Hotel California.

parte prima

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lasciati amare.

vieni, lascia che io t'ami
lascia che sciolga il nodo
della tua treccia bruna
voglio posar la bocca
sulla tua nuca amata
mentre sul seno turgido
riscaldo fiato e mani

vieni, rubarti voglio il corpo
lascia che mi disseti
all'acqua della tua fonte
prenderti io voglio tutto
nulla mi puoi negare
lo voglio, lo vuoi anche tu
salire e poi discendere, rincorse senza fiato

vieni, ecco ora sei felice
mentre i tuoi fianchi snelli
percorro con le labbra
gli occhi ora hai velati
e languido il respiro
vieni, mi chiedi urgente
vorresti, or vuoi, lasciarti andar per sempre.

gites

Song of India.

È facile perdersi nelle parole
Mentre la notte scorre bianca di neve

Il suono del silenzio tacita tutto
Leggo ma con la mente sono altrove

Su quei tuoi scritti mai dimenticati
Le tue risate dal ritmo sincopato

Song of india, cantavi, ed eri lieta
Ed io vedevo in te un usignolo

Venuto nel mio giardino, che era in fiore
Ciliegi, poi tante rose, rovi e more

Mi manchi, come la notte, come la luna
Quando la vita barattavo con la fortuna

Chissà se dove sei io ti manco
Magari solo i miei occhi, qualche parola

Vorrei ancora perdermi come allora
Ma resta solo il jazz e il tempo vola

Aspettami, verrò, e tu lo sai
Il tempo in fondo è solo un’invenzione.

gites

La valle dell'Eden.

