Tuesday, December 20, 2011 4:34:53 PM
Due immagini hanno fatto il giro del mondo. Una riproduce la copertina del settimanale "Time" (14.12), dedicata alla consueta scelta della "Persona dell'anno". Per il 2011, il soggetto presentato è "il Manifestante": ovvero il simbolo della "naturale continuazione della politica con altri mezzi", soprattutto in riferimento alla situazione della realtà araba, da cui proviene il volto femminile ritratto nella foto. Così scrive Kurt Andersen sullo stesso "Time", dove leggiamo pure che "il contestatore è diventato creatore di storia", partendo dalla Tunisia del 17 dicembre 2010. Quel giorno Mohamed Bouazizi, un venditore ambulante di 26 anni, si dà fuoco dopo che la polizia gli ha sequestrato il carretto su cui c'è la frutta da offrire al mercato.

La seconda foto (autore Peter Hapak) reca proprio l'immagine di Mohamed Bouazizi, sorretta da sua madre Mannoubia che ha spiegato il gesto del figlio come ispirato alla dignità. La quale, aggiunge Basma, sorella sedicenne di
Mohamed, in Tunisia è più importante del pane.
La vicenda di Mohamed può essere sintetizzata con le parole del miglior inviato italiano di affari esteri, Domenico Quirico della "Stampa" (17.12): essa "fece conoscere al mondo arabo l'evidenza del vero principio rivoluzionario, che una prima ingiustizia è fonte di ingiustizie infinite". Egli "non ha inventato ideologie e non ha coniato gli slogan sobillatori dell'Islam politico", ha creato "la prima rivoluzione del terzo millennio".
Le frasi di Quirico suggeriscono un ricordo scolastico, l'incontro di Dante con Catone all'inizio del Purgatorio, quando Virgilio dice del poeta: "libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta".
Non ha paragoni con il doloroso panorama che fa da sfondo agli occhi seminascosti della Manifestante finita nella copertina di "Time", un altro volto, quello di Gigliola Ibba, 70 anni, autrice di un appello a pagamento sul "Corriere della Sera". Ha comperato una pagina di pubblicità per dichiarare la propria delusione ai politici nostrani. Ad Angela Frenda della stessa testata, ha detto (15.12): "Vuole la verità? Lo devo a mio padre Tullio. Era ingegnere e generale dell'aeronautica. Progettava aeroporti civili e militari. Stiamo parlano del 1957. È morto quando avevo 16 anni. Io ho trascorso dai 14 ai 16 anni a prendere le telefonate con cui politici di allora cercavano, invano di corromperlo. È morto d'infarto senza firmarlo, quel progetto". [Anno XXX, n. 1062]
Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA
"il Ponte", settimanale, Rimini, 25.12.2011
Thursday, November 24, 2011 5:13:43 PM
I cruciverba sono sempre di grande aiuto, altro che le biblioteche. Vi chiedono quanti sono i famosi Cesari, e se non lo sapete, aspettate un'altra occasione, quando spiegano che quelli di Svetonio sono dodici. Tutto risolto. Con due semplici domandine, magari senza rispondere a nessuna di esse, avete ottenuto un risultato che oggi vi fa correre il rischio di ricevere una laurea ad honorem.
Caio Tranquillo (beato lui) Svetonio, storico romano del sec. I, scrisse le biografie di Giulio Cesare e degli imperatori da Augusto a Domiziano. Adesso Svetonio sarebbe meno tranquillo se dovesse scrivere le vite di quanti in Italia si considerano dei Cesari in una Repubblica che dovrebbe guardare più al Popolo che ai capipopolo. Tant'è, non per nostra suggestione od errata informazione, ma secondo dati veri.
Noi italiani sino a poco tempo fa ci consideravamo un popolo felice ed assistito dalla Fortuna (quella che presso i Romani baciava gli audaci) perché i nostri politici avevano abolito il caos parlamentare della cosiddetta Prima Repubblica, provocato dai tanti partiti allora esistenti con annesse correnti note ed ignote (dette dei "franchi tiratori"). Ed avevano inventato il modello italiano del bipolarismo. Ma si sa che cosa significa "italiano" in certi contesti. Vuol dire semplicemente che non sempre alle parole seguono i fatti, per cui i nomi sono un semplice suono della voce e non pure un segno a cui far corrispondere una precisa, delineabile realtà.
