Benvenuti in questo blog italiano con notizie di cultura storia e giornalismo. Sono stato insegnante, scrivo di storia, ho diverse pubblicazioni a stampa. Sono presente su Internet dal 1999: il mio primo sito è «Riministoria». Di qui potete leggere tutti gli aggiornamenti. Antonio Montanari, Rimini, Italy
Cercasi poeta "civile" come dicevasi un tempo, non un giullare di corte, ma un spirito libero, che possa lasciare ai posteri poche righe d'un testo che ricordi la notizia di oggi. I 73 morti dispersi in mare.
Dispersi? Uccisi dall'incuria della nostra civiltà che con tutte le sue radici giudaico-cristiane vanta il primato nel Mediterraneo.
La nostra civiltà italica, italiana, romana, la patria del Diritto, il Paese che è presente ai vertici internazionali con quel suo leader che arriva all'improvviso e dice Urbi et Orbi che è stato tutto merito suo per questo e quell'accordo.
Il Paese che si è inchinato ai potenti, sempre: ieri oggi e domani sarà la stessa cosa. Il Paese che mette in fila le badanti che sorreggono le famiglie, il Paese che manda i soldati a pattugliare le strade delle città come Bologna dove per 300 euro un novantenne è stato ucciso, il Paese che sente sparlare di dialetti perché si considera una vergogna parlare una lingua...
Un Paese il cui ministro che parla dei dialetti, poi smentisce e dà la colpa ai giornalisti, dicendo che li dovrebbero mettere tutti in galera.
Un Paese in cui il conto con la Storia è diventato un bluf. Per cui quei 73 morti non scandalizzano. Non erano uomini, pensano molti, troppo nostri connazionali, erano soltanto africani.
"Cinque naufraghi sono arrivati a dirci di figli e mariti morti di sete dopo giorni di agonia. Nello stesso mare delle nostre vacanze. Una tomba in fondo al nostro lieto mare. E una legge antica violata, che minaccia le stesse nostre radici. Le fondamenta. L’ idea di cos’è un uomo, e di quanto infinitamente vale". Finisce così l'editoriale di Marina Corradi. Parole sante, non soltanto perché le pubblica il quotidiano cattolico "Avvenire".
In Gran Bretagna i blogger non possono essere anonimi, spiega Paola Piacenza su "Io donna", supplemento del sabato (18.7) del "Corriere della Sera": "L'alta corte di giustizia ha emesso una sentenza che, vietando l'anonimato di un blogger (un poliziotto del Lancashire che aveva rivelato dettagli di alcune indagini in corso), ha creato giurisprudenza".
Lasciamo stare la questione del poliziotto inglese, su cui non possediamo altre informazioni.
Parliamo in generale. Sono contrario all'anonimato dei blogger. Nei giornali vige la regola della "lettera firmata" che è una garanzia doppia. Per il giornale, che conosce l'identità del mittente. E per quest'ultimo, se ha da raccontare cose che possono rovignargli la vita.
Ci sono lettori che mi scrivono mail, pubblico senza firma i loro commenti, ma io gestore del blog so di chi si tratta. Tutto a posto, dunque.
Quella che non approvo è la forma di anonimato dei gestori. Anziché fare i gaglioffi inviando commenti, potrebbero scrivere una mail riservata, dicendo la loro opinione. Ma questo non fanno perché vogliono soltanto offendere chi non la pensa come loro. Pensano di divertirsi e di essere intelligenti. Sono mezzecalzette senza dignità.
Se Rimini affoga al punto che il quotidiano locale più vicino all'amministrazione comunale intitola "L'angoscia di Marina Centro", che resta da dire?
E poi sotto: "I problemi: criminalità, degrado, parcheggi e traffico". Due pagine di lamentazioni. Due esempi: alcuni commercianti pagano una guardia privata dalle 21 alle 23, in viale Vespucci, il cuore antico della Marina riminese.
