Hotel California.

parte prima

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Lina.

nella città che amo
degli incendi solari
amori devastanti
languore sensuale
stupori infantili
memorie mai perse

perso ho
la via
in una notte
melodiosa calda
come sheherazade
come lei bella

perso ho
la via
in quella
strada angusta
tra profumi e
dolci melodie

ma quella mano
lieve forte
nella stretta
mi portava a
sognare amare
sperare

mi donava
la linfa
che muove il navigante
l'Odisseo
che cerca e ricerca
lo stupore fragoroso

strana città
colore nei colori
dolori negli amori
poesia diffusa e
tanto tanto
calore.

strana città
per lei parla e urla
piange e geme
tormenta e
spesso spera
l'amore.

J'aime la France.

J'aime la France.
Un amour qui naît comme un garçon
Seulement dans les rues de Paris
Alors que la pluie est tombée
Et je pensais à vous.
J'ai relu ces mots si chers
Cela donnera rêves à ceux que vous aimez
Au bistro de la vieille place
Où le café n'a jamais pris fin.
Et j'ai revu vos cheveux mélodieuse
caresse vos joues rouges
De notre amour de ma bouche gras
Notre maladie est amour.
J'aime ce pays des utopies
De grands rêves et des danses vives
Vos tirages de ton rire
Ce que je me vois souvent sur ​​les peintures.
Vous vous souvenez? Et vous m'avez écouté et n'avez pas parlé
Quand je vous parlais de ces deux
Baudelaire Prévert pour moi étaient des dieux
Mais le temps a tout effacé.
J'ai juste cette pluie, pluie sale
Un banc de parc, près de deux garçons
Ils s'embrassent bravant la pluie
respectabilité et les murmures morts
Leur maladie est toujours l'amour.

era mia madre.

Era mia madre.
Aveva sciolto le trecce e la massa dei capelli, libera, le si adagiava sulla schiena; l’immagine riflessa nello specchio le sorrideva; era felice, talmente felice da non temere la mamma ed i suoi probabili rimbrotti. Aveva 17 anni, frequentava il secondo liceo classico ed era innamorata. Tutto era accaduto all’improvviso, nella villa cittadina. Passeggiava per i viali assieme alle due sorelle in una tiepida serata d’aprile; il papà e la mamma le seguivano vigili. Avevano incrociato alcuni amici di scuola e dei conoscenti con in quali s’erano intrattenute per poco tempo. Poi erano apparsi loro, i piloti vestiti d’azzurro e con le aquile sui petti . Nella sua cittadina c’era un importante aeroporto militare e la guerra era nell’aria. Erano allegri giovani pieni di vita e le guardavano senza timore alcuno; uno era alto, portava il cappello inclinato da un lato e lasciava fluire liberamente i suoi riccioli, un baffetto gli ornava il labbro superiore, le sue mani erano grandi e sottili, aveva un naso forte e pronunciato da sparviero e gli occhi erano limpidi come il cielo estivo. E la guardava, guardava solo lei. E questo avveniva da diverse sere. Aveva l’anima in subbuglio; gli piaceva quel ragazzo, perché di ragazzo si trattava, anche se faceva qualcosa più grande di lui. Non immaginava quello che sarebbe avvenuto, se lo avesse saputo non sarebbe uscita; temeva la reazione dei genitori.
Lui s’era staccato dal gruppo degli amici avvicinandosi a lei ed alle due sorelle. S’era tolto il cappello, lasciando liberi i suoi capelli ribelli, le aveva sorriso e poi…
“Buona sera signorina, posso accompagnarla?”.
Poche e semplici parole; non sapeva cosa fare o dire, provava imbarazzo misto a piacere; il cuore voleva uscire dal petto e le guance le si erano arrossate, lo avvertiva; le due sorelle parlottavano. S’era girata all’indietro verso i genitori; la mamma la guardava seria, il papà le sorrideva; questo la confortò, la rasserenò.
“Si, ma tra mezzora devo rientrare”. Lo aveva detto!
Le sorelle si scostarono avvicinandosi ai genitori.
Loro due proseguirono fianco a fianco; quanto era alto. Pensò.
“Mi chiamo Franco”.
“Io Agnese”.
Nei giorni seguenti si sarebbe spesso affacciata alla finestra per vedere il suo stormo in formazione dirigersi verso la città ed il mare; provando, ogni volta, il desiderio di essere insieme con lui li su, su nel cielo limpido.

