappresentano innumerevoli persone reali che, abbracciando la Croce, ne vivono qualche dimensione in unione con Gesù, partecipando così a salvare altre anime. Sono forti perché deboli in Cristo. La maggior parte di loro è completamente sconosciuta (ma potete essere sicuri che in Paradiso è ben conosciuta). Questa è la gente di cui parlo nei miei libri. È la gente che, di fatto, sposta la bilancia del mondo.

Intervista a Michael D.O’Brien, Avvenire 12 Luglio 2008

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