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fritzok2000

virtual dust

Legami

Mi piace
pensare che è antica
la forza
che mi lega al tuo sguardo.

Chissà,
qualche vita passata
dove fummo d'amore miraggio.

Mi piace
pensare che dura,
l’amore,
oltre il muro del tempo.

Che possa,
cambiando di sogno,
per sempre
tenermelo accanto

Mi piace
pensare che forse,
tu sei la stessa di sempre
e un giorno,
danzando nel sonno,
si svegli il mio cuore,
ridendo.

Primavera

Ritorna nell'orto già pieno di sole
la pioggia sottile, memoria
che brucia, ombra nascosta
di silenziosi rancori come cenere spenta
forse,
e risuonano tarde parole, argine e riva
allo scorrere lento del tempo,
ma sono aguzzi gli artigli del niente
e il dolore a volte
un inganno.
S'alza un fruscio di foglie nuove,
dipana il nervo, si stira,
s'offre immutata e sempre nuova
e m'offro con lei
onda nell'onda
a risuonar di nuovo.
Lontano appare ormai il tempo
quando baleno' follia d'affetto,
ma non ha inganni la casa di pietra
e conserva paziente le ombre,
non serve il lume all'interno
luce falsa sui muri scrostati,
solo un raggio furtivo
sfuggito al tramonto
le disvela all'occhio profondo,
ma è un attimo e subito
l'ombra nell'ombra ritorna,
s'aggira inquieta
a ricercar lo sguardo che la guardi
sembra acquietarsi,
sembra
ma verità attende al prossimo tramonto
e tremano là fuori le foglie
nuove del gelso come pesci guizzanti
alla lontana brezza marina
e anche lì senza inganni
la luce si sposa alla luce.
Nel bagliore della notte
freme il ricordo
chè il fremere è vita
quanto la luce l'induce
ad accettare la forza
del vento che intreccia le parole,
spegne il lume e si fa voce lontana
di un lui che mai fu tanto vicino,
ma le foglie si sa guardano il sole,
segue un palpitare di silenzi,
eco di neve lontana,
sponda tardiva a un dilagare
di profumi, nostalgia inattesa
come idrofane immersa
che libera luce attraversa.

i siciliani

"In Sicilia non importa far bene o male: il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai é semplicemente quello di fare. Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui abbiamo dato il 'la'; noi siamo dei bianchi quanto lo é lei, Chevalley, e quanto la regina d'Inghilterra; eppure da duemila e cinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: é in gran parte colpa nostra, ma siamo stanchi e svuotati lo stesso....
...Lei mi parlava poco fa di una giovane Sicilia che si affaccia alle meraviglie del mondo moderno: per conto mio mi sembra piuttosto una centenaria trascinata in carrozzella alla esposizione Universale di Londra, che non comprende nulla, che s'impipa di tutto, delle acciaierie di Sheffield come delle filande di Manchester, e che agogna soltanto di ritrovare il proprio dormiveglia fra i suoi cuscini sbavati e il suo orinale sotto il letto...
...Il sonno, caro Chevvalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali; e, sia detto fra noi, ho i miei forti dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi nel bagaglio. Tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche, anche le più violente: la nostra sensualità è desiderio di oblio, le schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte; desiderio di immobilità voluttuosa, cioé ancora di morte, la nostra pigrizia, i nostri sorbetti di scorsonera e di cannella; il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che voglia scrutare gli enigmi del nirvana.
...ho detto i Siciliani, avrei dovuto aggiungere la Sicilia, l'ambiente, il clima, il paesaggio. Queste sono le forze che insieme e forse più che le dominazioni estranee e gli incongrui stupri hanno formato l'animo: questo paesaggio che ignora le vie di mezzo fra la mollezza lasciva e l'asprezza dannata; che non è mai meschino, terra terra, umano, come dovrebbe essere un paese fatto per la dimora di esseri razionali: questo paese che a poche miglia di distanza ha l'inferno attorno a Randazzo e la bellezza della baia di Taormina, ambedue fuor di misura quindi pericolosi; questo clima che ci infligge sei mesi di febbre a quaranta gradi; li conti, Chevalley, li conti: Maggio, Giugno, Luglio, Agosto, Settembre, Ottobre; sei volte trenta giorni di sole a strapiombo sulle teste; questa nostra estate lunga e tetra quanto l'inverno russo e contro la quale si lotta con minor successo; Lei non lo sa ancora, ma da noi si può dire che nevica fuoco, come sulle città maledette della Bibbia; in ognuno di quei mesi se un Siciliano lavorasse sul serio spenderebbe l'energia che dovrebbe essere sufficiente per tre; e poi l'acqua che non c'è o che bisogna trasportare da tanto lontano che ogni sua goccia è pagata da una goccia di sudore; e dopo ancora le pioggie, sempre tempestose che fanno impazzire i torrenti asciutti, che annegano bestie e uomini proprio lì dove una settimana prima le une e gli altri crepavano di sete. Questa violenza del paesaggio, questa crudeltà del clima, questa tensione continua di ogni aspetto, questi monumenti, anche, del passato, magnifici ma incomprensibili perché non edificati da noi e che ci stanno intorno come bellissimi fantasmi muti; tutti questi governi, sbarcati in armi da chissà dove, subito serviti, presto detestati e sempre incompresi, che si sono espressi soltanto con opere d'arte per noi enigmatiche e con concretissimi esattori d'imposte spese poi altrove; tutte queste cose hanno formato il carattere nostro che rimane così condizionato da fatalità esteriori oltre che da una terrificante insularità d'animo.
...Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo di illusioni; e che cosa se ne farebbe il Senato di me, di un legislatore inesperto cui manca la facoltà di ingannare sé stesso, questo requisito essenziale per chi voglia guidare gli altri? Noi della nostra generazione dobbiamo ritirarci in un cantuccio e stare a guardare i capitomboli e le capriole dei giovani attorno a questo ornatissimo catafalco.
...Lei ha ragione in tutto; si è sbagliato soltanto quando ha detto: 'i Siciliani vorranno migliorare'. Le racconterò un aneddoto personale. Due o tre giorni prima che Garibaldi entrasse a Palermo mi furono presentati alcuni ufficiali di marina inglesi, in servizio su quelle navi che stavano in rada per rendersi conto degli avvenimenti. Essi avevano appreso, non so come, che io posseggo una casa alla Marina, di fronte al mare, con sul tetto una terrazza dalla quale si scorge la cerchia dei monti intorno alla città; mi chiesero di visitare la casa, di venire a guardare quel panorama nel quale si diceva che i Garibaldini si aggiravano e del quale, dalle loro navi non si erano fatti una idea chiara. Vennero a casa, li accompagnai lassù in cima; erano dei giovanottoni ingenui malgrado i loro scopettoni rossastri. Rimasero estasiati dal panorama, della irruenza della luce; confessarono però che erano stati pietrificati osservando lo squallore, la vetustà, il sudiciume delle strade di accesso. Non spiegai loro che una cosa era derivata dall'altra, come ho tentato di fare con lei. Uno di loro, poi, mi chiese che cosa veramente venissero a fare, qui in Sicilia, quei volontari italiani. 'They are coming to teach us good manners' risposi ' but wont succeed, because we are gods'. 'Vengono per insegnarci le buone creanze ma non lo potranno fare perché noi siamo dei'. Credo che non comprendessero, ma risero e se ne andarono. Così rispondo anche a Lei; caro Chevalley: i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei sia per origine sia anche, se si tratti di Siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla; calpestati da una decina di popoli differenti essi credono di avere un passato imperiale che dà loro diritto a funerali sontuosi.
...Chevalley pensava: 'Questo stato di cose non durerà; la nostra amministrazione, nuova, agile, moderna cambierà tutto'. Il Principe era depresso: 'Tutto questo' pensava 'non dovrebbe durare; però durerà, sempre; il sempre umano, beninteso, un secolo, due secoli...; e dopo sarà diverso, ma peggiore. Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene: e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra.' Si ringraziarono scambievolmente, si salutarono, Chevalley s'inerpicò sulla vettura di posta, issata su quattro ruote color di vomito. Il cavallo, tutto fame e piaghe, iniziò il lungo viaggio.

