Poetry...

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Tracks From A Playlist: ARABESQUES V

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Tracks From A Playlist: ARABESQUES V




1 - The Right Way (Paolo Fresu Quintet)
2 - Have A Little Faith In Me (Bill Frisell )
3 - If You Were A Sailboat (Katie Melua)
4 - Pavanne (Thoughts Of A Septuagenarian) (Esbjorn Svensson Trio)
5 - ...Till Then (Danilo Perez)
6 - Norr (Tingvall Trio)
7 - Amarcord (Enrico Pieranunzi)
8 - A Love Divine (Eric Reed)
9 - It Might As Well Be Spring (Stacey Kent)
10 - I Thought About You (Miles Davis)
11 - Bamboo Forest (Miroslav Vitous)
12 - Silent Movie (Pat Metheny & Brad Mehldau)
13 - I Can't Get Started (w. Shirley Horn) (Wynton Marsalis)
14 - Reminder (Lars Danielsson & Leszek Mozdzer )
15 - Flotation And Surroundings (Ketil Bjørnstad & Terje Rypdal)
16 - How Long Has This Been Going On (Toots Thielemans)
17 - I Don't Remember Ever Growing Up (Nancy Wilson)
18 - Alone Together (Charlie Haden & Chris Anderson)
19 - Red Wind (Jan Garbarek)
20 - Half The Perfect World (Madeleine Peyroux)
21 - Los Angeles (Brad Mehldau)
22 - Ballad For The Unborn (Esbjorn Svensson Trio)
23 - Loveward (Enrico Pieranunzi)
24 - Aural Oasis (Wynton Marsalis)
25 - Cavatina (Marc Copland & Gary Peacock)
26 - Etude (Paul Motian Band)
27 - Call Me (Eliane Elias)
28 - La valse de Lilas (Toots Thielemans & Shirley Horn)
29 - Elan Vital (Ralph Towner)
30 - Pavane For A Dead Princess (Steve Kuhn Trio)




Photo by Vartan (photodom.com)

Architetture del vuoto (Parte Quarta: 2005); VII "Abbiamo visitato la città con i nostri baci..."

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VII

Abbiamo visitato
la città con i nostri baci.

Ci siamo baciati davanti
al monumento al milite ignoto
che ci osservava impaurito.
Ci siamo baciati di fianco
al vigile urbano impettito
e furente, e poi ci siamo baciati
di nuovo, in modo inaudito,
scandalizzando la gente.

Abbiamo attraversato
la città con i nostri baci,
eludendo veicoli e ingorghi,
prendendo in giro la folla,
baciandoci in modo scomposto,
in modo sicuro,
al momento opportuno.

Ci siamo innaffiati di baci:
io folle e tu giovane,
io vecchio e tu bella.
Abbiamo brindato
alla buona novella.

Ci siamo graffiati di baci
sul collo e le ascelle.
Hai slacciato le scarpe e le calze.
Le hai gettate nel fiume.
Una persona gentile è corsa
a rincorrerle.

Abbiamo visitato la città
a forza di baci.
Da piazza San Carlo
a piazza Statuto, da Porta Palazzo
alle porte in rovina, dalle vetrine
del centro ai giardini reali,
da Superga a Caselle.

Abbiamo rovistato
la città con i nostri baci.
Ci siamo baciati in pallidi androni,
in cortili barocchi, in giardinetti
stregati. Siamo scesi
in sotterranei sinuosi e saliti
in soffitte assolate.

Abbiamo inciso le nostre iniziali
su una lapide bruna
che hai coperto di viola
con la tua cipria e il tuo trucco.

Ci siamo ubriacati di baci,
inseguendo una mappa fasulla,
un percorso proibito,
perdendo di vista la rotta,
dimenticando la vita…



Ci siamo baciati
di fronte alla Sfinge.
Abbiamo sfondato il portale
del Duomo a colpi di baci.
Guardando la volta e gli affreschi,
ci siamo baciati di nuovo,
ubriachi. Un cappellano
ci ha colti in flagrante
e ti ha osservata estasiato.

Abbiamo sfidato i tifosi
nelle strade del centro.
Li abbiamo fatti impazzire
di rabbia, gelosi.
Li abbiamo messi a tacere
baciandoci in modo tremendo,
in modo chiassoso, una volta
sul mento, un’altra sugli occhi
e poi sulla bocca.

Abbiamo sbirciato la città
con i nostri occhi.
Non riconoscevamo dall’alto
il Monviso, il Rocciamelone
e il Gran Paradiso.
Abbiamo sorriso lo stesso
e ci siamo baciati
in modo convulso e sconnesso.

