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Benvenuti in Scrittura Cooperativa (V2), un progetto di racconto online a più mani.
Autori di questa storia siamo io, Andrea (sdl), e SommoCoca.

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Ultimo Racconto: Capitolo 2 - Racconto 11: Di tutto quello che possiamo avere questa è l'unica cosa davvero nostra

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Capitolo 2 - Racconto 11 - Di tutto quello che possiamo avere questa è l'unica cosa davvero nostra

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1.

Un uomo che siede da solo in una stanza rimane sempre un uomo solo. Non importa quante cose possa vedere attraverso dei monitor, non importa quante informazioni possa carpire attraverso dei fogli. Non importa quante persone conosca meglio dei loro partner o quanti segreti nascosti sia riuscito a vedere.
Egli rimarrà sempre e soltanto un uomo solo.

Il monitor numero sette si illuminò con la consueta colorazione rossa iridescente. Anomalia del sistema, alert, problema. Tutti sinonimi del solito evento: la liberazione di una porzione di Nebulis poteva compromettere un intera zona del muro, rendendola inoperabile ed inaccessibile a causa dei sistemi di sicurezza installati.
Nonostante l’urgenza ebbe tempo di divagare con la sua mente: Quand’è che un uomo cambia direzione? Quando cambia lato politico o religioso?
Ma soprattutto, cosa succede quando lo fa?
Erano interrogativi legittimi. Guardando il professor Erley attraverso lo specchio del monitor non poteva non immaginarsi che anche lui, ad un certo punto, avesse cambiato la propria rotta. In lui era nato quello che molti governanti chiamavano “un sentimento rivoluzionario”. Qualcosa che assomigliava ad un cancro, ad una degenerazione cellulare e mentale che piano piano prendeva il controllo di tutte le sue azioni.
E guardandosi in dietro un giorno, forse, si sarebbe domandato “Come è stato possibile?”

“La deviazione dalla strada maestra non è mai un detour. I detour sono le sbandate. La deviazione è sempre una scelta consapevole” lo pensava e se lo ripeteva, di tanto in tanto.
“La deviazione non è follia, non è impulso, non è irrazionalità. Nasce come conseguenza ma con uno scopo. Un fine preciso. Nei casi dei killer era l’appagamento di un bisogno macabro. Ma quando il bisogno è diverso, come quello della giustizia, allora l’intero cambiamento può sembrare più coerente. E lo diventa davvero, quando uno raggiunge il proprio obiettivo.” parlava sottovoce, con un fil d’aria che a malapena avrebbe consentito a qualcuno di sentirlo. Parlava a se stesso perché certe solitudini erano troppo grandi e lui lo sapeva bene.
E mentre si ripeteva tutta la storia non poteva far a meno di pensare a quel professore: Hive Erley.

“Vabbè. Per oggi direi che è sufficiente.” esclamò “ non credo serva altro”.
Premette un pulsante rosso, a malapena visibile sulla plancia di metallo che si trovava davanti. Era una tastiera immensa, paragonabile ad una composizione di quadri di strumentazioni aereonautiche.
Il monitor perse lentamente la sua iridescenza rossa e nell’immagine vide tutto tornare alla normalità.
Si alzò e disimpigliò il camicie bianco dalla sedia di metallo, non ebbe neanche il lontano desiderio di guardare cosa stava succedendo ora. Ora doveva pensare a dar da mangiare al suo popolo.
Camminò fin oltre la prima porta a scorrimento. Di fronte a lui c’era un lungo corridoio in metallo, del tutto simile a quelli visti all’interno dei monitor, circa duecento metri di corridoio con incroci ogni circa trenta metri che portavano alle altre zone della struttura. I duecento metri di lunghezza erano necessari per la decontaminazione dalle onde elettromagnetiche. Si era sufficientemente lontani dal Muro per poter uscire senza grossi problemi.
L’ultima porta che sigillava la zona aveva due barre color topazio attorno agli estremi delle ante a scorrimento. All’interno del topazio scorreva un liquido argenteo che brillava quasi come la Nebulis.
Rayfner pronunciò ad alta voce il suo nome. Ci furono un paio di secondi di silenzio dove soltanto il suo respiro si scontrava contro le pareti metalliche e poi la porta si apri.
“Benvenuti a Barnard Castle” diceva l’insegna appena fuori dall’uscita.


2.

“Rayfner! Non le è mai passato per la testa di verificare se effettivamente tutte le stazioni fossero disabitate? Non è possibile! Come cazzo può pensare così ingenuamente che tutti non si preoccupino di arrivare fin qua? Stiamo parlando del muro! Non di una passeggiata sul tamigi”
James tentava invano di parlare, colpito alla sprovvista dalla sequenza di eventi. Le mani si contorcono tra loro in un movimento isterico: sta cercando una risposta.
Ecco che d’un tratto sembra calmarsi “La nebbia.” dice
“Pensavo fosse sufficiente. Lei uccide. Non dovrebbe essere possibile superare il muro di nebbia, non senza la mia attrezzatura”
“E lei pensa davvero di essere l’unico detentore di tutta la tecnologia? Si svegli! Il mondo è fatto di persone che tentano tutto il giorno di fare follie, uccidere, distruggere città! Cosa pensava fosse questo? Un gioco? Giocava al piccolo scienziato?”
“Ecco io... veramente... mi dispiace”
Era evidente a tutti che James Rayfner aveva perso ogni tipo di contatto con le relazioni sociali. Lo si vedeva dall’eccessiva empatia con cui reagiva al comportamento irritato di Carlo.
“Ok ragazzi, cerchiamo di ragionare” disse Den “ litigare non ci aiuterà a risolvere i nostri problemi. Anzitutto, Prof. Rayfner, perché c’era una stanza con la nebbia?”
“Ehm... studio. Ch’io sappia era per studio”
Erley notò un’incertezza nel volto dello scienziato ed incalzò: “Per studio? Mi scusi ma se non ricordo male il muro e la sua costruzione non contemplavano la nebbia, non contemplavano i morti e soprattutto non contemplavano tutto questo!” il suo tono crescente fece indietreggiare James
“Non contemplavano niente. E lei ora dovrebbe perlomeno avere l’onestà di dirci che cosa ci faceva una stanza con quella maledetta nebbia dorata”
Fece una pausa
“che ha ucciso mia moglie”
“Mi dispiace che sua moglie sia “
“Che mia moglie sia cosa? Non le dispiace affatto. Per voi scienziati era una vittima sacrificale, voi non sapete il nome di nessuno dei morti che avete causato, e nemmeno delle nazioni che state distruggendo. Siete peggio di ogni terrorista perché avete basato l’intera costruzione di questo mostro unicamente sull’ignoranza e sulla fiducia, sfruttando la crisi mondiale a vostro favore. Quindi ora la prego, ci dica quello che sa.”
Ci fu un rumore fuori, un CLAC forte e distinto e le luci di emergenza si spensero.
“Cos’è stato?” disse Den
“Non ne ho idea” rispose Carlos “ma scommetto che questo forse era un avvertimento. Potevano ucciderci tutti ben prima, ma hanno aspettato a farci vedere che c’erano.”
“Quindi pensi che abbiamo risolto il nostro problema là fuori?”
“Non lo so. Rayfner, ci sono modi per monitorare la situazione fuori?”
Rayfner inizia a cercare qualcosa nelle tasche dei pantaloni e del camicie per estrarre un palmare. Sul suo volto si disegnò un sorriso: “Pare che siano cessati gli allarmi e che la situazione sia tornata alla normalità.”

Riaprirono la porta. Den e Carlos controllarono la situazione dei corridoi che sembrava normale, i due professori rimasero dentro a parlare mentre gli altri perlustravano le zone intorno.
“Ehi Den, com’è dal tuo lato?”
“Tutto ok. Non c’è nulla.”
“Neanche qui. Ma questa cosa continua a puzzarmi”
La fiducia. Quella non la potrete mai costruire. Questa non è una missione che potrete fare facilmente. Questa è una missione in cui tutti saranno vostri nemici. Già adesso, tra di voi, ci sono due spie sovietiche, una cinese, una giapponese, due europee e tre indiane.
E non lasciatevi fregare dalle apparenze. Ci sono americani di colore, ed europei con gli occhi a mandorla.
Come faccio a sapere tutto ciò? Io so a cosa stiamo andando incontro, e voi pure lo dovreste sapere. Non è una questione di trovare qualcuno che vi copra le spalle, ma è una questione di sapere che non ci sarà nessuno a salvarvi il culo.
Dovrete fidarvi solo di voi stessi perché tutti gli altri faranno così. Ed in guerra non esistono amici.

Ma la guerra del capitano cosa era mai? Pensò Carlos.
Alla fine non erano mai arrivati a capire quale sarebbe stato il loro vero nemico. E tuttora pensava che potrebbero essere nel bel mezzo di quella guerra senza saperlo.
“Neanche a me convince molto” Den ruppe il suo flusso di pensieri.
“Sicuramente volevano usare la nebbia in qualche modo malato, per qualche guerra.”
“Già. Ma poi?”
“Il poi che ci interessa è l’adesso, Den. Qualcuno è ancora qui, ed ha sicuramente uno scopo. Non esistono uomini senza uno scopo. Quelli di quel tipo muoiono presto e nessuno ne sente la mancanza.”
“Già.”

3.

“Mind control?”
“Si, controllo della mente. E’ per questo che la tenevamo lì. Ed è grazie a quelle scatole se riusciamo a controllare per bene la Nebulis esterna.”
“Ma non ci sono corrotti di tipo umano!”
“No, Erley, ha ragione. Questo perché la nebbia ha questa forma omicida che non ci consente di andare oltre. Per questo il progetto è proseguito verso la direzione del controllo delle macchine. Già più praticabile.”
“E’ incredibile. Il problema di tutto è sempre la guerra” sospirò il professore
“E’ così che va il potere”
Hive pensò che prima o poi tutto questo sarebbe cambiato. Prima o poi tutte queste nubi incerte si sarebbero dissolte. O forse no? Forse il mondo intero sarebbe stato sempre vittima dei potenti e loro solo delle pedine inutili, mosse da un abile marionettista.
“Non abbiamo trovato niente, sembra tutto ok” la voce di Carlos precedette il suo ingresso.
“Di certo ora avremo da capire cosa fare. Sarà ancora sensato rimanere qui?” Esclamò Hive indicando la telecamera in fondo al corridoio.
“Se mi permettete di dire la mia opinione di scienziato, penso la cosa migliore sia rimanere qui per ora. Io ho comunque accesso ai sistemi di questo luogo e posso cercare di individuare da dove nasce il problema. Sicuramente ci sarà qualcuno in una delle altre stazioni lungo il muro, e se così è posso identificare quale.”
“Allora si metta al lavoro, subito!”
Ormai Carlos non aveva tanta pazienza. Per lui non c’era il deterrente amoroso a farlo ragionare. Non c’erano mogli morte o scomparse ma solo il freddo raziocinio di un uomo che vuole uscire da una penosa situazione. La sua morale non gli permetteva di abbandonarli ed inoltre pensava sempre più spesso che questa fosse quella guerra.

Tornarono alla stanza di controllo, tutti controllavano i movimenti delle telecamere con occhi puntati verso l’alto. Rayfner Jr si mise a lavorare sulla console principale.
“Mi ci vorrà qualche minuto, voi date comunque un’occhiata alla situazione intorno per evitare problemi come quelli di prima”
I due militari si appostarono agli ingressi. Prima avevano controllato anche la stanza della nebbia: Vuota. Scomparsa chissà dove. Non si aspettavano certo che la nebbia si fosse rinchiusa di sua spontanea volontà, ma almeno speravano di togliersi il dubbio di dove fosse.
“D-d-dove pensa sia finita la nebbia” disse Den, e quell’incertezza tradì qualcosa in lui che non andava
“Beh, a dirla tutta penso sia stata fatta uscire. Altrimenti tutte le attrezzature sarebbero danneggiate e noi saremmo...beh... morti.”
“Spero per lei sia così” aggiunse l’amico.
“Ma dov’è finito Hive?”
“Era andato un attimo in bagno pochi secondi fa, non credo che dobbiate preoccuparvi per lui. Lasciatemi solo finire il mio lavoro per ora.”

A poco meno di duecento metri in linea d’aria c’era Hive, e la Nebulis.
Una voce metallica si materializzò attraverso alcune intermittenze elettriche all’interno della nebbia. Il suono secco, privo di calore, ma soprattutto abbastanza silenzioso gli permisero di non essere udito da nessun’altra zona.
“Professor Erley? Ha tempo di una semplice discussione?”
“Ho scelta?”
“In verità si. Non ho intenzione di aggredirla e non è mia intenzione aggredire i suoi compagni. Penso solo che potremmo avere molte cose in comune, io e lei”
“Beh, figliolo, non credo che abbiamo avuto modo di familiarizzare a tal punto”.