Nuvola

Appari all'improvviso
come una carezza
di un angelo spiumato nell'azzurro,
attraversi serena
l'immenso oceano del cielo.
Fata di leggerezza ti tramuti
in scuro e minaccioso veliero
che volge la brezza in tempesta.
Poi, pentita,
quasi ombra di un sogno,
riprendi il tuo viaggio di piuma.

Il raggio verde

Da torri e balconi protesi
incontro alle brezze vedemmo
l’ultimo sguardo del sole
farsi cristallo marino
d’abissi... poi venne la notte
sfiorarono immense ali
di farfalle: senso dell’ombra.
Ma il raggio che sembrò perduto
nel turbinìo della terra
accese di verde il profondo
di noi dove canta perenne
una favola, fu voce
che sentimmo nei giorni, fiorì
di selve tremanti il mattino.

Lucio Piccolo

Cuore

Regalo il mio cuore
a chi mi vuol bene,
non vale un gran che
e non mi appartiene.

Da quando son nato
lo porto nel petto
e se ancora batte
non cerca rispetto.

Gli ho dato il pane
per non farlo penare,
mi ha dato gioia,
non ha mai fatto del male.

E' un bel palazzo
con tante stanzette,
due sopra, due sotto,
sì, son più di sette

Ma se di notte
vieni e vuoi entrare
nessun timore
devi solo bussare.

Si può far dentro
qualunque giochino
basta soltanto
un cuore bambino.

Amore


Affascinante prezioso,
inutile come il diamante,
così, tante volte,
ci sembra l'amore,
una cosa bellissima e strana,
ma di tutte
la cosa più vana.

Però,
quando stanco
ritorni la sera
e ritrovi il tuo sogno com'era,
amore lo chiami,
e sai che di tutte
è la cosa più vera.

Storie

Più passa il tempo e più mi ricordo di cose che non sono mai successe. (M Twain)


