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Scrittura Cooperativa V2

La vera storia inizia qui

Capitolo 1 - Racconto 9 - Prima della fine

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Il rallentatore iniziò ad attivarsi, e per Den l'ineluttabile destino si rivelò.
Erano otto persone in totale.
Carlos e Scott erano nell'angolo alla loro destra, indipendentemente dalla capacità di movimento di quell'affare avrebbero avuto bisogno di un po' di tempo prima di poter attaccare. Dietro di lui c'erano un civile, due soldati, e due uomini governativi non identificati.
I due uomini stavano già muovendo la loro pistola in direzione dell'essere per fortuna.
Den era già pronto, fucile armato e quant'altro. Quando finalmente vide il primo scintillio dall'interno di quella nebbia gialla.
Il boato rimbombò attraverso tutto l'hangar.
Nello stesso istante in cui il colpo superò i pochi metri che li separavano il primo dei due uomini in nero fu letteralmente polverizzato, esplodendo in centinaia di pezzetti di carne addosso ai soldati, posti esattamente dietro a lui ed Hive, che gli stava accanto.

I fuochi si aprirono. Den iniziò a sparare con il fucile all'interno di quella piccola coltre di nebbia. Anche l'uomo in nero provava con la propria pistola a danneggiare l'essere che si trovava davanti a loro.
Nessun danno era stato fatto in maniera visibile. La nebbia copriva anche la forma. Si poteva solo supporre che fosse dotato di un mitragliatore, a giudicare dal rumore del colpo.
L'essere iniziò a muoversi in direzione del gruppo più piccolo dei due, quello composto da Carlos e Scott. Nel frattempo i due si erano ripresi dallo shock iniziale. Carlos aveva iniziato a ragionare su tutto quanto sapeva, cercando nella sua memoria un appiglio per poter tornare in vantaggio contro questo mostro.
Gli spari di Den e degli altri soldati, al colpo, producevano un suono metallico, che riecheggiava in maniera sinistra all'interno dell'hangar.
L'essere iniziò a prendere velocità e prese nuovamente a sparare.
Carlos si gettò sulla destra, rischiando di cadere nei binari del treno, Scott invece rimase fermo, pistola puntata verso il nemico, e continuava a sparare senza produrre nessun risultato. Un colpo gli sfiorò il braccio
"AHI, cazzo. Come si ferma quel mostro?"
Ancora spari, ancora il rumore delle gomme che ruotano, ancora il metallo che rifletteva il danno.
E finalmente capì. Carlos, sdraiato a terra in un equilibrio instabile finalmente comprese contro cosa stavano combattendo.
"SPARATE IN BASSO, SPARATE NELLA PARTE BASSA"

Den comprese senza doverselo far ripetere, aveva caricato da poco il fucile di nuovo, e l'essere li aveva superati da poco, ignorandoli. Prese la mira e sparò. Stranamente sentì come una piccola esplosione, da gomma che viene forata. Assieme a lui l'uomo in nero ed i due soldati fecero fuoco, ed ancora una volta si sentì una rottura.
L'essere iniziò a rallentare, senza però fermare la sua scarica di colpi. Scott ricevette in corpo altri tre colpi, senza mandarne a segno nessuno. Il sangue ora iniziava ad uscire dal suo corpo senza fatica.
Finalmente la scarica di colpì cessò. L'essere avvolto dalla nebbia rimase fermo, a circa mezzo metro da Scott sanguinante a terra.
Carlos sentì distintamente il rumore del mitra che andava riposizionandosi
"BUTTATEVI A TERRA!" gridò.

Nessuna esplosione lo sorprese. Nessun urlo di morte. La nebbia stava scomparendo nel momento più opportuno.
"Ognuna di queste schifezze soldati, se lontana dal muro, ha un giorno di vita. Ma in quel giorno proverà ad uccidervi. Voi dovete saperlo."
quelle parole furono le più azzeccate che avesse mai sentito in vita sua.

Den alzò lo sguardo. Di fronte a se vedeva una motocicletta corazzata dell'esercito, armata con un mitragliatore. Il mitra era puntato esattamente alla testa di un soldato. Un colpo e sarebbe stato ucciso istantaneamente. Il soldato era visibilmente scosso di fronte a quell'arma.
"Cosa cazzo sarebbe questa roba?"
Carlos si era ormai rialzato "Pensiamo prima a lui" disse, indicando Scott.
"Avrei preferito non doverlo fare di nuovo" disse. Si avvicinò a Scott. "Ragazzo, avrei preferito non fosse così. Non dimenticherò mai l'aiuto che mi hai dato in quella battaglia. Mai."
La sua mano si poggiò sul viso del collega, chiuse gli occhi pensando alle proprie allucinazioni, certo che prima o poi sarebbero tornate. Gli incubi non scompaiono mai.

