My Opera is closing 3rd of March

insaneasilum

La Domenica delle Salme

(horror short story)




La domenica delle salme, la mamma ci metteva il nostro vestito più bello, dopo aver preparato con cura una colazione degna di un banchetto.
L’odore del pane tostato riempiva la casa, mentre la sentivamo giù in cucina armeggiare con le pentole: pochi minuti ancora e sarebbe salita da noi, stretti sotto le coperte per svegliarci con un suo bacio.
Io e mia sorella facevamo finta di dormire, così lei si avvicinava al letto, si sedeva su di esso e con la mano ci accarezzava la testa.
La mamma alla domenica profumava sempre di lavanda, si alzava molto presto, riempiva la vasca d’acqua calda e si lavava accuratamente, con gesti lenti e canticchiando una vecchia canzone; anch’io mi svegliavo presto la domenica, ma preferivo rimanere sotto le coperte, lasciandomi cullare da quel canto, finché lo scrosciare dell’acqua non mi avvisava che aveva finito.
Mamma si chinò su di noi, baciandoci la fronte, era tempo di svegliarsi, dovevamo prepararci perché oggi era la domenica delle salme, dovevamo essere perfetti.
Mia sorella si stropicciò gli occhi, poi sorrise, la mamma le passò una mano sui suoi lunghi capelli biondi poi mi guardò e disse: “Vestiti, mentre io aiuto tua sorella”.
In fondo al letto il mio vestito era già pronto, lavato e stirato, con quel buon profumo di sapone.
Infilai la camicia bianca, con i suoi polsini perfetti, senza nessuna piega, sentendo il fresco cotone sulla mia pelle ancora calda, allacciai tutti i bottoni fino al collo dove lo fermai col cravattino nero.
Avevo già infilato i pantaloni così guardai la mamma, mentre raccoglieva i capelli di mia sorella in una lunga coda, le aveva messo il vestitino bianco con le margherite azzurre, assomigliava alla bambolina di porcellana che tenevamo sul mobile del salotto.
Mamma ci guardò: “Così siete proprio belli! I miei due tesori.”
Sorrideva soddisfatta ed io come ogni volta ero arrossito, mentre mia sorella si portava le mani alla bocca col quel gesto innocente che fanno i bambini per nascondere la propria gioia.
“Ora andiamo o arriveremo in ritardo alla funzione”
Scendemmo le scale, la mamma davanti e noi subito dietro, in cucina sul tavolo la nostra colazione ci stava attendendo.
Finito di far colazione uscimmo di casa, la nostra carrozzina ci attendeva in fondo al vialetto, il cavallo alzò la testa, mentre ci avvicinavamo, mamma mi guardò e disse: "Oggi lo porti tu!"
Credo che in quel momento i miei occhi si siano illuminati di gioia nel sentire quelle semplici parole, ma mentre mi mettevo alla guida della nostra carrozzina, con la coda dell’occhio avevo gettato una rapida occhiata alla casa dei nostri vicini: gli Smiths.
La casa aveva le imposte tirate, il prato del giardino incolto, pieno di foglie secche cadute dagli alberi, se non fosse stato per il filo di fumo che usciva dal comignolo, sarebbe apparsa come una casa abbandonata.
La mamma capì al volo cosa mi stava passando per la testa in quel momento e con la sua voce calda mi disse: “All’inizio non è così facile! Ci vuole tempo per l’adattamento.
Ne abbiamo già parlato diverse volte rammenti?"
“Sì mamma” le rispondo, mentre mi siedo sulla carrozzina.
Conosco a memoria la storia dell’adattamento, è una delle prime cose che ci insegnano a scuola, ma mi manca Samuel, il figlio degli Smiths è il mio compagno di banco ed è più di una settimana che non lo vedo uscire di casa: mi mancano i suoi giochi, la sua compagnia.
Guardo quella casa chiusa con timore e nello stesso tempo con la curiosità di un bimbo, ho visto la signora Smiths solo un paio di volte in questi giorni, esce di fretta per andare all’emporio giù in fondo alla strada.
E’ pallida in viso, parlotta con mia madre per qualche minuto poi si richiude in casa, mamma ha detto che va tutto bene, che non dobbiamo preoccuparci e presto li rivedremo tutti, ma a volte questo mi fa paura.
Sull’altro lato della strada un gruppo di spazzini in tuta blu sta spostando la vecchia carcassa arrugginita di un’auto, si muovono meccanicamente, con gesti lenti, ormai ne sono rimaste poche di auto, nessuno le usa più, anzi nessuno fa più uso di “tecnologia” come ci hanno insegnato a scuola, mamma dice che siamo tornati inditetro nel tempo a più di 200 anni fa.
Mamma ci parla della Guerra durante le fredde sere d’inverno, io ero piccolo, non la ricordo, gli uomini sono partiti tutti per combattere il "Nemico", non ho mai capito quale però, anche mamma non se lo ricorda, solo che le armi che hanno usato per combattere questa guerra, hanno cancellato dal mondo la tecnologia, tutto ha smesso di funzionare e gli uomini sono tutti morti…
Già gli uomini sono tutti morti, ma anche donne, vecchi e bambini, quelli rimasti nelle loro case, nei loro paesi, mamma dice che sono stati i virus liberati subito dopo le bombe elettromagnetiche, e quando finalmente hanno trovato un vaccino, ormai la quasi totalità della popolazione era già spacciata, ed i pochi sopravvissuti si sono rimboccati le maniche per ricostruire tutto, ripartendo quasi da zero.