“Oh, si fidi, la mia età non è certo quella di un giovincello. Però io la conosco. Conosco il terrore che lei prova quando vede qualcuno vicino la nebbia che prega, conosco la sua storia, e l’ho seguita in questa stazione per capire fin troppo bene che tipo è”
“E che tipo sarei?”
“Un rivoluzionario”
“Non ci voleva molto per capirlo”
Parlare ad un ammasso di nebbia dai filamenti dorati faceva un certo effetto, ma Hive non demorse e continuò
“Ma soprattutto, in che modo lei sarebbe rivoluzionario?”
“Che domande sono professore? Lei sa meglio di me che cosa vuole un rivoluzionario”
“Mi scusi ma non credo di seguirla. In genere i rivoluzionari vogliono sovvertire un qualche ordine. Io non so neanche con chi o cosa sto parlando.”
“Sono sicuro che avrà modo di scoprire che sono di carne ed ossa, ma torniamo al nostro punto: le andrebbe di seguirmi?”
“Continuo a non capire, mi sta parlando attraverso la Nebulis perchè?”
“Per dimostrarle che la posso controllare meglio di quel giovincello che avete di là. Ma soprattutto per dirle che io, a differenza sua, ho quel che serve per fare ciò che un rivoluzionario vuole: cambiare il mondo ed ottenere vendetta. Siamo più simili di quanto non crede, si fidi”
“E cosa dovrei fare?”
“Fidarsi, per ora. Ed attraversare il muro attraverso la strada che le verrà indicata dalla Nebulis che ha di fronte. Non abbia paura. Se avessi voluto ucciderla l’avrei fatto alla stazione, ma non sono un pazzo e soprattutto ho un cervello che ancora funziona.”


4.

Ho fame. Il dottore dice che non dovrei mangiare, ma ho fame.
E’ da quando sono qui che ho fame. Ho provato a mangiare ma il dottore dice che non devo. Ma io ho bisogno di mangiare. Non si è mai visto nessuno che non mangia, è da pazzi. Perchè non dovrei? Ho il diritto di farlo! Sono una persona normale che mai ha infranto la legge. Ecco.
L’ho detto.
Sono normale. Lo capisce dottore? Vero che lo capisce?


Rayfner la guardò, le condizioni mentali oltre il muro erano sempre drammatiche. Guardò Hive e poi la indicò
“Eccole la moglie del suo amico. Sto facendo di tutto per tenerla in vita ma non è semplice”
Il sangue era ovunque, le persone erano protette da un recinto che le conteneva all’interno di Barnard Castle. La gigantesca insegna che precedeva la città era solo il preludio all’orrore che vi era dentro.
“Den non faceva incubi. Vedeva l’altra parte del muro” pensò Hive ed un brivido gli fece scuotere la gamba destra, come quando da bambino vedeva un ragno. Un’azione totalmente istintiva che lo proteggeva dalla paura.
“Vorrei dirle che non è stata colpa mia, ma in verità è stato così. Ma non mi sento in colpa. La mia scienza l’ho creata davvero per cambiare il mondo. Ma non sempre tutto va come uno scienziato spera.”

Il dottore mi guarda. Perchè? Cosa ho sbagliato adesso?
Posso mangiarlo? Posso dottore?
Si che posso. Io ho fame. Troppa fame. Devo mangiarlo. Non posso evitarlo.


July si avvicinò ad una carcassa di un uomo. Sarà stato ucciso da poche ore. Iniziò mordicchiando i polpacci, staccandone morsi affamati senza ritegno.
Hive e Rayfner distolsero lo sguardo.
“Però poi sono stato incastrato. E’ per questo che voglio il suo aiuto. Penso che noi due potremo funzionare, possiamo combattere la nostra guerra e ottenere giustizia e vendetta.”
“Lei pensa davvero che con le nostre risorse possiamo farcela?”
“Si, lo penso. Posso controllare piccole parti della Nebulis, ma con queste piccole frazioni posso anche variare la tv digitale per trasmettere informazioni false.”
“Come noi che siamo ricercati?”
“Esatto.”
“Però non sono mai riuscito ad allontanarmi abbastanza per arrivare dove volevo. Ho bisogno di un qualcuno che possa arrivare dove io desidero. Questo è il controllo di cui abbiamo bisogno. A noi non servono armi per questa vendetta. Solo ingegno. E così finalmente potremmo condizionare i potenti a fare qualcosa. Davvero qualcosa”.

5.

“Dove è finito Hive?”
“Non ne ho idea. Dottore a che punto è con quel controllo?”
“Completato, ma non ho trovato nulla. Sembra che non appartenga alle stazioni del muro”
“Non è possibile che sia stato mascherato per via informatica?” le conoscenze di Carlos si rivelavano sempre utili “o che la nebbia stia in qualche modo influenzando?”
“Ritengo entrambe le cose improbabili, e comunque avrei avuto qualche indizio. No, penso che chiunque ci stia osservando stia controllando tutto dall’altro lato”

Le luci rosse di allarme iniziarono a lampeggiare ed un suono assordante scaturì nella stanza.
“Che cazzo succede di nuovo?”
“E’ la nebbia. Sta succedendo di nuovo.”
“Scappate! Fuggite fin dove potete, io tenterò di arginare i sistemi di allarme, non credo ci sia altro da fare.”
Den e Carlos si scambiarono un’occhiata e si diressero verso la prima uscita. Attraversando il corridoio videro in lontananza, in ogni incrocio, la nebbia. Sembrava che si stesse dirigendo tutta lì. Carlos e Den corsero finchè potevano. Di fronte a loro le porte sembravano tutte aperte in maniera quasi surreale.

Superarono le loro stanze dove avevano riposato e il blocco precedente. Per poi arrivare all’ingresso. Fuori però, li aspettava la solita nebbia.
“Carlos, fermati! Ho un’idea: Fammi andare avanti. Se è come penso io posso entrare in contatto con la nebbia ed uscire senza problemi.”
“Den, sei impazzito? Come puoi pensare questo?”
“E’ da un pò che ho iniziato a rifletterci. Anche Debora l’aveva detto. In qualche modo posso collegarmi con la nebbia. Quindi se fino ad ora lei mi ha controllato potrei, con un pò di fortuna, controllarne una piccola parte.”

Den aprì l’ultima porta a scorrimento.
Di fronte non v’era luce naturale ma solo una doratura incerta dell’aria. La nebbia nascondeva interamente il paesaggio con i suoi filamenti dorati che la attraversavano come ragnatele.
Den fece un passo.
L’aria gli sembrava pesante, viziata, ma più la respirava più sembrava fresca. Acquisiva le note del gelsomino, dell’erba bagnata.
Sentiva un contatto con la nebbia.

Carlos fu terrorizzato guardando la nebbia spostarsi verso Den per creare un piccolo varco alla sua sinistra.
Ma non era come aveva immaginato: Tutta la nebbia che si era spostata stava convogliandosi in Den, trasformandolo. Vedeva ogni filamento tentare di venir respirato dal suo amico.
Carlos corse, corse con tutte le sue forze finchè fu sufficientemente lontano da non temere la nebbia.
Distante, quasi del tutto nascosto, c’era Den, ormai accasciato a terra, privato di ogni movimento.

6.

“Di tutto quello che possiamo avere questa è l’unica cosa davvero nostra: la nostra vita. E possiamo scegliere di trasformarla, di cambiarla, di migliorarla. Questo lo possiamo fare. Ecco.
E’ l’unica parte del nostro destino che ci è regalata. Il resto è solo una farsa.”
Fu con queste parole, dette dal professor Erley alla cattedra, che Den cominciò la sua più grande allucinazione

7.

“Salve, Comandante Karkanoff?”
“La sua faccia non mi è nuova. Carlos giusto. Era dai tempi dell'addestramento che non la rivedevo.”
“Sissignore. Sono venuto qui in forma non ufficiale signore.”
“E che cosa la porta qui?”
“La sua guerra. Penso debba iniziare.”
“Debba iniziare? Che intendi?”
“Che l’unico modo che abbiamo per abbattere il muro è quello di distruggerlo noi stessi. Ho informazioni al riguardo che sicuramente le interessano”.

E se mai un giorno vi troverete di fronte al dubbio, pensateci ragazzi prima di venire da me. Perchè se lo farete per un motivo sbagliato, futile, innocente, io vi ucciderò a sangue freddo. Non per gusto, ma perchè siete stati scelti e come tale dovete rispettare le vostre aspettative.
Chiunque le deluda è un uomo morto.


“Posso entrare e spiegarle?”
“Certo Carlos, temo per me che dovremo parlare un pò”

Capitolo 2 - Racconto 10 - Non riuscire a dormire

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Si sa, la notte è il peggior momento della giornata quando la propria testa è ricolma di terribili pensieri. Si rimane da soli con sé stessi, non si può evitare che il cervello faccia rumore. Di prendere sonno, poi, proprio non se ne parla.
Finora la mente di Den era convinta che July fosse viva, che dovesse soltanto essere salvata, ma le congetture di Rayfner gli avevano messo in testa altre possibili verità.
“Se davvero July è morta, cosa diavolo ci faccio qui?”
Si girava e rigirava sulla branda. Si trovava in una stanza di modeste dimensioni, poco più di due metri di larghezza per tre di lunghezza. Fortunatamente – se di fortuna si può parlare in situazioni come queste – le pareti ed il soffitto non erano soltanto di solido metallo grigio-blu, ma rivestite con una carta da parati arancione chiaro. C’era anche un comodino in legno stile Impero, messo lì, probabilmente, dal precedente occupante della stanza. Con la luce fioca della lampada, in Den riaffiorava il ricordo della casa di suo padre, un casolare nella campagna a est di Londra tutto arancione e con un sacco di mobilio in legno.
Questo pensiero però lo distrasse solo per pochi secondi, la sua mente volò nuovamente a rimuginare sulla sorte della moglie.
“La nebbia l’ha uccisa ed io vedo solo brandelli dei suoi ricordi, delle sue esperienze…”
Si era messo faccia in giù, con il viso schiacciato sul guanciale.
“Forse è davvero solo un insieme di pensieri scollegati, come un sogno. Vedo i ricordi di July, vedo i ricordi di persone di Barnard Castle…vedo un sacco di stronzate inutili.”
Si alzò, approfittò del piccolo bagno che nessuno sembrava aver mai usato per svuotarsi la vescica, non mancando di prendere a cazzotti la parete alla sua destra causando tonfi sordi, come quelli di un pentolino che cade. Il bagno non era rivestito di arancione, ne tantomeno presentava mobiletti in legno. Era una scatola di metallo con un water in metallo ed un lavabo in metallo. Facile immaginare di che materiale fosse fatta la porta.
“Sono pazzo..?”
Decise di fare due passi nella base, dopotutto Rayfner non aveva imposto restrizioni ed il sonno sembrava non voler proprio arrivare.
Il corridoio esterno alla stanza aveva solo la metà delle luci accese. Le pareti rimbalzavano i riflessi in modo opaco, creando ampie zone di penombra.
Ripensò alla stanza contenente la nebbia che aveva visto qualche ora prima e quindi pensò di andare a dare nuovamente un’occhiata. “Perché ingabbiare la nebbia?” si chiese, mentre a passi quieti si avvicinava alla meta.

Giunse lì, all’imbocco della biforcazione, ma esitò a proseguire.
La nebbia, che in quella oscurità brillava ancor più, riusciva a far emozionare. Oro di varie tonalità, quasi bianco talvolta, si muoveva vorticosamente all’interno della gabbia vetrata. La solita ammaliante bellezza della nebbia. Come una sirena ti attrae e come una sirena non promette niente di buono.
Qualcosa si mosse nel corridoio, in una zona d’ombra.
“C’è qualcuno lì” pensò Den che, guardando meglio, era riuscito a scorgere la sagoma di una persona ferma davanti ad una delle vetrate.
Tentò di avvicinarsi lentamente, senza far troppo rumore, ma era improbabile non emettere suoni in quei freddi cunicoli metallici.
“Myers? Figliolo? E’ lei?” chiese la sagoma, rivelando la voce del Professor Erley.
Den si sentì sollevato.
“Cosa ci fa qui, professore?”
“Quello che ci fa lei, credo. Non riesco a dormire.”
“Io ho i miei buoni motivi.”
“Anche io.”
Senza sapere bene a cosa si stesse riferendo Erley, Den non aggiunse altro.