La valle dell’Eden.
Avevano finito, dopo un duro lavoro; il radar era montato, la tenda comando era sistemata. Esercitazioni, giochi di guerra; fango, sudore e gavette. Sintonizzò la radiolina su radio Montecarlo e la sistemò nello zainetto, i Rolling Stones cantavano AS TEARS GO BY, accese una Marlboro e si allontanò per verificare le postazioni e gli uomini al perimetro della loro zona. Mentre scendeva dalla collina vide meglio Imola, non molto lontana. Una vasta distesa di verde punteggiata di rossi partiva dai piedi della collina e si adagiava nell’ampia vallata; “pomodori” , si disse; strano non lo avrebbe mai pensato possibile in quel posto, così lontano dal suo caldo paese meridionale. Da ragazzo raccoglieva i pomodori ancora caldi dalle piante e li mangiava, schiacciandoli in bocca, facendoli esplodere. Ormai erano le 10, ed il sole lo riscaldava, lo ristorava dopo una notte passata in viaggio e dopo il duro lavoro nelle prime ore del giorno.
China, nel campo, notò una figura ; un ampio cappello, che gli ricordava le mondine viste in un film, copriva il capo ed una parte di quel corpo che lui pensò fosse di un uomo. Si era sbagliato. Non erano pomodori ma fragole, e quello che aveva ritenuto fosse un uomo era una donna; una ragazza.
“Ciao, tu devi essere uno di quelli che si diverte a giocare alla guerra; ogni anno di questi tempi vi ripresentate; ogni anno danneggiate una parte dei nostri raccolti.” Breve e diretta, lo apostrofò la ragazza. Silvana. Così si chiamava. Il camicione che indossava, invece di mortificarle il corpo, ne accentuava le curve; il volto era abbronzato, le labbra tumide, rosse pur se senza rossetto. Era stanco, non aveva argomenti o motivi validi per giustificarsi; era lì perché così doveva andare; fosse stato per lui sarebbe volentieri stato a centinaia di km di distanza, a casa sua.
“Hai fame? Vuoi rinfrescarti? Dai non mi tenere il broncio, non volevo offenderti; solo che per noi queste vostre manovre sono fastidiose.” Detto questo, Silvana lo invitò a seguirlo verso la casa che si intravedeva non distante, alla fine di un viottolo. Non parlava a una donna da tanto; oggi qui, domani altrove; in quel posto ci dovevano restare una settimana.
Si ritrovò seduto in un’ampia cucina, resa più accogliente dall’ampio caminetto; non sapeva cosa fare delle proprie mani, pescò un’altra Marlboro dal pacchetto e…
“Aspetta! Il caffè sarà pronto tra poco; potresti lavarti e farti la barba, il bagno è di la; trovi tutto l’occorrente sul lavabo.” Una buona samaritana? Questo era quella ragazza? Pensò. Ma si avviò verso il bagno; comunque Silvana aveva ragione; rimasto a torso nudo si lavò accuratamente, poi si sbarbò. Dallo specchio sorprese se stesso, quello che era, un bel ragazzo dagli occhi verdi, col taglio orientale, che adesso erano ritornati a sorridere.
“Il Caffèèèè! Dai vieni, si fredda.”
Non era stupito dal comportamento di Silvana; nei cinque mesi trascorsi a Bologna e dintorni aveva imparato ad apprezzare la gentilezza della gente del posto; si infilò solo la camicia, tralasciando la canottiera che infilò nello zainetto che aveva con se, e sopra mise il giubbino senza però allacciarlo; lasciò i capelli umidi e ritornò in cucina.
“Accidenti, come sei cambiato; non sembri lo stesso di prima.” Quanto era diretta, non si perdeva in inutili parole, Silvana.
“Anche tu, senza quel cappellaccio e con i capelli così raccolti non sei quella di prima; certo il resto non è cambiato, ma adesso sei più….”
“Cosa vuoi dire, con certo il resto non è cambiato, e con sei più..?”.
“Mi riferivo al tuo corpo, ora che lo vedo meglio!, notevolmente armonico, ora sei una donna…, più donna… , ecco!!”
Usciti fuori, si sedettero su due sgabelli di legno, al sole. Se ne stavano lì a fumare, mentre ascoltavano la radiolina. Quella non era l’Indocina, ne tanto meno il Vietnam. Dove in quello stesso momento ragazzi della sua stessa età combattevano e morivano. Magari ascoltando i Rolling Stones. Aveva gli occhi neri Silvana, più belli dei suoi che pure erano verdi. Al suo camicione mancavano i primi due bottoni, la pelle scoperta era leggermente arrossata, la curva dei seni faceva capolino. E lui, caspita quanto tempo!, non era in compagnia di una ragazza da tanti giorni!
The boots are made for walking, cantavano i Rolling in quel momento; la stanchezza fluì fuori da quei giovani corpi, quasi fosse opera del sole; le mani si cercarono, lievi ma sicure; una leggera brezza mosse una ciocca dei capelli di Silvana; leggermente, lui, la rimise a posto.
La sua mano rimase sul volto della ragazza,col pollice le accarezzò la gota mentre le altre dita le sfioravano il collo. La musica era finita, non si avvertiva nessun rumore, tutto era in pace, la valle ritornò ad essere quella che era sempre stata: la valle dell’Eden.
gites

Regalo di Natale.

Regalo di Natale.