La crisi di governo a cui abbiamo assistito di recente ha un timido riscontro in una breve frase del Tacito delle "Storie" (I, 2), "Et quibus deerat inimicus per amicos oppressi": e chi non aveva nemici rimase vittima degli amici. Nel corso della crisi i cronisti più attenti hanno contato quanti amici del bipolarismo sono andati in retromarcia verso l'odiato sistema della Prima Repubblica, con partiti, correnti e conseguenti temporali pieni di fulmini. Massimo Gramellini (15.11) ha così riassunto il bollettino meteo della nostra Politica: i cinque partiti in Parlamento alle ultime elezioni, sono diventati ventuno.
Più pessimista è stata l'Agenzia Ansa che alle 18,41 del 14 novembre ha diramato un servizio che elenca 34 gruppi chiamati a consulto dal neo presidente del Consiglio, prima di accettare l'incarico e presentarsi in Parlamento. Svetonio oggi rinuncerebbe all’incarico di scrivere le storie dei nostri 34 presunti Cesari. [XXX, 1058]
"il Ponte", Rimini, settimanale, 27.11.2011
Sunday, November 20, 2011 9:09:15 AM
Un fresco libro per Indro Montanelli (brevi suoi testi con irridenti epitaffi, documentato commento di Marcello Staglieno, ed un titolo senza inganni: “Ricordi sott'odio”), ci permette di rammentare la Grande Firma a dieci anni dalla scomparsa. Una sua biografia curata da Sandro Gerbi e Raffaele Liucci (2009) s'intitola “L'anarchico borghese”. Qui lo si definisce “portavoce del senso comune dell'italiano medio, vellicando il suo innato qualunquismo, e offrendo lustro e autorevolezza agli impulsi anarcoidi e individualistici presenti nel nostro corpo sociale”.
Un corpo sociale afflitto quasi sempre dalla cieca fiducia nelle parole dell'Aristotele del momento, come quel personaggio di cui si legge in Galileo: “Voi mi avete fatto veder questa cosa talmente aperta e sensata, che quando il testo di Aristotele non fosse in contrario [...] bisognerebbe per forza confessarla per vera”. Nel 1995 osservammo che Montanelli si era visto soffocare “La Voce”, il nuovo quotidiano fondato dopo averne abbandonato un altro che aveva creato dopo la fuga dal “Corrierone”. Ci permettemmo di commentare che lui, un conservatore tanto feroce da fungere da balia reazionaria per alcune generazioni di lettori, era stato dirottato con etichette fasulle sulle piste della sinistra più o meno rivoluzionaria.
Montanelli aveva aperto la nuova bottega soltanto perché non sopportava che altri dicesse le cose che sosteneva lui, mettendosi a sedere sul trono di re di certa opinione pubblica, e degradandolo a cronista di corte. Indro allora tuonava che soltanto pochi lettori intelligenti e veramente liberali avevano comprato "La Voce". Ma erano quei pochi che per vent'anni lui aveva cresciuto, educando gli altri a rozze ostilità verso la democrazia e la Costituzione.
Nel 2006, Gerbi e Liucci con “Lo Stregone” smentivano numerose cronache montanelliane. Mario Cervi (collega, amico ed allievo di Indro) lo difese: "Voleva che la storia risultasse più giornalistica, voleva accentuare la sua presenza di testimone dei maggiori eventi. Non era a Milano nei giorni della Liberazione e non poteva perciò aver visto i corpi appesi di piazzale Loreto. Ma il racconto montanelliano, così come i suoi ritratti, resta genuino, autentico, impeccabile nelle linee generali, che sono quelle che contano". Fu così che l'antiaristotelico per eccellenza si fece un convinto aristotelico preparando il brodo di coltura per certa politica. [XXX, 1057]
Tuesday, December 28, 2010 3:36:58 PM
Mi è appena giunto il primo volume della "Storia della Chiesa riminese", intitolato "Dalle origini all'anno Mille".