I due rimasero in silenzio per qualche secondo a fissare la scatola colma di nebbia dorata, come stregati.
“Perché lo hanno fatto?” chiese Den.
“Cosa?”
“Catturare la nebbia.”
“Per studiarla, immagino.”
“Mi chiedo se sia possibile anche trasportarla…”
“Beh, immagino di sì. A queste condizioni, perlomeno.”
“Questo spiegherebbe perché a volte la nebbia si trova in luoghi distanti dal muro.”
Erley sgranò gli occhi. Quel giovane poliziotto aveva fatto un’associazione mentale davvero terrificante, senza rendersene forse conto.
“Myers, ha ragione! Spiegherebbe un sacco di cose! Si rende conto?”
Il professore sembrava agitato.
“Si calmi. Che intende?”
“I corrotti! Come fa la nebbia a prendere controllo di apparecchiature che mai sono entrate in contatto con il muro?”
“Come il treno che prendemmo a Manchester, intende?”
“Esatto!!”
“Sta cercando di dire che qualcuno ha spostato lì la nebbia di proposito? Ha visto quanta ce n’era intorno al convoglio? Ne sarebbero servite centinaia di queste gabbie vetrate per portarne così tanta.”
“No, affatto! Sarebbe bastata una di queste dimensioni, se non più piccola!”
“Non capisco…come è possibile?”
“La nebbia si espande naturalmente. Si dirada fino a raggiungere il suo picco massimo, dopo il quale, però, la coesione tra le sue molecole diviene troppo debole. A quel punto la nebbia si dissolve, divenendo innocua ed invisibile.”
“Nient’altro che aria?”
“Potremmo dire così. Quella contenuta in questa gabbia è densissima, ad altissima concentrazione. Ha la capacità, come minimo, di centuplicare il suo volume!”
Den la fissò attentamente. In effetti era davvero densa, non si riusciva a vedere nulla superati i primi centimetri di distanza. Pareva un sole dorato.
“Non capisco una cosa, allora. Perché la nebbia rimane intatta attorno al muro, anziché diradarsi?”
“Questo accade quando essa entra in contatto con campi elettromagnetici. Solo in quel caso è in grado di rimanere in equilibrio costante, raggiungendo un’espansione limite ben precisa. E’ solo al cessare dell’attività elettromagnetica che essa si dissolve.”
“Quindi è tenuta in vita dalle scariche elettromagnetiche rilasciate dal muro. Un nutrimento costante, in pratica?”
“Precisamente. Stessa cosa vale per i corrotti, che non sono altro che macchine semi-senzienti. Hanno minime unità logiche per il controllo remoto, le quali sfruttano e creano campi elettromagnetici per comunicare. Come un telefono cellulare, in sostanza.”
“Ecco come ha fatto Rayfner a farci passare attraverso la nebbia, riesce a controllare i campi elettromagnetici intorno al muro.”
“Forse è così. Rimane comunque il dubbio iniziale: qualcuno sta davvero spostando la nebbia da un posto all’altro?”
“Il problema non è tanto se lo fa, ma perché. Se davvero le cose stanno così la nebbia non si muove autonomamente, ma è controllata.”
“Direi indirizzata.”
“Beh, indirizzata, sì. in determinati luoghi con determinati scopi. Non è altro che…un’arma.”
Ci fu un attimo di silenzio, tensione, brividi e quiete.
“Il muro è un’arma?”
I due stettero fermi per un secondo a guardarsi, riflettendo su chi potesse avere la risposta ai loro dubbi.
“Rayfner..” sussurrò Den, mentre Erley si limitò ad annuire.
“Non intendo aspettare fino a domattina, andiamo subito a fondo della questione.”
“Ci stiamo infilando in una cosa più grande di noi, sergente. Se qualcuno davvero fa ciò che pensiamo, ha di certo più risorse di noi, addirittura più del nostro governo.”
“Ci siamo già dentro a questa cosa, professore, e per quante risorse possa avere questo ipotetico nemico, in tre siamo riusciti ad arrivare fin qui.”

I due corsero, senza preoccuparsi del rumore causato dal loro impeto. Carlos si svegliò ben prima che i due arrivassero a bussare alla sua porta. Freneticamente spiegarono lui le congetture che avevamo ipotizzato, le conclusioni alle quali erano giunti.
Carlos, ancora sonnolente, diede retta ai suo compagni, si vestì e si riversò nei corridoi assieme a loro. Dapprima con lo scopo di controllare se effettivamente c’era una gabbia in grado di contenere la nebbia, poi con la volontà di bussare alla porta di Rayfner per una bella fila di spiegazioni.
“Dov’è questa gabbia vetrata? Voglio vederla.”
Hive gli consigliò di seguirlo. I tre erano quasi arrivati alla biforcazione, quando una sirena cominciò a suonare e dei pannelli luminosi a muro passarono dal verde al rosso, mostrando una scritta.
“APERTURA IN CORSO: ISOLARE IL COMPARTIMENTO”
La porta della prigione in cui si trovava la nebbia si aprì di scatto, portando via i sigilli di colloide che la tenevano ben salda. La nebbia iniziò lentamente ad uscire a non più di 30 metri da Carlos.
“CHE AVETE FATTO, PAZZI?!?!?!?”
Rayfner era in piedi dietro al gruppetto, scalzo e con indosso solo un paio di pantaloni di un pijama. Stava dormendo fino a quel momento e la botta di adrenalina che aveva irradiato improvvisamente il suo corpo aveva fatto sì che riuscisse a tenere gli occhi completamente sbarrati, rendendoli grandi almeno il doppio del normale.
“NON SIAMO STATI NOI!” urlò Hive, anch’esso in preda al panico “E’ SUCCESSO ALL’IMPROVVISO! COS’E’ QUESTA STORIA??”
Rayfner fissò ancora per un attimo il lento e ineluttabile avvicinarsi del manto dorato. La candida mano della morte.
“PRESTO! VENITE CON ME! Dobbiamo isolare questo settore!”
I quattro si lanciarono in un folle retro-front, fino al raggiungimento di una porta stagna alla fine di un lungo corridoio.
Rayfner fece passare una tessera di riconoscimento davanti ad un sensore e la porta si chiuse di colpo. Delle pistole a spruzzo elettroniche poste sul soffitto spararono del colloide gelatinoso sui bordi della porta a tenuta stagna, bloccandola completamente in ogni sua fessura.
Lo scienziato si sedette iniziando a respirare faticosamente, ad occhi chiusi e con il capo reclino all’indietro. Sembrava sollevato, ma ancora terrorizzato a morte. Il professore e Den rimasero in piedi a fissarlo, avevano un groppo in gola come mai gli era capitato sinora. Solo Carlos, da militare addestrato qual’era, sembrava più tranquillo degli altri.
“Ho visto delle telecamere muoversi.”
“Cosa…come dice Carlos?”
“Delle telecamere si sono mosse mentre eravamo di là. Qualcuno ci guardava.”
“Le telecamere? E’ impossibile. Le telecamere sono a controllo manuale e la sala controllo è chiusa da decenni.” Intervenne Rayfner “Tengo solo una schermata di controllo delle principali monitor in laboratorio, quelle puntate sui compartimenti in pratica, ma non posso muovere nessuna telecamera…e qui ci siamo solo noi.”
“Sono sicuro di averla vista muoversi. Quante telecamere ci sono in totale?”
“Centinaia, nel laboratorio sono ben 12, anche nelle nostre stanze ce n’è una.”
“Quindi è possibile che qualcuno ci stia controllando, che abbia sentito i nostri discorsi ed azionato l’apertura della gabbia…”
“Non capisco come!” aggiunse lo scienziato “Siamo soli qui e le connessioni con l’esterno sono completamente annullate dalle interferenze causate dalla nebbia. Nemmeno il telefono via cavo funziona. Siamo isolati.”
“Già, isolati. A sud del muro la nebbia blocca tutte le comunicazioni…”
“Cosa stai cercando di dire, Carlos?” Den intervenne.
“Che se qualcuno controlla questo posto, non si trova nel lato del pianeta che consideriamo abitato. Temo che le visioni di Den abbiamo dei fondamenti…c’è davvero vita al di là di questo mostro metallico.”

Capitolo 2 - Racconto 9 - La stazione interna



Chiedere spiegazioni era l'unica cosa sensata da fare. Davvero. Dopo tutto quello che era successo c'era troppa carne al fuoco, troppi misteri, troppi dubbi.
Una volta seguito Rayfner furono portati all'interno del muro attraverso un tunnel che annullava nella sua circoscrizione gli effetti della struttura.

Rayfner li guidò attraverso quella che poteva essere definita senza troppi mezzi termini “la base”. Centinaia di film l'avevano ritratta, ma mai nessuno di loro avrebbe immaginato che sarebbe stata fatta realmente. Il punto di controllo delle operazioni e dello stato di salute dell'imponente massa di metallo che divideva il mondo era lì, decine di monitor LCD disposti alle pareti al posto dei quadri che, con colori tra il verde ed il rosso, indicavano lo stato della sezione del muro assegnata. In verità ne esistevano svariate, suddivise in tutte le centinaia di sezioni del muro.

