Sunday, 1. November 2009, 09:37:21
Rispondo con questo post ai commenti suscitati da quest'altroCara
Amica Che Non Ama Gli ABBA,
Tornando sulle vie del nostro fraintendimento, che ritengo tuttavia sottendere ampi margini di reale divergenza (ovviamente serena, almeno da parte del sottoscritto), ma in ben altri ambiti, ti scrivo queste considerazioni perché tu possa interpretare meglio quello che volevo dire, e soprattutto quello che sono.
Il mio giudizio sull'arte (dunque NON su ricordi e nostalgie, che all'arte possono fondersi pur mantenendo una loro individualità e complessità autonoma, ma che secondo me sono tutt'altra cosa) è un giudizio del tutto avulso da considerazioni sulla storia, sulla cultura, sulla società e via discorrendo. Per esempio: apprezzare, come apprezzo, moltissima editoria degli anni settanta non significa dire così su due piedi
"vorrei che tornassero gli anni settanta". Non ho vissuto gli anni settanta. Posso ricostruire alcune cose di quegli anni, e posso giudicarle negative e positive. Ma questo è (1) un'altro paio di maniche, e (2) una questione banalmente senza molto significato, visto che comunque non abbiamo la macchina del tempo. Ergo, nessuna volontà nostalgica in senso storico.
Una cosa è certa. La maggior parte degli
oggetti artistici che si producono ex novo oggi, e in generale le ritmiche del cinema di oggi, la televisione di oggi, i libri di oggi, NON MI PIACCIONO. Punto e basta. Questo è un fatto innegabile che ti confermo, e non mi pare il caso di utilizzare questo spazio per dirti il perché la maggior parte di ciò di cui parlo non mi aggrada e non mi somiglia: ci metterei veramente troppo a scriverne, e penso che sarei io il primo a non voler leggere queste argomentazioni, anche perché, a ben vedere, ritengo che si tratti di amori a prima vista e dunque di sensazioni non esportabili, né tantomeno condivisibili sulla base di ragionamenti.
I miei ricordi - quelli concreti, quelli che ho vissuto - sono sostanzialmente legati a tutti gli anni ottanta, e lì penso di poter affermare le cose con una certa perentorietà. Ma attenzione: una parte degli anni ottanta era ANCHE formata da oggetti artistici che non si erano prodotti negli stessi, ma molto, molto prima. La maggior parte dei serial televisivi erano statunitensi e venivano dalla metà dei settanta per non dire più indietro. Le programmazioni saccheggiavano a piene mani anche altrove: le comiche degli anni quaranta, così come l'horror anni sessanta, così come i mistery anni trenta, così come i classici anni quaranta e cinquanta, il tutto in un'atmosfera dove il presente era immerso in una miriade di espressioni della memoria collettiva molto, molto remota, specie a livello documentaristico. E sto parlando solo di audiovisivi, e non di musica, non di letteratura.
(Piccolo dettaglio. Avrai notato che io non parlo mai di quello che è venuto subito dopo gli anni ottanta, cioè di quello che dovrebbe identificarsi nel periodo dei miei vent'anni circa. E la ragione è semplice. In quell'epoca, ma a ben vedere DA quell'epoca, il panorama ha incominciato a lasciarmi sempre più indifferente. Tanto per dirti quanto il mio giudizio sulle cose sia slegato da periodi storico-personali che dovrei ricordare con passione, esattamente come accade per quei vecchi che esaltano il ventennio e l'epoca in cui "i treni arrivavano in orario", per il solo fatto che la loro giovinezza avvenne lì.)Nei MIEI anni ottanta ho ascoltato concerti (RadioTre) che oggi - nell'era del podcast e del villaggio globale - posso solo sognarmi, ma questi concerti erano spesso registrazioni di almeno trent'anni prima; e ho letto libri che oggi sono definitivamente fuori catalogo e che quasi sempre erano stati stampati da almeno dieci anni, e scritti decine e decine di anni ancora prima. Cioè: penso che solo una minima parte delle cose ascoltate in quegli anni potesse essere rappresentativa DEL SOLO PERIODO IN CUI NE FRUIVO. Ergo, se parlo di nostalgia posso parlare solo e unicamente di tre cose: (1) di
oggetti che mi ricordano momenti che ho vissuto, per il semplice fatto di essere indissolubilmente legati a quei momenti (indipendentemente dalla lor data di produzione); (2) di
oggetti che mi RICORDANO stili e modalità di un tempo che ho vissuto, pur non appartenendo al mio passato di fruitore, bensì a mondo ed epoche che non ho conosciuto e che non vorrei neppure conoscere; (3) di
oggetti che semplicemente mi piacciono, e che però trovo in forma di citazione, brandello, clip, estratto, rarità introvabile. Nessuna esaltazione di epoche storiche, insomma, ma solo esaltazione di ciò che sento.
Da qui a costruire, come tu dici, un panegirico nostalgico su tempi che non ho vissuto, mi pare che ce ne voglia. Non ho alcuna intenzione di esaltare tutta la seconda metà degli anni settanta per il semplice fatto che mi piace la musica degli ABBA. Adorare la poesia di Baudelaire non credo voglia dire desiderare il ritorno delle epidemie di sifilide che imperversavano nel diciannovesimo secolo.
C'è però un dettaglio su cui, a parte appunto aggiustamenti su cosa si vuol dire con il tale termine e la tale espressione, mi trovo del tutto in disaccordo, che è quello secondo il quale tu ritieni che io, se avessi avuto diciotto anni all'epoca in cui li avevi tu, avrei ascoltato e apprezzato la musica di determinati generi, e detestato quella appartenente ad altri. Scusa, ma questo atteggiamento mi sembra da un lato piuttosto opinabile, non tanto per il suo contenuto (che al limite può essere vero) quanto per la sicurezza con cui lo affermi; e dall'altro lato (e più seriamente) discutibile in termini di relazione tra gusti e
giudizio sulla persona. Cioè, mi sembra un po' pretenziosa l'idea di poter sindacare a priori sui gusti di una persona, peraltro in tempi del tutto avulsi da quelli anagrafici della stessa; e mi pare riduttivo e ghettizzante pensare che la tal musica sia indicativa di un certo stato, come dire,
sociale e psicofisico.