The Doors, Gun's roses e non solo.

The end.
Questa è la fine, meravigliose amiche; questa è la fine mie sole amiche; la fine di tutti i nostri sogni; la fine di tutto quello che ci circonda; ma non ci sorprende questa fine; non ci guarderemo più negli occhi; ma non dimenticheremo mai il colore, dei nostri occhi. Possiamo solo immaginare come sarà sconfinato e libero lo spazio intorno a noi; ma non saremo mai soli, e mai proveremo paura in questo mondo che ci circonda; nemmeno quando il dolore ci assalirà in un posto sconosciuto; quando saremo soli, o penseremo di esserlo; allora ci sentiremo folli, come lo sono i bambini; e danzeremo sotto la pioggia estiva, e sfideremo la città ed i suoi confini, percorreremo le strade ai più vietate, ci sentiremo dei re mentre viaggeremo verso ovest, in sella alle nostre luccicanti moto, sfideremo la sorte.
Questa è la fine, dolci amiche; ma sarà il nostro inizio; sempre avanti, avanti, avanti verso l’ovest; che è il posto più bello per vivere; basta non fermarsi, basta avere coraggio; su avanti verso l’ovest; su coraggio sono in tanti ad aspettare.
In viaggio si potrà pensare alle storie da raccontare; e non ci saranno più lacrime, non penseremo che a noi e alle nostre storie; ma saranno anche le storie di altri; e non chiediamoci perché, bisogna solo andare verso ovest.
Che strano, ognuno di noi ascolterà la voce degli altri salire dal silenzio nelle notti insonni, illuminate dalla luna e scandite dalla pioggia di settembre; mentre le immagini scorreranno su una parete, perché niente si può cancellare. Allora avvertiremo la profonda bellezza dei nostri giorni, del nostro tempo vissuto soffrendo gioendo amando sognando mentre delle voci amiche intoneranno con noi quella canzone che tante volte abbiamo ascoltato insieme… “ si sta facendo scuro, troppo scuro per vedere, e come se stessi bussando alle porte del cielo”.
Di ognuna di voi ricorderò il vostro sorriso perché mi ricordano memorie d’infanzia; dove tutto era puro e splendente come il cielo azzurro. Ed il suono del silenzio diverrà assordante.

Bologna mon amour.