Sfoglio alcune sezioni più legate ai miei studi, e cerco una citazione "politica" per Benno...
La trovo a p. 65 nel saggio di Raffaele Savigni, professore associato di Storia medievale.
Qui si parla di "Bennone figlio di Vitaliano detto Bennio, che nel 1014 dona al figlio Pietro il castello di Morciano", e lo si dichiara "un importante esponente del ceto dirigente riminese, definito da Pier Damiani decus regni, pater patriae, lux Italiae".
Chiudiamo il libro e torniamo all'argomento.
Benno (il padre) muore nel 1061. Nel 1061 avviene pure la fondazione, da parte di Pier Damiani, del monastero intitolato a san Gregorio e posto nel territorio riminese, in località detta Morciano.
Ma c'è qualcosa d'altro che nel volume non si cita: Benno è dato da Pier Damiani per ucciso nel corso di una «guerra»: «lui, per merito del quale fiorì la pace», fu forse vittima di una lotta sulla cui origine possono essere avanzate soltanto alcune ipotesi connesse al ruolo politico svolto dallo stesso Benno.
Per chiarire le cose, ripubblico un mio articolo del 1983, facendolo precedere da un riassunto apparso sul Corriere Romagna il 26 aprile 2007.
Da essi appare evidente che la figura di Pietro Pennone neppure questa volta ha ricevuto il risalto che merita nella storia "civile" e della Chiesa riminese.
Nel mio articolo del 1983, riprendevo quanto nel 1965 Scevola Mariotti suggeriva, interpretando in modo nuovo il carme XCIX di Pier Damiani, al v. 12 edito come "per quem pax viguit, bellica sors perimit", anziché "bellica sors periit", per cui abbiamo: "la guerra uccise colui per merito del quale fiorì la pace", anziché "per lui fiorì la pace, la guerra cessò".
Scevola Mariotti aggiungeva: "Quindi, a quanto pare, Bennone fu ucciso in un fatto di guerra". Questo testo di Scevola Mariotti è stato da me citato nella nota 70 di p. 99 della "Storia di Rimino" di Antonio Bianchi (Rimini, 1997).
Di Benno ho parlato pure nel 2010 in un articolo pubblicato sul "Ponte" di Rimini il 24 febbraio, intitolato "Le carte segrete di Scolca", in cui si legge:
«Pier Damiani è molto citato e poco letto. Nel 1069 Pietro Bennone gli dona vasti possedimenti (poi passati a Scolca) per l'abbazia di San Gregorio in Conca di Morciano da lui fondata nel 1061. Bennone è figlio di Benno, grande feudatario e uomo politico di Rimini. Pier Damiani compiange la morte di Benno (1061) in un carme, definendolo "padre della Patria, luce dell'Italia".
Il "padre della Patria" o della città (come scrissi su "il Ponte" del 12.06.1983), è il rappresentante della vita municipale che doveva vegliare alla difesa del Comune sotto il dominio della Chiesa. Una figura ben distinta dal conte, delegato pontificio od imperiale. Uomo giusto e pio, severo con gli oppositori ma dolce con gli indifesi, Benno è dato da Pier Damiani per ucciso nel corso di una "guerra": "lui, per merito del quale fiorì la pace".
La morte di Benno è una pagina (chissà perché) trascurata dagli storici ufficiali, ma capace di illuminare fondamentali vicende cittadine dei "secoli bui".»
I documento
San Pier Damiani tra Morciano e Rimini
Il ricordo di san Pier Damiani organizzato a Morciano (27-29 aprile 2007) nel millenario della nascita, riguarda anche Rimini. Dove abitava la famiglia dei Bennoni che gli fece varie donazioni tra cui quella della terra su cui fu fondata, nel 1061 dallo stesso Pier Damiani, l'abbazia di san Gregorio in Conca a Morciano.
Il padre Benno era un grande feudatario, proprietario di vaste estensioni di terreni. Sua moglie Armingarda gli aveva recato in dote altre proprietà fondiarie. Dal loro matrimonio nacquero tre figli. Uno soltanto, Pietro Bennone, sopravvisse al padre. I territori assoggettati al loro controllo o di loro proprietà s'estendevano tra Rimini, l'entroterra riminese e quello marchigiano.