In qualche modo riuscirono a salire sul treno, accendere le varie console di guida, e dirigerlo in direzione di Chesterfield. L'automazione per metà li aveva uccisi, ma ora di sicuro li stava salvando. Erano tutti seduti nella prima carrozza del treno formata a vetro antiproiettile e resistente agli urti più gravi. Attorno a loro le luci della galleria volavano via come proiettili in una battaglia. L'ambiente insonorizzato era sterile, come l'arredamento militare. L'unica cosa meno claustrofobica era appunto la punta del convoglio costruita in vetro speciale.
"Beh, direi che è ora che si inizino a dare le spiegazioni non credete? Non mi aspettavo certo di finire a combattere motociclette in vita mia"
Den era volutamente polemico, e chi tra loro l'avrebbe biasimato. L'uomo in nero pilotava in silenzio il treno. Lo stesso silenzio con il quale aveva osservato la morte del proprio collega.
"Beh, quello che so è che la nebbia può in qualche modo infettare le apparecchiature elettroniche. Mi fu detto prima di abbandonare l'esercito. Al tempo ebbi l'occasione di vedere un mini-robot animato dalle peggiori intenzioni del mondo. Pare che ciò avvenga solo quando queste vengono a contatto con la nebbia stessa, ma non sempre succede che si trasformino in questi mostri. Il loro nome ufficiale è 'Corrotti', per ovvie motivazioni."
"Interessante. La nebbia si è spinta fino a questo punto" se ne uscì Hive dal silenzio
"Che intendete dire signore? Ma poi come fa lei ad essere così tranquillo?!" Uno dei due soldati parlò, rompendo la regola del silenzio in battaglia. Appena lo sentì parlare l'altro soldato non mancò di dare una piccola botta con il gomito.
"Beh, da quello che so la nebbia è un effetto collaterale del muro. Quel signore laggiù avrebbe dovuto darmi qualche informazione in più ma siamo arrivati nel bel mezzo della guerra a quanto pare."
Den si rivolse a Carlos "E lei cosa sa di questi mostri?"
"Niente che non vi abbia detto. So che hanno un giorno di vita dal momento del contatto con la nebbia, e che è proprio la nebbia a guidarli. Sembra che in qualche modo possa riscrivere le informazioni digitali presenti nei computer che vengono a contatto."
"Un solo giorno?" chiese Hive
"Si"
"Deve essere il magnetismo usato per salvare il pianeta mi sa."
Il soldato chiaccherone tese le orecchie "Che intende?"
Il soldato silenzioso dette nuovamente un colpo al compagno.
"Beh, come sapete il muro è nato per 'polarizzare' il pianeta. Per risolvere il problema dell'inquinamento incontrollato che stava distruggendo l'umanità. Per fare ciò è stato costruito il muro. E quella mastodontica costruzione non è altro che un bel magnete che serve a contenere e polarizzare il resto. Penso che sia per questo che hanno una vita corta quei mostri. Perdono la carica magnetica. Ma ovviamente è un'ipotesi."
"E lei come fa a sapere tutto questo?" chiese nuovamente il chiaccherone "E' anche lei un infiltrato dell'esercito?"
"Ci siamo svegliati con la voglia di parlare oggi? Soldato non mi pare che sia suo compito fare domande, quanto eseguire ordini" intervenne Carlos con il fare autoritario che l'aveva contraddistinto a partire dall'inizio della disavventura.
"Niente di tutto questo giovane ragazzo. Sono solo un insegnante un pò troppo curioso." rispose Hive.
"Siamo quasi arrivati"
la voce provenne dalla punta del treno. Era l'uomo in nero a parlare.

Tutti e sei guardavano avanti, cercando la speranza del proprio futuro.
Hive, Carlos, Den, I due soldati, L'uomo in nero. Tutti osservavano la fine del tunnel con la speranza di trovare la soluzione ai loro problemi.
Mancavano poche centinaia di metri, quando il treno iniziò stranamente a rallentare.
"Cosa succede?" urlò il soldato chiaccherone
"Probabilmente è solo un calo di tensione. Tanto anche a questa velocità arriveremo a destinazione. Stia tranquillo." disse l'uomo alla guida.
I metri si percorrevano sempre più lenti. Nel foro in fondo al tunnel iniziavano a distinguere l'unico colore che non avrebbero desiderato vedere ora. Un colore dorato brillante.
Man mano che si avvicinavano tutto sembrava catastroficamente chiaro.

Il rallentatore iniziò ad attivarsi, e per Den l'ineluttabile destino si rivelò.
Den non fece mai parola di ciò che vide l'istante dopo aver impugnato il fucile. Era un'allucinazione, non lo seppe sul momento. Era un ricordo? Forse, ma di chi?
C'erano tante persone attorno a lui. Tante urla, erano tutti a circa centro metri dal muro, erano rivoltosi, ed erano armati.
E poi ci fu quel boato incredibile, ed una crepa iniziò a farsi strada in quell'immenso muro. Una piccola luce dovuta all'uso di tutte quelle bombe ad alta temperatura che piano piano lo intaccavano. Dove avevano trovato tutte quelle armi?
Persone di ogni nazionalità lo circondavano. Persone normali. Ed ora lui correva verso quella luce. Prima di vedere la fine.

