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PAPA GIOVANNI PAOLO II

PS- queste riflessioni - vergate nei giorni dei funerali del grande Papa polacco - sono state ritrovate e postate oggi, 1 maggio 2011 giorno della sua beatificazione - unitamente ad una foto da me scattata nel 1980, l'anno precedente all'attentato, quando il Papa girava senza macchina blindata tra la folla in piazza S.Pietro.

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IL LIBRO (the book)

La parola deriva dal nome della corteccia interna dell’albero (libro, appunto) ed in particolare dalla scorza del papiro da cui vennero prodotti i primi fogli su cui scrivere.

Il libro è un oggetto comune, talmente diffuso, che - come accade per tutto ciò che si trova facilmente a portata di mano - si finisce col farci poco caso.
Quasi tutti posseggono almeno un libro e, forse, anche più di due.
Non è altrettanto certo però che quasi tutti li adoperino per l'uso a cui sono destinati. C’è chi li lascia impolverare sulle mensole della libreria, c’è chi ogni tanto ne prende uno in mano per rialzare un piano, si trova anche perfino qualcuno che li legge. C'è chi lo fa a letto la sera prima di addormentarsi, chi seduto in poltrona mentre guarda distrattamente la tivù e chi se li porta meditabondo perfino in bagno: ogni posto è buono per sfogliarli.
Il libro accompagna i ragazzi che studiano, i pendolari sui treni, i vacanzieri al mare sotto l’ombrellone, chi siede sulle panchine del parco. C’è chi ama leggere per diletto e chi vuole assolutamente documentarsi.

Dall’età scolare alla senilità i libri accompagnano la vita di milioni di persone, formandone la cultura ed aiutando nello sviluppo del pensiero.
E' un compagno silenzioso che - se consultato - può dire moltissimo.
Nei libri si trova tutta la storia dell'uomo, il suo passato, la storia, le passioni ed il filo
conduttore che lega l'umanità da un capo all'altro del pianeta.
Se non ci fossero i libri a raccontare tutto quello che accade (pur se talvolta anche fantasiosamente) si perderebbe la memoria delle cose. Finiremmo appesi alle corde tenui della tradizione orale e non solo la poesia, ma anche altre arti, finirebbero per smarrirsi e liquefarsi.

Lo sviluppo della stampa ed il progresso tecnologico degli ultimi secoli hanno permesso all'umanità di disporre di libri in grande quantità ed a prezzo sempre più conveniente.
Sono lontanissimi i tempi in cui ogni volume era prezioso perché unico ed i copisti si affannavano a replicarlo perché altre genti - ed in altri luoghi - potessero leggerlo.
L'uso delle pergamene e della carta di qualità era un requisito essenziale perché il libro riuscisse a resistere agli oltraggi del tempo.
Oggi forse si sta andando nella direzione opposta: carte di scarsa qualità che probabilmente non resisteranno nei decenni (non parliamo di secoli), la cosiddetta digitalizzazione su supporti elettronici (esempio i CD) che sono al tempo stesso precari per la capacità di resistere all'usura ed alla luce ed anche alla obsolescenza del riproduttore su cui possono essere utilizzati.

Quasi certamente fra un decennio tutti i supporti che conosciamo (Floppy, CD, DVD..) saranno superati ed i relativi lettori non saranno più prodotti. Bisognerà ogni volta riconvertire queste memorie su altre, in un perpetuo affannarsi all'inseguimento della tecnologia, perché si rischia di ritrovarsi in mano documenti irrecuperabili.
Perfin peggio che scovare in soffitta un vecchio filmino in super otto su cui c'è ripresa una gita dell'infanzia (che almeno lo si può scorrere a mano in trasparenza) scoprendosi incapaci di reperire un vecchio proiettore.
Affidiamo la memoria a cose che rischiano di non custodirla più così a lungo come si sperava.