Me lo ricordo ancora mio nonno Gaetano, il Cavaliere, il padre di mio padre, seduto alla sua scrivania nella “banca”, come si chiamava dalle nostre parti in Sicilia fino ai primi del Novecento lo studio del notaio e come continuavano a chiamarlo negli anni Cinquanta tutti i miei parenti. Ti guardava con la faccia burbera e seria, e poi tirava fuori dai cassetti di quella magica scrivania le immancabili caramelle di carruba, due monete e quanto potesse interessare a noi nipoti. Ogni volta che mi vedeva esclamava: - E’ arrivato il principe.-
Questa frase mi inorgogliva parecchio, non solo perché potevo avere allora cinque o sei anni, ma anche perché ero il più piccolo dei suoi ventuno nipoti e solo a me riservava quel titolo. Sarebbero dovuti passare molti anni perché potessi capire cosa voleva significare quell’epiteto scherzoso, che, come seppi poi, era riferito soltanto al fatto che mi chiamassi Federico. Questo era infatti il nome del mio nonno materno, in quanto altrimenti sarei stato il quarto Gaetano della famiglia.
In realtà mio nonno Gaetano spiritoso lo era ben poco; era consapevole infatti di appartenere a un’epoca in cui c’era poco da scherzare e poi, per carattere, era come si suol dire tutto di un pezzo. Il mondo a lui non appariva così colorato come appare a noi adesso. Le cose o erano bianche o erano nere, o erano giuste o erano sbagliate, o erano buone o erano cattive. Niente mezzi termini né mezze misure. Lui, tra l’altro, in quel paese era anche un’autorità, o meglio era “l’autorità”, il notaio infatti alla sua epoca rappresentava in qualche modo la legge laddove non esistevano tribunali di sorta, D’altronde in quel paese nella sua lunga vita lui era stato anche più volte sindaco; più in alto di lui ci stava soltanto l’arcivescovo: autorità davvero incontrastata in quella che era da secoli la sede del più grande arcivescovado della Sicilia. Tutto in lui mi metteva soggezione: la sua veneranda età - avrà avuto all’epoca più di ottant’anni - i suoi nove figli, di cui mio padre era il più piccolo, la sua recente vedovanza - mia nonna Maria infatti morì prima che io nascessi - la sua grande casa con i soffitti affrescati, la lunga tavola da pranzo che ogni giorno si apparecchiava per più di quindici persone, la sua serenità antica.
Il tempo di cui parlo mi appare oggi quasi come un sogno lontano. Ricordo mio padre che al nonno Gaetano dava del “lei”, i loro rapporti distaccati, quasi da estranei. Ricordo che in quella grande casa il pane si comprava una volta la settimana, si metteva in un cassetto apposito della tavola da pranzo e si consumava fino all’ultima briciola. In nessuna casa infatti allora c’era tanta ricchezza da potersi permettere di buttar via il pane, oltre naturalmente ai motivi etici e religiosi. Il pane, tra l’altro, ci metteva appunto sette giorni per diventare raffermo. Ricordo le domeniche passate in quella casa che per l’occasione si trasformava quasi in un salone per le feste: nove figli, relative mogli, ventuno nipoti, il conto è presto fatto. Ricordo quella ragnatela interminabile di stanze, corridoi, passaggi segreti, scale, scalette, solai, ripostigli, che a noi bambini sembrava un complicato luna-park casalingo, in cui regnava la fedelissima Maria, alta non più di un metro e venti, che in quella casa faceva le funzioni della lavatrice, della lavastoviglie, dello scaldabagno, della bambinaia, dell’infermiera, della cuoca ed era l’unica a saper maneggiare con arte antica la “cucina economica”, come si chiamava allora la cucina a legna.
Ricordo quel bel corso lungo un centinaio di metri con le sue palazzine settecentesche ordinate ed eleganti, con alla fine l’austera chiesa di San Giuseppe, quella che i miei parenti chiamavano “la chiesa dei morti”. Questo nome era dovuto al fatto che al centro di quella chiesa, sotto una grande lapide con un bellissimo stemma raffigurante una gru che beve in una fontana, erano stati sepolti una dozzina di antenati, fino al 1860, anno in cui, dopo l’ennesima epidemia di colera, fu vietata per motivi igienici la sepoltura all’interno delle chiese. Sotto lo stemma c’era un’affascinante scritta in latino che suonava “nei miei discendenti risorgerò migliore” ed era questo il motto della famiglia.
Parecchie sono le cose che ancora oggi in casa mi ricordano mio nonno Gaetano: prima fra tutte appunto la sua scrivania, che allora si chiamava “scranno”, dove adesso sto seduto a scrivere al PC e che oggi è tutta ingombra di stampanti, scanner e altri oggetti che mio nonno non conobbe mai. Della nostra modernità infatti vide ben poco: guardava la televisione con molta diffidenza e non credo che sia mai salito su una automobile. C’è poi un libro molto antico che mi regalò quando mi sposai, di argomento molto oscuro - è un misto di poesie e argomenti notarili - che apparteneva a un illustre antenato.