Quando finalmente il treno superò l'ultimo metro della galleria videro tutti ciò che Den aveva involontariamente scoperto prima.
Il loro convoglio era interamente immerso in una nebbia dorata non troppo fitta. C'era del vento che la spostava, e questo evitava che essa fosse in alta concentrazione.
Hive saltò in piedi, terrorizzato.
"Ma cosa diavolo hanno fatto? Come sono riusciti a creare quella crepa nel muro?"
Vicino al muro videro centinaia di persone morte, carri armati a bombe termiche erano disposti in fila di fronte al muro, forse l'ultima risorsa dell'uomo contro se stesso.
La base di Chesterfield era caduta sotto i rivoltosi. La dimostrazione era data da un simbolo, disegnato su alcuni muri della base. Al lato opposto al muro si vedeva in lontananza una città sotto assedio dai Corrotti, qualche areo la sorvolava. Intorno a loro non sembrava esserci anima viva.
Il treno, poi, iniziò ad accelerare.

Capitolo 1 - Racconto 8 - Rendez-vous

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L'auto correva veloce lontano dal centro abitato.
In lontananza, lungo la rettilinea strada che Carlos, Helena e Bob stavano percorrendo, si iniziò ad intravedere l'ingorgo di auto in fuga che si era venuto a creare.
La carreggiata, inoltre, era fiancheggiata da una fitta vegetazione e questo impediva alle auto di tagliare per i campi, le poche svolte presenti lungo il tragitto portavano ad abitazioni o a strutture militari, ma non all'esterno della città. L'unica possibilità per scappare da Manchester era andare dritto.
"Cazzo! Guardate che coda, non ce la faremo mai a fuggire.." esclamò Helena, con un tono di voce a metà tra la rabbia e il pianto.
"Non preoccuparti Helena, noi non siamo diretti fuori città." disse Carlos, lasciando gli altri due con un grande punto interrogativo sopra la testa.
"Tra poco meno di 200 metri c'è una svolta che porta alla base militare, è lì che ci stiamo dirigendo." continuò.
"MA SEI IMPAZZITO?" urlò Bob "VUOI ANDARE IN UNA BASE MILITARE DURANTE UNO SCONTRO?"
"Certo, è il luogo più sicuro. Preferisci rimanere in coda attendendo che ci bombardino?"
"No, ma dubito che ci faranno entrare, saranno barricati all'interno e i soldati avranno l'ordine di sparare a vista!"
"A noi faranno entrare, fidati."
"Ma.."
"Fidati."

Pochi momenti dopo l'auto svoltò nella strada che portava alla base: era sempre una strada alberata, lunga circa un kilometro, al termine della quale si intravedeva l'edificio. Trecento metri prima sorgevano due piccole torrette mitragliatrici poste ai lati del cancello di accesso, chiuso. Davanti a quest'ultimo c'erano già due auto ferme ed un piccolo plotone di soldati.
Carlos, Helena e Bob arrivarono a loro volta al cancello, nelle altre auto ferme c'erano delle persone, probabilmente in attesa di entrare.
Carlos scese dall'auto e si diresse verso i soldati, ma subito le torrette mitragliatrici puntarono i loro occhi su di lui.
"Si fermi!" gli intimò il più graduato del plotone "Torni nel veicolo, signore."
"Sono Carlos Alvàrez, ex-Ufficiale dello Squadrone 86, visto lo stato di emergenza attuale il server dovrebbe avermi fornito una ri-abilitazione del grado e dovrei avere l'autorizzazione a penetrare nell'edificio" ribattè Carlos.
"Io sono il Sergente Molder, ora faremo un controllo della sua matricola signor Alvàrez."
Il militare fece un cenno ad uno dei suoi soldati, il quale si avvicinò rapidamente a Carlos.
"Ponga il braccio destro."
Carlos eseguì l'ordine ed il soldato corso da lui gli posò un piccolo oggetto sul polso, una sorta di bracciale elettronico dotato di piccolo schermo il quale confermò la veridicità di quanto detto da Carlos.
"Il suo grado è ...Maggiore, Maggiore Alvàrez, signore." disse il soldato a controllo effettuato.
"Molto bene soldato, adesso fateci entrare, tutti quanti" ordinò Carlos.
"Anche i civili, signore?" chiese il Sergente Molder.
"Sì, anche i civili e voglio che quattro dei suoi soldati scortino tutte queste persone nel bunker del settore verde."
"Subito, maggiore."