Sarebbe come dire, cosa che peraltro una volta si faceva, che il tale tratto somatico è indicativo della follia, della demenza, della furia omicida. Cioè, è ovvio che un atteggiamento, come dire, monoideista, verso una tale forma d'arte può farmi supporre qualcosa sul tale individuo che la presenta come tratto distintivo. Se vedessi un liceale andare sempre e solo ai rave party, potrei anche ragionevolmente SUPPORRE un suo uso di droghe sintetiche, ma sarebbe una supposizione da dimostrare con prove ben più concrete, esattamente come sarebbero da dimostrare -
relativamente a un preciso individuo - tutti gli altri possibili pregiudizi che legano il tal gusto alla tale appartenenza.
Il piano del nostro disaccordo è legato però a un quadro mentale preciso, che spiega perfettamente la nostra divergenza in modo molto comprensibile. Tu ragioni in termini sociali, e probabilmente, anzi certamente, ci azzecchi. Nei grandi numeri, quello che ho chiamato pregiudizio nei confronti dei rave pary
in effetti non è un pregiudizio, ma una realtà. Probabilmente, se andassi a scandagliare la vita relazionale e sessuale di un campione di mille ragazze ventenni che ascoltano solo i Massive Attack e i Tokyo Hotel, e lo confrontassi con un campione analogo composto da ragazze della medesima età, che invece preferiscono ascoltare solo Mina e Astor Piazzolla, PROBABILMENTE E CERTAMENTE scoprirei che il primo campione ha comportamenti totalmente diversi dal secondo. Ma questo non vuol dire che non esistano
singoli individui (questa è la parola chiave) che ascoltano entrambe le cose, piuttosto che elementi del primo insieme che hanno caratteristiche del secondo e viceversa. Cioè, se è risaputo che le belle ragazze le trovi negli ultimi banchi, questo non vuole dire che tutte le ragazze intelligenti e studiose siano automaticamente delle racchie, e viceversa anche qui.
Riassumendo, il tuo quadro di riferimento - perfettamente funzionante a livello metodologico statistico - è però improntato su grandi numeri, movimenti sociali, tendenze macro. Il mio è l'esatto opposto: si basa sul singolo individuo, sulla sua unicità. Non dico che il mio metodo sia migliore del tuo. Anzi, il mio, da molti punti di vista, è il peggiore. Ma io so benissimo che il mio è il peggiore, solo che non lo applico dove può definirsi peggiore.
Detto questo, c'è però da affrontare una seconda tematica, per molti versi molto, molto più importante della prima, che è quella del
giudizio. Se affermare cose tipo
"negli anni settanta un diciottenne che ascoltava la musica degli ABBA era uno sfigato secchione campagnolo" può avere una sua consistenza statisticamente apprezzabile, per quanto, come detto, questo far di tutta l'erba un fascio possa anche essere una generalizzazione che nel caso specifico non funziona, mi chiedo e ti chiedo:
hai qualcosa contro gli sfigati secchioni campagnoli? A me l'espressione "sfigato secchione campagnolo" suona esattamente come tante altre etichette, che vedo simili a contenitori tanto colorati e vistosi quanto vuoti, esattamente come le bestemmie pronunciate da un ragazzino delle scuole medie per farsi notare dai coetanei. Tanto per dirtene una, io non ho mai fumato cannabis, non ho mai sentito il bisogno di farmi una canna e non ho mai cercato di farmelo venire a forza per effetto di pregiudizi sulla sua utilità. Non ho mai disdegnato l'alcool, ma penso si possa essere giovani e felici senza essersi mai presi una sbronza. Questa cosa non mi rende avverso né a chi sfumacchia né a chi si ubriaca. Mi rende avverso a chi fuma sigarette perché altrimenti non si sente accettato. Non solo, ritengo che filosofie e rituali volti a trasformare l'azione di un signolo individuo nella funzione necessaria entro una certa comunità siano pericolose, e in ogni caso riduttive. Per quel che mi riguarda la vita di uno sfigato secchione campagnolo può essere molto più interessante della vita di un qualsiasi appartenente a qualsiasi altro insieme in altro modo etichettabile. Più che uno sfigato secchione campagnolo mi piacerebbe conoscere Marco Rossi e Mario Bianchi.
Ora, so benissimo che le tue affermazioni sono condivisibili da molti punti di vista: il solo fatto che tu le esprima penso sia sufficiente a decretarne una validità e sostenibilità. Se ho dato l'impressione di voler portare avanti campagne globali contro la tale cosa e a favore della tale altra, non era voluto, anche perché ritengo che campagne di questo genere siano ridicole. Ma il mio campo d'azione è molto ristretto. Se parlo, non parlo del mondo, parlo di me, e per me è già tanto. Se mi piace il latte con i cereali Kellogg's, e vengo a sapere che la Kellogg's sfrutta i lavoratori nelle piantagioni, vorrà dire che comprerò un'altra marca di cereali; ma non è che per questo i cereali Kellogg's cessino di piacermi. Se non ho avuto modo di conoscere molta bella musica che negli anni settanta si affiancava a quella degli ABBA, peggio per me, dovevo nascere prima; non vedo però perché non desiderare una nascita ancora più anteriore. Non si può conoscere tutto. Mi accontento di ciò che mi piace.