“Vai lo stesso, non preoccuparti resto io con Walter”. Sua moglie non finiva mai di stupirlo; il piccolo di famiglia aveva la febbre; ma lei sapeva bene quanto lui ci tenesse a quel torneo di poker, con tutti i suoi amici d’infanzia; quelli con cui aveva diviso le sigarette, con cui aveva corteggiato le ragazze, con cui aveva folleggiato sulle spiagge vicino a Taranto, al Gabbiano, nelle lunghe e calde notti estive; ah, quanto amavano i Bee Gees.
I suoi amici; quelli dei sogni giovanili, delle tante speranze ed utopie, dell’ I have a dream. . Con gli anni si erano per lo più dispersi in posti diversi, ma periodicamente si incontravano, e quella era un’occasione particolarissima.
Quelli della sua generazione, i maschi erano tutti tifosi della Fiorentina, e dei suoi posti erano giocatori nati; anche le donne; sin da ragazzini giocavano; lui era molto bravo a biliardo, ma nel poker riusciva a coniugare l’attesa con la lucida follia, ed era incontrollabile. A poker era un vincente, le carte lo amavano sicuramente, non gli restava che seguire l’istinto del momento.
Era l’antivigilia di un Natale, erano in 130 nella masseria vicina al paese dove era nato. Dopo una maratona frastagliata d’ostacoli, era al tavolo finale. E che bel tavolo. Tre donne, Gilda, Francesca ed Anna avrebbero fatto di tutto per vincere, ci tenevano tanto considerato che il primo premio era un collier di fattura squisita . Si era scontrato tante volte con loro a poker, ma non solo; erano toste, due poi erano di difficile interpretazione, bluffavano in modo spesso indecifrabile. Una poi gli piaceva in modo particolare, fisicamente; lei lo sapeva e, da donna, non perdeva occasione per metterlo in crisi provocandolo, civettuola al punto giusto, provocante ed ammiccante, ma era la moglie di un suo amico e questo semplificava e chiudeva in un cassetto quel suo sogno dalle radici piantate nel tempo.
Dulcis in fundo le tre donne erano imparentate tra loro, due sorelle ed un cugina!
“Bene; i casi sono due, o vi faccio a tutte e tre o me ne torno subito a casa”. Furono le sue parole quando si sedette al tavolo.
Praticamente stava per avverarsi la sua seconda affermazione! Sino a quel momento lo avevano massacrato; dopo soli due giri e mezzo ; perso nello sguardo di Anna aveva dimenticato le carte; si era intestardito a vedere, a giocare, stravolgendo il suo gioco. Si era trovato così ad inseguire. Gli erano rimaste poche fiches, poco meno di un milione; era dominato. Pensava a dove aveva sbagliato, a come; le carte comunque sino a quel momento gli erano state contrarie; capitava.
Ma Lei aveva voluto strafare; lo aveva intuito, ci aveva sperato; aveva visto il rilancio con la sua doppia agli assi contro il servito; aveva beccato Anna con le mani nella marmellata. Dopo aveva pensato solo alle carte. Il resto era stata una cavalcata di soli sette piatti con rilanci e contro rilanci, ne aveva eliminate due all’ultima mano. Roba da cineteca o da favola, ma verissima e irripetibile; sicuramente irripetibile; quanto meno con quelle modalità. Quella sera, comunque, altre considerazioni lo accompagnarono nel suo ritorno a casa; il tempo della follia incominciava a pesargli, come il primo premio che lo accompagnava.
Inoltre il solito poker rischiava di tramutarsi in un tete a tete intrigante si ma estremamente pericoloso.
Erano le due di notte. “Ciao amore, ti sei almeno divertito? Walter è sfebbrato”.
“Questa si che è una bella notizia; ti voglio bene, questo è un piccolo pensiero per te, auguri”.
Stupore, gioia.
“Ah, credo che per il momento lascerò perdere il poker; mi ha già dato tanto; basta.”

La stazione.