Carlos tornò in macchina, dove Helena e Bob lo guardavano stupiti.
"Ma, perchè ti hanno riabilitato Carlos? Cos'è questa storia?" domandò Bob, sorpreso.
"E' un po' complicato, spero di aver tempo di spiegarvi tutto più tardi." rispose Carlos "Adesso state calmi, qua dentro siamo al sicuro."
Mentre pronunciava queste parole, in realtà, sapeva di mentire, ma sperava che i sistemi di difesa contro la contaminazione informatica funzionassero a dovere, almeno per un po'.
Entrarono nell'edificio, un'imponente struttura multipiano con una facciata fredda, monumentale e colorata di un grigio metallico. La base era costruita a corte intorno ad un grande piazzale, dove al momento erano parcheggiati innumerevoli veicoli militari e anche qualche auto. L'ingresso a quest'ultimo era delimitato da un grande varco, alto diversi metri e che ricordava l'ingresso di un castello medievale.
"Ora i soldati vi scorteranno in un luogo sicuro. Helena, avvisa tuo marito che stai bene, avrà visto cosa sta accadendo a Manchester e starà in pensiero. Troverai modo di chiamarlo dall'interno."
"Sì, Carlos, grazie lo farò subito." rispose Helena con le lacrime agli occhi.
In questi momenti di estrema serietà il Carlos burlone e simpatico dell'ufficio era del tutto scomparso, i suoi amici se ne accorgevano sempre di più ad ogni attimo che passava, ma probabilmente, in quel momento, lo preferivano così.
Bob, Helena e gli altri civili che erano entrati assieme a loro vennero condotti nella zona indicata da Carlos, mentre quest'ultimo fu raggiunto da un paio di soldati.
"Maggiore Carlos, ci segua perfavore, è richiesto dal Generale."
"Certo. Quanti altri come me sono arrivati per ora?"
"Dei nove di Manchester..solo altri due, signore. Si trovano già dal generale nel suo ufficio al 4° piano."
"Solo due?? Questa è una pessima notizia."
"Gli altri risultano irraggiungibili, signore."
"Capisco, comunque ho bisogno di molti aggiornamenti sugli ultimi eventi."
"Le verranno dati, signore."
Mentre si incamminavano verso la torre degli uffici, la sirena d'allarme della base iniziò a suonare.
Carlos si voltò verso l'ingresso, dal quale vide entrare un'auto a gran velocità.
Alcuni soldati corsero verso di essa, altri si disposero davanti al varco creando una muraglia con i loro scudi tattici e puntando le armi verso l'esterno. Dal mezzo scesero due uomini vestiti di nero, in stile agente segreto, ed un signore di mezza età che aveva un aspetto intellettuale, come se si trattasse di uno scrittore o di un professore.

