
Di tutte le strade che portano al cuore di un uomo, quella che da Betlemme sale a Gerusalemme, in verità, ha orme antiche.
Ho affrontato questo pellegrinaggio in Terrasanta ( per me totalmente nuovo al di fuori delle letture) con lo spirito di chi cerca un continuo raccordo tra un” modello” frutto delle immagini che pittura e cinematografia hanno formato e la ben diversa realtà che si presenta di fronte al viaggiatore di oggi.
Confesso che non è stato facile ritrovarsi. E’ occorso un grande sforzo per riuscire a raccapezzarsi in un contesto profondamente trasformato dall’urbanizzazione, dalla pluralità di lingue, culture e comportamenti che nei secoli hanno continuamente modificato il territorio rispetto a quel “modello” fantastico che la mente ha costruito.
L’essere accompagnato da guide preparate è stato fondamentale per recuperare il filo conduttore della storia che pare giochi a nascondersi in un coacervo di costruzioni di ogni epoca e stile: un affastellarsi (spesso caotico) di etnie che – a pensarci bene – rappresenta proprio quell’universalità che qui converge e si ritrova.
Molte cose mi hanno colpito offrendomi numerosi spunti di riflessione su cui – se ve ne sarà la possibilità – mi esprimerò. Ma di una soltanto vorrei parlare in questa sede.
Gesù nacque come tutti sanno a Betlemme, una cittadina ubicata a poca distanza da Gerusalemme ma inclusa nel territorio sottoposto al controllo dell’autorità palestinese e separata da Israele da un muro di cemento armato alto otto metri che s’insinua, come una lunghissima biscia grigia, tra campi e case.
Gesù, che l’iconografia del presepe rappresenta deposto sulla mangiatoia in una grotta, scelse di nascere in un paesino tra i più poveri e minuscoli.
<< E tu, Betlemme, terra di Giuda,
non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda:
da te uscirà infatti un capo
che pascerà il mio popolo, Israele (Mt.2,16)>>
Ebbene, in questo paesino il cui nome richiama alla mente le suggestive immagini del presepe illuminato ed i canti dei pastori, la vita quotidiana non è meno dura di quella di un tempo. Il muro israeliano, sulle cui ragioni non voglio entrare, ha di fatto confinato i palestinesi in una sorta di riserva indiana in cui le difficoltà di muoversi per andare a lavorare, unite ad una tradizionale povertà, hanno finito per creare seri problemi alla popolazione civile, problemi che l’indotto generato dal turismo religioso stenta ad alleviare. Come sempre, sono i più poveri ed i più indifesi a pagare il prezzo di situazioni che altri determinano.
Proprio a Betlemme il nostro gruppo ha fatto una visita ad un Istituto per la rieducazione audiofonetica, gestito da solo sei Suore Dorotee coadiuvate da personale locale, che si occupa di oltre un centinaio di bambini palestinesi audiolesi al fine di assisterli ed avviarli ad una vita il più possibile normale. L’Effeta Paolo VI (questo il nome dell’Istituto che appare come un’oasi di pulizia e lindore in un contesto di vie ed edifici che è eufemistico definire sporchi e bruttini) è stato nel 1964 voluto da Paolo VI affinché nella città che accolse il Bambin Gesù, l’infanzia fosse tutelata.
<< In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose
a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me (Mt 25,40)>>
Quello che ad un visitatore occidentale appare incredibile è che – senza questo intervento amorevole e costante – questi bambini sarebbero condannati ad una emarginazione progressiva e definitiva per il solo fatto d’essere nati in una realtà che non ha oggettivamente mezzi, né cultura e tantomeno sensibilità verso l’handicap.
L’incontro con queste suore e con questi piccoli ospiti è stato toccante. Le difficoltà che esse affrontano con una dignità stupefacente sono enormi in ragione dei pochi mezzi a disposizione, nonché per il contesto in cui devono muoversi le famiglie che affidano loro i piccoli e per la carenza di personale specializzato. Ci è stato raccontato quando – solo pochi anni fa – sono dovute rimanere trincerate nei sotterranei per alcuni giorni a causa dei combattimenti in atto tra israeliani e palestinesi mentre le scariche di mitra sforacchiavano muri e vetrate.
Le suore non hanno abbandonato il loro posto ed hanno caparbiamente perseguito nella missione loro affidata di sostenere il diritto di ogni bimbo ad essere amorevolmente curato, educato ed istruito per poter diventare, da grande, una persona e non un reietto.
Esse operano venendo incontro alle difficoltà economiche e logistiche delle famiglie affidanti, confidando nella Divina Provvidenza per riuscire a pagare gli stipendi del personale (insegnanti, logopedisti e quant’altro occorra per la struttura), vivendo di sussidi (che non facciamo fatica ad immaginare del tutto insufficienti) con la dignità di chi non osa chiedere nulla.
<< E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca
a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo,
in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa (Mt 10,42)>>
Da questo incontro – che ha fatto luccicare gli occhi a parecchi di noi – sono sorte alcune riflessioni. Quante Betlemme ci sono nel mondo e quanti Erode? A quanti piccoli è negato il diritto ad una vita normale? Come è possibile posare lo sguardo sulla figura del Bambinello nel presepe e fissare i suoi occhioni senza pensare a quelli altrettanto grandi ma dolorosamente stupiti di troppi bambini che t’interrogano sul perché tu puoi saziarti se affamato e curarti se malato mentre loro no.
<< Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli,
perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre
la faccia del Padre mio che è nei cieli. (Mt 18,10) >>
Forse non c’era bisogno di andare a Betlemme per scoprirlo, data la (purtroppo) vasta quantità di esempi che molte realtà offrono a riguardo, ma è stato bello aver incontrato gli angeli in questo luogo che per noi cristiani è santo.
Questo è stato il punto che mi ha colpito di più in un viaggio che ha ripercorso la memoria dei luoghi e delle pietre, che ha faticosamente rievocato la fondazione della nostra cristianità cercando di recuperare il senso delle scritture, inginocchiati di fronte ad effigi sante, assorti in preghiera e uniti nei canti, presi a capire il più possibile di quanto scorreva sotto gli occhi.
Ecco che improvvisamente, quasi come fosse la cosa più naturale del mondo ( e per questo invisibile) sul nostro cammino delle figure vive ci hanno parlato. Non avevano ali, non suonavano le trombe, ma ci hanno quietamente ricordato che Cristo è in ognuno di quei bambini con handicap di Betlemme, è come se ci avessero detto “Svegliatevi, non guardate solo lontano, guardate anche vicino a voi”.
Nel profondo del mio animo mi è parso proprio di cogliere questo essere ricondotti alla quotidiana realtà del nostro voler essere cristiani:
<< Se vi ho parlato di cose della terra e non credete,
come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Gv,3,12)>>
Sì, di tutte le strade che portano al cuore di un uomo, quella che attraversa Betlemme ha orme antiche che il vento non cancella.
\Ben
(aprile 2008)