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Scrittura Cooperativa V2

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Benvenuti in Scrittura Cooperativa (V2), un progetto di racconto online a più mani.
Autori di questa storia siamo io, Andrea (sdl), e SommoCoca.

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Lista dei Capitoli

In questa pagina potrai vedere la lista completa di tutto quanto è stato pubblicato finora. In questo modo potrai sempre rimanere aggiornato e vedere cosa leggere dopo.

Ultimo Racconto: Capitolo 2 - Racconto 6: Eden

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Capitolo 2 - Racconto 7: Compromessi accettabili



"Barnard Castle, cittadina del County Durham, in Inghilterra. Famosa per gli scontri avvenuti nel 2013 a causa dell'approvazione del muro. Fu tra le città che opposero più resistenza in assoluto. E come biasimarli, a guardarla nelle foto sembrava solo una semplice cittadina. Qualche migliaio di abitanti che di certo non influiva in maniera massiva nella crescita mondiale dell'inquinamento."
Hive inspirò profondamente. L'aria lì era finta, costruita. Passava attraverso decine, forse centinaia di condotti prima di arrivare da loro.
"Poi ci fu quell'incidente diplomatico. Era circa il 2015. L'80% della popolazione di Barnard Castle si autodistrusse a causa di un attentato andato male. Contrariamente all'immaginario comune i veri terroristi, quando si parla del Muro, erano le persone del paese, non gli immigrati o gli stranieri. E' per questo che il governo inglese, e con lui molti altri, ha adottato una politica piuttosto regressiva. Non c'erano trattazioni da fare, ma solo da portare avanti la cosa per il bene di tutti."
"Esatto" lo interruppe Michael Kynr, ufficiale dei servizi segreti del governo inglese.
"Ed è qui che entra in gioco lei, signor Erley. L'avevamo contattata perchè lei dispone di almeno due cose che interessano molto al governo. La prima è che dopo anni di ricerca tra le scartoffie siamo risaliti ad una certezza. Sua moglie è il caso numero uno di morte causata da quella che noi chiamamo Nebulis. O più comunemente soprannominata con "La nebbia". Un nome che rasenta il titolo da cinema.
La seconda, signor Erley è che lei ha investigato sulla Nebulis molto a fondo, e conosce alcuni dettagli che, mi duole ammetterlo, a noi potrebbero mancare. Abbiamo bisogno di lei."
"E' per questo che sono ricercato?"
"Si signore. Che io ricordi lei non ha ancora ucciso nessuno. E per quanto mi riguarda trasformarla in un fuggitivo era molto più semplice che dare spiegazioni alla popolazione."
Hive era silenzioso. Osservava ogni dettaglio dell'uomo che aveva di fronte, e cercava di capire da che parte stava.

Carlos e Den nel frattempo, guardavano attoniti la situazione. Già essere stati catturati, per quanto fosse stato inevitabile, non giovava loro. Carlos riflettè sul fatto che, adesso, erano davvero senza una direzione. L'idea folle di raggiungere Barnard Castle non aveva motivi. Ma i sogni di Den, ad oggi, hanno sempre avuto un qualche significato. E se Debora aveva ragione come immaginava, allora c'era qualcosa che la nebbia voleva dirgli. Ma come poteva la nebbia essere un qualcosa di anche solo pensante?
Tutto assumeva valori contorti, i bordi della realtà a cui Carlos era abituato si andavano infrangendo contro un'intera scogliera di incoerenze, di assurdità.
E Den invece stava lì. Iniziava a convivere con questa situazione. Le allucinazioni, il mondo alterato. Ora il suo unico pensiero aveva anche un nome. July.

"In realtà poi, signor Erley, il governo sarebbe curioso, e lo sarei anche io, di sapere in che modo voi siate ancora vivo. I nostri servizi informativi ci hanno detto che lei doveva essere su un cargo diretto proprio nel punto dell'esplosione. Abbiamo anche un paio di registrazioni che confermano quanto sto dicendo. Eppure lei è qui di fronte a me. E di certo non è un allucinazione."
Hive stette in silenzio. I suoi occhi si scansarono dallo sguardo fisso di Kynr puntando qualche secondo verso il basso.
"Ma per ora" continuò Michael "questo mistero, che interesserebbe tanto ai nostri scienziati, può però rimanere celato. Vorremmo la sua collaborazione, e spero che stavolta ce la conceda."
D'un tratto Hive sembrò aver capito qualcosa, alzò nuovamente lo sguardo e disse
"Vorrei parlarne in privato" riferendosi a Kynr.
"Hive, sei davvero sicuro?" Chiese Carlos.
"Certo Carlos. Fidati di me."
"Den? Per te è ok?"
"Si Carlos. Io ora voglio solo trovare mia moglie. Hive, promettimi che lo faremo, ed il resto per me non importa"
"Non preoccuparti Den. Lo faremo."

Carlos e Den uscirono dalla stanza.
"Davvero non t'interessa tutto il resto?"
"Ora come ora è così. Ho un pessimo presentimento da quando ho fatto quell'incubo. Ed anche se le allucinazioni mi creano scompensi, sono più lucido che mai. E so che Barnard Castle è il posto dove dobbiamo andare."
"Den, Barnard è al di là del muro!" Esclamò. "Non possiamo arrivarci. Hai idea di quanto inquinamento ci sia dall'altro lato?"
"A questo punto non sono sicuro che il muro debba difenderci dall'inquinamento." Concluse Den.
E diceva sul serio.

"Mister Kynr. Posso essere sincero con lei in via informare?"
"Se lo desidera, considererò quello che mi sta per dire come un'informazione riservata"
"Se avessi avuto almeno 20 anni di meno probabilmente sarei stato tra i rivoltosi adesso. Tra quelle persone che hanno attentato al muro. E sinceramente, Mister Kynr, vorrei davvero vedere quest'incubo finire, e tornare alla terra che conoscevamo.
L'evoluzione tecnologica si è appiattita a causa delle spese che sono andate ad incentivare nel muro. A questo si è aggiunto un controllo delle nascite sempre più costrittivo."
Michael Kynr rimaneva in silenzio, per quanto confidenziale fosse, non poteva divulgare alcune conoscenze che, almeno in quel momento, avrebbero messo a rischio la sua missione.
"Quello che voglio" continuò Hive "è che ci diate supporto per compiere una nostra ricerca. Dobbiamo accertarci di una cosa e poi ognuno di noi tornerà ai suoi ruoli. Carlos nei militari, Den nella polizia, ed io dietro ad una cattedra. Una volta garantito questo,vi fornirò pieno supporto e sarò a vostra completa disposizione. Dateci un pò di tempo, dei soldi ed una macchina. E se non vi fidate aggiungete una trasmittente GPS ed una persona che ci segua."
Kynr prese parola "La sua richiesta è molto corposa signor Erley. Ma farò presente ai nostri capi il suo desiderio a collaborare. Posso chiederle, qualora le venisse concesso quanto lei desidera, in che modo userebbe le risorse assegnatele?"
"Mi dispiace signore Kynr, ma ora come ora non credo sarebbe produttivo discuterne. Credo sia meglio che ciascuna delle due parti si tenga le informazioni che non vuole divulgare, perchè temo che chiunque dica troppo finirebbe con il far fallire l'accordo."
Michael sospirò, ma sapeva che il professore aveva totalmente ragione.


Nell'altra stanza Den e Carlos sedevano su un piccolo divano. L'intera costruzione era asettica.
"Ehi Carlos, dai un'occhiata a questo"
Den teneva in mano il giornale di oggi. Era passato del tempo dall'esplosione e dagli inseguimenti.
Il giornale però era normalissimo. Nessuna novità sconcertante. Addirittura il fatto che Hive fosse ancora in fuga non era scritto da nessuna parte. Come gli inseguimenti.
"E' normale Den. Non vi era mai stato commissionato in polizia un ricercato segreto? Ovvero qualcuno che dovevate arrestare ma che nessuno doveva sapere che stavate cercando?"
"In tutta la mia carriera no. Però è strano. Che ne sarà stata della breccia che hanno fatto nel muro? Sarà stata riparata?"
"Psss" una voce da dietro di loro richiamò l'attenzione
"Psss"
I due si girarono. Dietro di loro c'era Debora.
"Debora? Cosaci fai qui? Ti hanno catturata?"
"Carlos, per quanto sarebbe plausibile ti ricordo che io alla fin fine lavoro per gente come loro. E' normale."
Den la guardò dal basso verso l'alto. Facendo un impercettibile segno con la testa per salutarla.
"E voi? Ho saputo che vi hanno trovati che avevate rubato un'auto."
"Preferirei non parlarne. La nostra situazione è un po', complicata diciamo. E dopotutto tu non ci hai aiutati molto l'ultima volta che ci siamo visti.
E' proprio vero che non bisogna fidarsi delle donne"
Debora, in preda ad un pò di vergogna per le sue azioni, decise di raccontar loro un pò degli ultimi avvenimenti.
"Il governo ha insabbiato interamente il problema post-esplosione. I media ne hanno parlato pochissimo. La breccia invece. Beh, quella è un qualcosa di anomalo."
"Perchè?" Den si sentì chiamato in causa
"Beh. Perchè noi scienziati ci saremmo aspettati una fuoriuscita di contenuti altamente inquinanti. Ma pare che lo stesso muro fosse stato progettato per supportare delle fratture nella struttura pari a un terzo della sua intera forma. Una cosa davvero mirabolante se si riflette sulle dimensioni mastodontiche del muro."
Den la guardò, posò le mani sulle proprie ginocchia e si alzò.
"Senti. Devi dirmi una cosa."
"Così, su due piedi Den? Cosa vuoi sapere? E sei sicuro di fidarti della risposta?"
"Conviverò con il dubbio. Dimmi cosa sai di Barnard Castle"
"Barnard Castle? Non è quella cittadina che si auto annientò nell'attacco terroristico? "
"Si, questo lo sappiamo. Poi?"
"Poi cosa? Non c'è nessun poi."
"Non è possibile. Cosa c'è là?"
"Den, quella città è oltre il muro. Se ancora esistesse sarebbe corrosa dall'inquinamento. Non dire stupidaggini. E perchè quest'interesse morboso verso la città? Cosa pianificate di fare? Andare là?"
I due non risposero
"Siete pazzi vero? Non c'è modo di superare il muro, e anche se ci fosse non trovereste nulla al di là. Perchè hai questa fissazione?"
"Mia moglie."
Lo sguardo di Den si fece più morbido. Le sue mani smisero di essere tese.
"deve essere là. L'ho vista."
"L'hai vista? Non è possibile Den. Ti giuro che là non c'è nulla."
La porta di fronte a loro si aprì, e Michael Kynr uscì salutandoli e dirigendosi alla loro destra.
Dietro di lui c'era Hive che notò subito Debora
"Vedo che ci ritroviamo signorina. Spero stavolta non avremo da fuggire. Quanto a noi tre, speriamo di aver trovato un accordo con questi signori vestiti tutti di nero."