Un istante dopo qualcosa colpì la torre degli uffici, il boato fu grande e l'esplosione andò a rincarare la dose di danni sull'udito di Carlos, ancora non del tutto ripreso dalla defragrazione che lo aveva colpito in città.
Alcuni corpi volarono in aria per poi precipitare, dilaniati, sui mezzi parcheggiati nel piazzale.
"Cos'è stato??" "Un missile ha colpito la torre!" "Chi lo ha lanciato?" "Da dove veniva?" le persone presenti iniziarono a fare le loro prime ipotesi sull'accaduto, ma in questi casi il tempo speso per discutere viene sottratto a quello dedicato all'uso del fucile, perciò le discussioni terminarono quasi subito, sostituite da pochi e fugaci "Attenti sulla destra!" e "Tenete d'occhio quel settore".
Una scia dorata passò velocissima nel cielo, volando poco sopra la base. Il rumore che produceva sembrava simile a quello di un caccia.
L'artiglieria, i soldati, le torrette e i mezzi dotati di armi e cannoni puntarono verso il cielo pronti a sparare.
"Soldato, mi dia un'arma!" ordinò Carlos ad uno dei militari che lo scortavano.
"Prenda questa pistola, ma ci segua noi dobbiamo portarla nella zona gialla."
"Ed il generale?"
"Era nell'ufficio al quarto piano, guardi lei stesso! Non c'è rimasto nulla, è stato colpito in pieno! Ci segua."
Facendo slalom tra i plotoni schierati entrarono in un altro grande varco, largo almeno 4 metri, che dava accesso ad corridoio lungo almeno trenta, dietro di loro anche le persone scese dall'auto appena arrivata.
Un altro grandissimo boato scosse l'edificio e una vampata di calore penetrò dalla porta. Carlos e tutti gli altri che erano con lui caddero a terra, lanciando un'occhiata verso l'esterno per capire cosa fosse successo. Un aereo, un caccia mediamente grande, era precipatato in mezzo al piazzale impattando su altri veicoli, facendo così divampare un gigantesco focolaio.
Si rialzarono tutti in piedi e continuarono a correre nel corridoio, alla fine del quale incontrarono un portone d'acciaio serrato.
Uno dei soldati inserì il codice d'apertura nel tastierino numerico, ma il portone non rispose e rimase chiuso.
"E' bloccato!"
"Come è possibile, riprova!"
"Guarda, non si apre!"
"Fai provare me!"
"Che cazzo succede? Apriti maledetto!"
"Non risponde al comando, si dev'essere danneggiato."
"Maledizione!"
I due soldati della scorta discutevano ed inveivano contro il portone tirandogli calci e colpi col calcio del fucile. Uno degli uomini in nero tirò fuori la pistola, ma uno dei soldati gli intimò l'alt:
"Cosa vuoi fare tu, sparargli? E' una lega d'acciaio resistente, il colpo ci rimbalzerebbe addosso!" spiegò, facendo riporre la pistola all'agente.
All'imbocco del corridoio iniziarono a rifugiarsi innumerevoli soldati, fuori c'era una vera e propria guerra ed il rumore di cannoni e mitra copriva ogni altro suono.
"A che diavolo staranno sparando adesso? Hanno abbattuto quell'aereo. Che quel mostro sia penetrato nella base?" pensò Carlos, mentre gli altri continuavano a discutere su come aprire il portone. Appoggiato al muro ad aspettare, in totale silenzio, c'era l'uomo che viaggiava assieme ai 'men in black'. Carlos gli si avvicinò:
"E lei chi sarebbe?"
"Mi-mi chiamo Hive Erley, sono professore presso un dipartimento del City College"
"E che ci fa assieme a questi energumeni?"
"Sinceramente vorrei saperlo anch'io, non mi hanno dato mo-molte spiegazioni."
"La vedo abbastanza teso, credo che comunque avremo tempo per parlare più tardi. Stia attaccato ai suoi uomini, per ora."
Si sentì un tonfo sordo, come se qualcosa avesse colpito il portone dall'interno. Susseguirono un altro paio di colpi ed il portone iniziò ad aprirsi.
"Ce l'avete fatta!" esclamò Hive, rivolegendosi ai soldati, ma quest'ultimi fecero spallucce:
"Non siamo stati noi, qualcuno lo sta aprendo dall'altro lato."
Al di là del portone, infatti, apparvero la sagome di due uomini in uniforme da poliziotto.
Ci fu un attimo di silenzio, poi uno dei due poliziotti esclamò:
"Ce l'abbiamo fatta, il portone era bloccato! Presto, fate entrare quante più persone possibili!"
"Dobbiamo entrare solo noi che ci troviamo qui, chiuda l'ingresso appena saremo entrati" rispose uno dei soldati.
Passarono tutti oltre la soglia, Carlos compreso, ma il poliziotto si rivolse nuovamente al militare.
"E gli altri là fuori, gli tagliamo un eventuale ritirata?"
"Niente discussioni, chiuda!"
"Sì, sì signore."
Il corridoio dall'altra parte proseguiva per una decina di metri, c'erano accessi a numerose stanze, un'ascensore ed un vano scale che portavano ai piani superiori ed inferiori. Nonostante le spesse pareti si sentivano ancora i rumori degli spari all'esterno e sembravano essere sempre più forti.
"Adesso siamo al sicuro, dobbiamo scendere di due livelli." il militare continuava a dare ordini precisi sugli spostamenti.
"Dove ci state portando?" chiese Hive, ma uno degli agenti portò un dito alla propria bocca facendogli cenno di stare zitto.
Carlos prese la parola:
"Dove siamo diretti, intendo saperlo."
"Al livello B2 c'è un treno sotterraneo che collega la nostra base con quella di Chesterfield, siamo diretti lì." gli rispose prontamente un soldato.
"E le persone rifugiate nei bunker del settore verde? Come faranno a fuggire?"
"Ci sono due treni pure in quel settore, ma quelli portano altrove. Noi dobbiamo andare a Chesterfield."
"Per quale motivo?"
"Questo non so dirglielo, signore. Non ci è stato comunicato."
"Va bene, ma questi poliziotti vengono con noi, se non fosse per loro saremmo ancora là fuori."
"Nessun problema signore, ma adesso andiamo, perfavore."
Carlos poi si voltò verso i poliziotti:
"Identificatevi, perfavore."
"Io sono il Sergente Den Anthony Myers, questo invece è l'agente Scott, mio collega." rispose il primo, l'altro si limitò ad un cenno della mano.
"Siamo qui da due giorni, di ritorno dagli scontri di Bristol. Eravamo nei dormitori al piano superiore quando abbiamo sentito l'allarme."
"Molto bene sergente, io sono il Maggiore Alvàrez. Spero che ci sarete d'aiuto, adesso andiamo."
Il gruppo si mosse in direzione delle scale ed iniziò a scenderle velocemente, fino a raggiungere in settore B2 in poco tempo.
L'area era separata da un altro portone, ma questo si aprì senza problemi. All'nterno vi si trovarono un grande hangar, alto però non più di quattro metri. Il treno era fermo sui binari, ma pareva non esserci anima viva in giro.
"Dove sono i macchinisti?" chiese il maggiore Alvàrez.
"Avrebbero dovuto essere qui.." rispose titubante un soldato.
"Laggiù, c'è qualcuno steso a terra!" esclamò Hive, indicando un angolo buio dell'area.
Carlos e l'agente Scott, lasciando gli altri all'ingresso, andarono a verificare di cosa si trattasse e videro il corpo esamine di uno dei macchinisti.
"Guardagli il volto, è come se fosse stato ucciso dalla nebbia.." constatò Carlos, l'agente ne rimase sorpreso ed impaurito allo stesso tempo.
"Nebbia quaggiù, non è possibile?" rispose.
Un rumore di lamiera richiamò l'attenzione di tutti: dal lato opposto al quale si trovavano qualcosa si mosse, sembrava un piccolo mezzo su ruote, ma era circondato da un fitto alone dorato che rendeva difficile capire di cosa si trattasse esattamente.
"Che diavolo è quello?" esclamò Den, imbracciando il fucile.
"Probabilmente la nostra fine." rispose Hive.

