1 - The Right Way (Paolo Fresu Quintet) 2 - Have A Little Faith In Me (Bill Frisell ) 3 - If You Were A Sailboat (Katie Melua) 4 - Pavanne (Thoughts Of A Septuagenarian) (Esbjorn Svensson Trio) 5 - ...Till Then (Danilo Perez) 6 - Norr (Tingvall Trio) 7 - Amarcord (Enrico Pieranunzi) 8 - A Love Divine (Eric Reed) 9 - It Might As Well Be Spring (Stacey Kent) 10 - I Thought About You (Miles Davis) 11 - Bamboo Forest (Miroslav Vitous) 12 - Silent Movie (Pat Metheny & Brad Mehldau) 13 - I Can't Get Started (w. Shirley Horn) (Wynton Marsalis) 14 - Reminder (Lars Danielsson & Leszek Mozdzer ) 15 - Flotation And Surroundings (Ketil Bjørnstad & Terje Rypdal) 16 - How Long Has This Been Going On (Toots Thielemans) 17 - I Don't Remember Ever Growing Up (Nancy Wilson) 18 - Alone Together (Charlie Haden & Chris Anderson) 19 - Red Wind (Jan Garbarek) 20 - Half The Perfect World (Madeleine Peyroux) 21 - Los Angeles (Brad Mehldau) 22 - Ballad For The Unborn (Esbjorn Svensson Trio) 23 - Loveward (Enrico Pieranunzi) 24 - Aural Oasis (Wynton Marsalis) 25 - Cavatina (Marc Copland & Gary Peacock) 26 - Etude (Paul Motian Band) 27 - Call Me (Eliane Elias) 28 - La valse de Lilas (Toots Thielemans & Shirley Horn) 29 - Elan Vital (Ralph Towner) 30 - Pavane For A Dead Princess (Steve Kuhn Trio)
Ci siamo baciati davanti al monumento al milite ignoto che ci osservava impaurito. Ci siamo baciati di fianco al vigile urbano impettito e furente, e poi ci siamo baciati di nuovo, in modo inaudito, scandalizzando la gente.
Abbiamo attraversato la città con i nostri baci, eludendo veicoli e ingorghi, prendendo in giro la folla, baciandoci in modo scomposto, in modo sicuro, al momento opportuno.
Ci siamo innaffiati di baci: io folle e tu giovane, io vecchio e tu bella. Abbiamo brindato alla buona novella.
Ci siamo graffiati di baci sul collo e le ascelle. Hai slacciato le scarpe e le calze. Le hai gettate nel fiume. Una persona gentile è corsa a rincorrerle.
Abbiamo visitato la città a forza di baci. Da piazza San Carlo a piazza Statuto, da Porta Palazzo alle porte in rovina, dalle vetrine del centro ai giardini reali, da Superga a Caselle.
Abbiamo rovistato la città con i nostri baci. Ci siamo baciati in pallidi androni, in cortili barocchi, in giardinetti stregati. Siamo scesi in sotterranei sinuosi e saliti in soffitte assolate.
Abbiamo inciso le nostre iniziali su una lapide bruna che hai coperto di viola con la tua cipria e il tuo trucco.
Ci siamo ubriacati di baci, inseguendo una mappa fasulla, un percorso proibito, perdendo di vista la rotta, dimenticando la vita…
Ci siamo baciati di fronte alla Sfinge. Abbiamo sfondato il portale del Duomo a colpi di baci. Guardando la volta e gli affreschi, ci siamo baciati di nuovo, ubriachi. Un cappellano ci ha colti in flagrante e ti ha osservata estasiato.
Abbiamo sfidato i tifosi nelle strade del centro. Li abbiamo fatti impazzire di rabbia, gelosi. Li abbiamo messi a tacere baciandoci in modo tremendo, in modo chiassoso, una volta sul mento, un’altra sugli occhi e poi sulla bocca.
Abbiamo sbirciato la città con i nostri occhi. Non riconoscevamo dall’alto il Monviso, il Rocciamelone e il Gran Paradiso. Abbiamo sorriso lo stesso e ci siamo baciati in modo convulso e sconnesso.
Abbiamo ridipinto la città con i nostri baci, colorandola come per prepararla a un carnevale. Abbiamo aggiustato il fanale di un autobus e lo abbiamo fatto brillare di una luce diversa.
Alla Gran Madre abbiamo restituito il suo rosa. A piazza Vittorio un rosso vermiglio. A via Po un azzurro un po’ audace. A piazza Cavour e a piazza Carlina i colori del giglio.
Abbiamo coperto le ingiurie e gli insulti sui muri. Io folle, tu bella. Io ingenuo, tu artista. Ti ho lasciato scegliere le tinte e i pennelli.