Abbiamo ridipinto
la città con i nostri baci,
colorandola come per prepararla
a un carnevale.
Abbiamo aggiustato il fanale
di un autobus e lo abbiamo fatto
brillare di una luce diversa.

Alla Gran Madre abbiamo restituito
il suo rosa. A piazza Vittorio
un rosso vermiglio. A via Po
un azzurro un po’ audace.
A piazza Cavour e a piazza Carlina
i colori del giglio.

Abbiamo coperto le ingiurie
e gli insulti sui muri.
Io folle, tu bella.
Io ingenuo, tu artista.
Ti ho lasciato scegliere
le tinte e i pennelli.

Abbiamo ridato al re
di piazza Castello il suo trono.
Al cavallo di bronzo
un tocco di tono
e un po’ di allegrezza.
Al principe armato abbiamo tolto
l’elmetto e aggiustato i capelli,
rendendolo meno severo.

Abbiamo devastato la città
a forza di baci.
E adesso, a ripensarci,
non mi sembra vero.



Photos by Vartan (photodom.com)

Architetture del vuoto (Parte quarta, 2005); VI "A ciascuno il suo vento..." (3)

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Vento impazzito a gennaio
che scoperchia Torino
e si spaccia per vento
di marzo o vento di aprile,
che si intrufola in vicoli sporchi
e rispolvera i nostri ricordi.

Vento cha abbaglia i ventenni
e miete illusioni

Che, in conati di rabbia, scolla
da un muro i suoi manifesti.
Che scuote la Mole.
Che impaurisce i barboni.

Vento che incute rispetto
e timore anche ai ladri di notte
e li trasforma in poeti.
Vento che viene dal nulla.
Vento che viene da dove?

Vento che porta a star male.
Si direbbe che la terra, stanotte,
si metta a tremare.

Vento che fa scricchiolare
comignoli, antenne,
imposte e serrande,
campanili e campane
che suonano a lutto
o intonano l’Ave
senza volerlo.

Che accende sirene,
antifurto e ambulanze.
Che sveglia Torino
a colpi di tuono.
Che fa sussultare nel letto
i malati e li spinge
a recitare i rosari.

Vento che gioca coi cavi
imbrigliati dei tramway
e li fa sospirare,
insieme ai ponteggi,
insieme ai cantieri,
in un coro sinistro,
in un concerto d’orrore.

Vento che solleva le gonne
di travestiti e donnine.
Che gonfia le false uniformi
di finti soldati
che, su barche e vedette,
pattugliano il fiume
in vena di essere audaci:
in cerca d’amore
e in cerca di baci.

Vento che mischia le carte
e sogghigna spietato.
Che fa luccicare su monti e colline
un deserto infiammato.
Che abolisce distanze
e trasforma Torino
in un grande teatro.

Vento che si abbatte sui vetri
dei treni che mi portano dove?

San Pietroburgo, Oslo,
Stoccolma, Berlino…

A ciascuno la sua strofa di vento.
A ciascuno il suo male.
A ciascuno il suo altrove.






Photos by Igor Lihovidov (photodom.com)

Architetture del vuoto (Parte Quarta: 2005); VI "A ciascuno il suo vento..." (2)

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A ciascuno il suo vento.

Vento di Ulzio possente.
Ti sorprende di giorno.
Si scatena di sera.
Non dà tregua di notte.

Singhiozza.
Infrange le tegole
rotte dei tetti.
Abbatte i recinti,
decapita i pioppi,
sconfigge il selciato.

Si solleva dal fondo
asfaltato. Ti accieca.

Vento di Ulzio imbronciato.
Lo ascolti infuriare ribelle
di giorno e di notte.

Lo senti divellere
siepi dal suolo.
Arrestarsi un istante.
Riprendere fiato,
ostinarsi ad offendere
un prato.

Non lasciarsi mai nulla
alle spalle. Sparire?
Hai mai visto il vento
di Ulzio morire?

*** ***





Photos by Igor Lihovidov (photodom.com)

Architetture del vuoto (Parte Quarta: 2005); VI "A ciascuno il suo vento..." (1)

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A ciascuno il suo vento.

Vento che si abbatte
in Provenza in cascate
di caldo e in zaffate di odori.

Vento che corteggia Avignone
e le tende un agguato.
Vento che starnutisce d’amore.

Che piagnucola stanco
spiando in piazzette appartate,
tra platani e tigli,
su panchine cosparse
di boccali di birra e di avanzi,
le coppiette svogliate.

Vento geloso. Vento infuriato.