Capitolo 1 - Racconto 7 - O noi o Loro

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"Soldati, oggi è un giorno speciale per voi. Usualmente voi siete carne da macello, e non vi è permesso sapere niente di quanto accade ai piani alti. Ma oggi, vista l'urgenza e la possibile confusione, voi vedrete ciò che in vita vostra, non avreste dovuto vedere."
Gli stanzoni militari erano tutti simili di quei tempi. Troppo grandi, troppo vuoti per contenere i poveri sfortunati che credevano in questa guerra.
"Voi siete stati scelti per un motivo ben preciso: State fuggendo dalla guerra. Molti di voi hanno fatto richiesta per lavori meno impegnati in ambito militare. Il vostro relax, la vostra vacanza. Ma purtroppo non andrete a casa a mani vuote."
Circa 50 persone erano in piedi, in inusuali vestiti da ufficio e casual.
"Voi, soltanto voi, vedrete ciò. Il governo inglese ha bisogno di persone che, in caso di emergenza, siano capaci di guidare manovre di combattimento dall'interno della popolazione. Anche se non vorrete, forse questo giorno capiterà. Già conoscete i problemi delle rivolte. Già avete visto il sangue sparso a terra e pianto la morte dei vostri compagni. Ora siete stanchi di questo, ma sappiate che ciò che state per ottenere è una tregua, prima o poi la guerra vi troverà. L'umanità non può dividere il pianeta e sperare che tutti siano contenti, ricordatevelo."
Alto circa quaranta metri, la costruzione militare presente nella campagna inglese era quasi vuota. Solo questi "soldati speciali" erano stati richiamati all'attenti delle armi.
Il colore grigio, reso maggiormente espressivo da qualche pennellata di verde, era la costante di ogni militare. La morte è nera, ed il patibolo che la precede è sicuramente grigio.
Stavano tutti per andarsene, per partire, per abbandonare tutto quel sangue e quel terrore.
Ma furono richiamati. Una settimana prima arrivò ad ognuno una lettera che, con priorità massima, li riportava in quel capannone.
"Per questo oggi, vi diamo la possibilità di essere preparati. Probabilmente un giorno tutto ciò succederà, e voi sarete a lavorare come povere capre, finché non sentirete un boato.
Beh, quel giorno, ricordatevi di quanto state per vedere."

L'immagine tornò alla mente di Carlos con una chiarezza inaudita. Un flashback incredibile lo strappò alla realtà per quasi trenta secondi, finché, costretto dal rumore, non tornò in se e capì cosa aveva di fronte.
"Corruzione informatica eh? Non ti basta uccidere le persone, ora invadi anche le macchine?" pensò.
Sopra di lui la nebbia dorata si muoveva lontano dal suo centro d'origine.
"Ognuna di queste schifezze soldati, se lontana dal muro, ha un giorno di vita. Ma in quel giorno proverà ad uccidervi. Voi dovete saperlo. Quando il popolo inglese se le troverà davanti, voi dovrete sapere chi siete, e chi è il vostro nemico. Dovrete fare una tra le scelte più comuni di questo mondo: o noi o loro."
Le parole del capitano gli tornavano alla mente come se le avesse sentite il giorno prima.
Ora non era momento di combattere, ora doveva salvare Helena e Bob. Tutto questo non importava ora, la guerra, il muro, gli strani esseri della nebbia.
Da quella strada non sarebbe passato nessuno, dovevano cercare un'altra strada.
Carlos girò svariate volte lo sguardo, cercando un appiglio, una speranza.
La briciola che cercava arrivò in un angolo di strada, era parcheggiata, ed il suo guidatore era morto. Un'auto militare. Con essa avrebbero potuto avere una speranza.
Ancora un boato. Il palazzo dove prima erano dava i primi segni di decaduta. Non aveva molto tempo.

