Riprendo un articolo...
Era su un quotidiano online, ma ora, non lo trovo più...
Lo avevo salvato per leggerlo...
Non trovo l'autore, spero mi perdoni...
Sono trascorsi venticinque anni dall'alba di quel drammatico 2 giugno 1981, giorno in cui qualcuno lassù decise di volersi riprendere Rino Gaetano. Venticinque anni, un quarto di secolo. Tanto.
Erano, si direbbe, altri tempi. Certo bui per l'Italia...
In quell'alba maledetta, sulla via Nomentana a Roma, si spegneva la vita si Rino, coinvolto , ironia della sorte non guidava - in un incidente stradale. Con lui volava via la sua voce e il suo sorriso. Ma non i suoi pensieri.
Da allora, sottotraccia, per cinque lustri, le sue canzoni sono state sussurrate, canticchiate e poi cantate. Le parole di Gianna che scandalizzarono l'italietta perbenista di allora sono divenute colonna sonora sfrontata e fiera di cento, mille diecimila esistenze. In molti hanno trovato pezzi di umanità incredibile anche "percorrendo Bari-Enna".
Gli emigrati, specie i "germanesi", continuano imperterriti a tornare - tra paure della Salerno-Reggio Calabria e timide speranze di futuri voli low cost - e a "cantare le canzone ca sentiva sempre a ru mare".
Però, per capire il Rinopensiero, bisogna far mente locale ai luoghi: all'inizio e alla fine, all'alfa e all'omega del suo passaggio.

Nato a Crotone, traferitosi a Roma, da piccolo con la famiglia. Nato lì, davanti al mare dei Greci, Rino si è portato appresso e, ovvio, nelle canzoni, i brividi del grano che si piega al vento di tarda primavera, tra odori di eucalipti e pini della antica Valle del Neto. Portava nelle vene il sapore rabbioso del sangue di Melissa, le speranze di un'industria nata arrugginita. Il gusto seducente al sapore di liquirizia del vino di Krimisa e il profumo del pane di Cutro. Le ansie di chi aspetta che arrivino all'orizzonte gli Achei, sul lungomare della bella Crotone e invece oggi vede trivelle e carrette del mare. E poi Roma, accogliente e addormentata. Difficile, ma "posto dove accadono le cose".
Dove cresce l'impegno sociale negli anni in cui, più che mai, le canzoni diventano simboli e viceversa. E Rino trascorre il tempo a capirla, quella città, aspettando passaggi dagli amici, a giocare a carte e "bevendo birra in lattina" in un bar vicino casa, perche i bicchieri erano sporchi, proprio come sarebbe potuto accadere in un bar qualsiasi di un paese qualsiasi della Calabria. Rino prendeva "il 109 per la rivoluzione".
Oggi, in quello stesso bus, una voce metallica registrata annuncia la prossima fermata e le fiancate fanno pubblicità a mete di vacanze o a improbabili canditati alle elezioni. Quella stessa Roma, tra qualche giorno, gli renderà omaggio, con una manifestazione organizzata dal comune all'Auditorium.
Le canzoni di Rino, dicevamo, come fiume carsico sono emerse, fino a diventare oggi, vero e proprio cult. A farlo conoscere, oltre alla sensibilità dei singoli, al passacassetta e poi cd, anche la capacità di giovani come i bravissimi Operai della Fiat 1100, del mitico Carletto Caligiuri, che ne interpretano lo spirito calandolo nella realtà.
Io Rino lo incontrai, e fu amore definitivo, grazie a Sabrina Gigliotti che tredici anni fa aveva deciso che dovesse essere il sottofondo - e forse il portafortuna - di una nottata piena di urla, fumo e birra, all'Unical, in cui una decina di giovinotti della Sinistra Giovanile si davano da fare per stilare la lista per le elezioni universitarie.
Rino, sangue che bolle. Pezzi si storia collettiva e familiare, mia e di altri centomila. Parole come macigni, riflessi di vita personale: ascolto Aida e penso a mia nonna, nata socialista e ribelle già dal nome, Aquilina, figlia del paese delle aquile. Penso alla presila, che custodiva amorosa e preoccupata Pietro Ingrao.
Strana terra, la Calabria: se pianti un limone in riva allo jonio, lo fai esattamente a metà strada tra Milano e Tunisi. Strana terra: un anguria puoi chiamarla cucummero, paddotta, sagriniscu, pizzangulo, milunu, saraciniscu. Dove la sofferenza resta uguale e parte ancora sulle stesse rotaie.
La ritrovi, splendidamente in "Ma il cielo è sempre più blu". Dove c'è chi muore al lavoro, chi gioca col fuoco, chi beve un bicchiere e non sembra più lui. Dove, se l'ascolti e chiudi gli occhi, puoi vedere il tuo compagno delle elementari che oggi prende la metà della busta paga che firma. Dove c'è chi "chi ruba pensioni" come ancora succede qui da noi e "chi ha scarsa memoria" e non ricorda più Giuditta Levato, Rocco Gatto, Argada, Valarioti e Losardo.
Calabria di ieri e di oggi "di chi legge la mano, chi regna sovrano, chi mangia una volta".

Calabria, grandissima e generosa, di chi non c'è più ma che non abbiamo perso: Italo Falcomatà, Walter Schepis, Franco Fortugno, Nicola Calipari.
Calabria di "chi suda, chi lotta", come fanno i Ragazzi di Locri e monsignor Bregantini.
E allora, se bastasse una bella canzone, ad unirci ancor di più? Se bastasse una bella canzone ad aiutarci a vivere le contraddizioni di una terra così?
Perché non pensare di insegnarla a scuola , ai bambini di Calabria, chè la sentano loro e se la portino dentro? Chè ne sentano la dirompente totale speranza che ne emana,e che essa li aiuti a difendersi?
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Cara Calabria, oggi Rino ti direbbe: "Io nuoto a farfalla e tu fai la rana e quella befana, che resti laggiù. Bisogna nuotare, lo sai anche tu, chi nuota da solo affoga di più..."
Ma il cielo è sempre più blu...