Riuscirono finalmente a trovare il tempo di parlare solo lì, in quella surreale stanza circolare.
“Esistono solo due modi per parlare ad una persona, ed uno dei due include una pistola puntata contro la sua tempia. Ricordatevi sempre che la verità è sempre più vicina ad una canna di una magnum che non al cuore. Sempre”
Carlos valutò senza troppa malignità di usare un metodo più risolutivo del “chiedere cosa cazzo sta succedendo”. Le parole del sergente risultavano così calzanti che gli venne naturale chiedersi se quel sergente non fosse nient'altro che un venditore di fumo.
“Allora” incominciò “da dove iniziamo? Direi anzitutto dalla magia, che ne pensa?”
I loro sguardi incrociarono quelli di Rayfner ed infine quello di Den.
“Ah, immagino stia parlando del modo in cui ho, diciamo, usato il vostro amico, giusto?”
“Beh, direi di si. Metodo convincente, ma non è entrato nelle mie grazie”
“Comunque la pensi, non può negare che ho guadagnato un pò della vostra attenzione. Ma passiamo al punto interessante, che ne dite?”
L'uomo prese un telecomando e, premendo un pulsante colorato, cambio l'immagine di un monitor, mostrando un cervello umano.
“Ecco, quello che vedete è un normale cervello umano. Un elemento necessario per noi, che sopravvive attraverso degli impulsi elettrici. I quali comunicano da e verso il suo corpo. Normalmente non è possibile controllare questi impulsi se non in soggetti che hanno un “ricettore” particolare che permette di comunicare con l'esterno.”
“Ecco. La teoria complottistica ci mancava.” esclamò Carlos
Den, invece, rimaneva in silenzio. Hive ascoltava con un interesse quasi eccentrico.
“Nessun complotto, la posso rassicurare. Il suo amico non ha impiantato nessun congegno militare in testa, almeno credo. Ma ha sicuramente qualcosa che gli permette di ricevere segnali elettrici particolari dall'esterno in una maniera molto differente da noi. E questo, lasciatemelo dire, è il motivo per cui la nebbia non lo ucciderà mai.”
Ci fu un attimo di silenzio. Forse anche due. Ma la rivelazione, con conseguente sorpresa dei presenti fu sufficiente a zittirli per un pò.
“Non fate quelle facce” continuò “non ha certo dei superpoteri. Solo che il suo cervello riceve un tipo di segnale differente dai nostri. E non è semplice. Lo svantaggio di tutto questo è che la nebbia comunica con lui, come un suo pari, e non come un'entità inferiore. Con un giusto controllo dei segnali elettrici mi è stato possibile indicare alla voce di Den cosa dire. Ed ecco il trucco”
“Cioè” aggiunse Den “vuole dire che mi si è impossessato del mio corpo? L'esperienza è stata comunque diversa dalla nebbia. Non era un'allucinazione. Quanto un blackout”
“Difatti. Non è così potente, la sua coscienza deve rimanere vigile o altrimenti impazzirebbe. Ho sfruttato le naturali caratteristiche elettriche della nebbia, quelle che la rendono così pericolosa, per un piccolo “gioco” se volete chiamarlo così”.
“E come ha fatto ad aprire il varco?” interruppe Hive
“Beh, con le giuste attrezzature posso allontanare o controllare piccole porzioni della nebbia. Non a mio piacimento, ma posso dire di “non essere” in un posto. Vi rispondo anche alla prossima domanda anticipando, penso, il signore più anziano: se c'è un motivo per cui non sono fuggito da qui è perchè ho il compito di reintegrare la memoria di mio padre. Tornare nella civiltà non mi aiuterebbe. Tutti vedono Rayfner come un malvagio, ma mio padre credeva davvero che questo muro avrebbe salvato il mondo dall'inquinamento. E difatti così è stato.
Le... conseguenze, sono state imprevedibili anche per lui.”
Ancora un paio di occhiate si persero tra i presenti, vuoi per riflettere, vuoi per mettere in fila le pedine della scacchiera.
“Certo però che è una bella fortuna per noi, non crede? Cercavamo di avvicinarci al muro e ci ritroviamo dentro. Forse è un pò troppa fortuna. Che ne dice? Cosa c'è sotto?”
Hive indirizzò il suo sguardo al figlio dello scienziato più famoso al mondo, Den invece stava riflettendo su qualcosa. I suoi occhi, presenti, ma allo stesso contempo distratti, lo collocavano in quel mondo, non in un'allucinazione, ma dal suo punto di vista, ormai, non c'era più un gran vantaggio a stare in una realtà o nell'altra.
“Quali sono le possibilità che voi passiate di qui con l'intenzione di avvicinarvi al muro, e che tra di voi ci sia una persona come lui?” indicò Den “ nulla accade per caso. Dei contatti mi avevano informato delle vostre intenzioni e sapevo già dall'esistenza di Den tramite la dottoressa che penso non sia necessario ricordarvi.”
“Ok. Abbiamo avuto già un bel pò di informazioni ma ora voglio farla io una domanda”
svegliatosi dal suo torpore Den catapultò l'attenzione di tutti su di lui
“Cosa ne sa di mia moglie?”
“Sig. Den, non sono un veggente, se è questo che mi chiede.”
“Non mi prenda in giro. Io sono stato catapultato qui da una serie di visioni, ci deve essere un collegamento e lei lo sa”
“Già. E lei dovrebbe saperne anche la conclusione”
“Cosa intende dire?”
“Intendo dire che la nebbia sembra tenga traccia delle informazioni ricavate dalle persone che vengono “colpite” da essa. La spiegazione che posso darle a tutto questo è che July sia stata uccisa dalla nebbia. Come molte altre persone. E di questo io non posso farci nulla”
Den apparve colpito nella parte più intima di se. Era pronto ad una risposta così, ma forse fu più l'impotenza del dottore a disarmarlo
“No, ma lei può e deve farmi sapere perché sono stato guidato fino a qui. E' stata una sua manipolazione?”
“No.”
“Allora DEVE esserci un motivo. O July è ancora cosciente da qualche parte, o qualcuno vuole dirmi qualcosa, ed io devo saperlo. Come faccio ad andare al di là del muro?”
“Credo che non sia la migliore delle idee. Per quanto ne so il lato esterno del muro è ancora poco vivibile.”
“Ne è sicuro?” chiese Hive
“Pensa che stia a giocare a tetris qui? Ne sono sicuro, si.”
“Prima di voler intraprendere un viaggio suicida verso l'altro lato del muro direi che potremmo fare un esperimento, che ne dice?”
“L'ultima volta che abbiamo fatto un esperimento una sua collega è finita a 10 centimetri da terra grazie alla mia mano destra, quanta voglia ha di un'esperienza così?” quando parlava ormai era sempre più alterato
“No Sig. Den, ma le posso garantire che questa prova potrebbe aiutarla ad entrare in contatto con questo contatto che lei ha
Che ne pensa?”
Den si fermò un secondo. Girando lo sguardo tutt'intorno focalizzò le tre porte che permettevano l'accesso alla sala, i monitor alle pareti, il pavimento metallico opaco contro il quale le scarpe non facevano comunque rumore, negli schermi c'era un all green, un campo da golf immacolato di perfezione, il muro non avrebbe ceduto prima di lui. Aveva notato fin troppe cose ma solo di una era sicuro: Lo stavano cercando di controllare.
“Penso che ho bisogno di rifletterci un pò. Siamo finiti qui in fretta e non so se questa è davvero la strada giusta.”
Lo scienziato lo guardò. non certo stupito della risposta ma sicuramente rincuorato della sua sanità
“Direi che è piuttosto normale. Se desiderate potete restare qui per qualche giorno, sarò felice di illustrarvi tutto quello che questa stazione interna ha da offrirvi sia come tecnologia che come servizi. Qualora invece vogliate andarvene beh, non opporrò certo resistenza. Ho da continuare le mie già complicate analisi dopotutto.
Adesso, se mi scusate tornerei qualche ora in laboratorio, per terminare alcuni studi che avevo iniziato stamani, prima del vostro incontro.”
Il dottore uscì senza voltarsi, non un cenno, un ‘incertezza. Niente di niente. Pareva piuttosto sicuro della sua direzione.
Den, Carlos ed Hive invece rimasero lì. Il monitor diceva “Stato ok”, il riflesso sul pavimento diceva “verde” e la testa di Carlos diceva “Che cazzo stiamo facendo?”
“Che cazzo stiamo facendo?” disse esternando i suoi pensieri
“Giovanotto, che intende?”
“Siamo arrivati fin qui per un motivo. Non stiamo facendo i supereroi. Vogliamo trovare July e toglierci tutti questi casini di mezzo, giusto?”
“Certo, ma siamo anche in un posto assolutamente unico. Non credo ci ricapiterà di nuovo un'occasione così. Siamo DENTRO il muro, se ne rende conto?”
L'eccitazione di Hive era fin troppo palpabile e forse anche troppo anomala.
“Professore, sta bene? Da quando è qui ha un'aria strana” argomentò il sergente
“Certo figliolo. Che mai dovrei avere? E' solo che, trovarmi di fronte ad una cosa così mi incuriosisce. Non sa per quanto tempo l'ho studiata, sognata, desiderata. Ed ora che sono qui, beh, non so da che parte iniziare”
Distruggerla, forse? Dovrei aspettarmi un attentato da parte del professore? Carlos era incerto. In situazioni come questa c'erano troppe variabili in gioco, troppi dettagli che gli sarebbero sfuggiti. Un poliziotto in cerca della moglie ed un professore in cerca di vendetta. Dei tre era l'unico che si salvava, o che almeno salvava il proprio senno.
“Comunque penso che dovremmo riflettere sul da farsi. Io sono qui perchè voglio aiutare Den, quindi sappi che puoi contare sul mio aiuto”
“Ti ringrazio Carlos, apprezzo davvero il tuo supporto”
“Sai, in caserma ci insegnarono a non aver troppi legami sul groppone. E' in casi come questo che io posso permettermi di andare avanti così senza mai voltarmi indietro.” bella frase, pensò.
“Io invece, vorrei un pò di tempo per riflettere. Queste allucinazioni devono significare qualcosa. Ne sono sicuro. Barnard castle. Cosa potrà mai voler dire?”
“Non lo so figliolo, ma di certo tu hai visto più cose di noi.”
o forse, pensò, ne vedrai.

Den girovagò per quella che sembrava una struttura a labirinto. Ogni corridoio della stazione interna sembrava identico agli altri fatta eccezione per i cartellini appoggiati alle porte.
Tutti nomi di dottori. Non una sala per le guardie.
Svoltò sulla destra in un corridoio che portava ad una biforcazione, il muro superiore, anch'esso in metallo, era poco più alto di lui, sufficiente a far passare una persona di alta statura.
Alla biforcazione, sulla destra, intravide una stanza a vetro ed un colore: oro.
Si avvicinò. La stanza aveva anch'essa un cartellino: Dottor Jeremy Nascar.
L'intera stanza era a vetro, il suo interno però era totalmente nascosto dalla nebbia. Nebbia dorata sigillitata dentro la stanza. La porta era sigillata in maniera ermetica e chiusa in un modo che sinceramente non riusciva neanche ad immaginare. Come poteva la nebbia stare lì?
“Barnard Castle è una cittadina come tante altre, ma non come tutte le altre. Fu l'inizio. L'inizio di qualcosa.”
Den vide un corpo per terra, disteso, e poi sotterrato, sotto metri cubi di terra.
“Capitano cose strane a Barnard Castle.”
Un uomo. Stava guardando il cadavere di un uomo. Sulla quarantina, la pelle sciupata per il freddo.
“Fu richiesto di evacuare. Come in ogni città, e come in ogni città le persone si allontanarono da quel posto che sarebbe stato distrutto.”
Poi dei flash, come impulsi elettrici, lampi che attraversavano piccoli corridoi infinitamente lunghi, e poi ancora un uomo, la barba incolta, con la fame dovuta alla carenza di cibo.
Un barbone.
“Accadono cose strane a Barnard Castle, cose molto strane.”
“Bellissimo vero?”
la voce di Hive lo fece saltare in piedi.
“Ehi figliolo, rilassati. Non ti voglio mica uccidere”
Dall'allucinazione alla realtà. Non gli era mai capitato con così tanta violenza.
“Sai, la prima volta che vidi la nebba ne ero estasiato. Era davvero bellissima. E ancora, se ripenso a tutta quell'immagine, beh, mi sembra quasi angelica. E' un peccato che non sia Dio ad averla creata.”
“Cosa sarebbe cambiato?”
“Semplice. Ciò che Dio crea, solo Dio può distruggere”

Capitolo 2 - Racconto 8 - Natura Innaturale

, , , ...


Carlos guidava da tempo ormai, erano da poco passate le 11 del mattino e le nubi non lasciavano trasparire alcun raggio di sole dal cielo.
"Tre ore di viaggio in auto, una sosta in una città abbandonata, due fermate per l'espulsione dei rifiuti biologici.."
"Andare in bagno intende?"
"Dottore, perfavore non mi interrompa, sto riassumendo! Tre ore di viaggio in auto, una sosta in una città abbandonata, due fermate per..andare in bagno, un'altra fermata per mangiare, una per improvviso malore del Dott. Erley.."
"Quella l'avrei messa tra i rifiuti biologici, comunque adesso sto bene!"
"Pensate un po', tento di fare dello humor e mi trovo a dover controbattere con uno che di solito sta zitto tutto il giorno. Lei ultimamente ha un atteggiamento insensato."
"Ahahah, vero, ma si ricordi che sono un dottore e che con i dottori non si può prendere tutta questa confidenza."
"Confidenza? Abbiamo dormito nascosti nei peggior letamai del Nottinghamshire per giorni e lei mi parla di confidenza?!"
"Finitela, sembrate una coppia in crisi." esclamò risoluto Den, stabilendo un triste silenzio all'interno dell'abitacolo.
Passò qualche secondo prima che Carlos prendesse nuovamente la parola:
"Den..stavamo solo scherzando un po', devi allentare la tensione anche tu o non ci arriverai vivo a Barnard Castle"
"Se è per questo non è ancora detto che qualcuno di noi possa davvero arrivare vivo a Barnard Castle.." sospirò il dott. Erley.

Den strinse con forza la pistola che gli avevano fornito, era come una di quelle Beretta 9mm di inizio secolo, completamente argentata. A parte l'impugnatura, era notevolmente graffiata. Un oggetto tornato in produzione con l'avvento dei corrotti, quando i fucili a puntamento elettronico decisero di passare al nemico ed i soldati scordarono la vecchia filastrocca del "questo fucile è il mio migliore amico".
"Ragazzi," incominciò il sergente Myers "vi ringrazio per l'aiuto che mi state dando nel trovare mia moglie July, ma non siete obbligati. Sono consapevole di star inseguendo un sogno, una visione. Magari sono solo pazzo, non so se è una buona idea che veniate con me."
"Di sicuro non è una buona idea, Den, ma dobbiamo arrivare in fondo a questa storia. Immagina cosa significherebbe scoprire che dall'altra parte del muro c'è vita? Questa guerra civile finirebbe, potremmo abbatterlo."
"Ammesso che, davvero, nessuno lo sappia."
"O che non ci tappino la bocca prima di divulgare la notizia..."

La macchina proseguiva veloce, l'infinita sagoma del muro, quel monumento continuo in grado di dividere terra ed animi, si stagliava violentemente nel cielo grigio; Distanziava ancora diversi kilometri dal veicolo, ma già la fitta coltre di nebbia dorata appariva ben visibile ai piedi della struttura.
Intorno a loro case in posizioni sporadiche e fitta boscaglia.
Carlos fermò la macchina:
"Io ancora mi chiedo come faremo a superare lo strato di nebbia che sta davanti al muro." esclamò.
"Ci sarà un qualche tipo di passaggio sotterraneo, dovremmo cercarlo." rispose il dott. Erley.
"Non c'è alcun passaggio sotterraneo." interruppe però il sergente Myers "La nebbia non era un effetto previsto, non pensavano di dover costruire dei passaggi sotterranei ed i varchi sono tutti in superficie. Andate avanti, la nebbia ci lascerà passare."
"Cosa cazzo stai dicendo Den? Vuoi morire prima di raggiungere la tua July?"
"Non è con Den che state parlando adesso. Andate avanti, la nebbia vi farà passare."

Hive ed il maggiore Alvarèz sobbalzarono di colpo.