Abbiamo ridato al re di piazza Castello il suo trono. Al cavallo di bronzo un tocco di tono e un po’ di allegrezza. Al principe armato abbiamo tolto l’elmetto e aggiustato i capelli, rendendolo meno severo.
Abbiamo devastato la città a forza di baci. E adesso, a ripensarci, non mi sembra vero.
Vento impazzito a gennaio che scoperchia Torino e si spaccia per vento di marzo o vento di aprile, che si intrufola in vicoli sporchi e rispolvera i nostri ricordi.
Vento cha abbaglia i ventenni e miete illusioni
Che, in conati di rabbia, scolla da un muro i suoi manifesti. Che scuote la Mole. Che impaurisce i barboni.
Vento che incute rispetto e timore anche ai ladri di notte e li trasforma in poeti. Vento che viene dal nulla. Vento che viene da dove?
Vento che porta a star male. Si direbbe che la terra, stanotte, si metta a tremare.
Vento che fa scricchiolare comignoli, antenne, imposte e serrande, campanili e campane che suonano a lutto o intonano l’Ave senza volerlo.
Che accende sirene, antifurto e ambulanze. Che sveglia Torino a colpi di tuono. Che fa sussultare nel letto i malati e li spinge a recitare i rosari.
Vento che gioca coi cavi imbrigliati dei tramway e li fa sospirare, insieme ai ponteggi, insieme ai cantieri, in un coro sinistro, in un concerto d’orrore.
Vento che solleva le gonne di travestiti e donnine. Che gonfia le false uniformi di finti soldati che, su barche e vedette, pattugliano il fiume in vena di essere audaci: in cerca d’amore e in cerca di baci.
Vento che mischia le carte e sogghigna spietato. Che fa luccicare su monti e colline un deserto infiammato. Che abolisce distanze e trasforma Torino in un grande teatro.
Vento che si abbatte sui vetri dei treni che mi portano dove?
San Pietroburgo, Oslo, Stoccolma, Berlino…
A ciascuno la sua strofa di vento. A ciascuno il suo male. A ciascuno il suo altrove.
Vento che si abbatte in Provenza in cascate di caldo e in zaffate di odori.
Vento che corteggia Avignone e le tende un agguato. Vento che starnutisce d’amore.
Che piagnucola stanco spiando in piazzette appartate, tra platani e tigli, su panchine cosparse di boccali di birra e di avanzi, le coppiette svogliate.
Vento geloso. Vento infuriato.
Vento proveniente dal Marocco e dalle coste africane che trasporta su stuoie giganti, su tappeti persiani, portate di spezie piccanti, sudore e bevande, vivande preziose: foreste di aromi.
Vento che esplode al tramonto in trombe di caldo. Che con la voce strozzata si mette a danzare sui ponti insieme alle ombre, insieme alle onde.
Che cospira col fuoco. Che sbalordisce Marsiglia e ne spegne le luci, cadendo in picchiata su insegne e lampioni che brillano a stento in modo diverso di un riverbero strano sul fondo notturno del mare trapuntato d’argento: sul fondale del porto riscritto dal vento.
La morte e il genio non si sopportano ma si assomigliano.
Appartengono entrambi alla stessa razza, alla stessa famiglia. Hanno rinnegato entrambi le loro origini e i loro legami di parentela un po’ per dispetto, un po’ per interesse e un po’ per invidia.
La morte, se potesse, si unirebbe al genio in un rapporto incestuoso. Ma la morte ha paura di godere nelle braccia del fratello.
E il genio, dal canto suo, ha troppo timore di esplodere in un orgasmo di gioia ribelle, in un amplesso sfrenato, nelle braccia della sorella.
Morte e genio sono anime gemelle.
La morte si porta via, con il fratello, tutta la sua irrequietezza, tutta la sua indisciplina.
Il genio è impaziente di vedersi assecondato in questo, e la morte, neanche farlo apposta, lo accontenta per condurlo in fretta alla rovina.
*** *** ***
La morte si porta via, con il fratello, tutte le sue manie.
Non rivolgere la parola a nessuno per giorni e giorni per paura di guastare un incantesimo: quello della solitudine.
Spiare da una finestra socchiusa o da una fessura tra le tende i movimenti di una vicina che si spoglia e si arrende al sonno, prima di mettersi, lui, al lavoro.
Assicurarsi di nuovo che la serratura di casa sia ben chiusa.
Essersi scordato il filo del discorso. Il genio procede per approssimazione quando si mette al lavoro.
Un’immagine chiama l’altra. Ma il genio stenta a distinguere, tra le immagini che si succedono, la sua.
Un autoritratto, una cornice, una tela surrealista, il busto di una donna impazzita, la foto di una coppia mai esistita. Un arco di trionfo allucinato, una lapide di bronzo, il mondo trasformato in un arazzo…
Un campo di ortiche e una scarpata di rovi. Uno stagno coperto da orchidee. Una strofa dozzinale: “il sole che nasce e la luce che muore, le stelle che vacillano all’orizzonte e quelle che non lo fanno, la terra in affanno”…
Tutto si confonde nella mente del genio apprendista.