La stazione.
Aveva scelto la via più lunga, per arrivarci. Credeva di poter rivedere, così, i posti dove da ragazzo aveva trascorso tantissimo tempo. Mentre il treno imboccava il ponte sul canyon il suo sguardo si posò su dei nuovi quartieri, su strutture mai viste, su una chiesa ed un palazzetto dello sport.
Il progresso, era arrivato sin lì; sin sul limitare del canyon; erano spariti i pini, la salvia selvatica, i rovi, persino le grotte erano sparite. Ai piedi del suo paese intravide la casa paterna, la casa dove la sua vita aveva acquistato un senso, da dove era partito, sempre con un treno, tanti anni prima.
La stazione era sempre la stessa, perlomeno la struttura; ma era tutta sigillata; sbarre alle finestre, sbarre alle porte d’accesso; il colore delle pareti da rosso era divenuto indefinibile; gli alberi, pini ed abeti non c’erano più. Attraversò i binari e si portò verso quello che un tempo era stato un giardino animato; animato dalle risate e dalle voci di giovani vite, da uccelli e farfalle, da piante e fiori; al centro del giardino c’era ancora la fontana nella vasca circolare; era piena di rifiuti di ogni genere, niente acqua, niente ninfee. Le due palme, divenute altissime, miracolosamente erano ancora lì. Le quattro panchine erano sparite anch’esse. Prese il giornale e, appoggiatolo sul bordo della fontana, vi si sedette sopra; accese una sigaretta e chiuse gli occhi. Il tempo si era fermato e…
“Vieni, ti mostro i gattini; sono in uno dei carri al deposito; quello nero è bellissimo.”
“Dai Ester, stiamo qui ancora un poco; capita raramente che siamo soli; gli altri sono tutti al mare.”
Ne era innamorato; amava i suoi ricci biondi, i suoi occhi che ricordavano un lago alpino, le sue membra dorate, le sue risate e l’increspatura delle sue labbra, le sue gote rosse quando gareggiavano con la bici, il suo seno messo in risalto dal suo respiro affannoso. Erano sempre insieme, a scuola, in giro, al cinema ed anche al mare.
“Cos’hai? Oggi sei più taciturno del solito.”
Lei si era accostata fianco contro fianco, sulla panchina; profumava di gelsomino; lo ricordava ancora; come ricordava quello che indossava; un maglioncino bianco di cotone, dei pantaloncini blu da cui le sue lunghe gambe sfidavano i suoi occhi. Le sorrise. La paura gli opprimeva il petto. Non avvertiva più alcun rumore, tranne il battito del suo cuore. Avevano appena 14 anni, e penava per lei già da un anno e più.
Coraggio? Non lo avrebbe mai saputo. Spesso il corpo segue percorsi meno tortuosi della mente; almeno quella volta gli accadde questo.
La sua bocca aveva il sapore sconosciuto, quello che ti porti appresso per sempre; era calda e fresca allo stesso tempo; più dolce del miele…. La stava baciando!
“Cosa fai! Non dovevi, e se fosse arrivato qualcuno?”
Lo allontanò, e senza preavviso lo colpì sul viso con la mano.
Il mondo gli si riversò addosso; desiderò ardentemente di essere altrove, non sapeva dove volgere gli occhi; si sentiva ferito e indifeso; aveva sbagliato tutto.
“Dai, vieni, andiamo a trovare i gattini.”
Gli disse, prendendolo per mano, sorridendogli in un modo che solo alle donne riesce.

Don't bring me down.

Don’t bring me down.

Ma quanti anni aveva quel 45 giri? Lo aveva ritrovato in uno scatolone in soffitta con un 33 giri dei Rokes. Erano in una busta rossa, sopra era scritto "a Giuseppe da Carmela, non mi scordare".
Carmela! Una vita era passata in un baleno all’incontrario; un ragazzo era riaffiorato, una sera di primavera, un paese amato, un volto, delle labbra, una voce calda, la musica che amava e che aveva fatto si che i suoi amici gli affibbiassero, sfottendolo, il nick "lo scekkista".

Aveva smesso di giocare a biliardo. Vinceva parecchio. Si era così avviato verso la discoteca, mitica a quei tempi, da solo; i suoi amici erano andati a Taranto al cinema. Era un po’ incazzato per questo. All’ingresso salutò il gestore, un amico, e poi si avviò nella grande sala dove si ballava. Poche le persone che conosceva, si avviò quindi verso il bar.

"Peppo". Si sentì chiamare per nome, giratosi la vide. "Ciao Carmela". Frequentavano l’ultimo anno della stessa scuola, si sarebbero diplomati tra pochi mesi. "Sei solo?". "Si, e molto probabilmente vado via presto". "Dai unisciti a noi, sono con una decina di amici ed alcuni li conosci". Così s’era spostato con Carmela verso i divanetti ove erano riuniti gli altri.
Il complesso era di Taranto e ci dava dentro con pezzi degli Animals, il suo complesso preferito. Lo sarebbe sempre stato, con i Rolling.