"Den? Stai avendo una delle tue visioni, riprenditi." disse Carlos mentre scuoteva le spalle di Den, ma quest'ultimo non sembrò reagire.
"Non è con il vostro amico Den che state parlando. Se volete sapere cosa gli stia succedendo, dovete attraversare la nebbia. Tranquilli, andrà tutto bene."
"COL CAZZO! Noi non passeremo attraverso quella nebbia, ci hai presi per pazzi Den??? Ma che diavolo ti hanno fatto??"
"Passiamo Carlos." intervenne il dottor. Erley con aria risoluta.
"MA.."
"Andiamo, non vedo altra soluzione e finora le visioni di Den non hanno mai sbagliato."
"LA NEBBIA CI UCCIDERA' APPENA LA SFIOREREMO. PENSI DI SALVARTI TENENDO CHIUSI I FINESTRINI?"
"La nebbia non vi farà nulla, abbiate fiducia e venite avanti." riprese il sergente Myers.
Ci fu un attimo di silenzio, Carlos si guardò intorno freneticamente, era fortemente scosso dalla situazione. Fece poi un grande respiro, ingranò la prima e lasciò che la macchina proseguisse lentamente.
"Se vedo qualcosa che non mi convince, ce ne torniamo indietro immediatamente ed al diavolo tutto."
Den, o chiunque stesse parlando al posto suo, cercò nuovamente di tranquillizzarlo.
"Abbia fiducia maggiore Alvarèz, la nebbia non vi farà nulla, starete tutti e tre bene."

L'auto avanzava. Il muro di nebbia, nella sua infinita bellezza, risultava ancor più terrificante del muro di acciaio che si trovava alle sue spalle. Milioni di riflessi sgargianti risaltavano nell'aria, come scintille di un gigantesco focolare. Lingue di luce, pulviscolo lucente, Uno spettacolo unico, forse il più bello del mondo. Uno spettacolo dopo il quale, qualcuno lo direbbe, si può davvero morire.

Carlos stringeva le mani sul volante, respirava pesantemente e a denti stretti. Il dottor Hive aveva le mani chiuse in preghiera. No, non era credente, ma gli venne automatico mettersi in quella posizione e sperare in qualcosa di più grandi di lui, qualunque cosa fosse. Den invece era sempre in preda al suo trans:
"Proseguite, andrà tutto bene."

All'improvviso, la nebbia davanti a loro iniziò a diradarsi. Si spostava dalla strada, come a formare un passaggio tra due edifici. Una scena simile a quella che dovette aver visto Mosè quando attraversò il Mar Rosso, anche se stavolta Dio sembrava entrarci ben poco.
"Ma che.."
Erano tutti senza parole, Carlos ed Hive per lo stupore, Den solo per via del suo stato di trans.
"Non è possibile, la nebbia ci ha aperto un varco.." esclamò Carlos con un filo di voce "Non può esiste qualcosa del genere in natura.." continuò.
L'auto continuava a proseguire, la coltre se ne stava sempre sui fianchi della strada, come se fosse tagliata. In mezzo alla carreggiata vi erano alcune auto abbandonate con scheletrici cadaveri al loro interno, probabilmente tra le prime vittime dovute all'avvento della nebbia, seppur successive alla moglie del prof. Erley.
Carlos non distoglieva lo sguardo dalla strada. Da questa non proveniva alcun suono, tranquillità estrema, pace.
Il fitto strato di nebbia parve, dopo un centinaio di metri, giungere alla fine. I tre l'avevano superata senza intoppi e quando ne uscirono tirarono un grande sospiro di sollievo, il più grande della loro vita. Fu in quel momento che Den si riprese.
"Dove siamo? Ero in trans di nuovo?"
"Den! Non ci crederai, abbiamo superato la nebbia, siamo vicinissimi al muro!"
Si trovavano in effetti in un luogo che potremmo definire tanto sicuro quando serrato. Alle loro spalle la nebbia, il cui passaggio creatosi per permettere al gruppo di attraversare la coltre lentamente andava richiudendosi. Dinnanzi loro, a meno di un centinaio di metri, il muro. Liscio, maestoso e terrificante, qualcosa che pareva costruito da una mente macchinica più che dalle mani dell'uomo. I tre si sentivano fuori luogo, in un mondo terrestre ma che di terrestre non aveva nulla se non la chiarezza di essere qualcosa di diverso, di alieno.
Per quanto sperassero, però, che tutta questa storia fosse una mossa di qualche civiltà aliena, sapevano benissimo che era solamente l'opera di menti umane, le quali in quel momento apparivano più fredde di quanto il muro stesso suggerisse.
La striscia di verde che li circondava, tranne la strada asfaltata in cui si trovavano con l'auto, era completamente cosparsa di fiori sbocciati, come se fosse primavera. Alberi, peschi, meli, piante di pomodoro. Brillavano, rosa, arancione, rosso, fucsia. Brillavano mentre il cielo sopra di loro ancora appariva cosparso di nubi. Un contrasto fortissimo, enfatizzava così tanto la bellezza della natura da sembrare artificiale.

"Come è possibile...e quel passaggio? Merda, si sta richiudendo, come faremo a tornare? Come ha fatto ad aprirsi?"
Den appariva visibilmente agitato.
"Tranquillizzati tu ora," disse Hive toccando la spalla del sergente Myers dal sedile posteriore "grazie a te siamo giunti qui, un motivo ci deve pur essere. Andiamo avanti."
Den, come spesso accadeva, non ricordava nulla del suo stato di trans.
Dinnanzi al muro ormai si potevano vedere dei container. Non container per scorte di cibo, ma di quelli fatti per viverci dentro, con porte e finestre, come se ne trovano in tanti cantieri.
Quello che videro un attimo dopo non gli apparve assolutamente possibile. Un uomo, sulla trentina, capelli neri, vestito con un paio di calzoni di una tuta ed un golf rosso scarlatto li fissava standosene davanti all'entrata di un container, poggiando una mano sullo stipite.
Carlos inchiodò di colpo.
"Ma che cazzo sta succedendo, quella è una persona! Qualcun altro deve aver usato quel passaggio tra la nebbia prima di noi, dev'essere qualcosa di automatico."
"Ti sbagli Carlos," disse Hive "altrimenti tutte le macchine ed i cadaveri che abbiamo incontrato durante la nostra attraversata non avrebbero senso."
"E allora che diavolo significa.."

Il signore iniziò a venire incontro all'auto. Den non ci pensò due volte e scese dall'abitacolo puntandogli contro la pistola, facendosi scudo con lo sportello.
"FERMO, MANI IN ALTO! CHI SEI, COSA VUOI?"
L'uomo sobbalzò un attimo, poi alzò le mani e si mise in ginocchio al suolo
"Non sparate, sono umano, sono vivo proprio come voi. Voglio solo parlare."
"NON MUOVERTI! CHI SEI? RISPONDI!"
"Mi chiamo James Rayfner, non sparare!"
"RAYFNER?" esclamò Den, mentre gli altri due scesero dalla macchina, entrambi con mitra e pistola alla mano.
"Sei Rayfner? James Rayfner, il figlio del dottor John Rayfner?"
"Sì, sono io! Non sparate vi prego, io devo aiutarvi!"
Hive rimase immobile a fissarlo.
"Sei...tu sei il figlio dell'inventore del Safety Wall. Tuo padre è l'ideatore del muro?? RISPONDI!!"
"Sì, sì sono io, ve l'ho detto! Vi prego non sparate!"
"Hai un documento? Mostracelo!!"
"Documento? Ti rendi conto di dove ci troviamo?? Sono Rayfner, diavolo!"
Den esitò, poi abbassò il tiro e finì con il riporre l'arma nella fondina. Gli altri due, a loro volta, smisero di puntare le proprie armi contro l'uomo.
"Tu dovresti essere morto. Il mondo, anche l'esercito, ti credono tutti morto."
James Rayfner, figlio di John Rayfner, si alzò.
"Cosa penserebbe il mondo di voi se vi avesse visto sparire nella coltre di nebbia?"
Il ragionamento apparve sensato a tutti, per un istante ci fu una sorta di complicità collettiva. "Siamo tutti sulla stessa barca" era l'unico commento pensabile.
I tre si avvicinarono, sempre tenendo una mano sull'arma.
"Tranquilli non sono armato e di sicuro non voglio sparare alle uniche persone che vedo...beh, da molto tempo." continuò Rayfner.
"Facci capire." intervenne Carlos "Eri tu che parlavi al posto di Den un attimo fa?"
Rayfner guardò un momento al suolo, fissò i suoi mocassini mentre dava un calcio ad un sassolino, il quale rotolò tra l'erba.
"Sì, è merito mio..e se volete sapere cosa sta succedendo qui, cosa sta succedendo al mondo, cosa sta succedendo al sergente Myers, dovete seguirmi, vi spiegherò tutto."

Capitolo 2 - Racconto 7: Compromessi accettabili



"Barnard Castle, cittadina del County Durham, in Inghilterra. Famosa per gli scontri avvenuti nel 2013 a causa dell'approvazione del muro. Fu tra le città che opposero più resistenza in assoluto. E come biasimarli, a guardarla nelle foto sembrava solo una semplice cittadina. Qualche migliaio di abitanti che di certo non influiva in maniera massiva nella crescita mondiale dell'inquinamento."
Hive inspirò profondamente. L'aria lì era finta, costruita. Passava attraverso decine, forse centinaia di condotti prima di arrivare da loro.
"Poi ci fu quell'incidente diplomatico. Era circa il 2015. L'80% della popolazione di Barnard Castle si autodistrusse a causa di un attentato andato male. Contrariamente all'immaginario comune i veri terroristi, quando si parla del Muro, erano le persone del paese, non gli immigrati o gli stranieri. E' per questo che il governo inglese, e con lui molti altri, ha adottato una politica piuttosto regressiva. Non c'erano trattazioni da fare, ma solo da portare avanti la cosa per il bene di tutti."
"Esatto" lo interruppe Michael Kynr, ufficiale dei servizi segreti del governo inglese.
"Ed è qui che entra in gioco lei, signor Erley. L'avevamo contattata perchè lei dispone di almeno due cose che interessano molto al governo. La prima è che dopo anni di ricerca tra le scartoffie siamo risaliti ad una certezza. Sua moglie è il caso numero uno di morte causata da quella che noi chiamamo Nebulis. O più comunemente soprannominata con "La nebbia". Un nome che rasenta il titolo da cinema.
La seconda, signor Erley è che lei ha investigato sulla Nebulis molto a fondo, e conosce alcuni dettagli che, mi duole ammetterlo, a noi potrebbero mancare. Abbiamo bisogno di lei."
"E' per questo che sono ricercato?"
"Si signore. Che io ricordi lei non ha ancora ucciso nessuno. E per quanto mi riguarda trasformarla in un fuggitivo era molto più semplice che dare spiegazioni alla popolazione."
Hive era silenzioso. Osservava ogni dettaglio dell'uomo che aveva di fronte, e cercava di capire da che parte stava.

Carlos e Den nel frattempo, guardavano attoniti la situazione. Già essere stati catturati, per quanto fosse stato inevitabile, non giovava loro. Carlos riflettè sul fatto che, adesso, erano davvero senza una direzione. L'idea folle di raggiungere Barnard Castle non aveva motivi. Ma i sogni di Den, ad oggi, hanno sempre avuto un qualche significato. E se Debora aveva ragione come immaginava, allora c'era qualcosa che la nebbia voleva dirgli. Ma come poteva la nebbia essere un qualcosa di anche solo pensante?
Tutto assumeva valori contorti, i bordi della realtà a cui Carlos era abituato si andavano infrangendo contro un'intera scogliera di incoerenze, di assurdità.
E Den invece stava lì. Iniziava a convivere con questa situazione. Le allucinazioni, il mondo alterato. Ora il suo unico pensiero aveva anche un nome. July.

"In realtà poi, signor Erley, il governo sarebbe curioso, e lo sarei anche io, di sapere in che modo voi siate ancora vivo. I nostri servizi informativi ci hanno detto che lei doveva essere su un cargo diretto proprio nel punto dell'esplosione. Abbiamo anche un paio di registrazioni che confermano quanto sto dicendo. Eppure lei è qui di fronte a me. E di certo non è un allucinazione."
Hive stette in silenzio. I suoi occhi si scansarono dallo sguardo fisso di Kynr puntando qualche secondo verso il basso.
"Ma per ora" continuò Michael "questo mistero, che interesserebbe tanto ai nostri scienziati, può però rimanere celato. Vorremmo la sua collaborazione, e spero che stavolta ce la conceda."
D'un tratto Hive sembrò aver capito qualcosa, alzò nuovamente lo sguardo e disse
"Vorrei parlarne in privato" riferendosi a Kynr.
"Hive, sei davvero sicuro?" Chiese Carlos.
"Certo Carlos. Fidati di me."
"Den? Per te è ok?"
"Si Carlos. Io ora voglio solo trovare mia moglie. Hive, promettimi che lo faremo, ed il resto per me non importa"
"Non preoccuparti Den. Lo faremo."