Nella serata ad Hive arrivò la conferma: Avevano a disposizione modeste risorse per la loro ricerca. Al fine di garantire il rispetto dei patti ciascuno avrebbe avuto una trasmittente iniettata sottopelle per garantire che non infrangessero i patti e per monitorare i movimenti. Inoltre avevano un tempo limite di dieci giorni, espandibile sotto richiesta se necessario.
Questo era quanto il governo passava.
La nottata la passarono in delle impersonali camere da letto.

Al pranzo del giorno dopo i tre fecero una riunione.
"Signori miei, vorrei informarvi che ritengo poco plausibile arrivare a Barnard Castle. Ma se le allucinazioni di Den hanno un senso come tutti noi speriamo, beh, credo che dovremmo almeno credere di andare là."
"Credere?" interruppe Den "non è credendo che risolveremo i nostri casini".
"Den, stia calmo. Cerchi di ragionare. Non sto dicendo che dobbiamo illuderci di fare quello che stiamo facendo. Ma che magari la tua allucinazione significa solo che dobbiamo tentare di andare a Barnard Castle, per trovare tua moglie. I servizi governativi, converrà, non ci potranno fornire armi così potenti da sfondare quel muro. E non è indifferente il problema della Nebulis."
"Professore, ora la chiama così anche lei? Che accordo ha preso con questi servizi? Inizio a temere qualcosa"
"Ah ah ah, figliuolo. Non preoccuparti. Niente di così segreto. Solo ritengo molto affascinante questo nome. Suona bene, non credete? E poi è sempre meglio sapere il nome del proprio nemico. Altrimenti le crociate non funzionano bene."
"Ok. In previsione di questo ho contattato Debora e mi sono fatto dare alcune cose" disse Carlos.
"So che magari non sarete contentissimi che abbia usato lei come contatto interno ma qualcosa dovevamo fare, o saremmo rimasti immobili."
tirò fuori una mappa.
"Ecco. Qui è dove siamo noi, nei dintorni di Grantham. Barnard Castle è qua." indicò un punto oltre una linea che, senza dubbio alcuno, identificava la divisione terrestre del muro.
"Sono circa 130 miglia in linea retta." osservò Den. "Potremmo raggiungerlo in 3 ore, forse anche meno."
"Den, come ho già detto: non dobbiamo andare fisicamente a Barnard. La demarcazione del muro è poco oltre Chesterfield."
Den prese una penna, e si mise a guardare bene la mappa.
"Che strade possiamo fare per arrivare a Barnard, se volessimo raggiungerla?"
"La migliore sarebbe questa" disse Carlos, indicando una strada piuttosto diretta tra le due città.
Den tracciò le strade che consigliava Carlos. E poi vide dove si sarebbero interrotti.
"E' a Retford quindi che ci fermeremo. Ci vorranno quaranta minuti d'auto per arrivarci. Cosa sappiamo di quella città?" Volse lo sguardo al militare ed al professore, ma non incontrò nessuna risposta.
"Se troveremo qualcosa allora dobbiamo essere preparati. Non sappiamo cosa ci attenderà là. In una giornata potremmo tranquillamente fermarci a Lincoln per fare rifornimento di armi e poi dirigerci a Retford, che ne pensate?"
"Direi che iniziamo a ragionare Den. Ma le armi a cosa ci serviranno?"
"Beh, abbiamo solo tre possibilità. O il nostro problema saranno i militari, o i rivoltosi, o la Nebulis. Quale che sia, io ritroverò mia moglie. Ma un problema di questi lo troveremo. Chesterfield è già caduta oltretutto. Quindi non sappiamo nemmeno quanti corrotti ci saranno la fuori."
"Ora che mi ci fai pensare. La macchina che ci hanno dato potrebbe non andare bene."
"Perchè?" chiese Den
"E' troppo recente. Potrebbe venir corrotta senza problemi. E non voglio ripetere l'esperienza."

I tre predisposero tutto. Segnarono sulla mappa tutto il tragitto, e si fermarono per farsi impiantare i gps. Den non avrebbe discusso su nessun compromesso. Ora voleva trovare July, prima che fosse troppo tardi.
Mentre salivano in macchina in direzione Lincoln, Carlos ricordò di nuovo delle parole del suo capitano.
"Qui voi avete visto l'inferno. Queste schifezze che uccidono sono solo l'inizio di quello che capiterà. Voi siete i migliori. I soldati scelti.
Quando sarete pronti a difendervi ed uccidere tutte queste macchine verrete mandati a difendere una sola città.
E' lì che i migliori di voi andranno."

Si domandava se avesse mai detto poi il nome di quella città. Non arrivò tra i primi tre che andarono là. I fortunati furono altri.
Ma, giorni dopo da quella conversazione, Carlos trovò il capitano al telefono, preoccupato.
Parlava di qualcosa riguardo a delle operazioni segrete. Niente di strano. Ma ora, con tutto quello che stava succedendo, tutto appariva con un significato diverso. Già allora avrebbero dovuto capire che sarebbe andato storto.
Dall'altro lato della macchina Den era impassibile. Salì nel sedile del passeggerò e rifletteva ancora su quell'incubo.
"Io andrò a Barnard Castle. Troverò il modo di fottere quel muro. Lo troverò."
E dietro, nei sedili posteriori si sedette finalmente Hive.
"Signori, in marcia" disse.
Carlos ingranò la marcia.

Capitolo 2 - Racconto 6 - Eden

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Un campo di grano, con spighe altissime. Al di là di questo una zona boschiva composta di alti pioppi ed abeti posti un po' alla rinfusa, come la natura di solito ama disporli.
Il cielo di un azzurro quasi pastello, il sole coperto da due leggere nuvolette che falliscono nel tentativo di oscurarne la potenza.
L'aria calda ed in quiete, profumata, spezzata talvolta da qualche breve brezza più fresca, di quelle che chiunque si ama assaporare ad occhi chiusi.
Den era immobile in mezzo al campo, indossava un paio di calzoni bianchi e leggerissimi, probabilmente di lino, ed una camicia tendente all'azzurro non abbottonata.
Si sentiva in paradiso.
Rimase ancora qualche attimo immobile a godersi quel tepore sulla pelle, senza chiedersi alcunchè; si sentiva bene, a casa.
Erano anni, decenni che non si sentiva così bene.
Poi un pensiero gli attraversò la mente, fu un istante ma bastò per terrorizzarlo:
"Dove diavolo sono?!" si chiese.
Den comprese di essere di nuovo prigioniero della sua mente, libero di fare qualsiasi cosa dentro di essa ma incapace di rapportarsi con il mondo reale, o con quello che comunque ancora credeva essere il mondo reale.
Pensò per un attimo a quello che poteva star succedendo "fuori" in quel momento, si sforzò di pensare che magari stesse dormendo o che comunque si trovasse in un luogo isolato, impossibilitato nel far del male a qualcuno.
"Ero nella galleria, magari in questo momento sto solo camminando..magari mi hanno disarmato.."

Ormai il sergente sapeva come funzionava, ognuna delle sue allucinazioni portava a qualcosa, anche se quasi sempre questo qualcosa non aveva un significato preciso, o se ce l'aveva era lo stesso Den a disilludersi pensando che quel significato fosse solo frutto di un ragionamento razionale basato su un evento irrazionale. Tutto frutto della sua mente.
Nel bene o nel male decise di muoversi, di esplorare l'aera, sperando che l'allucinazione svanisse in fretta.
Si diresse verso la zona boschiva che circondava la grande distesa giallastra di spighe, attraversò i pioppi e gli abeti fino a giungere ad un sentiero sterrato che si contorceva tra la vegetazione.
Proseguì il suo cammino lasciandosi alle spalle la zona dalla quale era partito, non pensò nemmeno ad un modo per ricordarsi come tornarvi, dato che nei suoi sogni nulla restava uguale per più di qualche minuto e non si tornava mai indietro.