Quando Benno morì nello stesso 1061, fu ricordato da Pier Damiani in un carme. Benno vi è definito «onore del regno, e gloria della stirpe romana, padre della Patria, luce dell'Italia». Padre della Patria o della città era chiamato il rappresentante della vita municipale che doveva vegliare alla difesa del Comune sotto il dominio della Chiesa romana. Era una figura ben distinta dal conte che era un delegato pontificio od imperiale.
Uomo giusto e pio, severo con gli oppositori ma dolce con gli indifesi, Benno è dato da Pier Damiani per ucciso nel corso di una «guerra»: «lui, per merito del quale fiorì la pace», fu forse vittima di una lotta sulla cui origine possono essere avanzate soltanto ipotesi connesse al ruolo politico svolto dallo stesso Benno.
Uomo di fede e difensore degli interessi della Chiesa (altrimenti Pier Damiani non l'avrebbe glorificato), mentre la feudalità laica mirava ad una sostanziale autonomia politica ed aumentavano i sostenitori dell'indipendenza cittadina, Benno probabilmente non riuscì a pervenire ad una sintesi originale tra mondo laico ed ecclesiastico, per conciliare gli interessi «particulari» cioè cittadini con quelli della sede di Pietro.
I riminesi possono aver visto in Benno un capo che finiva per essere più il rappresentante del pontefice (come il conte) che della loro comunità. E quindi possono aver cessato di considerarlo come un'espressione della giustizia e dell'equilibrio nei rapporti fra la città e Roma. Nell'additarlo pubblicamente come traditore, sarebbe stata così scritta la sua condanna a morte. [Antonio Montanari, 2007]
II documento
Pier Damiani e Benno, vicende politiche
a Rimini a metà dell'XI secolo
La famiglia riminese dei Bennoni fece a varie riprese donazioni a Pier Damiani, fondatore dell'abbazia di san Gregorio in Conca di Morciano.
I componenti della famiglia dei Bennoni sono citati ripetutamente ed in modo sparso sia nei documenti medievali sia in opere di studiosi riminesi del XVII e XVIII secolo. Il ruolo politico svolto dai Bennoni nel nostro territorio va collocato nel contesto "internazionale" che vede la rinascita economica, la crisi del sistema feudale e la riscossa spirituale della Chiesa.
Il contesto
La rinascita economica in sede locale è testimoniata dalla costruzione del nuovo porto del Marecchia (1059) e dall'allargamento della cinta muraria.
La crisi del sistema feudale è ravvisabile nella posizione di autonomia di Rimini nei confronti dell'arcivescovo di Ravenna al quale spettava, per volere degli imperatori tedeschi, una specie di principato ecclesiastico anche sulla nostra città.
Infine, la riscossa della Chiesa è attestata dalla fioritura di iniziative tra le quali va annoverata nel 1061 la fondazione, da parte di Pier Damiani, del monastero intitolato a san Gregorio e posto «nel territorio riminese, in località che è detta Morciano».
La famiglia dei Bennoni
Sullo sfondo di tutte queste situazioni e vicende si colloca la storia della famiglia riminese dei Bennoni.
Il padre, Benno «venerabile figlio del fu Vitaliano Benno», era un grande feudatario, proprietario di vaste estensioni di terre.
Sua moglie Armingarda, «figlia del defunto illustre signore Tebaldo», gli aveva recato in dote altre proprietà fondiarie.
Dal loro matrimonio nacquero tre figli. Uno soltanto, Pietro Bennone, sopravvisse al padre.
I loro territori
I territori assoggettati al loro controllo o di loro proprietà s'estendevano tra Rimini, l'entroterra riminese e quello marchigiano.
Benno prima e poi Armingarda fecero donazioni a Pier Damiani per il monastero di san Gregorio, sorto così in terra appartenuta alla famiglia riminese.
Ruoli pubblici
Dagli atti, sappiamo che sia Benno sia Pietro Bennone, suo figlio, furono tra i cittadini nobili ed importanti, non soltanto grazie alla loro rilevanza economica bensì anche per la partecipazione alla vita pubblica della nostra città.