Carlos e Den uscirono dalla stanza.
"Davvero non t'interessa tutto il resto?"
"Ora come ora è così. Ho un pessimo presentimento da quando ho fatto quell'incubo. Ed anche se le allucinazioni mi creano scompensi, sono più lucido che mai. E so che Barnard Castle è il posto dove dobbiamo andare."
"Den, Barnard è al di là del muro!" Esclamò. "Non possiamo arrivarci. Hai idea di quanto inquinamento ci sia dall'altro lato?"
"A questo punto non sono sicuro che il muro debba difenderci dall'inquinamento." Concluse Den.
E diceva sul serio.

"Mister Kynr. Posso essere sincero con lei in via informare?"
"Se lo desidera, considererò quello che mi sta per dire come un'informazione riservata"
"Se avessi avuto almeno 20 anni di meno probabilmente sarei stato tra i rivoltosi adesso. Tra quelle persone che hanno attentato al muro. E sinceramente, Mister Kynr, vorrei davvero vedere quest'incubo finire, e tornare alla terra che conoscevamo.
L'evoluzione tecnologica si è appiattita a causa delle spese che sono andate ad incentivare nel muro. A questo si è aggiunto un controllo delle nascite sempre più costrittivo."
Michael Kynr rimaneva in silenzio, per quanto confidenziale fosse, non poteva divulgare alcune conoscenze che, almeno in quel momento, avrebbero messo a rischio la sua missione.
"Quello che voglio" continuò Hive "è che ci diate supporto per compiere una nostra ricerca. Dobbiamo accertarci di una cosa e poi ognuno di noi tornerà ai suoi ruoli. Carlos nei militari, Den nella polizia, ed io dietro ad una cattedra. Una volta garantito questo,vi fornirò pieno supporto e sarò a vostra completa disposizione. Dateci un pò di tempo, dei soldi ed una macchina. E se non vi fidate aggiungete una trasmittente GPS ed una persona che ci segua."
Kynr prese parola "La sua richiesta è molto corposa signor Erley. Ma farò presente ai nostri capi il suo desiderio a collaborare. Posso chiederle, qualora le venisse concesso quanto lei desidera, in che modo userebbe le risorse assegnatele?"
"Mi dispiace signore Kynr, ma ora come ora non credo sarebbe produttivo discuterne. Credo sia meglio che ciascuna delle due parti si tenga le informazioni che non vuole divulgare, perchè temo che chiunque dica troppo finirebbe con il far fallire l'accordo."
Michael sospirò, ma sapeva che il professore aveva totalmente ragione.


Nell'altra stanza Den e Carlos sedevano su un piccolo divano. L'intera costruzione era asettica.
"Ehi Carlos, dai un'occhiata a questo"
Den teneva in mano il giornale di oggi. Era passato del tempo dall'esplosione e dagli inseguimenti.
Il giornale però era normalissimo. Nessuna novità sconcertante. Addirittura il fatto che Hive fosse ancora in fuga non era scritto da nessuna parte. Come gli inseguimenti.
"E' normale Den. Non vi era mai stato commissionato in polizia un ricercato segreto? Ovvero qualcuno che dovevate arrestare ma che nessuno doveva sapere che stavate cercando?"
"In tutta la mia carriera no. Però è strano. Che ne sarà stata della breccia che hanno fatto nel muro? Sarà stata riparata?"
"Psss" una voce da dietro di loro richiamò l'attenzione
"Psss"
I due si girarono. Dietro di loro c'era Debora.
"Debora? Cosaci fai qui? Ti hanno catturata?"
"Carlos, per quanto sarebbe plausibile ti ricordo che io alla fin fine lavoro per gente come loro. E' normale."
Den la guardò dal basso verso l'alto. Facendo un impercettibile segno con la testa per salutarla.
"E voi? Ho saputo che vi hanno trovati che avevate rubato un'auto."
"Preferirei non parlarne. La nostra situazione è un po', complicata diciamo. E dopotutto tu non ci hai aiutati molto l'ultima volta che ci siamo visti.
E' proprio vero che non bisogna fidarsi delle donne"
Debora, in preda ad un pò di vergogna per le sue azioni, decise di raccontar loro un pò degli ultimi avvenimenti.
"Il governo ha insabbiato interamente il problema post-esplosione. I media ne hanno parlato pochissimo. La breccia invece. Beh, quella è un qualcosa di anomalo."
"Perchè?" Den si sentì chiamato in causa
"Beh. Perchè noi scienziati ci saremmo aspettati una fuoriuscita di contenuti altamente inquinanti. Ma pare che lo stesso muro fosse stato progettato per supportare delle fratture nella struttura pari a un terzo della sua intera forma. Una cosa davvero mirabolante se si riflette sulle dimensioni mastodontiche del muro."
Den la guardò, posò le mani sulle proprie ginocchia e si alzò.
"Senti. Devi dirmi una cosa."
"Così, su due piedi Den? Cosa vuoi sapere? E sei sicuro di fidarti della risposta?"
"Conviverò con il dubbio. Dimmi cosa sai di Barnard Castle"
"Barnard Castle? Non è quella cittadina che si auto annientò nell'attacco terroristico? "
"Si, questo lo sappiamo. Poi?"
"Poi cosa? Non c'è nessun poi."
"Non è possibile. Cosa c'è là?"
"Den, quella città è oltre il muro. Se ancora esistesse sarebbe corrosa dall'inquinamento. Non dire stupidaggini. E perchè quest'interesse morboso verso la città? Cosa pianificate di fare? Andare là?"
I due non risposero
"Siete pazzi vero? Non c'è modo di superare il muro, e anche se ci fosse non trovereste nulla al di là. Perchè hai questa fissazione?"
"Mia moglie."
Lo sguardo di Den si fece più morbido. Le sue mani smisero di essere tese.
"deve essere là. L'ho vista."
"L'hai vista? Non è possibile Den. Ti giuro che là non c'è nulla."
La porta di fronte a loro si aprì, e Michael Kynr uscì salutandoli e dirigendosi alla loro destra.
Dietro di lui c'era Hive che notò subito Debora
"Vedo che ci ritroviamo signorina. Spero stavolta non avremo da fuggire. Quanto a noi tre, speriamo di aver trovato un accordo con questi signori vestiti tutti di nero."

Nella serata ad Hive arrivò la conferma: Avevano a disposizione modeste risorse per la loro ricerca. Al fine di garantire il rispetto dei patti ciascuno avrebbe avuto una trasmittente iniettata sottopelle per garantire che non infrangessero i patti e per monitorare i movimenti. Inoltre avevano un tempo limite di dieci giorni, espandibile sotto richiesta se necessario.
Questo era quanto il governo passava.
La nottata la passarono in delle impersonali camere da letto.

Al pranzo del giorno dopo i tre fecero una riunione.
"Signori miei, vorrei informarvi che ritengo poco plausibile arrivare a Barnard Castle. Ma se le allucinazioni di Den hanno un senso come tutti noi speriamo, beh, credo che dovremmo almeno credere di andare là."
"Credere?" interruppe Den "non è credendo che risolveremo i nostri casini".
"Den, stia calmo. Cerchi di ragionare. Non sto dicendo che dobbiamo illuderci di fare quello che stiamo facendo. Ma che magari la tua allucinazione significa solo che dobbiamo tentare di andare a Barnard Castle, per trovare tua moglie. I servizi governativi, converrà, non ci potranno fornire armi così potenti da sfondare quel muro. E non è indifferente il problema della Nebulis."
"Professore, ora la chiama così anche lei? Che accordo ha preso con questi servizi? Inizio a temere qualcosa"
"Ah ah ah, figliuolo. Non preoccuparti. Niente di così segreto. Solo ritengo molto affascinante questo nome. Suona bene, non credete? E poi è sempre meglio sapere il nome del proprio nemico. Altrimenti le crociate non funzionano bene."
"Ok. In previsione di questo ho contattato Debora e mi sono fatto dare alcune cose" disse Carlos.
"So che magari non sarete contentissimi che abbia usato lei come contatto interno ma qualcosa dovevamo fare, o saremmo rimasti immobili."
tirò fuori una mappa.
"Ecco. Qui è dove siamo noi, nei dintorni di Grantham. Barnard Castle è qua." indicò un punto oltre una linea che, senza dubbio alcuno, identificava la divisione terrestre del muro.
"Sono circa 130 miglia in linea retta." osservò Den. "Potremmo raggiungerlo in 3 ore, forse anche meno."
"Den, come ho già detto: non dobbiamo andare fisicamente a Barnard. La demarcazione del muro è poco oltre Chesterfield."
Den prese una penna, e si mise a guardare bene la mappa.
"Che strade possiamo fare per arrivare a Barnard, se volessimo raggiungerla?"
"La migliore sarebbe questa" disse Carlos, indicando una strada piuttosto diretta tra le due città.
Den tracciò le strade che consigliava Carlos. E poi vide dove si sarebbero interrotti.
"E' a Retford quindi che ci fermeremo. Ci vorranno quaranta minuti d'auto per arrivarci. Cosa sappiamo di quella città?" Volse lo sguardo al militare ed al professore, ma non incontrò nessuna risposta.
"Se troveremo qualcosa allora dobbiamo essere preparati. Non sappiamo cosa ci attenderà là. In una giornata potremmo tranquillamente fermarci a Lincoln per fare rifornimento di armi e poi dirigerci a Retford, che ne pensate?"
"Direi che iniziamo a ragionare Den. Ma le armi a cosa ci serviranno?"
"Beh, abbiamo solo tre possibilità. O il nostro problema saranno i militari, o i rivoltosi, o la Nebulis. Quale che sia, io ritroverò mia moglie. Ma un problema di questi lo troveremo. Chesterfield è già caduta oltretutto. Quindi non sappiamo nemmeno quanti corrotti ci saranno la fuori."
"Ora che mi ci fai pensare. La macchina che ci hanno dato potrebbe non andare bene."
"Perchè?" chiese Den
"E' troppo recente. Potrebbe venir corrotta senza problemi. E non voglio ripetere l'esperienza."

I tre predisposero tutto. Segnarono sulla mappa tutto il tragitto, e si fermarono per farsi impiantare i gps. Den non avrebbe discusso su nessun compromesso. Ora voleva trovare July, prima che fosse troppo tardi.
Mentre salivano in macchina in direzione Lincoln, Carlos ricordò di nuovo delle parole del suo capitano.
"Qui voi avete visto l'inferno. Queste schifezze che uccidono sono solo l'inizio di quello che capiterà. Voi siete i migliori. I soldati scelti.
Quando sarete pronti a difendervi ed uccidere tutte queste macchine verrete mandati a difendere una sola città.
E' lì che i migliori di voi andranno."

Si domandava se avesse mai detto poi il nome di quella città. Non arrivò tra i primi tre che andarono là. I fortunati furono altri.
Ma, giorni dopo da quella conversazione, Carlos trovò il capitano al telefono, preoccupato.
Parlava di qualcosa riguardo a delle operazioni segrete. Niente di strano. Ma ora, con tutto quello che stava succedendo, tutto appariva con un significato diverso. Già allora avrebbero dovuto capire che sarebbe andato storto.
Dall'altro lato della macchina Den era impassibile. Salì nel sedile del passeggerò e rifletteva ancora su quell'incubo.
"Io andrò a Barnard Castle. Troverò il modo di fottere quel muro. Lo troverò."
E dietro, nei sedili posteriori si sedette finalmente Hive.
"Signori, in marcia" disse.
Carlos ingranò la marcia.

Capitolo 2 - Racconto 6 - Eden

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Un campo di grano, con spighe altissime. Al di là di questo una zona boschiva composta di alti pioppi ed abeti posti un po' alla rinfusa, come la natura di solito ama disporli.
Il cielo di un azzurro quasi pastello, il sole coperto da due leggere nuvolette che falliscono nel tentativo di oscurarne la potenza.
L'aria calda ed in quiete, profumata, spezzata talvolta da qualche breve brezza più fresca, di quelle che chiunque si ama assaporare ad occhi chiusi.
Den era immobile in mezzo al campo, indossava un paio di calzoni bianchi e leggerissimi, probabilmente di lino, ed una camicia tendente all'azzurro non abbottonata.
Si sentiva in paradiso.
Rimase ancora qualche attimo immobile a godersi quel tepore sulla pelle, senza chiedersi alcunchè; si sentiva bene, a casa.
Erano anni, decenni che non si sentiva così bene.
Poi un pensiero gli attraversò la mente, fu un istante ma bastò per terrorizzarlo:
"Dove diavolo sono?!" si chiese.
Den comprese di essere di nuovo prigioniero della sua mente, libero di fare qualsiasi cosa dentro di essa ma incapace di rapportarsi con il mondo reale, o con quello che comunque ancora credeva essere il mondo reale.
Pensò per un attimo a quello che poteva star succedendo "fuori" in quel momento, si sforzò di pensare che magari stesse dormendo o che comunque si trovasse in un luogo isolato, impossibilitato nel far del male a qualcuno.
"Ero nella galleria, magari in questo momento sto solo camminando..magari mi hanno disarmato.."