Carlos corse, come non aveva mai fatto in vita sua. Ignorando gli ordini del generale pensò a quel "noi" ancora più vicino. Non al popolo inglese, ma ai suoi amici.
Mentre attraversava sentì delle urla di alcuni soldati "Cosa cazzo ci fai li? Vattene!"
mischiate alle loro, nella scia di immagini che si perdevano sulla coda dell'occhio, c'erano le urla di persone uccise da un'esplosione, o da un palazzo che perdeva pezzi troppo grandi da scansare.
Lui corse in mezzo a tutto questo. Calcolando le possibili traiettorie d'attacco del mostro e dei suoi alleati. Solo in quella guerra fatta di solitudine.
A pochi metri dall'auto una bomba inesplosa fece il click fatale e lo scaraventò via di qualche metro.
Perse temporaneamente l'udito, ma non la vita. Era stordito.
"Cazzo, questa non ci voleva"
il suo equilibrio vacillava. Cercò di rialzarsi chiamando a se tutte le forze rimaste nel suo corpo.
Nel fondo della strada, quello più lontano dalla guerra, vide una macchina fermarsi, e di fronte a quella distruzione, invertire il senso di marcia. Chissà se erano altri ospiti segreti del posto in cui lavorava.
"Su Carlos, alzati." parlò senza sentire nulla, ma ci riuscì davvero. Gli ultimi passi sembravano interminabili, e cadde anche un paio di volte, graffiandosi mani e gambe.

L'auto aveva il serbatoio a metà, sufficiente a scappare da quell'inferno. Aggirò il palazzo evitando la parte principale dello scontro.
Una volta arrivato al punto dove aveva lasciato gli altri non trovò nessuno.
"Helena, Bob?" urlò.
La sua voce era ancora lontana, l'udito tardava a tornare, ma per fortuna sentiva qualche parvenza di suono, segno che il danno non era permanente.
"Booob?"
"Heeelena?"
tutte le altre persone erano già scappate o morte. Iniziò a controllare i cadaveri, certo di dover rivivere gli orrori della guerra. Il palazzo era agli sgoccioli, entro breve sarebbe crollato su di lui. I morti più vicini non avevano nessun vestito simile a quelli dei suoi amici.
Dopo pochi secondi sentì un altro boato.
"Dove sono finiti, diavolo""
Poi, come raramente accade, Bob toccò la spalla di Carlos che fino ad ora non aveva sentito i suoi richiami. Carlos si girò ed urlò "Sono mezzo sordo a causa di una bomba. Salite e basta".

Sfuggirono per un pelo alla caduta del palazzo. Mentre si allontanavano la guerra continuava, ed altri militari arrivavano nel luogo dell'attacco. Solo una cosa distrasse Carlos, una frase o forse un urlo, che sentì da un signore mentre correvano via in auto.
Il signore era con due uomini in nero, nella macchina che aveva visto poco prima.
Nella loro fuga non sentì molto, ma solo un pezzo di una frase.
"E' questa la verità che volevate farmi vedere?"