Parlava con Carmela che lo guardava sorridendogli, poi alzatasi lo prese per mano e lo condusse al centro della sala. Iniziarono a ballare. Come sempre, lasciò che la musica gli entrasse dentro, chiuse gli occhi e provò a cavalcare le emozioni che lo pervadevano. Quel pezzo, Don’t bring me down, non lo avrebbe mai scordato. Gli dava troppe cose, viaggiava senza l’ausilio di niente, veleggiava su prati tinti di rosso e mari in tempesta, ci faceva l’amore e sorrideva. Riaprì gli occhi sentendo il fiato della ragazza. Carmela gli era vicinissima e ballava seguendolo, guardandolo e sorridendogli con la bocca e con gli occhi meravigliosamente scuri. Era bella. Il viso particolare e con gli zigomi pronunciati. Il corpo sinuoso e flessibile come un giunco, ballava con sensualità naturale e non ricercata. Ricordava ancora la sua camicetta nera in tinta con la gonna, il suo seno che premeva contro la stoffa leggera, le labbra arricciate, la carnagione scura come gli occhi, tutto in lei era piacevole.
Poi vennero i lenti, e precisamente un lento: when a man loves a woman.

Come era bello allora. La musica ed il ballo consentivano di conoscersi, di assaporarsi lecitamente, magari innamorarsi.

Bellissima e dolcissima quella sera lontana. Lui e Carmela avevano ballato ininterrottamente, i loro corpi viaggiavano assieme. Percorrevano strade inesplorate, bevevano alla stessa fonte, stringevano le stesse gemme che si coloravano dell’intensità del desiderio, soffrivano assieme la stessa costrizione. Le accarezzava con una mano la nuca, ricordava, e lei teneva il capo poggiato al suo petto. La musica li accompagnava sperando, amica. Entrambi speravano sognando.

I due dischi li aveva avuti da Carmela quando stava per andare via dal suo paese. Aveva voluto renderglieli di proposito gli disse. Sperava di poterli riavere, un giorno.

Akido.

Gei + sha

leggera candida fresca come neve
volgi il tuo sguardo puro su di me
con le mani accarezzi dolcemente il ciliegio
e con il tuo canto ti unisci agli usignoli

non temere il mio sguardo dolce fanciulla
amo troppo la danza del tuo corpo
voglio suonare per te senza paura
sfiderò anche la sorte col mio flauto

la mia melodia non teme l'Ida
nè i suoi abitanti nè la cetra di Apollo
non temere per me dolce regina
trovarti vale per me come l'Olimpo

i tuoi colori, pastelli che dipingono la tela
annullano il sole e l'usignolo, parlano di vita
Su, non temere, canta e danza per me
e lascia o mia Musa che io suoni per te.

tenera è la notte

Tenera è la notte.

Tenera è la notte, dolcissima anche l’attesa
Dolce come i tuoi baci che porto sulla pelle

la strada ora vuota, tra poco si colorerà
riempiendosi della tua luce amica della luna

è un’ora che ti aspetto, si espande il piacere
tra poco ti avrò, e volano i miei pensieri

sono affamato e il fuoco divampa in me
Ardente caldo vivo, travolge impetuoso tutto

e già io assaporo l’armonia delle tue labbra
E stringo le tue mani, con cui mi tieni a te

Mentre con la mia mente la tua io esploro
Che bello vederle insieme, per la stessa via

Ti aspetto, ed ecco arrivi rubando i miei respiri
Tenera tu sei, come la notte che io e te amiamo

Quando complice il mare ci amiamo e riamiamo
Quando ti sento mia come i respiri che mi muovono

Quando un solo tocco ci dona tante emozioni
Splendide luminose, un sogno e delle canzoni

Cantate assieme, uniti, come una sola voce
La notte allora tenera, ci ama guarda e tace.

Tu sei la mia notte, tenera come lei.

Casa di bambole.