Questo non vuole essere l'elogio di un mondo che scompare, come quelle piccole librerie in cui il libro ci appare un oggetto vivo, negozietti in cui odore di carta e inchiostro ha talmente impregnato le pareti e le scaffalature da personalizzare il locale, così come l'odore della cucina connota la trattoria di campagna.
Oggi i libri li si può trovare dappertutto: nei grandi magazzini, nei supermercati, nei dispenser sgranati in alcune metropolitane. La cultura si è globalizzata come le scatolette di tonno e le banane.
I volumi sono adesso più colorati, appariscenti, esibiti con una attenta gestione dettata dal marketing, pubblicizzati nei talk-show, inseriti nella filiera della promozione.

E' certamente un bene per molti versi: ma si sta perdendo la voce del vecchio libraio che - per averli letti tutti - sapeva suggerirti, sapeva consigliarti, ti accompagnava quasi con mano alla scoperta di un autore o di un saggio. Oggi devi fidarti solo della quarta di copertina o del risguardo interno o di un amico che l'ha letto prima di te.
(Suggerirei – a chi non l’avesse visto – il bellissimo film “84 Charing Cross Road” con Anne Bancroft e Anthony Hopkins, tratto dall’omonimo libro di Helene Hanff, in cui il tema è trattato in modo straordinario e coinvolgente.)

Esiste una crisi delle piccole librerie, come delle vecchie botteghe, fagocitate nella spirale di un sistema economico che emargina e mette fuori mercato chi non gestisce grandi volumi di merce e non può – di conseguenza – promuovere grandi sconti.
Forse sta per chiudersi un ‘epoca ed un mestiere: così come avvenuto per gli arrotini, gli spazzacamini, i riparatori di ombrelli.
Un mondo dove le farmacie sembrano supermercati ed i supermercati hanno anche la farmacia, dove non ci sono più le edicole di una volta, dove si smantellano le vecchie cabine del telefono - diventate diseconomiche - per il proliferare dei cellulari. Un mondo in cui presso i tabaccai si paga il bollo dell’auto, nell’ufficio postale si acquistano anche gli ultimi successi discografici e nelle banche si attivano polizze assicurative, non ci si può sorprendere se le piccole cartolerie e le piccole librerie spariscano per lenta asfissia.
D’altra parte, oggi, non si cerca più la parola sul dizionario, ma su internet. E le ricerche, fatte dagli scolari rigorosamente su Wikipedia, finiscono per somigliare ad un copia-incolla uniforme.
Viene in mente il tempo in cui l’unico motore di ricerca era il libraio, e le ricerche scolastiche andavano costruite sfogliando pazientemente i testi.

Il libro non è solo, “laicamente” parlando, veicolo di cultura. E’ anche strumento di venerazione a tutto tondo. La tradizione ebraica vuole i ragazzi tredicenni celebrare il Bar Mitzvah leggendo un brano della Torah, nei paesi musulmani le madrase (scuole) impegnano i ragazzi nella lettura coranica, nei seminari si studiano la Bibbia e le Sacre Scritture.

Ma qui ora penso ad un bambino con i libri di Dumas, di Kipling, di Verne e quelli di Salgari, letteralmente divorati in modo febbrile in un tempo che non c'è più. Penso ai volumi studiati per superare gli esami. Penso a librerie con gli scaffali gonfi e ricurvi dal peso della carta, alle pagine sfogliate con la cura con cui si accarezza un volto amico. Penso infine che sin dal primo inciso cuneiforme sulla pietra, sin dal primo segno tracciato sul papiro, l’uomo abbia intravisto nella scrittura — e nel libro che la conserva - il sogno di parlare alle generazioni future e custodire la memoria.