‘Ex libris Not. Dr. Antonini L...” . Ogni volta che leggo sulla prima pagina quella frase scritta con quella calligrafia così particolare sento un brivido scendermi lungo la schiena. Non è tanto per il senso di soggezione che quel libro misterioso mi procura - ha ormai la veneranda età di trecento anni e gli argomenti che contiene sono davvero curiosi - ma piuttosto la consapevolezza che il mio trisavolo una bella mattina con la sua brava parrucca in testa avesse deciso di prendere penna e calamaio e scrivere quella breve frase senza neanche il più lontano sospetto che qualcuno dopo trecento anni sarebbe andato a rileggerla. Me lo vedo davanti, seduto alla sua grande scrivania, probabilmente la stessa dove adesso sto seduto - che con meticolosità notarile, prende in mano la penna, controlla la bontà della punta del pennino, lo intinge nel calamaio e comincia a scrivere. Chissà poi quali odori, quali rumori entrano in quella stanza? Chissà quanto la realtà era davvero lontana dalla nostra e diversa?
C’era tra le pagine di quel libro anche un albero genealogico della nostra famiglia, scritto di suo pugno, che è il pretesto del mio racconto. I primi due nomi che vi si leggono sono Selvaggia e Marzullo: nomi singolari e curiosi che hanno sempre acceso la mia fantasia e che un giorno ho scoperto essere del tutto inventati come la metà di quelli che li seguivano. Quando scoprii appunto che erano stati inventati però non me la sono sentita di farli scomparire nel nulla e così li lascerò esistere in qualche riga del nel mio racconto.
Selvaggia e Marzullo:
Tutto iniziò in quel tiepido settembre dell’anno 1484, quando Selvaggia e Marzullo decisero di sposarsi. In realtà non è poi tanto vero che la mia storia comincia in quella data, come ho appena detto, ma, come per iniziare un disegno si scelgono dei punti qualsiasi del foglio, io ho scelto questi per tracciare i primi piccolissimi particolari della mia storia, che, come una diagonale che attraverserà velocemente diversi secoli, andrà verso il centro della storia stessa. Devo anche dire che il mio spirito di uomo moderno - l’atmosfera potrebbe farci dimenticare che siamo nel ventunesimo secolo - mi ha fatto dire che Selvaggia e Marzullo decisero di sposarsi, ma vista l’epoca in cui i fatti si svolsero, epoca in cui si sa le donne valevano quanto le vacche o i poderi, penso sia più corretto dire che qualcuno per loro aveva deciso che quel giorno si sarebbero sposati.
Marzullo aveva all’epoca appena compiuto vent’anni e Selvaggia appena sedici; la loro, evidentemente non fu una scelta di libertà, ma probabilmente, visti gli usi dell’epoca, non fu poi molto sofferta. Per parte mia, anche se il mio spirito moderno mi fa inorridire davanti a questo tipo di usanze, sono però costretto ad accettare il fatto che, se così non fosse stato, nulla di quanto racconto in queste pagine sarebbe avvenuto e io stesso non sarei qui a raccontare. Come in seguito vedremo, ci sono anche seri dubbi che Marzullo e Selvaggia siano esistiti veramente, perché, molto più probabilmente, sono solo il frutto dell’immaginazione di chi aveva bisogno di sostituire alla buona antenati molto più scomodi... Ma meglio evitare di correre troppo.
Torniamo comunque a quelli che per il momento sono stati promossi protagonisti. Lui è il primo figlio di un barone siciliano dì Castrogiovanni - così una volta si chiamava la città di Enna - e lei naturalmente una sua più giovane cugina. Anche questa usanza mi fa un po’ inorridire, ma, anche questo nell’uso del tempo, serviva soprattutto a non disperdere un patrimonio che era stato accumulato negli anni attraverso le rinunzie e le costrizioni di tanti altri prima di loro.
La realtà siciliana dell’epoca non deve fare pensare ai nobili, specialmente ai baroni, come persone che vivessero negli agi o nel lusso, erano piuttosto dei possidenti più o meno piccoli, che avevano potere su un certo territorio e lo gestivano secondo il proprio spirito e le proprie capacità. L’atmosfera generale dei luoghi e dell’epoca non era certamente quella di balli, feste o quant’altro, ma piuttosto: di vacche, maiali, concimi, potature, patate, grano, olio, etc. e tutto sapeva piuttosto di mosche, cattivo odore e caldo.
Selvaggia, piccola e bruttina com’era, sposò dunque Marzullo e la cosa tutto sommato non le dispiacque tanto. Ebbero ben sei figli - quelli morti prima dei tre anni non entravano nel conto - e vissero abbastanza sereni e inconsapevoli del fatto che un giorno sarebbero finite nel mio racconto e sarebbero stati addirittura scelti quali capostipiti della mia famiglia.
In quanto alla Storia, quella con la esse maiuscola, che si svolgeva in Sicilia, lontana e sconosciuta ai nostri eroi, ci basti sapere che siamo nel periodo degli Aragonesi che finì con Carlo V che fece di Palermo la capitale del viceregno spagnolo...
3
