Saturday, 16. August 2008, 12:37:02
CARACAS - Inesorabile, la sentenza è di 8 anni, sia che ti abbiano trovato addosso 300 grammi di droga o un ingombrante fardello di 37 chili, come è avvenuto più di una volta, capace di inebriare letteralmente in un colpo legioni di persone. Secondo l’elenco mozzafiato che ho sottomano, nelle carceri della capitale e delle quattro regioni del Paese — centrale, centro occidentale, orientale, andina—sono 43 i detenuti italiani nel primo semestre di quest’anno gravati da quella condanna, che però non viene mai scontata per intero. Tralasciando quelle più remote e inaccessibili, ho trascorso qualche giorno nelle prigioni di Caracas e dintorni, dove la presenza dei nostri connazionali è cospicua: gente di età e condizioni sociali diverse, spinta quaggiù dalla chimera di un «affare » rapido e facile che ha accomunato per anni lombardi, liguri, toscani, siciliani, calabresi, veneti, campani, friulani, sardi, pugliesi, emiliani, abruzzesi. Dal bollettino di guerra — l’elenco — risulta che il drappello più nutrito è quello siculo- lombardo.
Nel carcere El Rodeo, considerato il più tumultuoso e pericoloso di tutti, un milanese sui quarant’anni, alto e secco, riassume in poche parole la sua avventura: «Sono qui da due anni e mezzo, per traffico di droga. Perché l’ho fatto? Per ingordigia di denaro, come tutti». Nello stesso lugubre, catacombale corridoio dove stanno rintanati mezza dozzina di italiani, un tipo coi capelli rossi e modi gentili è fresco di cattura: viene da Padova, l’hanno arrestato 10 mesi fa alla frontiera con due chili di «roba» nello zaino. «Otto anni la sentenza —dice rassegnato—e due li dovrò passare certamente in questo cesso. Poi però sarò rilasciato in libertà condizionata e mi troverò un lavoro». Bastano poche ore al Rodeo 1 per sprofondare nell’abisso di una realtà dove odio, rancore e disperazione non hanno limiti e spesso scaturiscono in risse sanguinose e mortali tra le diverse «bande» dei carcerati, oltre che tra le guardie e i detenuti. Secondo i dati aggiornati dell’ultima ora, gli scontri armati all’interno delle prigioni venezuelane ad alto rischio hanno fatto 249 morti e 381 feriti nel primo semestre del 2008: ed è proprio Rodeo 1 a conservare il primato con 41 cadaveri e 35 sopravvissuti, attualmente confinati nelle corsie degli ospedali.
Ma non è un mistero per nessuno che la gran parte della responsabilità per questo continuo spargimento di sangue debba essere attribuita al fenomeno inarrestabile della corruzione, che irretisce e coinvolge un po’ tutti: dai direttori stessi dei penitenziari al personale di vigilanza e su su fino a certe strutture e vertici di potere nazionali. Nei mesi scorsi sono stati confiscati in 10 prigioni venezuelane una grande quantità di armi (rivoltelle, pistole, mitragliatrici, pugnali, granate) e munizioni; così come sono state sequestrate grosse riserve di droga — marijuana, cocaina e crack — a nutrimento di una popolazione carceraria totalmente tossicodipendente, che—mi dice un ragazzo sdraiato nel corridoio con gli occhi sbarrati —, «non ha più nulla da perdere».
Un tizio racconta di essere stato fermato dagli agenti con 7 chili di droga nella valigia. «Me ne hanno presi 6—aggiunge senza scomporsi, come se si trattasse di un fatto di ordinaria amministrazione — lasciandomene uno. Un buon affare per tutti: io non sono finito dentro e loro hanno rimesso sul mercato, con gran profitto, quel po’ po’ di merce». Nessuna illusione, quindi, che il flusso quotidiano di droga possa essere bloccato dai cancelli d’ingresso del Rodeo, permanentemente controllato da mezza dozzina di poliziotti, assonnati e insaccati nell’uniforme, anche se hanno una mano indolenzita sul calcio del fucile. E credo siano in pochi a credere che la decisione—suggerita tempo fa — di cambiare ogni sei mesi il direttore del carcere e l’esercito dei suoi dipendenti più fidati possa d’un sol colpo neutralizzare la fitta rete delle complicità e degli intrallazzi. Anche imeno scettici dubitano che eventuali nuovi progetti ed interventi possano provocare una metamorfosi. Molti i rassegnati, gli sconfitti. Più di uno ha definitivamente tirato il catenaccio sul portone della vita. Si spinellano per arrivare al traguardo. C’è chi fa testamento: «Sono qui dentro da 5 anni e mezzo per traffico di droga a livello internazionale. Nato a Caracas, ma di origini italiane. Ciao, amico. È venuto il momento». E un altro, pure di italiche origini: «Sono un essere umano, ma le condizioni igieniche sono disastrose. Sono vissuto nella merda». Chi è venuto da Bergamo, chi da Catania, chi da Genova, Tarquinia, Grosseto, Catania, Brescia, Forlimpopoli, Lamezia Terme, Buccinasco, Sesto San Giovanni, Mazzara del Vallo, Mondragone, Gioia Tauro, Carrara, Frosinone, L’Aquila. Uno che viene da Benevento dice: «L’ho fatto per necessità, la moglie, i figli…». Sta per mettersi a piangere.
Se lo vedi dall’alto, il carcere Rodeo sembra un vecchio moribondo condominio, un cubo di pietra grigio trapanato dai proiettili, con dei buchi neri al posto delle finestre, da cui pendono lenzuola e stracci luridi da funerale di terza classe. Sul tetto- terrazza, molto vasto, i detenuti stanno facendo la doccia completamente nudi, sghignazzando e irrorandosi a vicenda coi getti d’acqua: e a Luigi che li vuole riprendere con l’obiettivo in quella atmosfera di festa e si dispone a scattare la foto, lanciano improperi e minacce: «Guarda che dentro al Rodeo non si fanno le foto. Se ci provi ti spariamo, stronzo!». All’ingresso dell’edificio, lungo un corridoio piastrellato, c’è una serie di stanze piccole ma alte fino al soffitto, le pareti di cemento spoglie e nude, senza neanche l’ombra di un giaciglio o d’una coperta: adibite, com’è facile immaginare, agli amplessi rapidi, furiosi e disperati dei detenuti con le proprie mogli o compagne, secondo le scadenze fissate, con impietoso rigore, dal regolamento carcerario. Nella calura meridiana, il cortile che si estende tra due padiglioni è diventato un dormitorio dove qui e là sono state elevate capanne d’emergenza per proteggersi dall’accanimento del sole: per garantirsi la «privacy», un detenuto ha comprato una tenda di tre metri per due, dove fa la siesta su un materasso di gomma piuma come un maharajah. Alcuni — non si sa come — sono riusciti a prendere sonno anche nelle amache allacciate sotto tettoie di lamiera arroventata. Ma il momento più bello è la sera, quando il cielo si spegne e l’intero paesaggio si assopisce in una luce morbida, prima del silenzio notturno.