L'unico mobile rimasto era la biblioteca. Tutto era svanito, cose e persone. Si aggirava per le stanze cercando un ricordo, un volto,una voce. Ma nulla. Silenzio assordante, nessuna immagine, niente di niente.
La biblioteca lo guardava, muta, quasi fosse una persona. Quanti anni? Quante vite? Quanti attimi che gli appartenevano erano trascorsi in quella casa? In quella città di mare? Quante persone lo avevano coccolato? Difeso? Nutrito? Aiutato a crescere? Quella era la casa delle sue estati, delle festività natalizie, era una casa di donne. Quattro donne, perchè assieme a lui c'era la sorella; poi la nonna e le due zie, le tre bambole.
In quella casa aveva fatto l'amore per la prima volta con la sua ragazza, tanto tempo prima. Ma erano entrambi maggiorenni, ed economicamente indipendenti. Come poteva non ricordare? Mina e il suo sorriso, le sue labbra, i suoi occhioni neri. La voce di Barry White?
Avrebbe voluto piangere, ma non aveva più lacrime. Si erano consumate nel tempo, nell'attesa, nello sgomento, nell'impotenza. Si erano consumate come l'ultima delle tre bambole, la sua zia più amata, ma amata anche da tant'altri.
Un anno aveva detto il chirurgo, erano passati 18 mesi.
Niente dolore fisico, solo disfacimento progressivo di un corpo, in cui gli occhi testimoniavano ancora e sempre amore.

Eccoli lì i libri di Liala, ben allineati, tanto amati dalla zia. Storie dolci, d'amore, di piloti e di Gipsy; quello di Gipsy lo aveva letto anche lui, quando ormai aveva esaurito gli altri, quelli della Metalious, di Hemingway, di Bukowskj, di Baudelaire, di Hesse, di Pavese, di Moore, e....
Strano, erano rimasti solo i libri; quasi a confermare il disinteresse contemporaneo per gli scritti e gli scrittori.

Le sue estati, quando rientrava dalla spiaggia, dopo aver pranzato, si ritirava nella sua stanzetta a leggere. Poi la sera scendeva al porto e s'incantava vicino agli Yachts ormeggiati, ne rammentava ancora uno che si chiamava Hirondelle; era ormeggiato vicino all'approdo che fronteggiava le due celebri colonne cittadine, difronte al monumento al marinaio da dove partiva il vaporetto per la spiaggia. Erano le estati delle sue magliette a righini.
Lo Yacht era francese come le due ragazze che lo guardavano parlottando di e su di lui; non sapevano che parlava francese, e le stupì rispondendole a tono; che tempi. Salì su quello yacht, togliendosi però le scarpe.

Spesso, quando non aveva più soldi, la zia lo aveva stupito; quasi gli leggesse nei pensieri; lo fermava, allora, prima che uscisse; e con un sorriso, unico ed incancellabile, gli metteva nella tasca del pantalone dei soldi. Sapeva che fumava, sapeva pure che amava giocare al biliardo.
Sapeva tante cose di lui, la zia; lo avrebbe capito negli anni a venire.
Lo capiva maggiormente adesso che l'aveva persa.
"Ciao zia, mi porto via questo tuo libro; che dici, Gipsi riaccenderà la sua lampada?"
tvbsempre
g


Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi...

Vorrei
per una volta
non pensare
e stordirmi
su di te
mentre mi stringi
e rubi
il mio fiato
con la bocca
Vorrei
per una volta
lasciarmi andare
nel tuo grembo
profondo come
il mare
Vorrei
sentire ancora
la marea
che sale scende
e poi torna
a risalire
Vorrei
anche
morire
in te
per te
con te
Vorrei
lasciare indietro
questa vita
che mi irride
mi assilla
e mi travolge
Vorrei
Oh! se vorrei
tuffare
il mio viso
nei tuoi capelli
per serbarne il profumo
da portare con me
Vorrei
io vorrei
lo vorrei
ma tu
vuoi?

gites

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