Dal 1484, con la velocità che solo la potenza della narrativa ci consente, saltiamo adesso al 1645 e a personaggi ben più reali. Da quel fantasioso Marzullo dopo circa duecento anni viene fuori stavolta un autentico tal Federico il mio omonimo,il vero “princeps” - figlio cadetto del solito barone, stavolta ben più ricco, ma anche lui vittima di un’epoca altrettanto violenta e, almeno per noi, retrograda. Non è che sia cambiato molto, infatti, negli ultimi due secoli: stesse costrizioni, stessi cattivi odori, stessi discorsi. Federico però non si adegua e, con un gesto a dir poco rivoluzionario, riesce a sposare Caterina, la figlia del principe Andrea G. di Santa Caterina, diventando così il vero capostipite della mia famiglia - si sa che il capostipite è sempre il primo che si ritiene degno di essere ricordato - e, come poi vedremo, provocando, da un lato inconsapevolmente un sacco di grane ai suoi successori, e dall’altro l’esistenza stessa dei miei antenati fantastici.
Capisco che già questo potrebbe essere troppo per una mente non abituata a scorribande fantastiche, ma abbiate un po’ di pazienza e capirete ogni cosa.
Federico, dicevamo, sposa un giorno la bella Caterina - e fin qui niente di strano - ma - qua sta il punto dolente - la bella Caterina, essendo la terza figlia del principe Andrea, era già in convento da quattro anni! Come tutto ciò avvenne non ci è dato di sapere, e tutto sommato non ci interessa poi molto, noi non sappiamo se fu una scelta d’amore - a me piace comunque immaginare che lo fu - ma sono certo che si trattò di un’autentica scelta di libertà che riscattò in un sol colpo le sofferenze di tutti i suoi antenati. Poco lo capì invero chi venne dopo di lui, tanto da cercare un giorno dì cancellarla completamente dalla memoria dei contemporanei e dei posteri. Poco lo capirono anche i suoi compaesani, abituati alle conosciute rinunce, i quali pensarono bene di bandirlo dalla loro piccola comunità dicendo che si trattava solo di un profittatore.
Belloccio certamente il nostro Federico doveva essere per riuscire a conquistare il cuore di una monaca, che come sappiamo ha già ben altro sposo. Bello e anche amabile, se riuscì addirittura a farsi perdonare dal suocero che, riabilitata la figlia, gli regalò un feudo che per secoli rimase a seguire il patronimico della famiglia.
Eccolo dunque il nostro baronetto nel suo bel palazzo al centro della Sicilia, sormontato dal raffinato stemma familiare che raffigurava, allora come oggi, una gru che beve in una fontana d’argento. Passeggia nelle ampie stanze del suo palazzo e, anche lui inconsapevole di tutto, avendo fatto un bel salto sociale rispetto al caro fantastico Marzullo, prepara la caccia dell’indomani o gioca a carte con i pochi amici rimasti o addirittura con i suoi dipendenti.
La Storia come al solito continuava a svolgersi, lontana e sconosciuta, e tutti, come da secoli avveniva in Sicilia, e come avviene anche ai giorni nostri, cercavano di farsi coinvolgere il meno possibile. Per i più colti e amanti delle documentazioni diremo soltanto che il periodo spagnolo non è ancora finito.
Ed eccoci finalmente a tempi più recenti: nel 1730, un pronipote di Federico, un tal Antonino, riesce a diventare notaio ecclesiastico, una carica davvero notevole per l’epoca, e decide di lasciare Castrogiovanni per seguire un arcivescovo che lo vuole nella sua corte. A questo punto s’impone una drastica decisione, bisogna cancellare con un colpo di spugna quell’antenato tanto scomodo; lui lo fa senza indugi. Appena arrivato redige per la sua famiglia un albero genealogico nuovo di zecca, e si dedica al suo lavoro. A una sola cosa non rinuncia: quel bellissimo stemma familiare che fa incidere sulla lapide della chiesa di San Giuseppe, che lui stesso fa costruire, e che sarà per i posteri l’unico legame con la sua vera origine.
Ecco perché il “princeps”, il primo, perché appunto quello che da tutti era riconosciuto il capostipite della famiglia, e come tale riportato anche nei libri di araldica, era proprio il ribelle Federico: la storia, per quanti sforzi si faccia, è davvero difficile da imbrogliare e anche a distanza di secoli prima o poi torna a galla. Se poi a qualcuno, capitato per caso da queste parti e spinto dalla curiosità, verrà in mente di visitare i luoghi di cui si parla in questo racconto, sappia che non gli resterà che meditare sull’inesorabilità del tempo e degli uomini. Ben poca cosa infatti oggi rimane. L’antico palazzo è quasi in rovina, nella chiesa di San Giuseppe il parroco ha fatto sostituire il bel pavimento di marmo con delle orrende mattonelle di maiolica - per fortuna la lapide si è salvata ed è conservata dietro la porta della sacrestia, nei locali della “banca” c’è oggi un supermercato con tanto di cianfrusaglie esposte davanti all’ingresso, il corso del paese, e a dire il vero l’intero paese, sono devastati dall’abuso edilizio che lo hanno trasformato in un monumento allo scempio, e allora ben venga la memoria anche con un pizzico di fantasia per far rivivere per un attimo quello che oggi è perduto per sempre.