Il titolare di una ferramenta racconta: ci sono clienti d'albergo costretti a comprarsi di tasca loro il tappo del lavandino del bagno o il tubo per la doccia.
Il 14 luglio ho pubblicato un post extravagante (ovvero non numerato) sul blog della "Stampa", intitolandolo "Notte rosa, giorni neri".
Riprendevo dallo stesso quotidiano locale alcune notizie di cronaca: "Ieri a Rimini quattro tra rapine e scippi. Una turista di 82 anni, gettata a terra alle 17 a Marina Centro da chi le ha strappato la borsa, "si rompe la testa". Due ospiti belgi, una commerciante e tre carabinieri sono le altre persone finite al pronto soccorso ospedaliero. I belgi sono stati colpiti da un clandestino marocchino che mirava al loro cellulare. Una coppia di tarantini 23enni è stata derubata da due nordafricani, di cellulare e soldi (oltre 150 euro). Una romena di 29 anni ha preso a calci una commerciante per non pagare la merce, e poi i tre carabinieri giunti in soccorso della titolare del negozio".
Avevo ricevuto un commento della scrittrice concittadina Anna Rosa Balducci che anticipava il panorama che oggi si legge sul "Corriere Romagna", per Marina Centro, concludendo: "Costruita sui due poli degli 'eventi' eccezionali e dei congressi, l'immagine di Rimini lentamente muore".
Che resta da dire, appunto? La settimana scorsa l'amministrazione comunale ha reso noti i compensi dei suoi dirigenti (trenta in tutto per circa 2,3 milioni all'anno). I settori più coinvolti nell'immagine turistica, quelli di turismo e cultura, comprendono cinque titolari per un totale di oltre 365 mila euro... Ovvero 700 milioni di lire e passa. Se l'economia di Rimini affoga, qualche buon salvagente c'è: in esclusiva, fra i dirigenti comunali.
Post scriptum. Al momento di pubblicare il post, mi giunge da un assiduo lettore una mail con questo commento:
"Non lamentiamoci del degrado dell'antica capitale del turismo europeo, dopo anni di propaganda a base di slogan e di fuochi d'artificio tipo notte rosa, capodanno del turismo romagnolo. I nostri politici per stare a galla si sono accontentati di spartire tra loro la torta, opposizione e maggioranza (con qualche voce di dissenso) si sono trattate bene. Guardiamo a come è stata ridotta la città sotto il profilo urbanistico, mentre si fanno chiacchiere chiacchiere e chiacchiere a non finire... Tutto quello che il Corriere Romagna di oggi racconta è fuori discussione. Ma dietro che cosa c'è? C'è una classe dirigente della sinistra che per stare tranquilla ha pagato un forte tributo alla vivibilità di Rimini. Gli effetti arrivano, sono sotto gli occhi di tutti. Eleviamo a simbolo della Rimini sfasciata il seminario vescovile. Cinquant'anni fa rovinò il paesaggio verso le colline. Adesso il Comune lo ha affittato pagando non so quanti milioni alla Curia per trent'anni..."
Rispondo in breve. Quasi due anni fa scrissi: "Quando un assessore fatto mettere in giunta dal vescovo (che aveva fatto ritirare il candidato dell'opposizione di centro-destra perché troppo cattolico e quindi si sarebbe messo in concorrenza con la curia che appoggiava il centro sinistra), quando un assessore di giunta di centro-sinistra come prima grande operazione fa affittare dalla curia al Comune il vecchio seminario per 12 milioni di euro in 30 anni (oltre venti miliardi di lire!), beh, la mia fiducia nelle persone che dovrebbero applicare e rispettare i valori cristiani cala di molto".
Sul caso della fanciulla in fiore, il primo a rivelare certi oscuri retroscena è stato Francesco Cossiga. Ne abbiamo parlato il 16 maggio, citando una sua confidenza al "Corriere della Sera": sulla storia di Casoria, Berlusconi pensa di essere "stato attirato in una trappola". Ma non si riferisce né alla sinistra né ai giornali quando parla di "congiura". "No, lui pensa ad altro". Testuali parole di Cossiga.