Quando Benno morì nel 1061, fu ricordato da Pier Damiani in un carme in sua memoria. In esso Benno è definito «onore del regno, e gloria della stirpe romana, padre della Patria, luce dell'Italia».
Pier Damiani
Nel tono di commossa esaltazione usato da Pier Damiani per commemorare l'amico scomparso, non c'era soltanto la gratitudine per la donazione ricevuta, bensì pure (e l'uso della definizione di «padre della Patria» lo conferma), la descrizione del ruolo politico e civile svolto da Benno in Rimini.
Padre della Patria o della città era chiamato il rappresentante della vita municipale che doveva vegliare alla difesa del Comune sotto il dominio della Chiesa romana. Era una figura ben distinta dal conte che era un delegato pontificio od imperiale.
Uomo giusto e pio, severo con gli oppositori ma dolce con gli indifesi, Benno è dato da Pier Damiani per ucciso nel corso di una «guerra»: «lui, per merito del quale fiorì la pace», fu forse vittima di una lotta sulla cui origine possono essere avanzate soltanto alcune ipotesi connesse al ruolo politico svolto dallo stesso Benno.
Benno, una condanna a morte
Uomo di fede e difensore degli interessi della Chiesa (altrimenti Pier Damiani non l'avrebbe glorificato), mentre la feudalità laica mirava ad una sostanziale autonomia politica ed aumentavano i sostenitori dell'indipendenza cittadina, Benno probabilmente non riuscì a pervenire ad una sintesi originale tra mondo laico ed ecclesiastico che potesse conciliare gli interessi «particulari» cioè cittadini con quelli della sede di Pietro. Per cui i riminesi possono aver visto in Benno un capo che finiva per essere più il rappresentante del pontefice (come il conte) che della loro comunità. E quindi possono aver cessato di considerarlo come un'espressione della giustizia e dell'equilibrio nei rapporti fra la città e Roma.
Nell'additarlo pubblicamente come un traditore, si sarebbe così cominciato a scrivere la sua condanna a morte. Portata ad esecuzione nell'anno stesso della fondazione del monastero di San Gregorio, il 1061.
Rimangono molti dubbi sulla figura e sull'opera di Benno, così come resta probabile il fatto che la sua vicenda possa rappresentare una tappa nella trasformazione della realtà locale della Romagna nell'XI secolo.
La morte violenta di Benno potrebbe inserirsi nella serie di azioni che precedono la nascita del Comune, e testimonierebbe una serie di fermenti che coinvolsero la Chiesa, l'impero e la realtà cittadina. [Antonio Montanari, «IL PONTE», n. 22, 12 giugno 1983]
Antonio Montanari
Tuesday, November 16, 2010 4:46:08 PM
La storia di una Venere immigrata dal 1988 negli Usa ed in procinto di ritornare in Sicilia ad Aidone (un tempo Morgantina), dove però non ha casa, è stata raccontata da Laura Anello sulla Stampa.
Abbiamo dossier segreti in merito. Venere è una statua scolpita nella Magna Grecia (V sec. a. C.), rubata dai tombaroli, comprata nel 1988 per 10 milioni di dollari dal Paul Getty Museum di Malibu (Usa), ed ora restituitaci per intervento dell'allora ministro Francesco Rutelli (2007).
Le nostre informazioni parlano chiaro. Un competente ufficio italiano ha diramato l'ordine di servizio di interpellare Venere di Malibu, aggiungendo che si trattava di una miss di origine africana che avrebbe potuto essere valorizzata in trasmissioni televisive. All'ordine si è risposto con un verbale di accertamento sul posto, precisando che raggiunta Malibu nel Nord-Est dell'Africa, della predetta Venere si erano perse le tracce a causa di inchiesta giornalistica del quotidiano La Repubblica che aveva cominciato a spargere i consueti veleni.
Un terzo documento parla dell'intenzione di allestire un servizio fotografico della predetta Venere da sottoporre a personaggi che già in passato hanno visionato volti nuovi per feste principesche di un uomo politico non meglio precisato negli atti, per non favorire la diffusione di indiscrezioni nocive alla pubblica opinione e decenza.