Sortilegio

Sortilegio

Una Parte

...ritornava quindi Tatina, non sola e non triste, dall'isola
dove lui non c'è (chi almeno una volta nella vita non c'è stato?),
portandosi dietro soltanto una voce serena e gentile che volle
accompagnarla per tutti i giorni della sua vita.
- Chi sei ? - le chiese. E la voce rispose : - Sono la voce
di mille voci e vengo da un luogo solitario e segreto dove tutto
per l'uomo è mistero. Parlerò finché vorrai ascoltarmi e ti racconterò ogni cosa di quel mondo fantastico.-
Tatina si sentì felice e andò a dormire tranquilla.
In sogno la voce le sussurrò in un orecchio: - Non credere mai a quello che dico, perché da quando ho abbandonato le
morte ruote io dico sempre la verità e niente al mondo, sappilo,
è più falso della verità.-
Venne l'alba. Tatina era oggi un po' perplessa dopo
l'apparizione notturna. Ma che volete farci, lei era sempre stata
troppo curiosa. D'altronde non aveva avuto neanche il tempo di
svegliarsi del tutto che la voce aveva già ripreso :
- Il solo modo per cancellare un mito - ricorda - è far sì
che anche le pietre siano stanche di ascoltarlo.
Se non potrai parlare, il tuo desiderio parlerà per te e
qualcosa resterà di un discorso inutilmente negato. Non lasciare
bruciare invano tutto il bosco, il sole splende in estate come in
inverno e le vele strappate si possono sempre ricucire.-
Tatina, poteva giurarci, quelle parole le aveva già sentite
da qualche parte e suonavano quasi come un'eco nelle valli della sua memoria. Si ritrovò a pensare quanto strane e misteriose
erano le vie del Signore, o meglio del Destino, o meglio ancora
del Desiderio.
E la voce riprese : - A cosa serve comprenderle o conoscerle, se poi non si trova il coraggio di percorrerle ? Porta con
gioia anche il peso della negazione, perché il silenzio è un sortilegio che fa da sfondo a tutte le voci e le rende comprensibili.-
Beh, adesso cominciava proprio ad esagerare. Come si
permetteva di parlare a lei di coraggio ? Sapeva di non essersi
mai tirata indietro davanti a niente e a nessuno. E quale strada
lei non aveva l'ardire di percorrere ? Comunque preferì cambiare subito discorso e, visto che aveva finalmente qualcuno con
cui parlare, la buttò sull'argomento che preferiva.
- Non pensi che sia triste - disse - sentire di non avere un
posto in quel gran teatro che è il cuore di una persona che ami?
Anche se non si tratta di un posto in prima fila, poco importa, si
può tentare di avanzare a poco a poco...
Io penso che sia bello che le persone che amo trovino
un comodo spazio nel mio cuore e che questo sia sempre affollato, ma è tanto difficile, perché ognuno pretende di essere trattato con uguale attenzione.-
E la voce rispose : - E' bella la tua metafora sul teatro,
ma vedi il cuore dell'uomo è un teatro un po' speciale. E' un teatro con una sola poltrona e con tanti palcoscenici. E poi, soprattutto, a differenza di un teatro normale, c'è un unico spettatore che detta il copione all'attore che sta sulla scena al momento illuminata. A volte il copione é talmente intricato che sembra che l'attore reciti per i fatti suoi, ma è sempre lo spettatore che ha deciso la sua parte.
Naturalmente, per prima cosa, questo spettatore protagonista, che ovviamente sei tu stessa, deve illuminare adeguatamente la scena in un teatro dove manca del tutto qualsiasi tipo di luce. Deve trovare la luce adatta che solo il cuore sa fornire. Poi, illuminata la scena, passa all'attore il suo copione, e questi fa del suo meglio. Spesso se la prende con lui per la pessima recitazione, ma il più delle volte è proprio il copione che è una schifezza.
Chi alberga nel tuo cuore è parte di te stesso, la parte più
importante, la più significativa. Non c'è attore senza spettatore, non c'è scrittore senza lettore, non c'è amante senza amato. Quando si spegne la luce di un palcoscenico è una parte di te stessa che si spegne.
Se poi, per disgrazia terribilissima, esaurita la luce, tutti i palcoscenici dovessero rimanere al buio, allora resteresti al centro di un inutile teatro a recitare solo per te stessa.
Rispetta quindi le tue piccole scene, fa che ce ne sia
sempre qualcuna illuminata, prepara copioni piacevoli e divertenti per tutto il tempo che in quel teatro ti è dato di abitare.-
Tatina si era già pentita di avere tirato fuori quella storia
del teatro ed era per quel giorno già abbastanza confusa, così
tutto si perse tra le ombre della sera.
Appena spuntò il giorno la voce riprese più accanita che
mai: - In questo mondo dove forza e certezza sembrano valori
incrollabili, tu porterai la tua paura, la tua angoscia, il tuo dolore
e il tuo pianto, e scoprirai che queste sono forse le uniche cose
al mondo che contano veramente. Quello che fa l'uomo, uomo
in mezzo agli uomini, in un universo di malcelata sofferenza. Là,
nel ritrovarsi fratelli, nasce la gioia autentica e si comincia a sorridere di ogni cosa, a partire da se stessi e dai propri problemi, piccoli o grandi che siano.-
Tatina cominciava a pensare che a chiunque appartenesse quella voce e da dovunque venisse doveva trattarsi della
voce di uno vero svitato, però non poteva nascondere a sé
stessa che, anche diceva un sacco di assurde sciocchezze,
cominciava a provare per lei una certa compassionevole simpatia.
Poi, si era già resa conto che l'unico modo per non farla
parlare a vanvera era di porle delle domande precise, così le
chiese : -
- E la verità ? Torniamo un momento alla verità per favore. Te ne esci a dire che la verità è menzogna e poi parli a ruota
libera come un profeta.
A questo punto la voce si fece quasi lirica : - Le uniche
verità, lo sai bene, sono quelle che dormono in fondo al tuo cuore.
Verità del cuore che come bambine violentate, lasciate
mezze nude per strada si aggrappano all'immaginazione per
non perdersi per sempre nei labirinti dell'angoscia.
Verità del cuore, laghi puri e insondabili di inaudita bellezza pronti a scomparire davanti a uno spettatore troppo curioso.
Verità del cuore che continuano il loro racconto inesauribile che non ci stancheremo mai di ascoltare.-
- Bello - disse compiacente Tatina, mentre due lacrime le rigavano le guance; ma aveva già passato da un pezzo l'età felice in cui ci si lascia incantare dalle parole del prossimo, quindi, sebbene un po' turbata, chiese seccamente : - Ma allora tutto il nostro parlare, il nostro ragionare, sarebbe vano?
- Forse ! - rispose la voce con dolcezza - o forse serve
proprio a farci conoscere il limite. Più che indicare dove sta la
verità ci dice dove non serve cercarla. Poi, lo sai bene, questo è
il gioco che l'uomo ama di più, ma è nel silenzio del cuore che
ha sentito quel qualcosa che lo spingeva a costruire il suo castello di parole dalle cui torri contemplare la propria e le altrui vite.
Certo, a volte in quell'universo tutto sembra fatto di vento, ma è un vento che ha spesso la forza di trascinare l'umanità
intera.-
Tatina capì che era venuto il momento di gettare la spugna e sussurrò :- Ho sonno, io vado a dormire . Buonanotte.-
- Buonanotte, Tatina mia - rispose la voce con fare materno.
Ancora una volta il giorno finiva, ancora una volta calava
la sera in una storia senza storia...