Quale trappola? Abbiamo ipotizzato quei servizi che una volta si chiamavano deviati, e dei quali l'ex capo di Stato si vanta di essere un buon conoscitore. Due giorni fa il ministro Rotondi ha ripreso il sugo del discorso: "Il premier è oggetto di un'operazione di destabilizzazione. Essa avviene con gli strumenti di tutti i casi precedenti [...]. Allora si parlava di servizi deviati, oggi anche in questo settore c'è una proficua privatizzazione".
A parte che non crediamo possibile che Franceschini abbia in cassa i soldi per pagare gli agenti segreti all'Avana, resta il senso del discorso di Rotondi. Qualcuno ha manovrato contro Berlusconi? Oggi il ministro ribadisce: "C'era un piano per indurre Berlusconi a dimettersi ma gli italiani sapranno la verità".
Cossiga nel pomeriggio attraverso l'Adnkronos smentisce Rotondi: in passato non è mai successo nulla di simile, come invece il ministro aveva suggerito parlando dei casi Piccioni, Donat-Cattin, Leone... Tutto per Cossiga si riduce ad un gioco di malelingue che manovrano per vincere le elezioni. La parola magica che egli usa è gossip. Ma le denunce della signora Miriam Bartolini sono qualcosa di diverso: "La strada del mio matrimonio è segnata, non posso stare con un uomo che frequenta le minorenni".
Cossiga oggi smentisce anche se stesso sul Berlusconi "attirato in una trappola". Perché? Sa tutto, non vuol parlare e fa anzi marcia indietro. Gli italiani sapranno la verità, dice Rotondi. Ma quale verità? La signora Bartolini ha chiesto il divorzio dal cavaliere. Oppure è gossip manovrato dalle sinistre? Perché Rotondi e Cossiga negano l'evidenza che tutto è partito da quanto detto dalla signora Bartolini?
Non vogliono vedersi, né i dipietristi né i casinisti, con Franceschini che aveva loro proposto una reazione unitaria all'attacco del capo del governo contro il Parlamento.
Sfugge sia ai dipietristi sia ai casinisti che l'unione fa la forza e che la divisione favorisce Berlusconi.
Casini si accontenta e gode del principino ballerino. Un Savoia reduce dai trionfi televisivi porterà forse voti, ma di gente dalla memoria corta o nulla. Sia per quanto riguarda le vecchie colpe di Casa Savoia sia per ciò che concerne la vita politica presente.
Siamo travolti dal trionfo del vuoto televisivo. Dalla cattiva informazione. Dalle smentite di un premier che nega tutto quello che ha detto due o tre giorni prima. Anche oggi se l'è presa con i giornali. La stampa è stata "sconcia" su Noemi, ha detto. Ma come osserva il "Guardian" di Londra di oggi, è stata sua moglie, la signora Miriam Bartolini, a dire «che non può più stare con un uomo che "frequenta minorenni" e che egli "non sta bene"».
E saremo travolti dall'incapacità di due leader di partito come Di Pietro e Casini di percepire che, aldilà della strategia elettorale (malattia eterna della politica d'Italia, dove ogni anno o quasi si vota), c'è un obiettivo che dovrebbe essere caro a chi si sente veramente legato alla Costituzione: salvare il salvabile, oggi, prima che sia troppo tardi. Perché come ha spiegato oggi Berlusconi, lui può fare qualsiasi riforma con la forza parlamentare che ha.
Tra qualche anno lo schiaffo dato da Di Pietro e Casini a Franceschini sarà ricordato nei libri di storia. Come l'ultimo atto comico di una situazione seria se non drammatica.
Rileggiamo il "Guardian": «... quando un giornalista di Repubblica ha provato a fargli una domanda questa settimana, Mr. Berlusconi ha perso le staffe. "Che diritto ha di fare domande?", ha gridato. La risposta, in una società democratica, deve essere: "Tutti i diritti del mondo". "Repubblica" sta combattendo una battaglia solitaria e merita sostegno».