Betlem: le strade che portano al cuore

Di tutte le strade che portano al cuore di un uomo, quella che da Betlemme sale a Gerusalemme, in verità, ha orme antiche.
Ho affrontato questo pellegrinaggio in Terrasanta ( per me totalmente nuovo al di fuori delle letture) con lo spirito di chi cerca un continuo raccordo tra un” modello” frutto delle immagini che pittura e cinematografia hanno formato e la ben diversa realtà che si presenta di fronte al viaggiatore di oggi.
Confesso che non è stato facile ritrovarsi. E’ occorso un grande sforzo per riuscire a raccapezzarsi in un contesto profondamente trasformato dall’urbanizzazione, dalla pluralità di lingue, culture e comportamenti che nei secoli hanno continuamente modificato il territorio rispetto a quel “modello” fantastico che la mente ha costruito.
L’essere accompagnato da guide preparate è stato fondamentale per recuperare il filo conduttore della storia che pare giochi a nascondersi in un coacervo di costruzioni di ogni epoca e stile: un affastellarsi (spesso caotico) di etnie che – a pensarci bene – rappresenta proprio quell’universalità che qui converge e si ritrova.
Molte cose mi hanno colpito offrendomi numerosi spunti di riflessione su cui – se ve ne sarà la possibilità – mi esprimerò. Ma di una soltanto vorrei parlare in questa sede.
Gesù nacque come tutti sanno a Betlemme, una cittadina ubicata a poca distanza da Gerusalemme ma inclusa nel territorio sottoposto al controllo dell’autorità palestinese e separata da Israele da un muro di cemento armato alto otto metri che s’insinua, come una lunghissima biscia grigia, tra campi e case.
Gesù, che l’iconografia del presepe rappresenta deposto sulla mangiatoia in una grotta, scelse di nascere in un paesino tra i più poveri e minuscoli.

<< E tu, Betlemme, terra di Giuda,
non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda:
da te uscirà infatti un capo
che pascerà il mio popolo, Israele (Mt.2,16)>>

Ebbene, in questo paesino il cui nome richiama alla mente le suggestive immagini del presepe illuminato ed i canti dei pastori, la vita quotidiana non è meno dura di quella di un tempo. Il muro israeliano, sulle cui ragioni non voglio entrare, ha di fatto confinato i palestinesi in una sorta di riserva indiana in cui le difficoltà di muoversi per andare a lavorare, unite ad una tradizionale povertà, hanno finito per creare seri problemi alla popolazione civile, problemi che l’indotto generato dal turismo religioso stenta ad alleviare. Come sempre, sono i più poveri ed i più indifesi a pagare il prezzo di situazioni che altri determinano.
Proprio a Betlemme il nostro gruppo ha fatto una visita ad un Istituto per la rieducazione audiofonetica, gestito da solo sei Suore Dorotee coadiuvate da personale locale, che si occupa di oltre un centinaio di bambini palestinesi audiolesi al fine di assisterli ed avviarli ad una vita il più possibile normale. L’Effeta Paolo VI (questo il nome dell’Istituto che appare come un’oasi di pulizia e lindore in un contesto di vie ed edifici che è eufemistico definire sporchi e bruttini) è stato nel 1964 voluto da Paolo VI affinché nella città che accolse il Bambin Gesù, l’infanzia fosse tutelata.

<< In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose
a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me (Mt 25,40)>>

Quello che ad un visitatore occidentale appare incredibile è che – senza questo intervento amorevole e costante – questi bambini sarebbero condannati ad una emarginazione progressiva e definitiva per il solo fatto d’essere nati in una realtà che non ha oggettivamente mezzi, né cultura e tantomeno sensibilità verso l’handicap.
L’incontro con queste suore e con questi piccoli ospiti è stato toccante. Le difficoltà che esse affrontano con una dignità stupefacente sono enormi in ragione dei pochi mezzi a disposizione, nonché per il contesto in cui devono muoversi le famiglie che affidano loro i piccoli e per la carenza di personale specializzato. Ci è stato raccontato quando – solo pochi anni fa – sono dovute rimanere trincerate nei sotterranei per alcuni giorni a causa dei combattimenti in atto tra israeliani e palestinesi mentre le scariche di mitra sforacchiavano muri e vetrate.
Le suore non hanno abbandonato il loro posto ed hanno caparbiamente perseguito nella missione loro affidata di sostenere il diritto di ogni bimbo ad essere amorevolmente curato, educato ed istruito per poter diventare, da grande, una persona e non un reietto.
Esse operano venendo incontro alle difficoltà economiche e logistiche delle famiglie affidanti, confidando nella Divina Provvidenza per riuscire a pagare gli stipendi del personale (insegnanti, logopedisti e quant’altro occorra per la struttura), vivendo di sussidi (che non facciamo fatica ad immaginare del tutto insufficienti) con la dignità di chi non osa chiedere nulla.