Il giardino dei gerani

- Ehilà, signor Mario, ancora a fare esperimenti ? -
Mario pensò tra sé quanto fastidio gli dava quel vicino che lo prendeva in giro ogni volta che lo vedeva con la zappa in mano.
Proviamo ! - aveva risposto scocciato - la costanza è la virtù dei forti. -
Nello stesso istante gli venne in mente quanto probabilmente il vicino lo considerasse un fesso e quanto lo fosse realmente nel rispondere a quello zoticone con quelle battute filosofiche e moraleggianti che sicuramente suonavano alle orecchie di quel villano del tutto incomprensibili.
Beh, salutiamo ! - aveva borbottato il vicino allontanandosi.
Mario aveva ereditato da suo padre quel fazzoletto di terra con quella piccola casa decrepita e, ogni volta che tornava in quel piccolo giardino, si ritrovava a pensare che si trattasse davvero di un pezzetto di paradiso. Il paesaggio era davvero spettacolare, la città sembrava di lassù un mostro addormentato al sole, dalle cui grinfie si era riusciti per un momento a sfuggire. Faceva da sfondo, da ogni parte, come un immenso divano la distesa sterminata del mare. In primavera e in autunno, poi, gli era particolarmente cara quella atmosfera che amava definire "antica" e che gli faceva tornare alla mente i racconti di suo padre e di sua nonna intorno a quel luogo magico e misterioso. Storie di arabi, di carovane, di caravanserragli, di tesori nascosti, e poi ancora di imprese garibaldine, di briganti, di fucilate, e mille altre ancora.
Di difetti il posto ne aveva certamente tanti; a cominciare da quel vicino invadente, che aveva troppi animali e troppi soldi; e quindi cattivo odore, cemento sempre in mano, parassiti dappertutto, e quant'altro. Nonostante tutti questi problemi però, e l’abbandono di tanti anni, quel giardino conservava intatta per lui quell’atmosfera magica e finiva col sembrargli un piccolo universo privato, un rifugio dove sentirsi al sicuro. Ogni volta che apriva il grosso cancello di ferro, si sentiva quasi il signore di un castello medievale e chissà che in un angolo sperduto del passato qualche suo antenato non avesse provato le sue stesse sensazioni, non però come qualcosa di nostalgico e fantastico, ma come vissuto quotidiano.
Questo giardino era tutto circondato da un alto muro di pietra ed era ricco di grandi alberi di ogni specie: mandorli, fichi, noci e ulivi secolari. Ce n'era uno in particolare che stava al centro del giardino che, con i suoi enormi rami contorti che arrivavano quasi a toccare terra, sembrava il signore incontrastato con attorno i suoi sudditi silenziosi e rispettosi della sua vecchiezza più che secolare. Il tutto contribuiva a creare quell’atmosfera così suggestiva: seduti all’ombra di quella pianta si poteva con facilità perdere il senso del tempo e ritrovarsi lontano nel passato anche di diversi secoli.
Mario, da bravo sognatore qual'era, aveva faticato non poco per ripulire tutto dai rovi e dalle erbacce che erano cresciute rigogliosissime ed aveva anche provato a coltivare ogni genere di pianta: spesso si era stupito della sua stessa ostinazione, tutto era finito regolarmente divorato dai conigli o distrutto dalle inflessibili estati siciliane. Non aveva mai avuto una grande disposizione per l’agricoltura o per il giardinaggio; gli mancava la pazienza necessaria per aspettare che la natura seguisse il suo corso e facesse crescere le piante o facesse spuntare i fiori. Da buon cittadino, poi, voleva che tutto crescesse in fretta e diventasse subito come la sua bizzarra fantasia lo aveva immaginato. Avrebbe impiegato parecchi anni per capire che questo in campagna non era proprio possibile. Tuttavia amava moltissimo la natura e i fiori e, tra questi, in modo particolare gelsomini e ciclamini, mentre aveva una certa inspiegabile avversione per i gerani. Sfortunatamente, ahimé, in quel giardino sembrava che gli unici fiori che riuscissero a crescere rigogliosi fossero soltanto i gerani.
Spesso era andato in un grande vivaio che c’era lì vicino per comprare piantine e semi con cui fare i suoi esperimenti ed aveva fatto mille tentativi, tutti più o meno regolarmente falliti. Aveva costruito sofisticatissimi impianti di irrigazione, aveva provato concimi e fertilizzanti di ogni tipo, in poche parole aveva speso un sacco di soldi, oltre la fatica naturalmente, ma tutto sembrava inutile, le uniche piante che crescevano senza problemi al bordo delle aiuole, al ridosso dei muri, a volte addirittura alla base degli ulivi, erano sempre rigogliosissimi e lussureggianti gerani rossi.
Testardi, floridissimi, ogni volta che varcava il cancello sembrava che lo aspettassero con quel loro aspetto arrogante per ridergli in faccia il loro diritto ad esistere anche contro la sua volontà. Erano piante disordinate, eccessive, esuberanti, proprio l’opposto di quanto lui amava in una pianta. Non avevano tenerezza, né profumo, vivevano sazie dei loro colori sgargianti e della loro provocante innocenza. Sembravano gridare al mondo la loro intoccabile libertà.
Aveva provato a volte a decimarli, ma non se l’era mai sentita, in verità, di strapparli del tutto. Stavano lì da troppo tempo, forse da secoli, e lui era troppo rispettoso di quanto esisteva, che gli piacesse o meno.
Qualche volta aveva proceduto a potature radicali, aveva provato anche a non innaffiarli per tempi lunghissimi durante le terrificanti estati siciliane, ma non c’era stato niente da fare. Sembravano una sorta di araba fenice vegetale, tornavano a resuscitare dalle loro ceneri e a ricrescere più alte e tenaci di prima.
Inutile dire che tutti quelli che varcavano quel cancello appena arrivati esclamavano :- Che meravigliosi gerani ! - e questo gli suscitava ogni volta una sottile sensazione di stizza e di desolante tristezza.
Quante volte si era ritrovato a pensare al perché odiasse tanto quei fiori. Forse era il fatto che li aveva sempre visti là e che non avessero bisogno delle sue cure. Era forse la loro sfacciata indipendenza ? Sembravano fregarsene dell’intera umanità. Li aveva sempre giudicati fiori stupidi, banali, privi di fantasia; o forse - pensava a volte seduto all'ombra di un albero - non gli erano mai piaciuti perché un tempo erano piaciuti a sua madre.
Nel ricordo di tanti c’è un giardino, una casa di campagna, un albero su cui ci si arrampicava, una pietra. Quello era il "suo" giardino. Come per tutti, anche per lui c’era una parte della sua infanzia che più o meno inconsciamente detestava, come detestava i gerani di quel giardino. Poi si era ritrovato a concordare con sé stesso che non era certo il caso di disturbare Freud e tutte le sue truppe per capire perché odiava tanto i gerani. Li detestava e basta.