Alla fine del sentiero, dopo non molto cammino, Den iniziò ad intravedere delle costruzioni. Erano delle case, alcune in legno, altre in muratura. Alte non più di due piani e con i tetti a falda.
Appena giunto a quello che considerava l'ingresso al paese, questo gli apparve come una grande strada centrale, asfaltata e con le corsie per le automobili disegnate al suolo, uno scorcio prospettico molto lungo che protava chissà dove. Sul fianco le case apparverò per ciò che erano: piccole case a schiera all'americana, tipiche dei primi anni del ventunesimo secolo.
Den trovò strano che la strada asfaltata si perdesse nel sentiero dal quale era provenuto, divenendo sterrata, ma non diede peso a quest'ulteriore follia partorita dalla sua mente.
Camminò un po' per le case, c'erano i campanelli ed i numeri civivi.
"Margareth Smithson...Johnathan Bishop...Oscar Cruz.."
Nomi normali di persone normali.
Un po' più giù vide qualcuno, una persona ferma davanti ad un garage intenta a scrivere qualcosa su un taccuino. Era un uomo di mezza età, quasi calvo, alto ed in sovrappeso. Vestiva un paio di pantaloni beige ed una camicia giallo spento.
Era insolito per Den vedere persone nei suoi incubi, persone diverse da sua madre perlomeno.
Provò ad avvicinarsi.
"Scusi." chiese Den con voce calma
"Oh salve, mi dica.." rispose il signore con il mano il taccuino.
"Sa dirmi dove mi trovo?"
"Prego?"
"Sa dirmi dove ci troviamo in questo momento?"
"In mezzo ad una strada, sir.."
"Sì.." continuò un po' spazientito Den "..intendevo dire, in quale città?"
"Barnard, sir. Barnard Castle!"
"Ah...capisco..e dove si troverebbe, in Inghilterra?"
L'uomo fece la tipica faccia che fanno le persone quando hanno davanti a loro un pazzo.
"Sì.." rispose "..siamo in Inghilterra, sir. Ad ovest di Darlington."
Il sergente Myers sobbalzò un istante.
"Darlington non esiste più, è una zona desertificata." pensò "Si trova al di là del muro...che diavolo significa tutto questo?"
Di nuovo tentò di dare un significato a qualcosa che era del tutto fasullo e privo di senso, ma non ci riuscì.
"Lei da dove viene?" chiese a sua volta l'uomo di mezza età a Den.
"Dal sentiero.."
"Da quel sentiero là?"
"Sì, esatto.."
"E prima del sentiero, dove si trovava?
"In un campo di grano."
"AH!" esclamò compiaciuto e stupito l'uomo "lei è un uomo che viene dal campo di grano!" continuò.
"E' una cosa bella?"
"Certo che lo è e capisco perchè è così confuso, sir."
"Davvero?"
"Certo!"
Den stette in silenzio qualche secondo, pregò con tutto il cuore di chiudere gli occhi e di trovarsi sveglio dopo averli riaperti. Li chiuse e li riaprì, ma dinnanzi a lui c'era ancora il signore che lo fissava.
Quest'ultimo tornò a scrivere qualcosa sul suo taccuino.
"Forse il mio cervello, la nebbia o quello che mi sta facendo tutto questo, vuole che chieda al signore del taccuino!" pensò Den.
"Scusi," chiese di nuovo al signore con il taccuino "posso sapere cosa sta scrivendo?"
"Certo, sir! Sto segnandomi ciò che vorrei mi fosse assegnato dopo i pranzi di questa settimana."
"Prego?"
"Sì, gli oggetti che vorrei. Mi farebbero molto comodo un paio di cinture, a mia moglie invece piacerebbe un libro. Sa, a volte in qualche zaino se ne trovano, anche se è più facile scovare del vestiario, sir".
"Mi perdoni" disse Den confuso "non capisco di cosa stia parlando."
"Aaah voi uomini del grano, me l'avevano detto che bisogna spiegarvi tutto! Venga con me, le spiego strada facendo."
Il signore si incamminò lungo la strada, Den lo seguì.
"Oggi è arrivato un carico per i pasti di questa settimana." disse l'uomo "Ha visto per caso animali mentre veniva qua dal sentiero?"
Den ci pensò, in effetti non ne aveva visti.
"No, in effetti non ne ho visti."
"Perchè non ce ne sono! Non ci sono animali, solo piante!" esclamò l'altro.
"Strano.."
"Davvero, sir. Strano! Però allora cosa possiamo mangiare? Non si vive di sole carote!"
"A dire il vero molti vegetariani ne vivono."
"Oh beh, qui ha ragione lei, sir. Allora diciamo che non tutti riusciamo ad essere vegetariani!"
"Ok..e quindi?"
"Quindi ogni settimana, a volte ogni due, ci arriva un carico per i pasti cittadini. Qua mangiamo tutti assieme, sir!"
"Ah e quanti siete?"
"Qui a Barnard Castle siamo 998 persone, tutti originari di Barnard Castle, sir!"
Camminando e parlando i due giunsero ad una piazzetta dove c'era una decina di persone, alcune chiacchieravano, altre erano intente a spostare botti di vino.
"Oh, ecco dei miei compaesani laggiù! Tutti di Barnard Castle, sir!" disse l'uomo.
Den si soffermò ad osservare, gente serena, sembrava tutto dannatamente normale, tranquillo. Davvero un piccolo paradiso, "Qual'è il punto?" continuava a chiedersi.
"Vede sir, in quella casa.." disse il signore indicando una casa imponente con le finestre sprangate "..teniamo i carichi settimanali per i pasti."
"Chi vi manda il cibo? Dove prendete gli animali da mangiare?" Cosa c'entra tutto questo con ciò che scriveva nel taccuino?" chiese ancora Den.
"Semplice sir, di animali non ce ne sono, quindi cosa possiamo mangiare?"
"Non so. Me lo dica lei!"
"Persone, sir"
"Persone?"
"Sì, sir. Altre persone!"
Den rabbrividì, il sangue gli si raggelò nelle vene e l'ansia prese il sopravvento. Iniziò a non sentirsi più al sicuro, l'aria da tiepida gli parve afosa e ghiacciata allo stesso tempo ed iniziò a tastarsi addosso alla ricerca del fucile.
"Perchè fa quella faccia, sir?" chiese il signore di mezza età col taccuino "Non è una pratica in uso dalle vostre parti?"
"PERSONE?" urlò Den "VOI MANGIATE LE PERSONE?"
"Si calmi, sir! Non vogliamo mangiare pure lei, lei è un uomo del grano."
Den fece mente locale e di nuovo ripensò al fatto che tutto quello che vedeva era frutto della sua mente, anche se sembrava sempre troppo reale.
"Voi mangiate le persone? Ma, come diavolo...cioè, come le trovate? Vi mangiate tra di voi?"
"MA NO, SIR! A Barnard Castle siamo 998 anime, tutte originarie di Barnard Castle! Le persone ci vengono portate da Darlington, arrivano con il treno fino a lì e fino a qui con i furgoni. Un normale trasporto, sir!"
"Ma sono persone...già morte?"
"Mi piacerebbe che fosse così, sir. Però devo dirle di no, arrivano vive e...beh, dobbiamo pur mangiare."
Den iniziò a correre verso la casa con le finestre sbarrate e provò a guardare all'interno di una di queste: vide delle celle all'interno, disposte lungo un corridoio; all'interno di ognuna c'erano 4 o 5 persone.
Fu raggiunto dal signore di mezza età.
"Vede," disse a Den "stanno tutti bene, sir!"
"MA POI VE LI MANGIATE! LI UCCIDETE!"
"Siamo 998 anime, sir! Dobbiamo mangiare a Barnard Castle."
"Il taccuino," continuò Den "il taccuino lo usate per spartirvi i loro averi..era questo che intendeva."
"Ohohohoh ma certo sir, mica ci mangiamo anche i vestiti! Ci ha preso per dei mostri?"
Den inorridì di nuovo, poi continuò a guardare all'interno della casa, attraverso le finestre. Il signore intanto continuava a parlare:
"Dopo la condurrò dal primo cittadino, sir. Lui ha già avuto esperienze con uomini del grano, gente come lei, saprà dirle di più, saprà come gestirla. Io sono un po' impreparato, non mi era mai capitato di incontrarne uno!"
Den guardò con attenzione: donne, ragazzine, anziani. Nessun giovane uomo. Tutti stivati nelle celle della casa, pronti per essere cucinati per pranzi e cene cittadine. Un'immagine orribile, Den avrebbe voluto liberarli e distruggere tutto, ma era solo un uomo disarmato contro 998 anime, tutte originarie di Barnard Castle.
L'allucinazione era divenuta terrificante, così ossimorica quella situazione di raccapriccio paragonata all'atmosfera e all'arietta del luogo, ma la scena che si trovò ad osservare Den pochi istanti dopo lo fu ancora di più. In una delle celle vide lei, sua moglie, July, in ginocchio stretta al suo zainetto.
"JULY!!!" urlò Den.
Lei si voltò disorientata, guardò al di là della finestra.
"JULY SONO DEN!!!!"
Lei non rispose, lo fissò per qualche istante, poi tornò a stringere forte il suo zainetto guardando il suolo.
Den si sentì morire, provò ancora a credere che tutto quello fosse frutto della sua mente, ma la rabbia prese il sopravvento.
"Perchè urla, sir? Non possono sentirla, le assicuro che la loro mente è molto più confusa della sua. A volte nemmeno si accorgono che li cuciniamo!" disse l'uomo sorridendo. Den non ci pensò due volte e gli si scagliò contro atterrandolo con un forte pugno al volto.
Le persone presenti nella piazza videro la scena ed alcune di loro iniziarono a correre contro Den urlandogli "Che diavolo sta combinando?".
Den tornò alla finestra e continuò ad urlare il nome di sua moglie, scuotendo le sbarre senza provocar però loro alcun danno.
Sentì un colpo alla schiena, poi cadde a terra, svenuto.