Ma del genio noi non sapremo mai niente.
Perché è come se con la morte ci fosse stata offuscata per sempre la vista.
La morte si porta via con il genio la sua ultima fatica: tanti bei propositi che aveva in mente, tante promesse di cui noi non sapremo mai niente.
Solo la morte sa di che cosa il genio sarebbe stato capace.
Un racconto fantastico, un romanzo fiume, delle poesie in prosa, l’apologia di una persona qualsiasi appartenuta alla storia, una nuova utopia, o anche solo una commedia rosa, l’aria di un’operetta…
La morte si porta via con il genio tutta la sua fantasia, tutte le sue paure, tutta la sua scelleratezza.
Non mettere nero su bianco niente senza prima aver respirato un po’ di oppio, senza prima aver fatto ricorso a una dose di morfina, senza prima aver sniffato qualche grammo di cocaina.
Aver fatto silenzio intorno a sé, barricandosi in casa. Aver persino digiunato per rincorrere una frase e aver disperato di trovare un’idea.
Il genio di idee ne ha quasi sempre poche. Son tutte bozze le sue. Vive allo stato d’improvvisazione, di eterno progetto, di perenne intenzione.
Ed è per questo che la morte se lo inghiotte e se lo porta via con sommo diletto.
La morte non tollera la compiutezza, l’opera finita. Figuriamoci quella perfetta.
La morte ci vuole tutti quanti sfiniti dal desiderio di poter concludere, un giorno, qualcosa.
Se avessimo un’idea originale, ce la farebbe scordare in fretta. Se decidessimo di metterci sul serio al lavoro, ci ammonirebbe, avvertendoci che il tempo a disposizione è breve. Oppure ci proporrebbe un diversivo: uno svago, un viaggio…
Il suo compito è quello di scoraggiarci. Gode nello spronarci e nel frenarci in continuazione.
La morte ci prospetta una carriera, stuzzica la nostra ambizione, e poi ci disillude. Proietta un barlume di luce sulla nostra condizione e poi i nostri occhi li chiude.
La morte si diverte da morire in questo. E’ il suo spasso preferito quello di vederci soffrire.
Corteggia di preferenza il genio solo perché il genio ha capito la sua tattica e le regole del gioco. Ne prevede in parte le mosse. Non tutte.
La morte ci gode come una pazza all’idea che il genio possa sospettare di ritrovarsi da un momento all’altro tramutato in cadavere. *** *** ***
Ridatemi i miei vent’anni. Rivoglio la mia giovinezza.
Voglio che con un bel battipanni diate una bella pulita a questo spaventapasseri che è diventato il mio corpo.
Spogliatelo dei suoi indumenti. Lavateli come si deve. Strizzateli con cura. Scrollatemi di dosso ogni genere di paura.
Photo D. Melenin (photodom.com)
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Rivoglio i muscoli da atleta che avevo a vent’anni.
Ridatemi i polpacci da centravanti e la mia destrezza nello schivare botte, colpi gobbi e lividi alle caviglie.
Ridatemi le finte e i dribbling con i quali sapevo saltare, come birilli, gli avversari. Li voglio vedere di nuovo schiattare d’invidia e strisciare al suolo nel tentativo di acciuffarmi.
Ricucitemi i guanti appesi al chiodo e tornerò sul ring, pronto a spaccare il muso e il setto nasale al primo che mi capita: anche al mio allenatore.
Fatemi gladiatore e scenderò nell’arena. Fatemi belva e sbranerò i carnefici.
Solleverò sul podio la testa di uno di loro di cui avrò rosicchiato le cervella prima di sputacchiare sul volto di un tribuno un ossicino.
A tutti quanti riserverò un autografo. A tutti quanti un inchino.
Ridisegnatemi una pista. Segnatemi una mèta.
Con le scarpe da ginnastica che avevo da bambino, con le ciabatte, con i sandali o a piedi nudi, vi posso garantire che darò del filo da torcere a Carl Lewis nel salto in lungo e ai cento metri.
Cronometratemi pure i millesimi di secondo. Farò crollare i record. Inutile precisare che arriverò per primo.
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*** *** Restituitemi la mia giovinezza. Voglio che il mondo torni indietro almeno di cent’anni.
Ridatemi le lampade a petrolio, i carri trainati dai buoi, le fiere di paese, l’odore del fieno, quello del muschio a Natale e quello delle costolette di maiale che solo mia zia, buon’anima, sapeva far abbrustolire.
Ne ho le scatole piene di questo mondo infame.