<< E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca
a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo,
in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa (Mt 10,42)>>

Da questo incontro – che ha fatto luccicare gli occhi a parecchi di noi – sono sorte alcune riflessioni. Quante Betlemme ci sono nel mondo e quanti Erode? A quanti piccoli è negato il diritto ad una vita normale? Come è possibile posare lo sguardo sulla figura del Bambinello nel presepe e fissare i suoi occhioni senza pensare a quelli altrettanto grandi ma dolorosamente stupiti di troppi bambini che t’interrogano sul perché tu puoi saziarti se affamato e curarti se malato mentre loro no.

<< Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli,
perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre
la faccia del Padre mio che è nei cieli. (Mt 18,10) >>

Forse non c’era bisogno di andare a Betlemme per scoprirlo, data la (purtroppo) vasta quantità di esempi che molte realtà offrono a riguardo, ma è stato bello aver incontrato gli angeli in questo luogo che per noi cristiani è santo.
Questo è stato il punto che mi ha colpito di più in un viaggio che ha ripercorso la memoria dei luoghi e delle pietre, che ha faticosamente rievocato la fondazione della nostra cristianità cercando di recuperare il senso delle scritture, inginocchiati di fronte ad effigi sante, assorti in preghiera e uniti nei canti, presi a capire il più possibile di quanto scorreva sotto gli occhi.
Ecco che improvvisamente, quasi come fosse la cosa più naturale del mondo ( e per questo invisibile) sul nostro cammino delle figure vive ci hanno parlato. Non avevano ali, non suonavano le trombe, ma ci hanno quietamente ricordato che Cristo è in ognuno di quei bambini con handicap di Betlemme, è come se ci avessero detto “Svegliatevi, non guardate solo lontano, guardate anche vicino a voi”.
Nel profondo del mio animo mi è parso proprio di cogliere questo essere ricondotti alla quotidiana realtà del nostro voler essere cristiani:

<< Se vi ho parlato di cose della terra e non credete,
come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Gv,3,12)>>

Sì, di tutte le strade che portano al cuore di un uomo, quella che attraversa Betlemme ha orme antiche che il vento non cancella.

\Ben
(aprile 2008)