Riaprì gli occhi, sembrava fosse passato molto tempo.
Si trovava altrove adesso, era in una grande stanza con poca luce.
"Sono sveglio, è il mondo reale." pensò, constatando di trovarsi nel mini accampamento che aveva tirato su con i suo compagni.
"Come ti senti?" gli chiese Carlos, che gli si mostrò davanti con un bel ringofiamento sul viso, segno di un forte colpo subito.
"Quello te l'ho fatto io, vero Carlos?" chiese il sergente Myers.
"Eh sì Den, sono persino svenuto, ma alcune donne in vita mia mi hanno dato colpi peggiori!"
Hive era poco distante, seduto, cercava qualcosa nel suo zaino.
Den sorrise, sentiva dolore alla schiena. "Chi è stato a colpirmi?" chiese.
"E' stato il professore, quando vuole ne ha di forza!"
"Ho usato un paletto di ferro, in realtà." rispose Hive.
"Dai che ci mangiamo qualcosa, prova ad alzarti Den." disse Carlos, porgendogli la mano.
"Mangiamo...?" sussurò Den. Le immagini che aveva visto nella sua allucinazione tornarono a tormentargli la mente.
"JULY!!!" urlò alzandosi in piedi di scatto, chinandosi poi un po' per il dolore alla schiena.
Hive e Carlos gli intimarono di calmarsi, gli chiesero cosa fosse successo, cosa avesse visto nella sua allucinazione.
Den fissò il pentolino che si scaldava sul fornello di Hive e disse:
"Devo andare a Barnard Castle, mia moglie è in pericolo!"
Gli altri capirono che Den si stava riferendo a qualcosa che lo aveva turbato nel suo sogno.
Carlos lo guardò poco convinto e chiese:
"Barnard Castle? E dove si troverebbe, in Inghilterra?"

Capitolo 2 - Racconto 5 - Let it be


<C'è sempre un motivo a tutto. Le guerre, l'odio, il mondo intero. Tutto si muove secondo una logica, secondo un senso predisposto da qualcuno. Non sempre si potrà chiamare Dio, ma un'entità umana o non che muove le fila del gioco c'è sempre.
A volte gli intrecci sono naturali evoluzioni di un rapporto. A volte mosse su una scacchiera che si potevano prevedere. A volte invece destino fatale, buio imprevedibile.>
"Se dovessi scrivere una biografia di questo immenso problema in cui ci troviamo, signori miei, inizierei così. Vi piacerebbe?"

Carlos e Den erano a terra, inermi, svenuti.
"Si, direi proprio che inizierei così."

15 ore prima.

"Carlos, mi stupisco di te, cazzo! Come hai fatto anche solo a pensare che questo posso fosse sicuro? Io ci sarò anche arrivato in preda a qualche delirio, ma porca miseria, sei un militare scelto! Era l'unica persona connessa con tutti e tre. Non potevi ignorare questa cosa come una semplice coincidenza"
La ragazza, stretta al collo da Den, tentò di difendersi
"Den, ti giuro, non sto dalla parte di nessuno. E' vero che i militari si sono fatti vivi e mi hanno detto di chiamarli, ma non l'ho fatto"
"Chi stavi chiamando allora? CHI CAZZO STAVI CHIAMANDO? Non mettermi alla prova Debora" disse Den
"Ma come chi?" rispose la giovane "i miei colleghi. Hai idea di cosa ti sia capitato? Ho un'ipotesi, ma sembra davvero impossibile, e se è vera sarebbe una scoperta incredibile!"
Carlos intervenne cercando di riportare la calma. Mosse una mano in direzione del braccio di Den, con velocità. Ma lo sguardo di Den era inamovibile. "Non toccarmi" diceva con i suoi occhi "o te ne pentirai".
Forse si sarà sentito tradito, pensava Hive, ma sarebbe comunque stato un altro problema da risolvere mentre invece dovevano averne già risolti molti.

"Den, io sono disposta a chiarirti tutto ma devi permettermi di parlare senza una mano che mi pianta al muro, ti prego"
Debora lo guardò, speranzosa che Den potesse capire. Forse aveva sbagliato i metodi, ma non le intenzioni.
La mano allentò la presa.
"Parla."
Debora finalmente potè prendere una boccata d'aria. Si piegò in mezzo su se stessa, terrorizzata. La mano tremante poggiata sulla gamba a sostenere il suo peso e l'altra alla gola, a cercare un segno di salute.
Ci fu qualche secondo di silenzio prima che finalmente ritornasse in sé.

"Allora Den" disse Debora alzando piano la testa
"Quello che i tuoi amici chiamano stato di delirio è qualcosa di molto più speciale. Avete presente le leggende metropolitane che girano sulle persone uccise dalla nebbia? Le loro azioni prima di morire?"
Un flash, netto, limpido, definito, attraversò la mente di Hive. Come una freccia al cuore sentì la sua anima venir trapassata. Mary che cercava qualcosa, pregava forse, implorava probabilmente. Chi lo sa.
L'aria d'orata, la magia ed il terrore, il suono sordo del cane che cercava di trattenerla qui.
E la morte.
"Hive, sei dei nostri?" chiese Carlos, mentre Den rimaneva sull'attenti nei confronti della ragazza.
"Si scusatemi signori. Vada avanti signorina"
Debora tentennò un attimo.
"Beh, come sapete le persone prima di morire compiono i gesti più strani, alcuni iniziano a cantare sutra che non hanno mai studiato o imparato. Altri cercano un contatto. Insomma, le cose più disparate.
La cosa strabiliante di tutto questo, Den, è che il tuo stato è identico a quello delle altre persone.
Sembra che la nebbia sia sempre lì per prenderti con lei, ma non lo fa mai per davvero."

10 ore prima.
"Ho finito gli ultimi test. Non ci sono altre anomalie riscontrate nel soggetto. E' un caso straordinario. Unico al mondo. Può darsi che sia stato contagiato o infettato dalla nebbia? Nessuno può saperlo. Servirebbe un lavoro più profondo di Anamnesi familiare, ma i dati sulla sua famiglia sono coperti da segreto di stato."

5 ore prima.

"Li abbiamo finalmente seminati. Siamo scappati proprio in tempo" ansimava Carlos.
I tre erano riusciti a fuggire dal gruppo di militari che li cercava. Anche stavolta erano stati scovati come le altre. Una spia? Erano solo in tre ed era davvero improbabile. Uno di loro era ricercato, gli altri due erano lì per caso. Se tutto questo fosse stato calcolato era qualcosa che Carlos non poteva neanche immaginare possibile.
"Professore, non possiamo andare avanti così. Dobbiamo trovare una soluzione. Ora che sappiamo che ciò che lo attacca non è curabile, cosa facciamo?"
"E' un bel casino signori. Credo che dovremo trovare qualche soluzione più drastica. Nettamente più drastica."
"Ha qualche idea?" esclamò Den
"Forse. Ma dovremo fare cose un pò fuori dalla nostra portata. Il vero problema Den, sarai tu. La tua infezione, se così si può chiamare, può rischiare di mandare tutto all'aria o comunque di metterci fuori gioco senza volerlo. Dobbiamo capire che legame hai con la nebbia."


1 ora prima.
"Den, ci sei? Den?"
I tre stavano all'interno di una galleria, ormai fuori dalla città. La galleria era silenziosa e vuota, la notte vicina. Den stava perlustrando il perimetro per identificare possibili problematiche. Carlos era al lato opposto, Hive al centro del loro accampamento.
"Den?"
Hive finalmente comprese. Den era altrove. E per l'intera prossima ora avrebbe vissuto un incubo o forse un sogno.
E per questa volta pensò che era meglio lasciar fare. Lasciare che tutto succedesse. Let it be, avrebbe cantato.