Queste sono le vere questioni della democrazia italiana, il controllo di un potere abusato. E non i sottili distinguo di Di Pietro e Casini. Da oggi sappiamo chi potrà gloriarsi per non aver capito nulla della politica italiana di questi giorni e dell'immediato futuro che ci attende.
Smentite le voci che la accreditavano quale velina od aspirante tale.
La "Velata" al brindisi con "papi" Silvio, papà e mammà, è una strana figura addobbata per una cerimonia religiosa, mentre si trova soltanto al ristorante per festeggiare allegramente la maggiore età.
Ovvero come le apparenze ingannano. O come ci ingannano le foto, secondo le malelingue che ipotizzano ritocchi o fotomontaggi.
Tutto è vero, invece, sacrosantamente vero in quell'immagine. E' finta soltanto l'Italia che vi si rispecchia e proietta.
Lui il papà si dichiara "vecchio socialista riformista". Sul vecchio, lasciamo soltanto a lui la responsabilità dell'affermazione. Ma sul "socialista riformista", non abbiamo dubbi. Come si fa a ritenersi tali e poi danzare voluttuosamente con il capo del Popolo della libertà che può essere considerato tutto, ma "socialista riformista" proprio no?
Perché se si dichiarasse tale, il cavaliere correrebbe il rischio di essere querelato da Bobo Craxi. Il quale lo ha già smentito, Berlusconi, quando questi aveva detto di aver conosciuto il papà della "Velata" nella solenne funzione di autista di Bettino Craxi.
Adesso sappiamo che il papà della "Velata" mai guidò vetture per il segretario del Psi e capo del governo Bettino Craxi. Lo ha smentito Palazzo Chigi, sede del governo presieduto dal cavaliere.
Adesso sappiamo anche sui socialisti, non di oggi, ma di ieri, un'altra cosa. La comunica al festante Popolo della libertà un senatore noto studioso che ha dichiarato, senza essere stato sinora smentito da nessuno, che il fascismo di Mussolini Benito da Predappio "era di natura socialista".
Fortunatamente non ha aggiunto il senatore noto studioso che la natura del socialismo della dittatura fascista era di stampo riformista. Perché altrimenti avremmo trovato arruolato nella schiera dei nostalgici anche chi brindava al ristorante con la "Velata" maggiorenne e mammà e papà della stessa fanciulla in fiore.
L'Italia, con angosciante chiarezza ha confidato a qualcuno la moglie del capo del nostro governo, è il Paese che tutto giustifica e tutto concede "per una strana alchimia" che impedisce stupore e scandalo.
Un Paese (aggiungo) che non stupisce, perché ha allevato sempre gli Arlecchini servi di due padroni. Si è retto sulle indulgenze plenarie. Si è giustificato accusando le vittime di non aver anticipato con una mossa furba l'azione dei violenti che le hanno colpite.
E' un Paese in cui il mito ha alimentato l'educazione, a partire dal Balilla mussoliniano sino ai "pioneri" del pci.
Il mito al posto del "dubbio" metodico che avrebbe dovuto suggerire ai potenti di turno di diffidare del loro stesso potere. Non per timore di perdere la poltrona, ma per quello di fare la figura dei fessi davanti allo specchio, la sera prima di andare a letto. Nel silenzio di un esame di coscienza ingrato ma inevitabile.
Oggi certe uscite mentali abusivamente definite pensieri, sono usate negli spettacoli televisivi per riempire i programmi. Sono spacciate per cose originali, piene di significato.
Ahinoi, spesso e volentieri sono soltanto certificati di appartenenza alla banda che gestisce il potere. Si diceva una volta contro certi tipi da sottogoverno, che per mangiare al tavolo di quel potere, bisogna almeno sapere tener in mano le posate.