Diverse volte aveva provato a piantare il gelsomino che adorava difendendolo con impressionati reticolati dagli assalti dei conigli e prestandogli cure intensive, ma, inesorabilmente, dopo una lunga agonia e un’esistenza miserabile di piantina da pochi centimetri era arrivata la morte a risolvere ogni cosa.
Singolare era poi il fatto - aveva difficoltà anche a raccontarlo a sé stesso - che, nonostante l’enorme quantità di specie che c’erano in quel vivaio vicino, lui sognava di far crescere in quel giardino una pianta del tutto nuova, una pianta fantastica, una pianta che nessuno avesse mai visto, un incrocio tra un gelsomino e un ciclamino, una pianta "sua". Il gelsclamino l’aveva chiamato, una pianta davvero impossibile. Un fiore che sboccia di notte con i suoi geni abbracciati a quelli di uno che sboccia di giorno, una pianta da bulbo sposata con una da radice, una pianta invernale che coesiste con una perenne e che fiorisce soltanto in estate. Forse era proprio un pazzo, ma l’idea gli piaceva lo stesso e il solo pensiero quasi lo ubriacava.
Pensava che una pianta di quel genere avesse quasi un significato filosofico, come se si trattasse della fusione di due opposti, come se il desiderio e il sogno, fatti di nebbia, si potessero fondere con la realtà incontestabile, fatta di pietra, e dare luogo a qualcosa di nuovo e bellissimo. A quel punto gli girava la testa e non gli restava che riflettere con umiltà sui suoi risultati miserandi. La sua pianta meravigliosa, il frutto dei suoi sogni era quel piccolo aborto che giorno dopo giorno agonizzava davanti ai suoi occhi.
Intanto il tempo passava e i fallimenti non si contavano più. Quante volte sua moglie lo aveva rimproverato di perdere tempo e denaro in quella stupida impresa invece di dedicarsi a qualcosa di più costruttivo. Ogni volta aveva replicato - con sempre minore convinzione in verità - che quello era il "suo" giardino, il suo piccolo rifugio dal caos e dallo stress cittadino, e ne faceva quello che voleva. Francamente però sempre più spesso il virus della civiltà prendeva il sopravvento e allora pensava di avere torto e che la sua libertà di sognare cominciava a pagarla un po’ troppo cara. Ma era più forte di lui; si sedeva all’ombra degli ulivi, davanti agli allucinanti gerani, e gli sembrava di avere davanti agli occhi quella pianta da sogno, più reale di quelli. Poi naturalmente tornava con i piedi per terra e ripensava a tutti gli sforzi, il tempo sprecato; ma per che cosa poi... una pura utopia, una cosa astratta, un sogno impossibile.
In questo dialogo con se stesso si difendeva a volte dicendo che in fondo migliaia di piante che riempivano giardini e vivai erano uscite dalla fantasia e dalla pazienza di uomini volenterosi, ma gli riusciva davvero difficile identificarsi con uno di questi. Lo avevano fatto forse per la gloria, per avere il proprio nome scritto in qualche trattato di botanica, ma non era il suo caso, non gli erano mai interessate le glorie da botanico, forse in verità non gli era mai interessata nessuna gloria, avrebbe solo voluto vedere quella pianta, viva e vegeta, nel suo piccolo giardino.
Era sostenuto, e lo sapeva, solo dalla sua presunzione. Sapeva che sarebbe stato un vero miracolo, un assurdo della natura, ma lui testardo ci credeva lo stesso.
Quella mattina, come gli accadeva spesso, sfinito da quella che sembrava a volte una sfida con Dio stesso, era stato preso da una strana sonnolenza, si era sdraiato come al solito all’ombra del grosso ulivo, e si era addormentato profondamente. Si era ritrovato in un sogno affascinante e misterioso: si trovava nel mezzo di un bosco completamente distrutto da un incendio recente. Era inverno e la luce diafana di una splendida luna piena illuminava la scena.
All’improvviso, nel mezzo di quella desolazione, aveva scorto tra la cenere e i rami bruciati, una piccola pianta, tenera e bellissima. Sì, proprio così, si trattava del tanto agognato gelsclamino pieno di piccoli fiorellini coloratissimi che emanavano un profumo inebriante. Era lì, poteva toccarlo, poteva sentirne il profumo, poteva vedere i colori meravigliosi, sembrava vero!
Come sempre succede quando si fanno sogni di quel tipo, mentre era nel pieno della sua contemplazione, era stato svegliato da un rumore simile a una fucilata
Se ne stava ancora incantato e mezzo intontito in quel limbo che ci trova sospesi a volte tra il sonno e la veglia, e lì ebbe la sua piccola illuminazione. Aveva sempre pensato infatti che i sogni fossero messaggi che qualcuno mandava agli uomini da un'altra dimensione per comunicare cose che solo con quel mezzo possono essere mostrate.
In un attimo sentì che quanto si muoveva nel suo cuore: giardino, boschi, sole, incendi, il bello, il brutto, il vero, il falso, tutto aveva la consistenza del sogno, tutto compresi i gerani con la loro imponente e lussureggiante certezza. Ebbe la sensazione di trovarsi nella scena di un sogno di cui lui insieme a tutto il resto erano solo frammenti microscopici. Ma a chi appartaneva quel sogno?
Capì in un attimo che era davvero quella la pianta fantastica: il legame sottile e misterioso che lega la realtà al sogno, la verità alla menzogna, la fantasia alla concretezza. Capì che i gerani che aveva davanti e i fiori fantastici del sogno erano da sempre piante dello stesso giardino, erano due facce della stessa medaglia. Niente senza il sogno sarebbe potuto esistere davvero, così come nessun sogno può esistere senza la realtà che lo anima.
Si alzò, prese la zappa e incominciò a sistemare la terra attorno ai gerani dove poi avrebbe gettato il concime che avrebbe chiesto a quel vicino, antipatico e indispensabile come tutti i vicini. Guardò per la prima volta con occhi diversi quei fiori e li vide nella loro sconcertante concretezza e da quel giorno li amò con tutto il suo cuore perchè intravide il sogno che racchiudevano.
Sapeva ormai d’altronde che il giardino incantato esisteva davvero da un’altra parte: quella parte che prende corpo solo alla luce della luna quando la verità non è mai del tutto verità e la menzogna non è mai del tutto menzogna, quando la realtà diventa un po' fantastica e la fantasia diventa un po' reale. Quando ne avrebbe avuto voglia sarebbe tornato a vedere i meravigliosi fiori della sua immaginazione, ma la realtà così come se la trovava davanti non era certamente meno meravigliosa e bizzarra.


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