C'è poi un verbale redatto da un non identificato servizio segreto, in cui si legge che la predetta Venere di Malibu, espressamente contattata nel suo luogo di origine (che si precisa trovarsi nella parte Ovest del continente africano e non in quella Est), rifiutava di rispondere. Per cui al responsabile dello stesso servizio restava il dovere di ipotizzare nuove linee di ricerca nelle indagini. Per le quali si attendeva ulteriore conferma in via gerarchica.
Dato che tutte le strade portano a Roma, anche la via gerarchica si trovò sulla stessa rotta, accorgendosi suo malgrado che la Venere di Malibu non era, come quella ballerina (di cui alle recenti cronache milanesi), nipote d'Egitto d'un capo di Stato, ma oggetto marmoreo in sosta negli States, in attesa di decreto di espatrio. Per il quale si richiedeva l'intervento della Commissione antimafia e di quella di Controllo sui servizi sanitari, ricercando una igienista dentale come avvenuto per la ballerina di Milano, che potesse far tornare il sorriso pure alla mesta Venere di Malibu, o di Morgantina, tuttora clandestina. [1016]
Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA
Thursday, November 11, 2010 4:06:11 PM
Esce oggi 11 novembre 2010 l'intervista immaginaria di Giulio Giorello a Voltaire, che comincia: "Monsieur le philosophe...".

La settimana scorsa Sergio Romano, introducendo il trattato "Sulla tolleranza" dello stesso Voltaire, lo definiva invece "giornalista" ("anche se la parola può sembrare riduttiva") perché "non fu mai un filosofo, nel senso corrente della parola". Anche se, osserva, lo stesso Voltaire si sarebbe definito "philosophe".
Silvia Ronchey nelle recenti "Vite più che vere di persone illustri" (raccolte sotto il titolo de "Il guscio della tartaruga"), lo chiama "un aristocratico del pensiero" perché così ritiene che lui si considerasse. E lo riassume in questi termini: "François-Marie Arouet fu un avvocato, un libertino, un detenuto, uno speculatore, un viaggiatore, un polemista, un cortigiano, un filosofo, un commediografo, un tragediografo, un narratore. Si chiamò anche Voltaire".
Forse il problema di tutte le biografie sta qui, in quell'essere "anche" quello che poi una persona appare ai posteri.
L'editore di Ronchey spiega alla fine del libro il senso del titolo ("Il guscio della tartaruga"): il guscio è più largo del corpo della tartaruga ed è coperto da un mosaico di scaglie. "Anche queste vite sono un mosaico".
Come (aggiungiamo) forse quelle di tutti noi. Il guaio della Storia è che spesso delle vite ordinarie si perdono le tessere, e nessuno si cura di recuperarle.
Per le esistenze straordinarie, invece, si fa a gara a cercar etichette.
Ronchey insegna che è meglio abbondare nell'elenco.
Giorello, che bisogna adottarne una per semplificare le cose, usando l'immagine più semplice e per questo efficace.
Invece Romano cancella tutto il nuovo che la nuova filosofia dei nuovi filosofi del Settecento suggerisce. Il "giornalista Voltaire" agli occhi di Romano ha però una missione politica da compiere, quella di insegnare a contemporanei e posteri il valore della tolleranza, negata dal processo a Jean Calas, accusato d'aver ucciso il figlio per non farlo convertire alla fede cattolica, e poi condannato a morte.
Recente è anche l'edizione del trattato curata da Sergio Luzzato, in cui si racconta come nel 1949 esso divenne un "testo di riferimento" dell'allora Pci, per la traduzione che ne fece Palmiro Togliatti.
Lo storico Luzzato scrive un'intelligente pagina provocatoria che conclude efficacemente: "il paradosso italiano di un Voltaire confiscato dai comunisti", deriva dalla "relativa indifferenza (per non dire l'altezzosa sufficienza) con cui il liberalismo nostrano", tutto "impregnato di umori spiritualisti", aveva guardato "alla materialistica epoca dei Lumi".