Ormai il sergente sapeva come funzionava, ognuna delle sue allucinazioni portava a qualcosa, anche se quasi sempre questo qualcosa non aveva un significato preciso, o se ce l'aveva era lo stesso Den a disilludersi pensando che quel significato fosse solo frutto di un ragionamento razionale basato su un evento irrazionale. Tutto frutto della sua mente.
Nel bene o nel male decise di muoversi, di esplorare l'aera, sperando che l'allucinazione svanisse in fretta.
Si diresse verso la zona boschiva che circondava la grande distesa giallastra di spighe, attraversò i pioppi e gli abeti fino a giungere ad un sentiero sterrato che si contorceva tra la vegetazione.
Proseguì il suo cammino lasciandosi alle spalle la zona dalla quale era partito, non pensò nemmeno ad un modo per ricordarsi come tornarvi, dato che nei suoi sogni nulla restava uguale per più di qualche minuto e non si tornava mai indietro.

Alla fine del sentiero, dopo non molto cammino, Den iniziò ad intravedere delle costruzioni. Erano delle case, alcune in legno, altre in muratura. Alte non più di due piani e con i tetti a falda.
Appena giunto a quello che considerava l'ingresso al paese, questo gli apparve come una grande strada centrale, asfaltata e con le corsie per le automobili disegnate al suolo, uno scorcio prospettico molto lungo che protava chissà dove. Sul fianco le case apparverò per ciò che erano: piccole case a schiera all'americana, tipiche dei primi anni del ventunesimo secolo.
Den trovò strano che la strada asfaltata si perdesse nel sentiero dal quale era provenuto, divenendo sterrata, ma non diede peso a quest'ulteriore follia partorita dalla sua mente.
Camminò un po' per le case, c'erano i campanelli ed i numeri civivi.
"Margareth Smithson...Johnathan Bishop...Oscar Cruz.."
Nomi normali di persone normali.
Un po' più giù vide qualcuno, una persona ferma davanti ad un garage intenta a scrivere qualcosa su un taccuino. Era un uomo di mezza età, quasi calvo, alto ed in sovrappeso. Vestiva un paio di pantaloni beige ed una camicia giallo spento.
Era insolito per Den vedere persone nei suoi incubi, persone diverse da sua madre perlomeno.
Provò ad avvicinarsi.
"Scusi." chiese Den con voce calma
"Oh salve, mi dica.." rispose il signore con il mano il taccuino.
"Sa dirmi dove mi trovo?"
"Prego?"
"Sa dirmi dove ci troviamo in questo momento?"
"In mezzo ad una strada, sir.."
"Sì.." continuò un po' spazientito Den "..intendevo dire, in quale città?"
"Barnard, sir. Barnard Castle!"
"Ah...capisco..e dove si troverebbe, in Inghilterra?"
L'uomo fece la tipica faccia che fanno le persone quando hanno davanti a loro un pazzo.
"Sì.." rispose "..siamo in Inghilterra, sir. Ad ovest di Darlington."
Il sergente Myers sobbalzò un istante.
"Darlington non esiste più, è una zona desertificata." pensò "Si trova al di là del muro...che diavolo significa tutto questo?"
Di nuovo tentò di dare un significato a qualcosa che era del tutto fasullo e privo di senso, ma non ci riuscì.
"Lei da dove viene?" chiese a sua volta l'uomo di mezza età a Den.
"Dal sentiero.."
"Da quel sentiero là?"
"Sì, esatto.."
"E prima del sentiero, dove si trovava?
"In un campo di grano."
"AH!" esclamò compiaciuto e stupito l'uomo "lei è un uomo che viene dal campo di grano!" continuò.
"E' una cosa bella?"
"Certo che lo è e capisco perchè è così confuso, sir."
"Davvero?"
"Certo!"
Den stette in silenzio qualche secondo, pregò con tutto il cuore di chiudere gli occhi e di trovarsi sveglio dopo averli riaperti. Li chiuse e li riaprì, ma dinnanzi a lui c'era ancora il signore che lo fissava.
Quest'ultimo tornò a scrivere qualcosa sul suo taccuino.
"Forse il mio cervello, la nebbia o quello che mi sta facendo tutto questo, vuole che chieda al signore del taccuino!" pensò Den.
"Scusi," chiese di nuovo al signore con il taccuino "posso sapere cosa sta scrivendo?"
"Certo, sir! Sto segnandomi ciò che vorrei mi fosse assegnato dopo i pranzi di questa settimana."
"Prego?"
"Sì, gli oggetti che vorrei. Mi farebbero molto comodo un paio di cinture, a mia moglie invece piacerebbe un libro. Sa, a volte in qualche zaino se ne trovano, anche se è più facile scovare del vestiario, sir".
"Mi perdoni" disse Den confuso "non capisco di cosa stia parlando."
"Aaah voi uomini del grano, me l'avevano detto che bisogna spiegarvi tutto! Venga con me, le spiego strada facendo."
Il signore si incamminò lungo la strada, Den lo seguì.
"Oggi è arrivato un carico per i pasti di questa settimana." disse l'uomo "Ha visto per caso animali mentre veniva qua dal sentiero?"
Den ci pensò, in effetti non ne aveva visti.
"No, in effetti non ne ho visti."
"Perchè non ce ne sono! Non ci sono animali, solo piante!" esclamò l'altro.
"Strano.."
"Davvero, sir. Strano! Però allora cosa possiamo mangiare? Non si vive di sole carote!"
"A dire il vero molti vegetariani ne vivono."
"Oh beh, qui ha ragione lei, sir. Allora diciamo che non tutti riusciamo ad essere vegetariani!"
"Ok..e quindi?"
"Quindi ogni settimana, a volte ogni due, ci arriva un carico per i pasti cittadini. Qua mangiamo tutti assieme, sir!"
"Ah e quanti siete?"
"Qui a Barnard Castle siamo 998 persone, tutti originari di Barnard Castle, sir!"
Camminando e parlando i due giunsero ad una piazzetta dove c'era una decina di persone, alcune chiacchieravano, altre erano intente a spostare botti di vino.
"Oh, ecco dei miei compaesani laggiù! Tutti di Barnard Castle, sir!" disse l'uomo.
Den si soffermò ad osservare, gente serena, sembrava tutto dannatamente normale, tranquillo. Davvero un piccolo paradiso, "Qual'è il punto?" continuava a chiedersi.
"Vede sir, in quella casa.." disse il signore indicando una casa imponente con le finestre sprangate "..teniamo i carichi settimanali per i pasti."
"Chi vi manda il cibo? Dove prendete gli animali da mangiare?" Cosa c'entra tutto questo con ciò che scriveva nel taccuino?" chiese ancora Den.
"Semplice sir, di animali non ce ne sono, quindi cosa possiamo mangiare?"
"Non so. Me lo dica lei!"
"Persone, sir"
"Persone?"
"Sì, sir. Altre persone!"
Den rabbrividì, il sangue gli si raggelò nelle vene e l'ansia prese il sopravvento. Iniziò a non sentirsi più al sicuro, l'aria da tiepida gli parve afosa e ghiacciata allo stesso tempo ed iniziò a tastarsi addosso alla ricerca del fucile.
"Perchè fa quella faccia, sir?" chiese il signore di mezza età col taccuino "Non è una pratica in uso dalle vostre parti?"
"PERSONE?" urlò Den "VOI MANGIATE LE PERSONE?"
"Si calmi, sir! Non vogliamo mangiare pure lei, lei è un uomo del grano."
Den fece mente locale e di nuovo ripensò al fatto che tutto quello che vedeva era frutto della sua mente, anche se sembrava sempre troppo reale.
"Voi mangiate le persone? Ma, come diavolo...cioè, come le trovate? Vi mangiate tra di voi?"
"MA NO, SIR! A Barnard Castle siamo 998 anime, tutte originarie di Barnard Castle! Le persone ci vengono portate da Darlington, arrivano con il treno fino a lì e fino a qui con i furgoni. Un normale trasporto, sir!"
"Ma sono persone...già morte?"
"Mi piacerebbe che fosse così, sir. Però devo dirle di no, arrivano vive e...beh, dobbiamo pur mangiare."
Den iniziò a correre verso la casa con le finestre sbarrate e provò a guardare all'interno di una di queste: vide delle celle all'interno, disposte lungo un corridoio; all'interno di ognuna c'erano 4 o 5 persone.
Fu raggiunto dal signore di mezza età.
"Vede," disse a Den "stanno tutti bene, sir!"
"MA POI VE LI MANGIATE! LI UCCIDETE!"
"Siamo 998 anime, sir! Dobbiamo mangiare a Barnard Castle."
"Il taccuino," continuò Den "il taccuino lo usate per spartirvi i loro averi..era questo che intendeva."
"Ohohohoh ma certo sir, mica ci mangiamo anche i vestiti! Ci ha preso per dei mostri?"
Den inorridì di nuovo, poi continuò a guardare all'interno della casa, attraverso le finestre. Il signore intanto continuava a parlare:
"Dopo la condurrò dal primo cittadino, sir. Lui ha già avuto esperienze con uomini del grano, gente come lei, saprà dirle di più, saprà come gestirla. Io sono un po' impreparato, non mi era mai capitato di incontrarne uno!"
Den guardò con attenzione: donne, ragazzine, anziani. Nessun giovane uomo. Tutti stivati nelle celle della casa, pronti per essere cucinati per pranzi e cene cittadine. Un'immagine orribile, Den avrebbe voluto liberarli e distruggere tutto, ma era solo un uomo disarmato contro 998 anime, tutte originarie di Barnard Castle.
L'allucinazione era divenuta terrificante, così ossimorica quella situazione di raccapriccio paragonata all'atmosfera e all'arietta del luogo, ma la scena che si trovò ad osservare Den pochi istanti dopo lo fu ancora di più. In una delle celle vide lei, sua moglie, July, in ginocchio stretta al suo zainetto.
"JULY!!!" urlò Den.
Lei si voltò disorientata, guardò al di là della finestra.
"JULY SONO DEN!!!!"
Lei non rispose, lo fissò per qualche istante, poi tornò a stringere forte il suo zainetto guardando il suolo.
Den si sentì morire, provò ancora a credere che tutto quello fosse frutto della sua mente, ma la rabbia prese il sopravvento.
"Perchè urla, sir? Non possono sentirla, le assicuro che la loro mente è molto più confusa della sua. A volte nemmeno si accorgono che li cuciniamo!" disse l'uomo sorridendo. Den non ci pensò due volte e gli si scagliò contro atterrandolo con un forte pugno al volto.
Le persone presenti nella piazza videro la scena ed alcune di loro iniziarono a correre contro Den urlandogli "Che diavolo sta combinando?".
Den tornò alla finestra e continuò ad urlare il nome di sua moglie, scuotendo le sbarre senza provocar però loro alcun danno.
Sentì un colpo alla schiena, poi cadde a terra, svenuto.

Riaprì gli occhi, sembrava fosse passato molto tempo.
Si trovava altrove adesso, era in una grande stanza con poca luce.
"Sono sveglio, è il mondo reale." pensò, constatando di trovarsi nel mini accampamento che aveva tirato su con i suo compagni.
"Come ti senti?" gli chiese Carlos, che gli si mostrò davanti con un bel ringofiamento sul viso, segno di un forte colpo subito.
"Quello te l'ho fatto io, vero Carlos?" chiese il sergente Myers.
"Eh sì Den, sono persino svenuto, ma alcune donne in vita mia mi hanno dato colpi peggiori!"
Hive era poco distante, seduto, cercava qualcosa nel suo zaino.
Den sorrise, sentiva dolore alla schiena. "Chi è stato a colpirmi?" chiese.
"E' stato il professore, quando vuole ne ha di forza!"
"Ho usato un paletto di ferro, in realtà." rispose Hive.
"Dai che ci mangiamo qualcosa, prova ad alzarti Den." disse Carlos, porgendogli la mano.
"Mangiamo...?" sussurò Den. Le immagini che aveva visto nella sua allucinazione tornarono a tormentargli la mente.
"JULY!!!" urlò alzandosi in piedi di scatto, chinandosi poi un po' per il dolore alla schiena.
Hive e Carlos gli intimarono di calmarsi, gli chiesero cosa fosse successo, cosa avesse visto nella sua allucinazione.
Den fissò il pentolino che si scaldava sul fornello di Hive e disse:
"Devo andare a Barnard Castle, mia moglie è in pericolo!"
Gli altri capirono che Den si stava riferendo a qualcosa che lo aveva turbato nel suo sogno.
Carlos lo guardò poco convinto e chiese:
"Barnard Castle? E dove si troverebbe, in Inghilterra?"