Capitolo 2 - Racconto 4 - Visita di controllo

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Era passata più di mezzora da quando Debora, la bella donna in camice bianco, aveva iniziato a fare dei controlli preliminari su Den.
"Sdraiati sulla pancia per favore, devo fare un controllo al livello della nuca. Non è nulla di doloroso, tranquillo."
Carlos ed Hive attendevano in un elegante soggiorno, stile antico, con tanti mobili in legno scuro, tra cui una enorme libreria piena di libri di medicina. Le pareti, poi, erano tempestate di quadri.
"Accidenti, questo Mondrian sembrerebbe originale!" esclamò Hive, soffermandosi ad osservare un quadro di non grandi dimensioni appeso sopra ad una mensola.
"Pensa che non lo sia, professore?" chiese Carlos.
"No, penso al contrario. Debora è sempre stata un'appassionata d'arte ed il denaro non le manca."
"A tal proposito, professore, mi dica.."
"Vuoi sapere come faccio a conoscere Debora?"
"Già."
C'era, nella stanza, un piccolo tavolino di legno intarsiato, con appoggiate delle bottiglie di alcolici. Hive ne afferrò una di Almond, un buon liquore inglese, prese poi un bicchiere e se ne versò un paio di dita.
Ci si bagnò le labbra, mostrando una smorfia di apprezzamento.
"Io e Debora," cominciò Hive "ci siamo conosciuti una decina di anni fa. Lei era ancora una ragazza." esclamò sorridendo.
"Stavo facendo ricerche sulla morte di mia moglie, che come ben sai, ha segnato gran parte della mia esistenza."
"Sì, me ne hai parlato più che sufficienza, direi." intervenne Carlos.
"Ero riuscito ad ottenere delle udienze con un colonnello di alto rango dell'esercito inglese, Walter Mumford si chiamava. Oggi sarà ormai in pensione, o morto, o chissà cos'altro. A quel tempo la nebbia non era ancora un problema come lo è oggi e riuscire a parlare di affari sporchi con i militari d'alto rango era solo, diciamo, una questione economica."
All'interno della stanza si sentiva il forte brusio della festa che si stava tenendo all'esterno. Carlos tirò le tende del finestrone che dava sulla strada, cercando di ridurre, se non il rumore, perlomeno l'afflusso di luci abbaglianti. ll professor Erley, che si era momentaneamente zittito per gustarsi un altro goccio di liquore, riprese il racconto.
"Debora era la figlia di quel colonnello e lavorava, al tempo, nella stessa base diretta dal padre. Fu quest'ultimo a presentarmela, dopo qualche tempo. Io e lui eravamo entrati in amicizia; per quanto inizialmente volesse del denaro per raccontarmi ciò che sapeva, credo che la mia storia l'avesse in qualche modo commosso."
"E Debora, si era laureata da poco?"
"Sì, anche se è sempre stata una ragazza prodigio, ha bruciato le tappe molto velocemente e questo le ha permesso di divenire una grande dottoressa in pochissimi anni. Certo, il padre le avrà sicuramente fatto ottenere qualche agevolazione, ma è davvero una donna in gamba."
"Sì, sempre stata in gamba...ed anche molto bella, aggiungerei."
"Innegabile."
Hive finì di gustare il suo Almond e ripose il bicchiere sul tavolino, si avvicinò poi al corridoio che collegava il soggiorno con altre stanze, tra cui l'ambulatorio casalingo della dottoressa. La porta dell'ambulatorio era socchiusa, ma riuscì ad intravedere Debora passare.
"Ma quanto ci mette a visitare Den" pensò e si diresse poi sulla poltrona adiacente al divano in cui si era seduto, da poco, Carlos.
"Tu invece, Carlos, come l'hai conosciuta?" chiese.
"Anch'io la conobbi qualche anno fa, mi medicò al ritorno di una missione di routine, io ed il mio gruppo eravamo stati esposti ad una neurotossina e dovevamo eseguire degli esami per verificare che non avessimo riportato danni a lungo termine. Debora era il medico-neurologo di ruolo presso l'ospedale militare di Manchester. Lì, come succede a volte in tanti film strappalacrime, il miltare e la sua salvatrice si conobbero...e fu amore a prima vista!".
Carlos sorrise, era ormai del tempo che non sorrideva o che non suggeriva una qualche battuta di spirito, ma ogni tanto sprigionava un po' di brio, segno che le situazioni ti cambiano ma che alla fine, dentro di te, rimani sempre un po' lo stesso.
"Stavate assieme?" chiese Hive.
"Sì, per un paio d'anni lo siamo stati. Il padre, però, non voleva che la sua amata figlia stesse assieme ad un miltare. Per lei sognava un avvocato, o un dottore, insomma, qualcuno che non potesse morire in battaglia."
"Me lo diceva spessa. Comprensibile detto da un padre."
"Vero. Quando la storia iniziò a diventare un po' troppo seria, ci dovemmo lasciare. Non senza lacrime, ma perlomeno senza rancori. Non volevo rovinarle i rapporti familiari, era ancora molto giovane ed io non sono adatto alle fughe d'amore. Lei lo capì"
"Vi siete mai risentiti prima di oggi?"
"Sì, a volte. Telefonate, auguri, cose del genere. Niente di particolare, insomma."
"E sai nulla di Den? Come faranno a conoscersi?"
"Non saprei, non ha mai detto di conoscerla. Più che altro mi chiedo come facesse a sapere in che direzione muoversi per raggiungere questa casa."
"Reminescenze direi. Quando è in stato, diciamo, 'alterato', probabilmente il suo corpo si muove sulla base di ricordi, routine, abitudini. Non è come la schizzofrenia, è più a livello inconscio. Debora saprà dirci di più, spero."
"Povero ragazzo, anche Den è davvero in gamba. Peccato che gli stia succedendo tutto questo ed in questo momento."
Carlos fu interrotto dal crash di oggetti che si infrangevano al suolo. Rumore di vetri e metallo.
Si alzò in piedi di scatto e, seguito da Hive, corse verso la stanza in cui si trovavano Den e Debora. Vi entrarono e rimasero attoniti: Den aveva sbattuto la donna contro il muro e la teneva issata da terra, stringendola per il collo.
Lei stava provando a liberarsi, ma l'aria cominciava a mancarle troppo e le sue reazioni diminuivano.
"DEN COSA CAZZO STAI FACENDO?" urlò Carlos "LASCIALA SUBITO!"
La mente di Den sembrava nuovamente intrappolata in chissà quale incubo. Carlos decise quindi di correre incontro al suo compagno e di affrontarlo, sperando così di fargli allentare la presa dal collo della dottoressa, ma quando fece appena un passo Den parlò, immobilizzandolo:
"Sta' fermo Carlos, non preoccuparti, so quello che sto facendo.."

Capitolo 2 - Racconto 3 - Rio Derby

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Rumore, rumore di giorno e di notte.
Le lacrime cadono senza rumore.
Rumore rumore, la notte ci ascolta
dal cielo nessuno, dal cielo l'amore.
Rumore rumore, che ascolti i caduti
ascolta anche l'urlo dei sopravvissuti.

"Rumore rumore..."

Migliaia di persone erano nel viale dove si celebrava qualcosa di incredibile. La canzone fatta con rime approssimative (quasi "vecchie") veniva ripetuta a ripetizione dalla folla, o forse si dovrebbe dire dalla massa.
Nel centro della strada passavano dei carri enormi, non carri di guerra, ma carri raffigurativi dei maggiori mali del mondo.
Le guerre mondiali, la fame, l'inquinamento, erano tra i primi carri in ordine di apparizione. Proprio l'inquinamento che aveva costretto la costruzione di uno degli ultimi due mali: Il muro.
Ed infine la nebbia. Dorata, inverosimile nella sua olograficità plastica. "Rumore rumore" ed era rumorosa la strada. Tutta quella folla poteva tranquillamente rappresentare un terzo della popolazione attuale di Derby, se non di più. I tre erano esterrefatti. Cosa stava succedendo?
Si erano spostati in mezzo ad alcune persone, certi che il trambusto era la miglior fuga per ora, e nascondersi in esso la miglior soluzione.

"Direi che questo è un ottimo inizio" commentò Hive nel rumore generale.
"E' in vena di battute oggi, professore? Vediamo di riuscire a trovare quanto prima quello per cui siamo qua. Poi dovremo pensare ad un'altra soluzione per andare avanti"
Den non li sentiva. Si guardava con aria sospetta attorno, cercando probabilmente i loro attentatori che sarebbero apparsi di lì a poco.
"Dobbiamo muoverci comunque da qui. Seguiamo la folla nella sua direzione per ora" esclamò
Hive e Carlos si scambiarono un'occhiata. Il professore capì che la direzione era perfetta anche per andare a cercare il medico.
Hive era però dubbioso. Quante possibilità c'erano che quel medico non fosse in questa folla mastodontica? Se così fosse stato sarebbero stati spacciati, senza speranza. Tre persone di cui una era un visionario ed un'altra un professore. L'unico capace di difendersi sarebbe stato Carlos.

I colori erano sgargianti, eccezion fatta per "il muro", tutta la città era addobbata di rossi, arancioni, gialli, che la rendevano viva, capace di esistere. In contrapposizione allo spettacolo tecnologico del grigio che ormai, negli ultimi venti anni, era entrato nel pensiero comune. Den faceva strada, verso un'ignota destinazione, i restanti lo seguivano, guardandosi le spalle di tanto in tanto, ma senza mai vedere un movimento diverso da quello di una comune massa di persone in festa.
Hive toccò la spalla a Carlo, attirandone l'attenzione
"Secondo te dove sta andando?"
"Beh, sicuramente lontano da qui. Non dovremmo sempre pensare che sia preda di quelle visioni. Anche se ultimamente si sono intensificate"
"Già. Ma rimane comunque il fatto che le visioni ci sono. Ormai è quasi un'ora che non sembra averne avute. Quiete prima della tempesta?"
"Non saprei, speriamo di no. Comunque a meno di mezzo chilometro c'è la casa del medico. E' in una via trasversa"
Alcune persone davanti a loro iniziarono a spazientirsi "Ehi, cosa diavolo sta facendo?" fu la cosa più distintiva tra le voci che sentirono.
Den stava scappando. Farneticava qualcosa mentre correva nella folla, ma niente che i due potessero sentire.
Iniziarono a rincorrerlo, per fortuna la folla rallentava la sua corsa folle.
La loro fortuna fu che nessuno, in quella corsa, li riconobbe. Erano troppo incentrati sul Muro. Mastodontico elemento che ora passava al centro della strada. Dal muro, se qualcuno vi fosse stato seduto sopra, si sarebbero visti in maniera distinta sia i 3 che scappavano, che i loro nemici, militari, che li cercavano. Erano a circa trecento metri di fronte a loro. E la distanza si stava azzerando pian piano.
Ancora, però, nessuna delle due fazioni si era accorta dell'altra.

Den iniziò la sua corsa per uscire da quella folla. SI spostò con violenza sulla destra, dando spallate senza pietà ad alcune persone che ostruivano la sua fuga. Entrò in una via cupa, senza luci artificiali, solo quella del sole. A pochi metri da lui, i compagni cercavano di seguirlo. In questi 10 minuti di follia Hive, mentre stava uscendo dalla folla, fu quasi certo di aver visto un qualcosa di dorato. Non capì bene dove. Il suo occhio però l'aveva visto e registrato, ma la sua memoria non gli permetteva di accedere a ciò che voleva sapere.
Stavano per essere di nuovo attaccati dalla nebbia? O c'era qualcosa in questa città, qualcosa di nascosto?
Prima di uscire del tutto dal rione principale Hive si guardò indietro. La nebbia, quella finta, era in fondo alla gigantesca strada, con luci stroboscopiche che ne incitavano il timore.