Bologna mon amour.
Si affrettò per raggiungere la piazza; era inverno, le strade innevate e la leggera nebbia che ammantava tutto; i portici di via d’Azeglio lo riparavano; le vetrine dei negozi erano tutte illuminate, le signore e le ragazze si soffermavano a guardare indecise sulla scelta da fare; un giovane seduto su uno sgabello suonava il violino; una donna vendeva caldarroste; mancavano due giorni a Natale. Il primo Natale lontano da casa, solo in una grande città. La amava quella città, ma era facile farlo; era colta bella civile accogliente; e, fatto sorprendente, conservava quella “misura d’uomo” tipica dei paesi o delle piccole città. La ragazza gli aveva regalato una cassetta con dei brani di Chopin; lui invece aveva ricambiato con una cassetta di Joe Cocker; era la prima volta che ascoltava musica classica, e non riusciva a capire il perché di quella scelta; inizialmente, ascoltandola, aveva provato un senso di fastidio; gli pareva troppo per lui abituato al rock; ma la terza volta che l’aveva riascoltata nella notte, nella stanzetta della pensione dove viveva, la musica aveva incominciato ad entrargli dentro. Strana quella ragazza, bella certo, nonostante lui avesse fatto di tutto per sembrare scortese non aveva mollato. E tra poco si sarebbero rivisti in piazza Grande; aveva deciso di portarla a ballare in un localino che si trovava in centro vicino alle due torri; lui c’era già stato diverse volte, anche anni prima. Ma ora che era arrivato nella piazza si diede del cretino; non avevano detto in che punto trovarsi e la piazza era gremita; ragazzini si rincorrevano nella neve, ragazzi e ragazze, a gruppi, animavano col loro vocio la piazza; Nettuno, imbiancato, osservava dall’alto tutto e tutti; l’enorme albero di natale pieno di luci e di pacchetti contenenti regali faceva bella mostra di se in attesa che quei doni venissero recapitati; una macchia di rosso attirò la sua attenzione; era lei, doveva essere lei; erano assieme quando la ragazza aveva comprato quel montgomery in centro. Si era proprio lei, che, china, giocava con due bimbe e con la neve. La sciarpa bianca le riparava il collo ed il cappuccio copriva i suoi capelli corvini. Poi lei si girò e lo vide, aveva le gote arrossate, restò ferma a guardarlo sorridendogli. Lui avvertì una strana sensazione alla bocca dello stomaco, il tempo parve fermarsi, la neve continuava a scendere lieve leggera fermandosi sul suo capo e sul viso della ragazza che non la smetteva di sorridergli e di guardarlo; la gente passava intorno a loro, le bimbe corsero verso le mamme ferme li vicino, da qualche parte della piazza qualcuno cantava, ma lui non avvertiva più nulla. Solo una sensazione mai provata prima, dentro; più forte di quanto mai avesse provato prima.
Che bella Bologna, quella sera.
E la neve continuava a scendere, coprendoli.

Il giunco.

Il giunco.
Un giunco mi donasti quella sera
Lieta felice mi davi la tua mano
Calda sincera piegavi il tuo bel volto
Tra tanta gente che cercava di capire
Quelle parole quel gesto e quei sogni
Che s’affollavano sul bianco della carta
Dimentichi che chi scrive a volte è
Un fingitore
Che usa le parole per celare
Quello che a pochi è dato di sapere
Perché difficile è parlare con amore
Con empatia e attesa del diverso
Sorrido quando rileggo le tue attese
Quasi presaghe dell’andare degli eventi
No, non importa se i fogli ora son bianchi
Il giunco è sempre vivo incurante anche
Dei venti
Si piega e poi rialza
Pare che danzi.

la tua voce.

La tua voce.
Sono solo nella notte e ti penso
Riascolto la tua voce e sei lontana
Mi porti indietro nel tempo amato
Quando mi tenevi per la mano
Ed io desideravo ardentemente
posare le mie labbra sui tuoi capelli
Neri come la notte e come lei caldi
Pieni di profumi leggeri come seta
La tua voce s’insinua nel mio petto
E mi riscalda donandomi emozioni
Rivedo come d’incanto il primo bacio
Risento la tua bocca sulla mia
E le tue braccia cingermi il collo
Mentre i tuoi occhi parevano rubini
Ti prego non fermarti
Cantala ancora
Guarda
Io sono qui
Sempre al tuo fianco.
g.

Guarda.