Sunday, November 7, 2010 4:37:28 PM
La scuola dei gladiatori di Pompei è crollata. Forse un giorno si saprà se per colpa della ministra Gelmini, intenta a favorire i gracili figli della Lega o le muscolose ragazze in fiore del suo partito. Alcune di loro si esibiscono già nelle arene tv con la grinta ridicola di chi sostiene tesi infondate. Come quella sui colpi di pistola indirizzati al direttore di un quotidiano filogovernativo, Belpietro. A sparare è stato soltanto il capo-scorta del giornalista. E non si sa ancora contro chi.
Nella scuola pompeiana si radunava la maschia gioventù portata poi ad esempio per i giovani italiani nel Ventennio. Sono nato nel 1942 e sono stato soltanto figlio della Lupa. Me ne è bastato perché le prime immagini che ricordo sono quelle della guerra appena conclusa. Non so quali memorie conservi chi ha vanamente proposto di far cantare a Sanremo, da qualche gladiatore d'avanspettacolo magari in mutande di pizzo, l'inno fascista intitolato "Giovinezza". In mutande di pizzo e con trucco pesante da gladiatore suonato, farei salire sul palcoscenico del festival canzonettaro il principino ballerino di Casa Savoia.
Per gli esperti ci sono indicatori precisi con cui misurare il grado di evoluzione della società. Da questo paniere culturale vorrei buttar via parecchie cose imposte a tutti con i soldi di tutti per far fare bella figura a pochi: dai plastici dei vari delitti che esibisce Bruno Vespa, ai cretinismi delle notizie offerte dai tg con resoconti annacquati e verità dei fatti sterilizzata.
Seguirei i suggerimenti dell'Onu per calcolare l'Indice di Sviluppo Umano 2010: oltre il prodotto interno lordo, ci sono pure scuola e salute. E poi ascolterei volentieri dibattiti in tv su queste parole del governatore di BankItalia, Mario Draghi: "I giovani pagano la crisi", per cui occorre dare loro una prospettiva di certezza con un posto fisso ai precari. Che ora sono quasi sei milioni.
Obama ha perso le elezioni, e se ne è assunto la responsabilità. Da noi non usa. Piero Ostellino ci spiega che le idee di Obama sono sbagliate: soltanto il Partito del The capisce i bisogni dell'individuo. Lo scrittore Moisés Naìm ritiene invece che se esso governasse, ad Africa e Asia andrebbero meno aiuti con conseguenze drammatiche.
Giuseppe De Rita per l'Italia si accontenterebbe di un governo dei miti. Che non sono il plurale di mito. C'è già chi si considera tale. Ed ha fatto scuola. Bersani lontano dai giovani del Pd sembrava un vecchio gladiatore. [1015]
Monday, November 1, 2010 3:37:49 PM
All'apertura del Festival del Cinema di Roma c'è stata una manifestazione di protesta di circa 1.500 operatori dello spettacolo con uno slogan intelligente: "Nei titoli di coda c'è gente che lavora". Sfilavano sul tappeto rosso steso per politici e divi.
Sono in tanti e dovunque, quanti non possono ambire ai titoli di testa, ma sono confinati in quelli di coda. Che nessuno legge, anche se si dovrebbe farlo, perché ci sono i nomi di chi manda avanti l'Italia. In fondo alla lista, e quasi invisibili, vengono i quasi cinque milioni di immigrati che regalano al fisco un miliardo di euro perché versano più di quanto ricevano in servizi; ci pagano sanità e pensioni; e fanno l'11 per cento del prodotto interno lordo (Ventesimo Dossier sull'Immigrazione, della Caritas).
Altre cifre per altri nomi dei titoli di coda. Le famiglie sono in crisi, due su tre non possono risparmiare nulla, operai ed insegnanti sono quelli che stanno peggio (fonte, Ipsos-Acri). La Cei ha denunciato che la famiglia italiana è spesso lasciata sola e tradita dalla mancanza di sostegni anche sociali, fiscali ed economici.