La fuga di Den ebbe un termine esattamente alla porta del medico. Carlos rimase terrificato. Den stava sbattendo le nocche delle dita con violenza, tirando pugni alla porta ed urlando "Aprite, aprite subito!". I suoi occhi erano altrove stavolta, il suo sguardo lo dimostrava. Hive osservava tutto questo, cercando di collegare quanto possibile, ma non ci riusciva.
La porta si aprì. C'era una donna di fronte a loro, sulla trentina, capelli scuri ed occhi verdi. Una donna ancora molto bella, ma non certo alla portata di loro.
La donna fece una faccia davvero stupita.
"Professor Hive, Carlos, Den, cosa ci fate qui? Non sapevo che vi conoscevate."
Carlos prese finalmente il controllo della situazione
"Lascia fare Debora, credo che tutti ci dobbiamo delle spiegazioni. Puoi farci salire?"
"Certo, prego."
La donna fece cenno con la mano di muoversi. Indossava un camice bianco che non sminuiva la sua bellezza ma che ne nascondeva le forme.
Den si era calmato, ed Hive, tra se e se, aveva capito che forse anche Den aveva qualcosa da raccontare.
La porta si chiuse dietro di loro. I militari superarono la strada senza vederli e senza sentirli.
Anche tra i soldati una persona registrò di aver visto un cenno dorato, ma non seppe né dove, né come, né quando.

Capitolo 2 - Racconto 2 - In fuga

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"Quanto manca ancora?" sbottò spazientato Hive dopo un altro paio d'ore di cammino all'interno del tunnel.
"L'uscita dovrebbe essere un centinaio di metri più avanti." gli rispose Carlos, senza nemmeno voltarsi a guardarlo.
"Ma allora non dovremo riuscire a vedere la luce della città?"
"Magari c'è il coprifuoco di notte, professore." intervenne Den, pur notando l'improbabilità della sua affermazione.
Dopo poco più di un minuto di cammino la risposta all'enigma posto da Hive fu chiara: un treno era accartocciato all'ingresso del tunnel, una palla di acciaio, vetro e lamiere, colmava l'intera apertura senza lasciare possibilità di transito.
C'erano cadaveri contori assieme ai resti del treno. Era come se qualcosa di sovrumano lo avesse pressato all'interno dell'apertura.
"CAZZO!" urlò Den dando un calcio a ciò che sembrava una borsetta da donna bruciacchiata "e ora cosa facciamo? Torniamo indietro??" continuò.
"Potremmo provare a scavare piano, piano.." propose Hive con poca convinzione.
"Non dica fesserie, dobbiamo trovare una via secondaria..e poi questa torcia è quasi del tutto scarica" riprese Den, cercando di riprendere la calma.
In effetti la torcia stava esalando i suoi ultimi respiri, ormai illuminava solo pochi metri quadrati.
Carlos pensò di utilizzarla per dare un'ultima occhiata alla mappa, in cerca di un'uscita secondaria.
"Questa mappa è troppo schematica, non indica che l'apertura del tunnel..".
In quel momento Den portò la mano all'orecchio per un paio di secondi, poi strinse in mano il fucile, rannicchiandosi di scatto. Per istinto gli altri due si sdraiarono a terra, nella speranza di capire rapidamente cosa avesse allertato Myers.
Tutti immobili, il silenzio regnava nel tunnel scandito soltanto dal ronzio di alcune scintille provenienti da un vecchio apparato elettrico.
"Den, cosa c'è?" chiese Carlos a voce bassa.
Den non rispose, ma anzi iniziò a camminare velocemente verso le macerie del treno, pur sempre rimanendo basso.
"Che diavolo ha visto?" chiese Hive rivolgendosi a Carlos.
"Un diavolo che può vedere soltanto lui, temo..".

Comprendendo che le allucinazioni erano tornate ad essere padroni di Den, Hive e Carlos deciserò comunque di seguirlo. Cos'altro potevano fare in quella situazione, dopotutto?
I tre arrivarono sin a ciò che rimaneva della testa del locomotore e Den provò subito ad arrampicarcisi, riuscendovi rapidamente: ora poteva quasi toccare il punto più alto della galleria.
Imbracciò poi il fucile in modo da poter mirare grazie all'ottica ad infrarossi di cui la sua arma era munita ed iniziò a contare la lunga fila di lampade spente affisse al tetto.
Gli altri due rimasero ad osservarlo, perplessi, mentre la torcia continuava a perdere potenza.
"40...ecco, laggiù c'è la quarantesima." disse dopo aver terminato di contare, poi impostò il suo fucile in modo che potesse sparare un segnalatore luminoso, il quale centrò esattamente la lampada che stava osservando dal suo zoom. Il rimbombo dello scoppio emesso dal fucile fece tuonare l'intero tunnel.
"Dobbiamo correre fino al segnalatore." ordinò Den, con voce ferma.
Gli altri si stupirono della lucidità di quest'ultimo ed Hive intervenne:
"Den, sei in te? Riesci a sentirci?"
"Certo che vi sento."
"Ma perchè allora non ci hai risposto poco fa!?"
"Avevo solo bisogno di concentrarmi. Ora dobbiamo correre, presto, cercate di non inciampare nel buio. A circa sessanta metri dall'apertura di questi tunnel c'è sempre l'ingresso ad una sala comando interna, usciremo da lì.""
"E se non dovesse esserci un'uscita?"
"Allora stavolta saremmo davvero fottuti..stanno venendo a prenderci."
Carlos sobbalzò.
"Ho intercettato una comunicazione radio." continuò Den "Sanno che siamo nel tunnel, qualcuno deve averglielo detto."
"Ma nessuno sa che siamo qui!"
"A quanto pare non è così. Andiamo."

La fuga al buio fu rapida ed i tre giunsero al segnalatore luminoso. Den riuscì a scorgere, poco lontano, l'entrata alla sala comando.
Il buio all'interno della stanza era completo, ma la luce che proveniva dal piccolo segnalatore nel tunnel contribuiva ad un minimo di orientamento.
Carlos ed Hive andarono un po' a tastoni, facendo cadere e impattando su vari oggetti. Den mise nuovamente gli occhi nella sua ottica ad infrarossi ed individuò una ulteriore porta, avente però un blocco alla maniglia.
"Dev'essere questa l'uscita. Tappatevi le orecchie."
Una scarica di colpi, poi la porta si spalancò mostrando, grazie ad una breve fiammata del fucile, l'accesso a delle scale.
Hive piangeva quasi per la gioia. Sempre un po' a tastoni i tre vi entrarono, iniziando a salire le scale reggendosi saldamente al parapetto, un passo per volta.

Ci fu all'improvviso un enorme boato: proveniva dal tunnel, accompagnato da una luce che illuminò persino la stanza di comando ed il vano scale.
I tre caddero, ma si rialzarono subito.
"HANNO FATTO SALTARE IL TRENO CHE OSTRUIVA IL PASSAGGIO, SONO ARRIVATI, DOBBIAMO CORRERE!" urlò a squarciagola Carlos, sebbene la sua voce fosse in parte coperta dai boati di ritorno dell'esplosione.
In fretta e furia il gruppetto giunse sin in vetta alle scale, trovando un'altra porta chiusa. Ancora spari e pure questa si aprì, lasciandoli uscire all'esterno.
La Luce li accecò per qualche momento, ormai si erano abituati al buio dal tunnel e la variazione improvvisa apparve quasi dolorosa. Si trovavano in uno stanzone illuminato al neon, non molto grande, con pareti intonacate, scaffali e scatole di cartone disposte un po' alla rinfusa.
Si trattava chiaramente di un magazzino, ma non c'era ne la voglia, ne il tempo di controllare se gli scatoloni nascondessero dei viveri o altri oggetti utili. I tre dovevano pensare soltanto a fuggire.

Arrivarono ad una grande porta a doppia anta, di quelle a doppio battente.
Den e Carlos la colpirono con una spallata, nella speranza che un eventuale blocco di essa non rallentasse la loro corsa. La previsione andò per il meglio ed il gruppo si ritrovò finalmente per le strade di Derby, al momento in una via urbana piuttosto stretta.
C'era molto rumore in città. I fuggiaschi corsero a destra, nella direzione che ritenevano portasse ad una strada trafficata, la quale avrebbe potuto far perdere le loro tracce ai probabili inseguitori.
Arrivarono ad un grande viale, Carrington Street, ma in quel momento le idee di fuga lasciarono momentaneamente la testa di Hive, Den e Carlos, i quali rimasero immobili per qualche secondo ad osservare uno spettacolo quasi surreale, esclamandò all'unisono:
"Non è possibile..."

Capitolo 2 - Racconto 1 - Infezione isolata



"Sei malato Den, devi farti curare."
"Sto bene. Smettila."
"Ma non possiamo andare avanti così. Oramai stai iniziando ad avere problemi durante tutta la giornata. Riesci a stare tranquillo solo di notte! Come puoi pretendere di riuscire in una qualsiasi cosa?"
"Se ci sono riuscito fino ad ora, posso continuare, non credi?"
"No, Den, non credo proprio."
"Carlos, ma che diritto ne hai tu di giudicarmi?"
"Den, ragazzo. " intervenne Hive "non è una questione di giudizio. Quanto di salvezza. Ormai siamo in viaggio da venti giorni, non possiamo continuare così. Ogni volta che ti diciamo qualcosa siamo sempre in dubbio su cosa tu stia realmente ascoltando. Concedici almeno questo lamento"
"e poi dobbiamo farti il riassunto di tutto. Non è semplice, dovresti saperlo"
"Ce la farò. Non posso abbandonare July. Devo raggiungerla. Poi penseremo a trovare una soluzione."

Venti giorni. Venti giorni da quell'esplosione. L'unico che vide davvero cosa successe fu Den, ma non per grazia divina. Fu per mezzo della malattia. Vide realmente cosa stava succedendo ed il modo in cui riuscirono a salvarsi. Ma non ne parlò mai.
Hive e Carlos erano coscienti di questo, ma da allora, da quando si ritrovarono scaraventati a circa tre chilometri da dove erano, non chiesero nulla. Accettarono ciò che Den aveva da dire loro in maniera simile alla fede di una religione.
Tanto bastava.