Oggi siamo non scesi in basso ma saliti al vertice della sincerità estrema. Tanto gratuita da renderla innocua ma persino troppo banale. E quando una verità è banale, è la sua negazione, la sua condanna: diventa la cartina di tornasole che la stupidità si fa regola, perché manca l'intelligenza di saper costruire qualcosa di positivo.
E tutto ciò avviene anche grazie a quella "strana alchimia" che la consorte del nostro capo di governo, denuncia per annunciare che intende divorziare da un marito che accusa con gli intimi di "frequentare le minorenni". Stando alla "vulgata" apparsa stamani su "Repubblica" per firma di Dario Cresto Dina.
Miriam Bartolini spiega che appunto "per una strana alchimia" all'imperatore suo marito tutto è permesso.
Lo dice con un disgusto che avvilisce non per colpa sua, ma per il contesto in cui quell'affermazione cala pesante come la lama di una ghigliottina. Ne vedremo gli effetti. E tra qualche decennio gli storici potranno raccontare qualcosa che rassomiglia a dei drammi per il momento vissuti come commedia. E non soltanto per colpa del marito della signora Bartolini.
Non è squallido mai il peccato, come lo disegnano i moralisti, pronti a tutto poi per giustificare quello personale.
E' squallido il modo di vivere dei potenti, come se dagli altri fosse loro tutto dovuto ("credere, obbedire, combattere").
La signora Bartolini non per nulla usa il termine "imperatore" non tanto per offendere il consorte quanto per deridere la folla di consiglieri che lo circonda.
Folla di moralisti, avvezzi ad alzare il ditino come Capezzone, per ammonire il dissenso altrui a tornare sulla retta via.
Ma che dicono i moralisti di governo adesso che il dissenso si sviluppa pure in famiglia? Non cambiano registro, offendono la signora Bartolini, le dicono che anche lei è stata un'attricetta semisvestita, in arte Veronica Lario. Come se fosse un'esponente dell'opposizione da far arrossire nel salotto di Bruno Vespa.
Quasi fosse una di quelle signore antigovernative che abitano il Parlamento e sono pure malvestite e maleodoranti. Come le ha chiamate il signor Berlusconi, per difendere le colleghe eleganti e profumate del suo partito. Dopo essere stato costretto dalla consorte a cancellare le "veline" vagamente discinte dalle liste per le elezioni europee.
I cortigiani del potere, di ogni potere, non soltanto di quello dell'imperatore di Arcore, sono come quel padre teatino di Modena di cui si legge in un passo del bellissimo libro di Paolo Lombardi ("Streghe, spettri e lupi mannari"), che riprende "le sagaci ricerche di Giovanni Romeo" (p. 101). Quel teatino, Geminiano Mazzoni, nel 1610 "finì sotto processo per aver tentato di esorcizzare alcune monache attraverso la manipolazione dei loro genitali".
L'operazione è ripetuta oggi, per esorcizzare la Sinistra: la manipolazione avviene, e lo dice a tutti non un avversario del capo del governo, ma la sua (ancora per poco) consorte.
Costretta infine a confidare che inutilmente ha "cercato di aiutare" il marito, implorando "coloro che gli stanno accanto di fare altrettanto, come si farebbe con una persona che non sta bene".
Ma quei consiglieri dell'imperatore di Arcore non hanno potuto far altro che recitare l'eterna parte di suggeritori di consenso, perché le vie dell'inferno si aprono con la porta del dissenso. Mica con le parole di una diciottenne qualsiasi, ma capace di far infuriare la moglie del primo ministro. Umiliata dagli amici di Arcore, a testimonianza che ormai la Politica in Italia è soltanto un abuso mentale. Pericoloso al punto che appunto se ne deve fare a meno, se a far crollare certi muri del Palazzo sono le liti casalinghe, per quanto dignitose ed inevitabili. Ma come diceva qualcuno in passato, le astuzie della Storia non finiscono mai.