Guarda.
C’era la più bella gioventù del paese quella sera; una sera d’agosto, una villa stupenda con un vasto parco percorso dai viali illuminati; fontanine allegre, come lo erano tutti loro. Erano tutti lì a festeggiare le loro ospiti; due sorelle che vivevano a Roma, ma erano nate in quel posto ed ogni estate vi ritornavano per le vacanze. Anche lui era alla festa; lo aveva notato subito, lei aveva fatto finta di niente anche se provava un certo piacere a sentire il suo sguardo su se stessa. Quella sera suo fratello ed il gruppo si sarebbero esibiti per tutti loro.
Lo aveva conosciuto grazie al fratello una sera che lo stesso provava col suo complesso; suo fratello suonava il basso ed era anche il cantante del gruppo; c’era anche lui quella sera; aveva chiesto al fratello chi fosse e così aveva saputo che spesso andava a vederli provare, che amava la musica, che aveva una voce discreta (peccato fumasse molto!) che stava per diplomarsi e che in giro si diceva che amasse giocare; poker e biliardo pareva fossero le sue passioni e che, no, non credeva avesse una ragazza. Quella sera come ultimo pezzo il gruppo aveva deciso di provare “Guarda”, a lei piaceva molto e spesso la cantava ascoltandola alla radio. Mentre il gruppo suonava lo guardò e notò che pareva assente, i suoi occhi fissavano il vuoto e le sue labbra si muovevano seguendo la musica; non l’aveva nemmeno salutata e lei aveva deciso di fare finta che non ci fosse. Ma lui gli piaceva, nonostante quello che aveva saputo dal fratello.
Per uno strana fatalità quella sera per il gioco che era stato organizzato venne abbinata proprio a lui, che adesso gli sorrideva mentre si presentava; ma lei già sapeva come si chiamava; in verità sapeva molte altre cose su di lui; ci avevano pensato le sue amiche ad informarla, effettivamente era un giocatore e tra le altre cose spesso giocava in un locale a due passi da casa sua; non aveva ragazza, amava andare in città per fare spese, indossava camicie su misura e jeans alla moda; pareva inoltre che fosse un giocatore vincente; inoltre aveva partecipato, con un gruppo di amici, alla nascita della discoteca del paese; il sabato e la domenica sera era quasi sempre lì con un suo amico ed una ragazza; erano sempre loro tre ma non si capiva con chi stesse la ragazza.
Erano in vantaggio su tutti, lui era veramente in gamba; avevano superato facilmente le varie prove, (musica, film, località ecc.) ed ora era rimasto l’ultimo ostacolo da superare; proprio in quel momento il gruppo di suo fratello aveva fatto partire le prime note di “Guarda”; si erano fermati guardandosi, quasi avessero pensato insieme; poi lui le aveva stretto ancora di più la mano che già teneva nella sua e le aveva detto: “Balli con me o vuoi continuare a giocare?”. Solo queste parole. I suoi occhi sorridevano tra le ciglia, la sua mano era calda e sicura.
“Si, balliamo”.
http://youtu.be/zT15isJ0uOI

Welcome to Tijuana .........