"Ormai dovremmo essere nelle vicinanze della città. Dovrebbero mancare una decina di chilometri. Almeno secondo quanto scritto in questa mappa della metro sotterranea. Dobbiamo cercare di usare vie di comunicazioni affollate e non malfamate, in modo da confonderci bene con le persone. Altrimenti la polizia rischia di catturarci, o perlomeno di catturare Hive." spiegava Carlos
"Ragazzo, pensi che non avrei dovuto fare il professore?"
"Di sicuro, Hive, non doveva fare l'impiccione. Non ho ben capito come mai ma ora la polizia la considera il capo dei rivoltosi. E con che coraggio poi."
"Non potrebbe essere un qualche protocollo di riserva? Per coprire danni o quant'altro?"
Quando Den parlava, gli altri due si fermavano sempre a guardarlo intensamente. Verificavano il suo stato di veglia apparente. In quel momento sembrava cosciente. Niente allucinazioni, solo Den.
"Forse. Ma sarebbe interessante capirne i motivi che li hanno spinti a prepararsi un piano così stupido. A parte usare il professore come cavia che vantaggi ne avrebbero?"
"Ogni guerra, ragazzo, ha bisogno di qualche nemico." concluse Hive.

La luce della torcia illuminava una piccola parte del tunnel che stavano attraversando. Nel silenzio tombale rimbalzavano i loro passi assieme allo squittio di qualche topo che si era intrufolato fino là.
I tre camminavano. Le razioni preparate negli zaini sarebbero durate per altri tre giorni. Un tempo ben sufficiente a raggiungere la città dove si trovava July. Ma cosa sperava di trovare Den?
"Den, cosa pensa di fare una volta arrivati? Credo che ormai dovrebbe essersene fatta un'idea"
Hive si voltò, cercando nelle pallide ombre una conferma sopra il volto di Den, ma vi trovò solo uno sguardo vitreo che puntava verso il vuoto.
Qualcosa di più simile ad una macchina, che ad un uomo.
"Gliel'ho già detto professore. Già sel'è dimenticato? Comunque non si preoccupi. "
Fu come rallentare di nuovo, ma senza nessun treno che li coinvolgesse. Den parlava da luoghi lontani, luoghi a loro negati e dei quali non sapevano nulla. Le allucinazioni controllavano Den.
Carlos si avvicinò al professore.
"Professore, penso che una volta arrivati proverò a cercare un vecchio compagno dell'esercito. Un buon medico. Non so se e quanto potrà aiutarci, ma il gioco vale la candela. Non dobbiamo lasciare che la malattia prenda il sopravvento, qualunque cosa sia."
"Concordo ragazzo. Anche se, c'è da dirlo, il suo amico riesce a gestire bene la sua vita anche durante le allucinazioni. Si ricorda il corrotto della settimana scorsa? E' grazie a Den se siamo ancora qui. Forse non dovremmo dimenticarlo."
"Non voglio dimenticarlo professore, voglio aiutarlo."

Continuarono a camminare. Poi sopra di loro fece buio, ma non lo seppero senza prima guardare un orologio.

Capitolo 1 - Racconto 10 - Acta est fabula

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Il treno correva veloce, troppo veloce.
All'esterno la nebbia che avvolgeva l'intero convoglio rendeva difficile la vista, ma si poteva intravedere la sagoma della base sempre diventare sempre più grande, sempre più vicina.
"Siamo a cinquecento chilometri orari!" esclamò Den puntando il dito verso l'indicatore elettronico posto sopra la vetrata frontale del locomotore.
"Non si riesce a stare in piedi! Non c'è modo di rallentare?" chiese uno dei due soldati.
"I comandi non rispondono!" rispose l'agente alla guida, aveva un'aria molto seria. Hive, invece, era tutt'altro che tranquillo. Comunque, mentre era intento ad inserirsi la cintura di sicurezza del seggiolino sul quale era seduto, forniva delle ipotesi su quanto stesse accadendo:
"E' ovvio che la nebbia pilota il treno e che ci sta portando all'interno della base, anzichè farci allontanare..ma non capisco per quale motivo!!"
Carlos, seduto al fianco di Den, sbuffò volgendo gli occhi in basso.
"Magari vuole usarci come arma contro i rivoltosi.." disse "..vuole farci schiantare sulla base."
"Schiantare?" esclamarono gli altri, quasi in coro.
"Cazzo, dobbiamo saltare giù!" chiese il soldato che prima era stato zitto.
"Non so se ha notato" rispose Den "che il treno è completamente ricoperto di nebbia, il solo respirarla ci ucciderebbe immediatamente...per non parlare del fatto che procediamo a seicento chilometri orari."
Carlos ribattè:
"No. La nebbia quando è distaccata dal muro non uccide, non so dirvi quale sia il motivo; per questo si serve di mezzi semi-automatici ed automatici per colpirci. Comunque sia, anche se questa coltre non può ucciderci, il problema dei seicento chilometri all'ora rimane..."
Il pilota cominciò a prendere a pugni la console di comando, Den e Carlos si sforzavano di trovare una soluzione meno irruenta, i due soldati cercavano di mantenere la calma e Hive soltanto di non pensare a niente.

Un attimo dopo, la pace.
Hive e Carlos stavano immobili di fronte a Den, con gli occhi sbarrati come se avessero visto il diavolo in persona.
Non parlavano, non si muovevano.
Den si voltò, guardandosi attorno: era al centro di una grande piazza alberata, al di là delle piante poteva vedere dei palazzi rinascimentali. Era giorno, il cielo era limpido e l'unico suono che si potesse sentire era quello prodotto dal soffio di un leggero vento.
"Cazzo.." pensò "..proprio adesso."
Il poliziotto era di nuovo intrappolato in una delle sue allucinazioni.
Ormai le distingueva dalla realtà, era cosciente mente le aveva, mentre le viveva. Però, per quanto gli apparisse così fasullo ciò che la sua mente gli propinava, non capiva come liberarsene.
"Den.."
Una voce familiare gli giunse alle orecchie.
"Den caro.."
Era la voce di sua madre. Non capiva da quale direzione provenisse.
"Mamma falla finita, questa è solo un'allucinazione!"
"Den, non parlare così a tua madre.."
"Fai silenzio."
Carlos ed Hive gli apparivano ancora in piedi. Den provò a scuoterli nella speranza che si muovessero, ma non lo fecero. Lo seguivano solo con il movimento dei loro occhi e sembravano sempre più spaventati.
"Di cosa avete paura? Perchè mi guardate?...Ma cosa faccio, parlo con voi che non esistete neppure.."
Di nuovo la voce della madre riecheggiò nell'aria:
"Den.."
"Adesso sono stufo! Voglio svegliarmi!"
Si guardò ancora intorno: la piazza era intersecata da due strade che si allungavano tra i palazzi, ma la malvagia nebbia dorata le colmava e l'idea di addentrarsi dentro di essa, anche se frutto soltanto dell'allucinazione, lo terrorizzava.
"Che cosa significa tutto questo, perchè ho queste visioni? Sto diventando pazzo?"
Den non faceva altro che porre domande a se stesso, ma non sapeva come comportarsi. Camminava avanti ed indietro nella piazza, sparando un paio di colpi in aria col suo fucile, senza un motivo preciso. Le proiezioni di Hive e Carlos continuavano a seguirlo con lo sguardo.
"Cosa diavolo devo fare per uscire da qui??"
"Den.."
"COSA VUOI MAMMA? DOVE SEI?"
"A casa piccolo."
"A casa? QUALE CASA?"
"C'è anche July qui con me...quando pensi di tornare?"
"Ma cosa stai dicendo? July è.."