Vento proveniente dal Marocco
e dalle coste africane
che trasporta su stuoie giganti,
su tappeti persiani,
portate di spezie piccanti,
sudore e bevande,
vivande preziose:
foreste di aromi.

Vento che esplode al tramonto
in trombe di caldo.
Che con la voce strozzata
si mette a danzare sui ponti
insieme alle ombre,
insieme alle onde.

Che cospira col fuoco.
Che sbalordisce Marsiglia
e ne spegne le luci,
cadendo in picchiata
su insegne e lampioni
che brillano a stento
in modo diverso
di un riverbero strano
sul fondo notturno del mare
trapuntato d’argento:
sul fondale del porto
riscritto dal vento.

Vento che cambia d’umore
a seconda dei luoghi.




Photos by Igor Lihovidov (photodom.com)

Architetture del vuoto (Parte quarta, 2005); V "La morte divora il genio con gli occhi..." (2)

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La morte e il genio non si sopportano
ma si assomigliano.

Appartengono entrambi
alla stessa razza, alla stessa famiglia.
Hanno rinnegato entrambi
le loro origini e i loro legami
di parentela un po’ per dispetto,
un po’ per interesse e un po’ per invidia.

La morte, se potesse, si unirebbe
al genio in un rapporto incestuoso.
Ma la morte ha paura di godere
nelle braccia del fratello.

E il genio, dal canto suo,
ha troppo timore di esplodere
in un orgasmo di gioia ribelle,
in un amplesso sfrenato,
nelle braccia della sorella.

Morte e genio sono anime gemelle.

La morte si porta via, con il fratello,
tutta la sua irrequietezza,
tutta la sua indisciplina.

Il genio è impaziente di vedersi
assecondato in questo, e la morte,
neanche farlo apposta, lo accontenta
per condurlo in fretta alla rovina.



*** *** ***




La morte si porta via,
con il fratello, tutte le sue manie.

Non rivolgere la parola
a nessuno per giorni e giorni
per paura di guastare un incantesimo:
quello della solitudine.

Spiare da una finestra socchiusa
o da una fessura tra le tende
i movimenti di una vicina
che si spoglia e si arrende al sonno,
prima di mettersi, lui, al lavoro.

Assicurarsi di nuovo che la serratura
di casa sia ben chiusa.

Essersi scordato il filo del discorso.
Il genio procede per approssimazione
quando si mette al lavoro.

Un’immagine chiama l’altra.
Ma il genio stenta a distinguere,
tra le immagini che si succedono, la sua.

Un autoritratto, una cornice,
una tela surrealista,
il busto di una donna impazzita,
la foto di una coppia mai esistita.
Un arco di trionfo allucinato,
una lapide di bronzo,
il mondo trasformato in un arazzo…

Un campo di ortiche
e una scarpata di rovi.
Uno stagno coperto da orchidee.
Una strofa dozzinale:
“il sole che nasce
e la luce che muore,
le stelle che vacillano all’orizzonte
e quelle che non lo fanno,
la terra in affanno”…

Tutto si confonde nella mente
del genio apprendista.

Ma del genio noi non sapremo
mai niente.

Perché è come se con la morte
ci fosse stata offuscata
per sempre la vista.



Photos by Magdalena Wanli (photodom.com)

Architetture del vuoto (Parte quarta, 2005); V "La morte divora il genio con gli occhi..." (1)

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La morte divora il genio con gli occhi.

La morte si porta via
con il genio la sua ultima fatica:
tanti bei propositi che aveva
in mente, tante promesse di cui noi
non sapremo mai niente.

Solo la morte sa di che cosa
il genio sarebbe stato capace.

Un racconto fantastico,
un romanzo fiume,
delle poesie in prosa,
l’apologia di una persona qualsiasi
appartenuta alla storia,
una nuova utopia,
o anche solo una commedia rosa,
l’aria di un’operetta…

La morte si porta via
con il genio tutta la sua fantasia,
tutte le sue paure,
tutta la sua scelleratezza.

Non mettere nero su bianco niente
senza prima aver respirato
un po’ di oppio,
senza prima aver fatto ricorso
a una dose di morfina,
senza prima aver sniffato
qualche grammo di cocaina.

Aver fatto silenzio intorno a sé,
barricandosi in casa.
Aver persino digiunato
per rincorrere una frase
e aver disperato di trovare un’idea.

Il genio di idee
ne ha quasi sempre poche.
Son tutte bozze le sue.
Vive allo stato d’improvvisazione,
di eterno progetto,
di perenne intenzione.

Ed è per questo che la morte
se lo inghiotte e se lo porta via
con sommo diletto.



La morte non tollera
la compiutezza, l’opera finita.
Figuriamoci quella perfetta.