Restituitemi, se non altro, il prete della mia parrocchia. Quello con il quale andavo in giro a benedire le case: Don Luigi, grand’uomo, innamorato di mia madre…
Ridatemi la sua sacrestia, il suo confessionale, le false penitenze, le ostie alzate per finta in aria pur di brindare sempre.
Il mondo adesso è così brutto che a me piacerebbe rivedere come al cinematografo la fronte sudata delle suore che in primavera mi rincorrevano all’oratorio per insegnarmi a dire, in latino, le preghiere dopo avermi sbaciucchiato sul collo.
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*** ***
Restituitemi i miei vent’anni. Rivoglio la mia giovinezza.
Ridatemi la bicicletta con la quale ero corso, un giorno, in Val Chisone (era novembre, nevicava, ma io non lo sapevo) a dichiararmi a una ragazza. Elisabetta?
Gli stivaletti a punta, i pantaloni a zampa d’elefante, quelli pieni di toppe, e i capelli lunghi.
La prima sigaretta, la prima rima per far sorridere un’altra ragazza. Marina?
I maglioni di lana che mia madre si dannava a terminare in tempo, morendo dalle risate, mentre sferruzzava, per via dell’ultima trovata che avevo avuto a scuola.
Far piovere dalle finestre delle aule al quinto piano del liceo delle pagine ritagliate da Playboy per assistere, con i miei compagni, allo scoramento sul marciapiede di un vecchietto dalla mano tremolante che tenta invano di sfogliarle con la punta del bastone.
Chiedere all’insegnante di chimica (ultima lezione, è mezzogiorno: ora di desinare) che si esibisce in un esperimento dei suoi dietro a tanto di alambicchi fumanti, pronti ad esplodere: “Oggi, brava donna, che cosa bolle in pentola? Che cosa ci prepara, oggi, di buono?”
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Restituitemi il profumo del letame che a me piaceva tanto quando avevo vent’anni.
I campi da concimare, le acque da incanalare, il tempo delle potature, l’epoca della raccolta, le stagioni avare, i grappoli d’uva messi a seccare, i falò in autunno, il cascinale in rovina, le cose da porre al riparo prima che arrivi il cattivo tempo, prima che ti sorprendano le nebbie, prima che geli…
Rivoglio i quarantacinque e i trentatre giri di Dalidà e di Luigi Tenco che facevo andare su un giradischi scorbutico quanto la persona a cui era appartenuto: un mio zio di Bari.
Brani di musica da completare con la fantasia perché la puntina del giradischi saltava sempre qualche solco che riteneva di troppo.
Ridatemi i cavalli al galoppo della mia Seicento sgangherata e le coperte di velluto che mi portavo dietro per andare a pomiciare con la figlia di un calabrese in riva a un torrente o a un fiume: il Chisola?
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Rivoglio i miei vent’anni. Restituitemi la mia giovinezza.
Ridatemi l’agilità del saltimbanco, la presunzione dell’acrobata, la sfacciataggine del giullare e le smorfie del mimo.
Son pronto a giurare sul Signore Iddio che non deluderò nessuno.
Io amo mia moglie sopra ogni cosa soprattutto quando gode, perché nel suo modo di godere c’è qualcosa di estremo.
Altro che il miagolìo dei gatti! Altro che gli ululati dei lupi! Altro che i cupi brontolìi provenienti dalle finestre socchiuse di un lupanare!
Mia moglie che gode nel letto è più potente di un’esplosione nucleare.
Mia moglie che si tocca da sola e si fa guardare mi fa pensare a una comparsa in una festa surreale, alla sacerdotessa di un culto pagano in cerca di un novizio da iniziare al piacere di vederla godere senza poterla toccare.
Mia moglie, quando gode nel letto, mordicchia le lenzuola, imita un amplesso, si divincola da una stretta e si avvinghia a se stessa.
Mia moglie è uno spettacolo soprattutto quando si inginocchia e agita il reggipetto in aria neanche fosse un fazzoletto, neanche fosse, il suo, un invito al viaggio.
Io ammiro il suo coraggio nel mostrarsi con tanta sicurezza.
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Mia moglie è un autentico peccato non vederla quando finge con la bocca di volerti accostare, quando insinua con le labbra una frase che lei, poco volgare com’è, non saprebbe pronunciare, quando striscia come una pantera sui resti della sua sottana, quando si spaccia per una diva uscita da una pellicola hollywoodiana.
A me piace mia moglie quando si bagna le dita per pettinarsi con le unghie e aggiustarsi con la saliva la sua pelle bruna e schiva.
Mia moglie mi piace quando si lagna se io non la sto a guardare.
Altro che i singhiozzi dei condannati a morte! Altro che le urla dei feriti portati d’urgenza in ospedale!
Rullìo di tamburi, fanfare? Bazzeccole al confronto delle grida di mia moglie che gode nel letto più possenti delle trombe del giudizio universale.