Riflessioni a Lourdes

E' stata questa, per me, la seconda visita a Lourdes. Ma dovrei più esattamente dire che nella prima circostanza - circa quindici anni fa - si trattò proprio di una "visita", nel senso letterale del termine. Al ritorno da un tour organizzato in Spagna, il nostro pullman sostò a Lourdes. Finii col percorrere le vie più che altro con occhio turistico, impressionato dal brulicare di bancarelle e negozietti di oggettistica, tanto che persi di vista (se mai l'avessi avuto) il messaggio autentico che dal luogo dovrebbe giungere a chi vi si reca. In fondo, sia detto a parziale giustificazione, non vi eravamo andati in pellegrinaggio, né io ero preparato a comprendere quanto avrei potuto vedere. Mi suggestionò soltanto, e non poco, la fiaccolata e le schiere dei malati in carrozzina il cui grido silenzioso in qualche modo dovette raggiungermi se - cosa mai successa né prima né dopo di allora - io, appassionato di fotografia e divoratore di rullini, non mi permisi neppure uno scatto e, con somma meraviglia di chi mi conosce bene, riposi le macchine fotografiche nella borsa per riprenderle solo alla nostra ripartenza.
Questa volta è andata diversamente. Il viaggio è stato voluto e indirizzato e preparato alla (mi si passi il termine) scoperta del vero messaggio di Lourdes, autentico epicentro di attese. E il mio accostarsi è stato ben differente. Tanto differente che, nella visita alla grotta di Massabielle in cui l'Immacolata Concezione apparve a Bernadette Soubirous, di fronte a quella moltitudine di gente di tutte le nazioni, di ceto e di lingue diverse, con storie assolutamente personali ma in fondo perfettamente livellabili sullo stesso piano di una speranza profondamente condivisa, sentii di partecipare ad un autentico miracolo. E mi chiesi se non fosse quello il vero miracolo di Lourdes: non il prodigio miracoloso che tocca il singolo e che resta circoscritto alla sfera personale che unisce il graziato a Colui che quella grazia ha concesso, ma piuttosto quel livellamento straordinario per cui tutti convengono in quel luogo santo con identica umile attesa.
Ed ecco che, incredibilmente, mi venne da legare la figura di Bernadette, figlia di un mugnaio, a quella farina che io e tutti gli altri in fondo costituivamo. Come chicchi di grano, macinati e passati attraverso un grande setaccio a Lourdes tutti veniamo privati della propria identità e diveniamo un'indistinguibile massa bianca in cui, ogni minuscola parte di farina è assolutamente indistinguibile dall'altra. Questa lettura del tutto personale, scaturita come una folgorazione, in fondo si raccordava ad alcuni elementi che la vita di Bernadette e il Vangelo offrono come spunto meditativo a chi vi si accosta con mente desiderosa di andare oltre il semplice impatto sensoriale.
E' stato un caso che Bernadette sia stata figlia di un mugnaio o piuttosto questa figura - come un'allegoria - è stata strumentalmente scelta per esplodere un'immagine familiare e comune di un sacco di farina, frutto dello sgrezzamento dei chicchi, in un'umanità indivisa che s'ammassa a Lourdes? Non so quanto corretta sia questa mia lettura, ma nel Vangelo non si dice che Pietro fu scelto tra i pescatori perché fosse pescatore di uomini?
Pane e pesce, in fondo, sono due alimenti di cui il messaggio evangelico è ricco di citazioni e non soltanto per il miracolo della moltiplicazione. Ma sappiamo tutti che il pane deriva dalle spighe di grano macinate e quindi dalla farina. Ma è necessario che questa si trasformi, lieviti e venga cotta perché produca il pane.
Ed ecco che improvvisamente mi apparve, sebbene in via del tutto intima e personale, come straordinariamente lineare e coerente il messaggio di Lourdes e quell'invito alla penitenza che Bernadette trasferì dall'Immacolata alla gente del suo tempo e dei secoli a venire: la penitenza come setaccio per produrre quella farina che, dal lievito di Lourdes, può formare il pane della vita. Chi va a Lourdes con lo spirito di chi porta al mugnaio il proprio sacco di grano per averne indietro farina, finisce col produrre in realtà un cambiamento autentico della propria essenza. Chiunque va a Lourdes col suo bagaglio di vicende personali, siano esse di indicibile sofferenza o invincibile solitudine, forse è come se portasse in realtà il proprio sacco di grano alla figlia di un mugnaio.
Ho letto solo dopo aver maturato queste personalissime riflessioni che le ultime parole di Bernadette, sul letto di morte, furono proprio : " Sono macinata come un chicco di grano."
Non so se esse siano esplicita conferma di una intuizione che mi è scaturita spontanea sulle rive del Gave che scorre davanti alla grotta di Massabielle o abbiano voluto significare qualcos'altro che non ci è dato di intendere: ma al mio cuore piace pensare che sia davvero così.

\Ben
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