La morte ci vuole tutti quanti
sfiniti dal desiderio di poter
concludere, un giorno, qualcosa.

Se avessimo un’idea originale,
ce la farebbe scordare in fretta.
Se decidessimo di metterci
sul serio al lavoro,
ci ammonirebbe, avvertendoci
che il tempo a disposizione è breve.
Oppure ci proporrebbe un diversivo:
uno svago, un viaggio…

Il suo compito è quello di scoraggiarci.
Gode nello spronarci e nel frenarci
in continuazione.

La morte ci prospetta una carriera,
stuzzica la nostra ambizione,
e poi ci disillude.
Proietta un barlume di luce
sulla nostra condizione
e poi i nostri occhi li chiude.

La morte si diverte da morire
in questo. E’ il suo spasso preferito
quello di vederci soffrire.

Corteggia di preferenza il genio
solo perché il genio
ha capito la sua tattica
e le regole del gioco.
Ne prevede in parte le mosse.
Non tutte.

La morte ci gode come una pazza
all’idea che il genio possa sospettare
di ritrovarsi da un momento all’altro
tramutato in cadavere.

*** *** ***



Photos by Magdalena Wanli (photodom.com)

Architetture del vuoto (Parte Quarta: 2005); IV "Ridatemi i miei vent'anni..."

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IV

Ridatemi i miei vent’anni.
Rivoglio la mia giovinezza.

Voglio che con un bel battipanni
diate una bella pulita
a questo spaventapasseri
che è diventato il mio corpo.

Spogliatelo dei suoi indumenti.
Lavateli come si deve.
Strizzateli con cura.
Scrollatemi di dosso
ogni genere di paura.


Photo D. Melenin (photodom.com)

***


Rivoglio i muscoli da atleta
che avevo a vent’anni.

Ridatemi i polpacci
da centravanti e la mia destrezza
nello schivare botte, colpi gobbi
e lividi alle caviglie.

Ridatemi le finte e i dribbling
con i quali sapevo saltare,
come birilli, gli avversari.
Li voglio vedere di nuovo
schiattare d’invidia
e strisciare al suolo
nel tentativo di acciuffarmi.

Ricucitemi i guanti
appesi al chiodo e tornerò
sul ring, pronto a spaccare
il muso e il setto nasale
al primo che mi capita:
anche al mio allenatore.

Fatemi gladiatore
e scenderò nell’arena.
Fatemi belva
e sbranerò i carnefici.

Solleverò sul podio
la testa di uno di loro
di cui avrò rosicchiato le cervella
prima di sputacchiare
sul volto di un tribuno
un ossicino.

A tutti quanti riserverò un autografo.
A tutti quanti un inchino.

Ridisegnatemi una pista.
Segnatemi una mèta.

Con le scarpe da ginnastica
che avevo da bambino,
con le ciabatte, con i sandali
o a piedi nudi,
vi posso garantire che darò
del filo da torcere a Carl Lewis
nel salto in lungo e ai cento metri.

Cronometratemi pure
i millesimi di secondo.
Farò crollare i record.
Inutile precisare
che arriverò per primo.


Photo D. Melenin (photodom.com)

*** ***

Restituitemi la mia giovinezza.
Voglio che il mondo torni
indietro almeno di cent’anni.

Ridatemi le lampade a petrolio,
i carri trainati dai buoi,
le fiere di paese, l’odore del fieno,
quello del muschio a Natale
e quello delle costolette di maiale
che solo mia zia, buon’anima,
sapeva far abbrustolire.

Ne ho le scatole piene
di questo mondo infame.

Restituitemi, se non altro,
il prete della mia parrocchia.
Quello con il quale andavo in giro
a benedire le case:
Don Luigi, grand’uomo,
innamorato di mia madre…

Ridatemi la sua sacrestia,
il suo confessionale,
le false penitenze, le ostie
alzate per finta in aria
pur di brindare sempre.

Il mondo adesso è così brutto
che a me piacerebbe rivedere
come al cinematografo
la fronte sudata delle suore
che in primavera mi rincorrevano
all’oratorio per insegnarmi
a dire, in latino, le preghiere
dopo avermi sbaciucchiato sul collo.


Photo by Vartan (photodom.com)

*** ***


Restituitemi i miei vent’anni.
Rivoglio la mia giovinezza.

Ridatemi la bicicletta
con la quale ero corso, un giorno,
in Val Chisone (era novembre,
nevicava, ma io non lo sapevo)
a dichiararmi a una ragazza.
Elisabetta?

Gli stivaletti a punta,
i pantaloni a zampa d’elefante,
quelli pieni di toppe,
e i capelli lunghi.