04.10.2007, Veronica, Veltroni e Silvio: e quella lettera a Scalfari del 31 gennaio... («Ora scrivo per esprimere la mia reazione alle affermazioni svolte da mio marito nel corso della cena di gala che ha seguito la consegna dei Telegatti, dove, rivolgendosi ad alcune delle signore presenti, si è lasciato andare a considerazioni per me inaccettabili: " ... se non fossi già sposato la sposerei subito" "con te andrei ovunque"»
09.05.2008, «... la signora Veronica Lario in Berlusconi ha giustificato la sua assenza dalle cerimonie pubbliche con una di quelle frecciate al curaro che prima o poi producono il loro effetto micidiale: le mogli debbono restare "tranquillamente nell'ombra". Aggiungendo: "Mio marito può portare sotto i riflettori della politica la Brambilla".»
09.08.2008, "Col seno di poi": «Sul "Corsera" Maria Latella che bene conosce Veronica Lario (a cui nel 2004 ha dedicato una biografia "autorizzata", "Tendenza Veronica"), attribuisce a quest'ultima una battuta pungente al punto da apparire autoconsolatoria. Il cavaliere ha indispettito varie volte la consorte. Il farsi ritrarre felice assieme a lei può aver rattristato, secondo la signora Lario, quanti speravano in un loro divorzio. Proprio la presenza insolita della signora Lario sulla scena dell'attualità, induce Maria Latella a scrivere che se "la casalinga di Macherio" ha lasciato il suo eremo, "una qualche sostanza ci dev'essere".»
Parlare oggi del 25 aprile 1945 senza ricordare il contesto internazionale di allora, è un esercizio retorico da populismo sovietico.
Gli alleati tra l'ottobre 1944 (conferenza di Mosca) e l'appuntamento di Yalta (4 febbraio 1945), dividono l'Europa in sfere d'influenza. L'Italia è posta in quella "americana".
Ad Yalta s'incontrano Roosevelt, Stalin e Churchill, quattordici mesi dopo la conferenza di Teheran (28.11-2.12.1943). Qui si erano decisi lo sbarco nel nord della Francia e l'avanzata sul fronte italiano sino ad una linea Pisa-Rimini.
Dopo Yalta, l'Italia non poteva cambiare campo. Lo raccontano le storie pubbliche e segrete (vedi "Gladio"). Immaginare oggi altre ipotesi, significa ignorare colpevolmente la Storia politica e diplomatica del mondo. Il 30 aprile 1945, mentre i russi entrano a Berlino, Hitler si uccide nel bunker sotterraneo dove era stata trasferita la sede del governo tedesco. La Germania chiede la resa. Nella notte fra l'8 ed il 9 maggio finisce la guerra europea. Il conflitto continua in Estremo Oriente, con il Giappone isolato ma ostinato.
Le discussioni del giorno dopo il discorso di Berlusconi ad Onna, sono centrate (per dirla parole di Eugenio Scalfari da "Repubblica"), sul passo in avanti compiuto con il riconoscimento della Resistenza, e sul passo indietro "verso il populisno autoritario".
Ma quel passo in avanti (con la consapevolezza che la nostra Costituzione è frutto della Resistenza), finisce per essere qualcosa di equivoco. Berlusconi ha parlato delle minacce del totalitarismo sia di ieri sia di oggi, ignorando appunto il contesto internazionale (Yalta) che ha impedito a quel totalitarismo di affacciarsi sulla penisola. Non sono stati bravi gli italiani a restare democratici, sono stati i tre Grandi, in tempi duri e difficili, a metterci nella condizione di esserne immuni.
Questo dimenticare la Storia è tipico del populismo di ogni latitudine. E di chi in suo nome vuole "riscrivere" la Storia per offrircene un'interpretazione diversa da quella che deriva dai fatti. A proprio uso, consumo e (soprattutto) utile. E' l'atteggiamento di chi agisce con un istinto "predone" che lo storico Sergio Luzzatto ha attribuito giustamente a Berlusconi per essersi impossessato del 25 aprile. Con la impudica sfrontatezza di chi ha persino proposto di cambiare il nome di "festa della Liberazione" in quella "della Libertà". Come recita il logoe del partito del premier. Come se quella "Libertà" non fosse nata come è nata nel 1945, ma derivasse da graziosa concessione dei politici attualmente al governo. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere.