A Bologna don Luigi Ciotti è stato premiato in una manifestazione curata dal prof. Andrea Segré contro lo spreco alimentare. Anche gli ultimissimi nei titoli di coda potrebbero avere lo stomaco pieno se fossimo tutti attenti a pretendere un'organizzazione commerciale più a misura d'uomo che a quella dei miti pubblicitari: una mela è buona anche se non è bella per un colpo di grandine. Don Ciotti rappresenta l'ideale del recupero al mondo delle persone scartate, che droga e mafia avevano avvilito o distrutto.
Chi muove l'economia? Il sen. Lamberto Dini (Pdl) sulla "Stampa" ha osservato: le banche, che dovrebbero favorire gli investimenti, forse non sono adatte abbastanza allo scopo, e le fondazioni da cui esse dipendono rischiano di essere "un azionista di controllo pericoloso per la sana e prudente gestione" e la stabilità delle banche medesime. In parole povere: le fondazioni vogliono soltanto far soldi con le banche, magari per finanziare "la locale università".
Il prof. Marco Cammelli a Bologna presiede la Fondazione del Monte. A chi gli offre una candidatura a sindaco risponde: "Chi distribuisce denaro dovrebbe star lontano da ruoli pubblici". Le sue regole elementari del gioco sono due: se di quei soldi ne beneficia una sola parte non è bene; se il vantaggio è di tutti ecco un motivo in più per astenersi dal concorrere. A Bologna. [1014]
Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA
"il Ponte", Rimini, 7.11.2010
Thursday, October 28, 2010 4:28:32 PM
Ha ragione Giovanni Bianconi a definire l'Italia un Paese dalla memoria corta (CorSera, 23.10) a proposito del processo per la strage di Brescia, 28 maggio 1974, con 8 morti e 94 feriti.
La vicenda giudiziaria ancora aperta dopo 36 anni, dimostra un aspetto inquietante. Lo illustra a Bianconi l'avv. Michele Bontempi, anni 37, figlio di uno dei feriti, e legale per il padre ed alcune famiglie degli uccisi: sono emersi "depistaggi da parte dei servizi segreti".
A cui va aggiunta "una rete di protezione pronta a scattare in qualunque momento e in qualunque luogo". Ne ha parlato un giudice istruttore.
Bianconi aggiunge: nello stesso 1974 ci sono state informative dei servizi "dalle quali traspariva già il ruolo di alcuni ambienti neofascisti". Ma soltanto dal 1992 fra mille difficoltà esse cominciano ad arrivare ai magistrati inquirenti.
Il processo attuale per l'eccidio di piazza della Loggia, commenta Bianconi, avviene in un silenzio pressoché totale. Siamo uno strano Paese, conclude: anziché coltivare la memoria si lascia crescere l'oblio.
Le sue parole trovano conferma nella notizia di fonte statunitense relativa a nuovi documenti sulla guerra in Irak pubblicati da WikiLeaks. Uno riguarda l'uccisione di Nicola Calipari nel 2005, dopo aver liberato la giornalista rapita Giuliana Sgrena.
La quale non crede alla rivelazione per cui gli Usa erano stati allertati sull'arrivo di un'auto imbottita di tritolo: contro di essa dal posto di blocco avrebbero sparato per evitare una strage. La fonte segreta parlava di una Chevrolet blu. Calipari e Sgrena erano in una Toyota bianca. Inoltre Calipari mentre cercava la Sgrena, fu all'inizio intralciato e deviato da vari servizi segreti.
Commenta Rosa Villecco vedova Calipari: la Cassazione ha negato la possibilità di celebrare un processo in Italia, e sulla morte del marito è stato decretato il trentennale segreto di Stato.
Si ritorna al punto da cui siamo partiti. Quasi quattro decenni per Brescia e per la morte di Calipari. Alla cui famiglia auguriamo di avere l'energia necessaria per far tener presente una storia che non va dimenticata. Rosa Calipari ha confidato a Repubblica i suoi dubbi, il più importante riguarda il ruolo del marito, "conosciutissimo dall'intelligence Usa con la quale collaborava regolarmente".
Si ritorna pure a quel porto delle nebbie in cui fra politica e servizi segreti ci sono stati (o sono ancora?) troppi accordi. E dove può naufragare la democrazia. [1013]
Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA
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