"JULY!" urlò, destandosi dal suo incubo.
"Stia calmo, sergente!"
"Ma che diavolo suc...maggiore Alvàrez, è lei! Dove mi trovo?"
"Siamo in un'infermeria."
Den si trovava in un lettino d'ospedale, aveva il braccio destro fasciato all'altezza del gomito e qualche cerotto sul torace.
Carlos se ne stava in piedi di fronte a lui, ma i suoi occhi non erano terrorizzati come nella visione, tutt'altro, apparivano tranquilli.
"In un'infermeria!? Ed il treno?"
Carlos ebbe un'espressione stupita a seguito di questa domanda.
"Sono riusciti a bloccarlo dall'interno della base."
"Davvero? E come? Hanno bypassato i comandi?"
"Non proprio.." rispose Carlos ridendo a denti stretti "..ci hanno fatto deragliare..e dammi del tu. E' da quando ho lasciato Bob ed Helena che non sento dire altro che 'Maggiore'.."
Den, un po' dolorante, iniziò ad alzarsi dal lettino. Nella stanza notò altri tre letti, in uno dei quali c'era Hive.
"Come vuoi. Il professore se la dorme, eh?"
"Ha preso una brutta botta."
"E gli altri?"
Carlos scosse la testa, silenzioso. Poi fece due passi lontano da Den, dando le spalle a quest'ultimo.
"Capisco, tutti morti.. E noi come siamo arrivati fino a qui?" chiese Myers, ormai in piedi e intento a cercare i suoi indumenti.
"Ma come, non ricorda proprio nulla?"
"Il tu vale anche per me, in queste circostanze i gradi e le cariche hanno poco senso."
"Ok, Den giusto?..davvero non ricordi come siamo finiti qui?"
"No, per nulla..ero cosciente?"
"Lo eri eccome, ti sei persino medicato da solo!"
"Beh," Den provò a giustificarsi "devo aver preso una brutta botta anch'io..cos'è accaduto di preciso?"
Carlos si lanciò in una spiegazione riassuntiva:
"Eravamo a poche centinaia di metri dalla base, alla velocità cui andavamo ci saremmo sfracellati contro le porte d'ingresso dell'Hangar, che ovviamente erano chiuse. All'improvviso il convoglio, però, ha perso potenza ed ha eseguito una forte frenata che ci ha catapultato un po' ovunque dentro il vagone..l'agente governativo ha battuto la testa, c'è rimasto sul colpo il poveretto."
"Siamo volati tutti come freesbie..."
"Sì, tranne il professore..lui si era messo la cintura!"
Risero entrambi, quasi sottovoce, poi Carlos continuò:
"Dall'interno della base hanno invertito la polarità dei binari e questo ha fatto incollare il treno al terreno, anche se si è mosso ancora per un bel po' in avanti. A quel punto abbiamo sentito degli spari, delle cannonate."
"I rivoltosi ci sparavano?"
"Già, così siamo corsi verso l'uscita d'emergenza, scappando all'esterno. La nebbia intorno al treno era del tutto sparita. Una serie di bombe e missili ha colpito diversi vagoni ed il terreno circostante. I due soldati sono morti lì...non ti viene in mente nulla, eh?"
"No, niente di niente, dev'essere una specie di amnesia..poi cos'è accaduto?"
"Io, te ed il professore siamo riusciti a correre verso una struttura di sorveglianza posta ad un centinaio di metri di distanza dal punto in cui si era fermato il treno. Non ci hanno sparato, continuavano a scagliare colpi contro ciò che rimaneva del locomotore."
"E in infermeria come ci siamo arrivati?"
"Beh, la struttura aveva diverse stanze, tra cui questa. Non siamo ancora dentro la base."
Un rumore di cocci e barattoli richiamò l'attenzione dei due. Hive si era svegliato e, per alzarsi, aveva fatto cadere degli oggetti appoggiati su di un comodino.
"Non credo nemmeno che dovremo entrare nella fortezza.." disse "..i rivoltosi ci ammazzeranno subito."
"Ci avrebbero già uccisi se avessero voluto." rispose Carlos.
"Non credo," intervenne Den "forse da distanza non sono riusciti a capire che non eravamo dei loro, ma se ci dovessero vedere di nuovo.."
"Non capite," riprese Carlos "noi dobbiamo entrare là dentro. Stare troppo a lungo qua fuori è un suicidio, quest'edificio non è un bunker ed avete visto anche voi Chesterfield in fiamme."
"Sì..era piena di scie dorate che la sorvolavano.." disse Hive a voce bassa.
"Quanto pensate che ci vorrà prima che qualche Corrotto venga a fare piazza pulita attorno alla base?"
Hive e Den si guardarono, senza parlare.
"Dobbiamo andare, forza, vestitevi. Siamo qui già da un paio d'ore." ordinò poi Carlos, con voce autoritaria.

Passarono pochi minuti: Den era di nuovo in uniforme ed impugnava stretto il suo fucile, Carlos aveva preso un mitra trovato dentro al rifugio. Hive, invece, si era fatto dare una pistola durante il viaggio in treno e l'aveva ancora con sé.
"Carlos," chiese Den "hai notato se qui ci sono dei mezzi di comunicazione funzionanti?"
"Sì, ho controllato" rispose lui "tutto morto."
Il poliziotto volse lo sguardo al terreno e sospirò:
"Avevo mandato mia moglie July nel settore verde, come i suoi amici..vorrei tanto sapere se sta bene."
"Sono sicuro che è così, i treni di quel settore andavano in zone sterili, lontane da basi militari vere e proprie e a centinaia di chilometri dal muro. Non devi preoccuparti."
"Ok.."
I tre si incamminarono verso l'ingresso dell'edificio e da una delle finestre diedero uno sguardo all'area.
Poco lontano c'erano i resti del treno, ancora in fiamme. La base, un'imponente fortezza, sfoggiava lo stemma dei Rivoltosi su una delle grandi pareti; distava almeno duecento metri ed era ridotta male in alcune aree, ma si trattava comunque di danni sopportabili per un edificio come quello.
Intorno l'ambiente era spoglio, pochi alberi, crateri ed erba bruciata. La battaglia in quella zona doveva essere stata violenta.
Lontano circa sei o settecento metri lo videro: il Muro.
Era lì, svettava verso il cielo con il suo alone di nebbia a fargli da scudo. Uno spettacolo bellissimo e raccapricciante allo stesso tempo. Il cielo sopra di esso era limpido e sereno, i cadaveri ed i mezzi distrutti alla sua base si contavano a centinaia: quella struttura svolgeva egregiamente la sua funzione di salvataggio e contemporanea distruzione dell'umanità.
In un punto preciso di esso, però, videro di nuovo la breccia. Era lì, non molto grande, ma pur sempre una breccia.
"Guardate...come sono riusciti a bucarlo?" chiese Den.
"Hai visto quante bombe e mezzi c'erano laggiù?" rispose Carlos "Sarà anche un colosso, ma è pur sempre opera dell'uomo."
Hive intervenì:
"I danni comunque, se contiamo lo spiegamento di forze usato dai Rivoltosi, sono davvero esigui. La breccia sarà un varco di una ventina di metri di altezza e largo non più di dieci.. Un attacco nucleare sarebbe stato più efficace, ma sappiamo bene tutti che il governo non attaccherebbe mai il suo prezioso bambino."
"Ehi!" rispose scontrosamente Den "Questi sono discorsi da Rivoltoso! Non so perchè il nostro governo non lo abbatte a suon di razzi, ma immagino che comunque l'uso di armi nucleari non sia una soluzione valida."
"Ci hanno provato in Korea." intervenne Carlos "Dei terroristi hanno rubato due testate nucleari e gliele hanno lanciate contro, ma i razzi di oggi sono tutti teleguidati, la nebbia ne ha preso il controllo prima che impattassero e li ha deviati su alcune cittadine koreane."
Hive stettè zitto, si era lasciato calcare la mano nelle sue affermazioni e l'odio per il muro aveva preso il sopravvento.
"Strano però, guardate la breccia.." disse Den, indicando con il dito "..non si vede niente al di là, è come se fosse buio."
"E' un effetto collaterale del magnetismo creato dal muro, al di là di esso si hanno reazioni inverse rispetto a quelle che abbiamo dal nostro lato. Non ti dimostrerò la cosa con difficili formule, sappi soltanto che l'ambiente dall'altra parte, fino al colmo del muro, è del tutto invivibile. La cosa che io considero strana, più che altro, è che la nebbia non copra l'area intorno alla breccia..sembra una sorta di tunnel." disse Hive, come se stesse tenendo una lezione ai suoi studenti.
Carlos, però, era poco interessato all'argomento, gli premeva soltanto raggiungere la base:
"Forza, non c'è tempo per le chiacciere adesso, dobbiamo cercare dei visori notturni, delle torce, insomma qualcosa per illuminare. Il Gate-2 è il più vicino, ci muoveremo appena calerà la notte."
"Io ho un visore integrato nell'uniforme..ma mi chiedo come faremo ad aprire il Gate-2?" chiese Den. Carlos gli toccò la spalla, rassicurandolo:
"Io sono stato riammesso come maggiore, il mio codice dovrebbe funzionare. Lo apriremo, fidati di me."

Passarono un paio d'ore, per fortuna nessuno dei rivoltosi era venuto a controllare il rifugio e nessun corrotto aveva scagliato qualche attacco alla base. Il sole era tramontato da diversi minuti e la notte otteneva pian piano la padronanza del cielo.
A terra, dinnanzi al muro, ancora molte fiamme crescevano mischiando il loro fumo a quello dorato e brillante della nebbia, creando una lugubre quinta costante. Qualcosa di simile valeva per la cittadina, più distante ma anche più grande e con più focolai all'attivo. Hive, Carlos e Den, però, si trovavano in una zona decisamente buia e potevano muoversi tranquillamente.
Fuori regnava un leggero brusio di sottofondo, una sorta di rumorosa quiete causata dallo scoppiettare delle distanti fiamme e dai motori degli aerei Corrotti che sorvolavano Chesterfield.
I tre uscirono da una porta di servizio ed inziarono il cammino verso la base. Den aveva il visore, come annunciato, gli altri invece si muovevano attaccati a lui, in fila indiana.
Sapevano che sarebbero arrivati in fretta se non ci fossero stati intoppi, ma come sempre la vita rivela amare sorprese nei momenti meno opportuni.
Erano quasi giunti a destinazione, mancavano poche decine di metri, quando un fortissimo boato scosse quella calma notturna così strana. Subito dopo, quello che sembrava un missile di grandi dimensioni cominciò a lasciare una scia nel cielo. Del normale fumo, niente nebbia dorata.
Il razzo era partito da Chesterfield e sembrava puntare proprio verso la base. Hive, Carlos e Den erano lì fuori ed il missile era così grande che difficilmente sarebbero sopravvissuti alla sua detonazione.
Den rivide una scena che lo aveva scosso poco prima: Hive si era immobilizzato e guardava il cielo, fissava il missile. La paura gli scavava il magro volto.
L'immagine appariva a Myers così identica a quella della visione che un freddo brivido gli corse lungo la schiena. Carlos però, non era immobile, non era impaurito ne intimorito:
"MUOVIAMOCI! SE RIMANIAMO QUI FUORI MORIREMO!" urlò quest'ultimo, iniziando una fuga verso il Gate-2.
Il razzo intanto proseguiva, costantemente, mangiava le ormai poche centinaia di metri che lo distanziavano da loro.
Anche Den aveva iniziato la sua corsa, mentre Hive, invece, era come se fosse diventato di marmo.
"DOTTOR ERLEY, CORRA!!" urlò furiosamente il poliziotto lanciando un altro sguardo al professore ed al missile, quest'ultimo ormai vicinissmo.
Hive ancora non si mosse e come incantato dalla scena a cui stava assistendo sussurrò con un filo di voce:
"Lo spettacolo è finito."