Come quello di Berlino, è caduto anche il muro di Arcore. Berlusconi lo aveva innalzato contro gli oppositori del governo e della sua linea politica. Li aveva definiti "coglioni", in campagna elettorale.
Le rovine del muro di Arcore sono finite assieme a quelle di un paese dell'Abruzzo terremotato, Olla. Dove è andato a commemorare l'eccidio del giugno 1944, dopo esser stato a fianco di Napolitano all'altare della Patria a Roma.
Da Olla il premier ha invocato una "democrazia pacificata" arrivando con un ritardo di molti decenni (facciamo sei?) a scoprire che la nostra Costituzione è espressione della Resistenza, è frutto del sacrificio di tante persone che avevano idee politiche diverse, ma erano state unite dalla volontà di liberare l'Italia dal nemico tedesco e dal suo alleato repubblichino.
Berlusconi è arrivato a parlare di "democrazia pacificata" perché lo hanno "convinto" sia Napolitano sia Ciampi con i loro pubblici interventi. Il presidente della Repubblica Napolitano oggi ha rappresentato la memoria. Il capo del governo è stato invece costretto a riverniciare il proprio passato con un'operazione che, purtroppo, appare essere frutto soltanto di strategia elettorale.
Ha dovuto pronunciare la parola "partigiani". Ha citato il 18 aprile come vittoria della tradizione liberale e cristiana, candidandosi (lo aveva già fatto in passato) ad ideale erede di De Gasperi. Tra i resistenti ha ricordato pure socialisti e comunisti.
Ha paragonato i nazisti al terremoto, e viceversa, riferendosi al giugno 1944 di Olla ed al dramma di oggi. Ad Olla la prima vittima fu una ragazza, Cristina Papola. Suo fratello, ultimo testimone della strage, è stato l'altro ieri l'ultima vittima del terremoto. I tedeschi nel 1944 volevano rubare un cavallo, Cristina Papola si oppose, chiese aiuto. Dopo avvenne la rappresaglia.
A guidare i nazisti, ha raccontato Roberto Pezzopane, 80 anni meno un mese, a Jenner Meletti di "Repubblica", "fu però un fascista italiano. Scappò dopo la Liberazione, non è mai più tornato".
Il premier ha pronunciato la formula di "democrazia pacificata". Ma non sa forse che la parola pacificazione ha radici lontane.
Il 2 agosto 1921, Mussolini cercò invano di eliminare dal suo partito le punte estremistiche ed eversive dello squadrismo agrario, e propose un patto di pacificazione col partito socialista e con i sindacati, che durò soltanto fino a novembre.
1943. A Ferrara il federale Igino Ghisellini "propone un accordo con i partiti antifascisti" e "concorda una tregua tra le parti". La sua è una "posizione tollerante" che si scontra con la linea dura di Pavolini, Farinacci, Ricci e Mezzasoma.
A rimetterci è lo stesso Ghisellini: egli avrebbe voluto portare al congresso del pfr a Verona (14 novembre 1943) il suo progetto di pacificazione nazionale, di accordo con i partiti antifascisti e di tolleranza per i protagonisti del colpo di Stato del 25 luglio. Ma proprio quel 14 novembre Ghisellini è ucciso in modo misterioso.
Viaggia in auto. Il suo corpo, trapassato da sei colpi di rivoltella, è trovato senza stivali e senza portafogli nella cunetta della strada provinciale che porta al paesino dov'era sfollato.
L'assassinio è attribuito ai partigiani, anche se i carabinieri dimostrano che il federale è stato ucciso da qualcuno che viaggiava con lui. In seguito si diffonde la voce che Ghisellini è stato ammazzato dai suoi. Lo stesso 14 novembre avviene la vendetta nella città di Ghisellini, a Ferrara, con i tredici martiri del Castello.