Capitolo 2 - Racconto 5 - Let it be


<C'è sempre un motivo a tutto. Le guerre, l'odio, il mondo intero. Tutto si muove secondo una logica, secondo un senso predisposto da qualcuno. Non sempre si potrà chiamare Dio, ma un'entità umana o non che muove le fila del gioco c'è sempre.
A volte gli intrecci sono naturali evoluzioni di un rapporto. A volte mosse su una scacchiera che si potevano prevedere. A volte invece destino fatale, buio imprevedibile.>
"Se dovessi scrivere una biografia di questo immenso problema in cui ci troviamo, signori miei, inizierei così. Vi piacerebbe?"

Carlos e Den erano a terra, inermi, svenuti.
"Si, direi proprio che inizierei così."

15 ore prima.

"Carlos, mi stupisco di te, cazzo! Come hai fatto anche solo a pensare che questo posso fosse sicuro? Io ci sarò anche arrivato in preda a qualche delirio, ma porca miseria, sei un militare scelto! Era l'unica persona connessa con tutti e tre. Non potevi ignorare questa cosa come una semplice coincidenza"
La ragazza, stretta al collo da Den, tentò di difendersi
"Den, ti giuro, non sto dalla parte di nessuno. E' vero che i militari si sono fatti vivi e mi hanno detto di chiamarli, ma non l'ho fatto"
"Chi stavi chiamando allora? CHI CAZZO STAVI CHIAMANDO? Non mettermi alla prova Debora" disse Den
"Ma come chi?" rispose la giovane "i miei colleghi. Hai idea di cosa ti sia capitato? Ho un'ipotesi, ma sembra davvero impossibile, e se è vera sarebbe una scoperta incredibile!"
Carlos intervenne cercando di riportare la calma. Mosse una mano in direzione del braccio di Den, con velocità. Ma lo sguardo di Den era inamovibile. "Non toccarmi" diceva con i suoi occhi "o te ne pentirai".
Forse si sarà sentito tradito, pensava Hive, ma sarebbe comunque stato un altro problema da risolvere mentre invece dovevano averne già risolti molti.

"Den, io sono disposta a chiarirti tutto ma devi permettermi di parlare senza una mano che mi pianta al muro, ti prego"
Debora lo guardò, speranzosa che Den potesse capire. Forse aveva sbagliato i metodi, ma non le intenzioni.
La mano allentò la presa.
"Parla."
Debora finalmente potè prendere una boccata d'aria. Si piegò in mezzo su se stessa, terrorizzata. La mano tremante poggiata sulla gamba a sostenere il suo peso e l'altra alla gola, a cercare un segno di salute.
Ci fu qualche secondo di silenzio prima che finalmente ritornasse in sé.

"Allora Den" disse Debora alzando piano la testa
"Quello che i tuoi amici chiamano stato di delirio è qualcosa di molto più speciale. Avete presente le leggende metropolitane che girano sulle persone uccise dalla nebbia? Le loro azioni prima di morire?"
Un flash, netto, limpido, definito, attraversò la mente di Hive. Come una freccia al cuore sentì la sua anima venir trapassata. Mary che cercava qualcosa, pregava forse, implorava probabilmente. Chi lo sa.
L'aria d'orata, la magia ed il terrore, il suono sordo del cane che cercava di trattenerla qui.
E la morte.
"Hive, sei dei nostri?" chiese Carlos, mentre Den rimaneva sull'attenti nei confronti della ragazza.
"Si scusatemi signori. Vada avanti signorina"
Debora tentennò un attimo.
"Beh, come sapete le persone prima di morire compiono i gesti più strani, alcuni iniziano a cantare sutra che non hanno mai studiato o imparato. Altri cercano un contatto. Insomma, le cose più disparate.
La cosa strabiliante di tutto questo, Den, è che il tuo stato è identico a quello delle altre persone.
Sembra che la nebbia sia sempre lì per prenderti con lei, ma non lo fa mai per davvero."

10 ore prima.
"Ho finito gli ultimi test. Non ci sono altre anomalie riscontrate nel soggetto. E' un caso straordinario. Unico al mondo. Può darsi che sia stato contagiato o infettato dalla nebbia? Nessuno può saperlo. Servirebbe un lavoro più profondo di Anamnesi familiare, ma i dati sulla sua famiglia sono coperti da segreto di stato."

5 ore prima.

"Li abbiamo finalmente seminati. Siamo scappati proprio in tempo" ansimava Carlos.
I tre erano riusciti a fuggire dal gruppo di militari che li cercava. Anche stavolta erano stati scovati come le altre. Una spia? Erano solo in tre ed era davvero improbabile. Uno di loro era ricercato, gli altri due erano lì per caso. Se tutto questo fosse stato calcolato era qualcosa che Carlos non poteva neanche immaginare possibile.
"Professore, non possiamo andare avanti così. Dobbiamo trovare una soluzione. Ora che sappiamo che ciò che lo attacca non è curabile, cosa facciamo?"
"E' un bel casino signori. Credo che dovremo trovare qualche soluzione più drastica. Nettamente più drastica."
"Ha qualche idea?" esclamò Den
"Forse. Ma dovremo fare cose un pò fuori dalla nostra portata. Il vero problema Den, sarai tu. La tua infezione, se così si può chiamare, può rischiare di mandare tutto all'aria o comunque di metterci fuori gioco senza volerlo. Dobbiamo capire che legame hai con la nebbia."


1 ora prima.
"Den, ci sei? Den?"
I tre stavano all'interno di una galleria, ormai fuori dalla città. La galleria era silenziosa e vuota, la notte vicina. Den stava perlustrando il perimetro per identificare possibili problematiche. Carlos era al lato opposto, Hive al centro del loro accampamento.
"Den?"
Hive finalmente comprese. Den era altrove. E per l'intera prossima ora avrebbe vissuto un incubo o forse un sogno.
E per questa volta pensò che era meglio lasciar fare. Lasciare che tutto succedesse. Let it be, avrebbe cantato.

Capitolo 2 - Racconto 4 - Visita di controllo

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Era passata più di mezzora da quando Debora, la bella donna in camice bianco, aveva iniziato a fare dei controlli preliminari su Den.
"Sdraiati sulla pancia per favore, devo fare un controllo al livello della nuca. Non è nulla di doloroso, tranquillo."
Carlos ed Hive attendevano in un elegante soggiorno, stile antico, con tanti mobili in legno scuro, tra cui una enorme libreria piena di libri di medicina. Le pareti, poi, erano tempestate di quadri.
"Accidenti, questo Mondrian sembrerebbe originale!" esclamò Hive, soffermandosi ad osservare un quadro di non grandi dimensioni appeso sopra ad una mensola.
"Pensa che non lo sia, professore?" chiese Carlos.
"No, penso al contrario. Debora è sempre stata un'appassionata d'arte ed il denaro non le manca."
"A tal proposito, professore, mi dica.."
"Vuoi sapere come faccio a conoscere Debora?"
"Già."
C'era, nella stanza, un piccolo tavolino di legno intarsiato, con appoggiate delle bottiglie di alcolici. Hive ne afferrò una di Almond, un buon liquore inglese, prese poi un bicchiere e se ne versò un paio di dita.
Ci si bagnò le labbra, mostrando una smorfia di apprezzamento.
"Io e Debora," cominciò Hive "ci siamo conosciuti una decina di anni fa. Lei era ancora una ragazza." esclamò sorridendo.
"Stavo facendo ricerche sulla morte di mia moglie, che come ben sai, ha segnato gran parte della mia esistenza."
"Sì, me ne hai parlato più che sufficienza, direi." intervenne Carlos.
"Ero riuscito ad ottenere delle udienze con un colonnello di alto rango dell'esercito inglese, Walter Mumford si chiamava. Oggi sarà ormai in pensione, o morto, o chissà cos'altro. A quel tempo la nebbia non era ancora un problema come lo è oggi e riuscire a parlare di affari sporchi con i militari d'alto rango era solo, diciamo, una questione economica."
All'interno della stanza si sentiva il forte brusio della festa che si stava tenendo all'esterno. Carlos tirò le tende del finestrone che dava sulla strada, cercando di ridurre, se non il rumore, perlomeno l'afflusso di luci abbaglianti. ll professor Erley, che si era momentaneamente zittito per gustarsi un altro goccio di liquore, riprese il racconto.
"Debora era la figlia di quel colonnello e lavorava, al tempo, nella stessa base diretta dal padre. Fu quest'ultimo a presentarmela, dopo qualche tempo. Io e lui eravamo entrati in amicizia; per quanto inizialmente volesse del denaro per raccontarmi ciò che sapeva, credo che la mia storia l'avesse in qualche modo commosso."
"E Debora, si era laureata da poco?"
"Sì, anche se è sempre stata una ragazza prodigio, ha bruciato le tappe molto velocemente e questo le ha permesso di divenire una grande dottoressa in pochissimi anni. Certo, il padre le avrà sicuramente fatto ottenere qualche agevolazione, ma è davvero una donna in gamba."
"Sì, sempre stata in gamba...ed anche molto bella, aggiungerei."
"Innegabile."
Hive finì di gustare il suo Almond e ripose il bicchiere sul tavolino, si avvicinò poi al corridoio che collegava il soggiorno con altre stanze, tra cui l'ambulatorio casalingo della dottoressa. La porta dell'ambulatorio era socchiusa, ma riuscì ad intravedere Debora passare.
"Ma quanto ci mette a visitare Den" pensò e si diresse poi sulla poltrona adiacente al divano in cui si era seduto, da poco, Carlos.
"Tu invece, Carlos, come l'hai conosciuta?" chiese.
"Anch'io la conobbi qualche anno fa, mi medicò al ritorno di una missione di routine, io ed il mio gruppo eravamo stati esposti ad una neurotossina e dovevamo eseguire degli esami per verificare che non avessimo riportato danni a lungo termine. Debora era il medico-neurologo di ruolo presso l'ospedale militare di Manchester. Lì, come succede a volte in tanti film strappalacrime, il miltare e la sua salvatrice si conobbero...e fu amore a prima vista!".
Carlos sorrise, era ormai del tempo che non sorrideva o che non suggeriva una qualche battuta di spirito, ma ogni tanto sprigionava un po' di brio, segno che le situazioni ti cambiano ma che alla fine, dentro di te, rimani sempre un po' lo stesso.
"Stavate assieme?" chiese Hive.
"Sì, per un paio d'anni lo siamo stati. Il padre, però, non voleva che la sua amata figlia stesse assieme ad un miltare. Per lei sognava un avvocato, o un dottore, insomma, qualcuno che non potesse morire in battaglia."
"Me lo diceva spessa. Comprensibile detto da un padre."
"Vero. Quando la storia iniziò a diventare un po' troppo seria, ci dovemmo lasciare. Non senza lacrime, ma perlomeno senza rancori. Non volevo rovinarle i rapporti familiari, era ancora molto giovane ed io non sono adatto alle fughe d'amore. Lei lo capì"
"Vi siete mai risentiti prima di oggi?"
"Sì, a volte. Telefonate, auguri, cose del genere. Niente di particolare, insomma."
"E sai nulla di Den? Come faranno a conoscersi?"
"Non saprei, non ha mai detto di conoscerla. Più che altro mi chiedo come facesse a sapere in che direzione muoversi per raggiungere questa casa."
"Reminescenze direi. Quando è in stato, diciamo, 'alterato', probabilmente il suo corpo si muove sulla base di ricordi, routine, abitudini. Non è come la schizzofrenia, è più a livello inconscio. Debora saprà dirci di più, spero."
"Povero ragazzo, anche Den è davvero in gamba. Peccato che gli stia succedendo tutto questo ed in questo momento."
Carlos fu interrotto dal crash di oggetti che si infrangevano al suolo. Rumore di vetri e metallo.
Si alzò in piedi di scatto e, seguito da Hive, corse verso la stanza in cui si trovavano Den e Debora. Vi entrarono e rimasero attoniti: Den aveva sbattuto la donna contro il muro e la teneva issata da terra, stringendola per il collo.
Lei stava provando a liberarsi, ma l'aria cominciava a mancarle troppo e le sue reazioni diminuivano.
"DEN COSA CAZZO STAI FACENDO?" urlò Carlos "LASCIALA SUBITO!"
La mente di Den sembrava nuovamente intrappolata in chissà quale incubo. Carlos decise quindi di correre incontro al suo compagno e di affrontarlo, sperando così di fargli allentare la presa dal collo della dottoressa, ma quando fece appena un passo Den parlò, immobilizzandolo:
"Sta' fermo Carlos, non preoccuparti, so quello che sto facendo.."