La prima sigaretta, la prima rima
per far sorridere un’altra ragazza.
Marina?

I maglioni di lana
che mia madre si dannava
a terminare in tempo, morendo
dalle risate, mentre sferruzzava,
per via dell’ultima trovata
che avevo avuto a scuola.

Far piovere dalle finestre delle aule
al quinto piano del liceo
delle pagine ritagliate da Playboy
per assistere, con i miei compagni,
allo scoramento sul marciapiede
di un vecchietto dalla mano tremolante
che tenta invano di sfogliarle
con la punta del bastone.

Chiedere all’insegnante di chimica
(ultima lezione, è mezzogiorno:
ora di desinare) che si esibisce
in un esperimento dei suoi
dietro a tanto di alambicchi fumanti,
pronti ad esplodere: “Oggi, brava donna,
che cosa bolle in pentola?
Che cosa ci prepara, oggi, di buono?”


Photo by Vartan (photodom.com)

*** ***


Restituitemi il profumo del letame
che a me piaceva tanto
quando avevo vent’anni.

I campi da concimare,
le acque da incanalare,
il tempo delle potature,
l’epoca della raccolta,
le stagioni avare,
i grappoli d’uva messi a seccare,
i falò in autunno,
il cascinale in rovina,
le cose da porre al riparo
prima che arrivi il cattivo tempo,
prima che ti sorprendano le nebbie,
prima che geli…

Rivoglio i quarantacinque e i trentatre
giri di Dalidà e di Luigi Tenco
che facevo andare su un giradischi
scorbutico quanto la persona
a cui era appartenuto:
un mio zio di Bari.

Brani di musica da completare
con la fantasia perché la puntina
del giradischi saltava sempre
qualche solco che riteneva di troppo.

Ridatemi i cavalli al galoppo
della mia Seicento sgangherata
e le coperte di velluto
che mi portavo dietro
per andare a pomiciare
con la figlia di un calabrese
in riva a un torrente o a un fiume:
il Chisola?


Photo by Vartan (photodom.com)

***


Rivoglio i miei vent’anni.
Restituitemi la mia giovinezza.

Ridatemi l’agilità del saltimbanco,
la presunzione dell’acrobata,
la sfacciataggine del giullare
e le smorfie del mimo.

Son pronto a giurare
sul Signore Iddio
che non deluderò nessuno.


Photo by Vartan (photodom.com)

Diego Scarca, Architetture del vuoto (Parte Quarta: 2005); III "Io amo mia moglie sopra ogni cosa..."

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Io amo mia moglie
sopra ogni cosa
soprattutto quando gode,
perché nel suo modo di godere
c’è qualcosa di estremo.

Altro che il miagolìo dei gatti!
Altro che gli ululati dei lupi!
Altro che i cupi brontolìi
provenienti dalle finestre socchiuse
di un lupanare!

Mia moglie che gode nel letto
è più potente di un’esplosione nucleare.

Mia moglie che si tocca
da sola e si fa guardare
mi fa pensare a una comparsa
in una festa surreale,
alla sacerdotessa di un culto pagano
in cerca di un novizio da iniziare
al piacere di vederla godere
senza poterla toccare.

Mia moglie, quando gode nel letto,
mordicchia le lenzuola,
imita un amplesso,
si divincola da una stretta
e si avvinghia a se stessa.

Mia moglie è uno spettacolo
soprattutto quando si inginocchia
e agita il reggipetto in aria
neanche fosse un fazzoletto,
neanche fosse, il suo,
un invito al viaggio.

Io ammiro il suo coraggio
nel mostrarsi con tanta sicurezza.


*** *** ***

Mia moglie è un autentico peccato
non vederla quando finge
con la bocca di volerti accostare,
quando insinua con le labbra
una frase che lei, poco volgare com’è,
non saprebbe pronunciare,
quando striscia come una pantera
sui resti della sua sottana,
quando si spaccia per una diva
uscita da una pellicola hollywoodiana.

A me piace mia moglie
quando si bagna le dita
per pettinarsi con le unghie
e aggiustarsi con la saliva
la sua pelle bruna e schiva.

Mia moglie mi piace
quando si lagna
se io non la sto a guardare.

Altro che i singhiozzi
dei condannati a morte!
Altro che le urla dei feriti
portati d’urgenza in ospedale!

Rullìo di tamburi, fanfare?
Bazzeccole al confronto delle grida
di mia moglie che gode nel letto
più possenti delle trombe
del giudizio universale.



Photos By Boxer (photodom.com)


(http://www.photodom.com/photographer/Boxer)

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