Le grandi città sono state abbandonate, troppo contaminate e pericolose, e così sono nati nelle varie campagne i Villaggi come il nostro: piccoli nuclei urbani più gestibili dalla scarna popolazione.
Poi qualcuno ha scoperto che si poteva far resuscitare i morti, non sempre funziona, la mamma dice perché chi è ancora in vita non ha abbastanza Fede; il nostro maestro a scuola pensa che si tratti dell’azione di qualche batterio mutato durante la Guerra: interagisec con i tessuti morti riportandoli in vita, ma nessuno sa veramente perché i morti resuscitano e soprattutto di domenica!
E così una volta resuscitati ed “addestrati” gli uomini tornano a prendere il loro posto nella famiglia di appartenenza, nel lavoro di tutti giorni, nella nostra nuova società.
I resuscitati, così ci dicono di chiamarli, non hanno una vera coscienza, dispongono di un’intelligenza molto primitiva (giusto per fare piccoli lavori manuali ed usare semplici attrezzi), ma sono forti e non si stancano mai.
Al Villaggio sono impiegati nei lavori di fatica e nei campi, dato che non ci sono né macchine agricole, né bestiame a sufficienza per coltivare la terra, si cerca di dargli una vita dignitosa, anche se a volte mi sembrano solo tante bestie da soma.
Così ogni "Domenica delle Salme", le famiglie del Villaggio si riuniscono dietro la chiesa dove sorge il cimitero, arriva poi il reverendo mandato dalla curia, celebra la messa, pronuncia quelle strane parole in latino e così a volte capita che la terra in un punto qualsiasi del cimitero abbia un fremito per qualche istante, i becchini si trascinano lenti verso quel punto (sono dei resuscitati anche loro) ed iniziano a scavare.
Il reverendo chiama la famiglia del defunto e si avvicina alla fossa aperta, benedice il quel corpo che si contorce, mentre riprende vita, i becchini lo imbracano ben stretto estraendolo dalla buca.
Una volta assicurati che sia ben legato, i famigliari lo potranno portare a casa con se per l’adattamento, mentre un incaricato delle pompe funebri cercherà di rimetterlo in sesto.
Non sempre i cadaveri sono ben conservati, no, ed ormai ho perso il conto delle volte che sono scappato via per vomitare.
L’adattamento può durare parecchi giorni, viene svolto nella casa del defunto a carico dei suoi famigliari, in modo tale che barlumi di ricordi riaffiorino nelle cellule cerebrali resuscitate: e così il morto, invece di vagare come uno zombie impazzito, si trasforma in quel docile automa come si vede spesso girare per il villaggio, che pulisce le strade, che dissoda un campo di terra o sposta un carico di merci.
E’ capitato che l’adattamento non funzioni, mamma non ne parla mai, quando capita arrivano i sanificatori, sigillano la casa e poi bruciano tutto.
I morti mangiano i vivi, anche se mamma dice che non è vero, che sono solo favole raccontate per spaventare i bambini, ma lei non sa che ho visto dove portano i resuscitati almeno una volta ogni due o tre giorni.
Li ho visti che li caricavano a gruppi su grandi carri di legno per portarli appena fuori del Villaggio, dove c’è una specie di campo, circondato da filo spinato e rete metalliche.
Nel mezzo del campo ci sono grandi capannoni di legno senza finestre e con solo due porte, una davanti e una di dietro.
I morti entrano da quella davanti, mentre da quella su retro ho visto far entrare degli animali: pecore, mucche e qualche cavallo.
Quando tutti sono dentro, le porte vengono sprangate, i muri di legno di quei capannoni devono essere belli spessi, perché non si sente uscirne nulla, nessun verso, nessun grido.
Credo di essere stati lì fermo quasi un’ora, senza che accadesse nulla e quando stavo per alzarmi ed andarmene annoiato, ho visto che le porte venivano riaperte, ma solo i morti ne riemergevano, con il volto e le mani e le loro tute colorate tutti sporchi di sangue.
Dopo essere stati divisi in base al colore della loro tuta, pare che i resuscitati si riconoscono tra loro proprio in base al colore del loro vestito (in questa maniera è più facile indirizzarli verso la loro specifica mansione) li hanno fatti passare vicino a degli idranti e con l’acqua venivano lavate via le tracce di sangue dalla loro pelle e dalla loro tuta, fatta con una stoffa che mamma chiama “Sintetico”: non si macchia, non si stropiccia, non si strappa così facilmente come al contrario fa il cotone delle mie camicie.
I morti mangiano i vivi, io lo so, per questo quando li guardo ho po’ paura, ma non posso dirlo alla mamma, perché si arrabbierebbe troppo e mi sgriderebbe e lei desidera tanto che ritorni papà qui con noi e dobbiamo essere bravi come dice lei, credere ed avere Fede nella Resurrezione dei Morti, come c’è scritto nel libro che tiene sempre sul suo comodino e che ogni sera legge prima di addormentarsi.
Non voglio fare arrabbiare la mamma, oggi è la Domenica delle Salme, dobbiamo andare alla funzione, con il nostro vestito più bello, col cuore pieno di gioia e buoni propositi.
Agito le briglie il cavallo che lentamente parte allontanandosi da casa, getto un’ultima occhiata alla casa degli Smiths, magari domani rivedo Samuel ed oggi chissà, potrei pure riabbracciare mio padre.

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