Welcome to Tijuana.
Tequila, sexo y marijuana. Così cantava l’hombre dal palco; intorno succedeva di tutto; ma proprio di tutto; ragazzi e ragazze cantavano, ballavano al ritmo scandito dalla musica che proveniva dal palco. Il fumo formava nuvolette sospese in aria; si fumava in pratica un po’ tutti, anche lei che in vita sua non aveva mai fumato; ma a chi importava, in fondo; quello non era un paese per vecchi; spesso tutto si decideva dal tramonto all’alba; un amore, un arrivo, una partenza, un addio, la vita stessa. La musica era comunque penetrante, il ritmo si insinuava nell’intimo ancor meglio del fumo; era bello muoversi a quel ritmo, ondeggiare, lasciarsi portare; scacciare via tutte le pene del mondo; avvertire i due corpi in sintonia. C’era solo una nota stonata in tutto quello; si sentiva clandestina in quel posto; sperava di poterci restare, ma non sapeva come sarebbe andata a finire. Aveva conosciuto il ragazzo in spiaggia; la sua innocenza l’aveva stupita; era muy lindo, era stato lui ad invitarla al concerto e lei aveva accettato. Ora erano insieme.
Aveva messo da parte la sua laurea, i suoi master, l’invio continuo di curricula, i colloqui alla ricerca di lavoro infruttuosi, i lavoretti sottopagati che aveva svolto per due anni. Era stato tutto quello a spingerla a quel viaggio; utilizzando i risparmi dei vari lavori svolti, spesso umilianti. Aveva bisogno di staccare, non ce la faceva più. Voleva andare a Londra in verità; lì era possibile trovare un lavoro e lei parlava bene l’inglese; ma la sua amica, che lavorava nell’agenzia di viaggi, le aveva consigliato quel viaggio, tanto a Londra ci poteva sempre andare dopo; così le aveva organizzato tutto.
Ed ora era in quel paese, magari ci poteva anche restare; si viveva con poco lì; significava che avrebbe dovuto cancellare gran parte del suo passato; tutti i chi e i poi; i dove e gli obblighi, i legami. Non era facile. Non le sarebbe bastato un solo Je ne t’aime plus, come pareva bastasse a Manu Chao, a lei ne sarebbero occorsi molti di più; che strano mondo il suo; stava impazzendo, giorno dopo giorno; s’erano fatti fregare tutti dal consumismo; smodato ed esasperato; continuavano a consumare prodotti di cui non avevano alcuna necessità. Lei era una choosy, per qualcuno, nel suo paese; e questo la faceva infuriare.
Non aveva molto tempo per decidere, il suo aereo partiva la sera dopo; Rafael non ballava più; la guardava muto, tenendola per i fianchi, quasi le leggesse nella mente. Al diavolo tutto; aveva voglia di tequila; aveva voglia di scacciare tutti i cattivi pensieri, aveva voglia di sentirsi viva, desiderata ed accettata, partecipe, magari protagonista, perché no? A cosa servivano tutto il suo impegno e tutte le sue conoscenze? A nulla?
Una lacrima, incontrollata, le bagnò il volto; strano modo per festeggiare quella sua vacanza; Rafael, delicatamente, la raccolse con un dito; nessuno si curava di loro, di lei; erano tutti felici in quel momento; la sua vita era sospesa, tra quel posto e la sua casa, lontanissima; come erano lontani tutti i suoi affetti.
Me gustas tu, cantava Manu; tra pochi giorni sarebbe stato natale; ma non sarebbe stato un bel natale, almeno per lei, forse nemmeno per i suoi cari; la sua generazione in quel particolare momento era la più penalizzata; ed il tempo correva troppo in fretta; tornare o restare?
Il volto di Rafael era bellissimo, anche se gli occhi erano velati di tristezza; ma lui era temprato, lo sapeva, alle avversità della vita; ci conviveva da sempre; quel paese era talmente bello e talmente crudele.
Voleva piangere, voleva liberarsi dal peso che la opprimeva; invece sorrise, poggiò lievemente le labbra su quelle di Rafael; un bacio casto ma denso di ricerca; ricerca di se stessa, ricerca di un porto sicuro, ricerca di qualcosa e qualcuno che finalmente l’accettassero.
Forse quello era il suo posto.
Valeva la pena provare. Almeno quello doveva farlo.

su, non temere...

Su, non temere, lascia che t’accarezzi il viso
Mentre l’attesa tortura la nostre menti
Lascia che con la mano sfiori le tue labbra
Il seno e poi il ventre, sempre dolcemente
Voglio salire con te in alto per poi cadere
Prendere osare andare ritornare, amare

Su, per una volta ancora non mi temere
Voglio tuffare il volto nella tua chioma bruna
Voglio carpirne calore profumi morbidezza
Mentre le tue mani muovi sul mio corpo
Donandomi emozioni , suadenti pulsazioni
Che vibrano, insinuandosi in ogni dove.

Ti prego, lasciati andare e non temere
Lascia che sia per te come la neve
Lieve leggera fresca bruciante come il sole
Quando cerchi di serrarla nelle mani
Voglio coprirti tutta come un prato
Di rossi, gialli, verdi, pastelli delicati

Ti prego, lascia da parte i tuoi pensieri
Di ieri, oggi e domani, su non temere
Non ti farei del male nemmeno coi pensieri
Per me sei come l’aria, come il respiro
Lascia che io ti narri ancora senza sosta
E che le parole le mie dipingano il piacere.
Su, vieni, non mi temere.
May 2013
M T W T F S S
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