Capitolo 1 - Racconto 6 - Lavorare in queste condizioni

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“Nonostante le guerre, gli orrori e i disastri internazionali, malgrado gli anni che passano e gli eventi che si susseguono, il lunedì è sempre una fottuta giornata di lavoro!”
Carlos se ne uscì con queste parole pensando che esse avrebbero fatto insorgere una risata, anche strozzata, all’interno dell’ufficio.
Al contrario di quanto pensasse, però, nessuno dei presenti espresse alcun commento o mostrò apparenti modifiche sui tratti del volto.
“Vedo che oggi siete più simpatici del solito..” continuò Carlos, sedendosi alla sua scrivania.
Nella stanza - un grosso vano di forma quadrata posto ad un piano non molto elevato di un palazzo per uffici, altro circa quattro metri e con una parete totalmente vetrata - erano in almeno una quindicina, ma Carlos aveva stretto rapporti di amicizia solo con un paio dei presenti, Helena e Bob.
Helena era la tipica ragazza che tutti avrebbero voluto sposare, ma purtroppo era già sposata da tempo. Capelli biondi sempre raccolti in una coda, corpo un po’ troppo esile ma piacevole allo sguardo, pelle chiara, visino dolce ed occhi verdi, quasi inutile aggiungere che fosse dotata di una gentilezza illimitata.
“Ti sei sposata così giovane che hanno dovuto celebrare il tuo matrimonio assieme alla tua prima comunione” le diceva sempre Carlos, scherzando. Helena si era sposata appena compiuti i diciotto anni.
Bob, detto anche Bobby o Robby, ma in ogni caso mai Robert, era invece un uomo sulla quarantina. Leggermente sovrappeso e alto poco più di un metro e settanta, carnagione scura ma pelle curata come quella di una donna, era famoso in ufficio per la sua capacità di correggere, timbrare e rilegare centinaia di relazioni in poche ore.
Quest’ultimo aveva la scrivania adiacente a quella di Carlos, li dividevano solo un pannello di cartongesso posto perpendicolarmente al terreno.
Bob fece capolino dal pannello e invitò Carlos, con un gesto della mano, ad avvicinare l’orecchio, un po’ come fanno le signore quando si danno ai pettegolezzi.
“Non è giornata di battute oggi, Carlos.” disse sottovoce Bob “Prima che tu arrivassi è passato il Colonnello Bertham e si è raccomandato di mantenere un atteggiamento professionale per tutta la giornata!”
“Per qual motivo? Sta per farci visita qualcuno dei piani alti?”
“Esattamente, ma non saprei dirti chi…in ogni caso il Colonnello sembrava piuttosto agitato.”
“In senso positivo? Eccitato?”
“No, tutt’altro, diciamo teso ed irrequieto.”
“Ah…ok, vedrò di contenermi.”
Carlos si pose dunque composto sulla propria sedia, quasi come un manichino. La sedia di Carlos era la più grande in ufficio, se l’era portata da casa perché quelle “di serie” risultavano un po’ scomode per il suo metro e novanta di altezza.
Aveva la carnagione chiara, i capelli castani ed un fisico robusto. “Un ottimo cervello, ma nell’accostare vestiti di colori diversi una vera frana.” Gli rimproverava sempre Helena.
Era stato nell’esercito per qualche anno, ex-ufficiale, aveva combattuto la terribile battaglia di Madrid del 2034 ed era anche uno dei pochi tornato vivo da essa. Si dimise dagli incarichi sul campo subito dopo il suo ritorno e si dedicò ad attività d’ufficio nella periferia di Manchester, sempre per conto dell’esercito inglese. “lavoro meno salutare ma più longeve” diceva lui.
Quella battaglia fu una vera strage per l’esercito inglese e tutto l’ufficio si chiedeva come Carlos potesse aver mantenuto vivacità e senso dell’umorismo nonostante gli orrori che doveva aver visto e subito.
Helena gli fece un gesto di saluto da poco lontano che lui ricambiò mentre accendeva il proprio computer.
“Uff, ho un sacco di roba da leggere.” Pensò tra sé e sè, mentre scorreva le innumerevoli email ancora non controllate.
Iniziò il suo minuzioso lavoro, nell’ufficio c’era il classico rumore di telefoni che squillano e il brusio di sottofondo.

Passò una mezzora, forse poco più, quando il computer di Carlos si bloccò di colpo, rimanendo fisso sulla schermata ed emettendo un BIIIP di un paio di secondi.
“Cazzo! Si è bloccato!” esclamò.
Bob si affacciò per controllare e rispose:
“Era meglio quando i monitor non li facevano olografici, almeno in questi casi ti potevi sfogare colpendoli!”
“Non sai quanto hai ragione, Bob…”
Dal fondo della stanza si sentirono altri due BIIIP. “Non sono solo!” pensò Carlos quasi compiaciuto.
BIIIP
Anche il computer di Bob si era bloccato.
“Ma che sta succedendo??” Domandò quest’ultimo, apparendo alquanto indignato dell’accaduto.
BIIIP, BIIIP, ogni computer della stanza andava bloccandosi e nessuno riusciva a capire perché.
Iniziò il vociare delle persone, la gente stava sbraitando e i più furbi che avevano spento tutto prima che anche le loro apparecchiature subissero la stessa sorte, si accorsero che non riuscivano più ad accenderle.
“Ci dev’essere un guasto.”
“Qualcuno faccia qualcosa!”
“Ore di lavoro sprecate!”
“Al diavolo!”
“Non si può lavorare in queste condizioni!”
Tutto l’ufficio stava perdendo la calma, tranne Carlos che sembrava aver già mandato giù quest’amaro boccone e se ne stava seduto sulla sua sedia a fissare il monitor bloccato sulla stessa immagine ormai da minuti.
“Ho letto questa mail di conferma ordine almeno venti volte!” disse, riuscendo stavolta a provocare un paio di risate.
Alcune persone si affacciarono dai corridoi di collegamento con le altre aree dell’edificio lamentando lo stesso problema.
Helena si era avvicinata a Carlos e Bob ed avevano iniziato a discutere su come e quando i tecnici avrebbero risolto e riparato il guasto.
“Vabbeh, approfitto di questa improvvisa pausa per chiamare mio marito!” disse Helena, estraendo il suo cellulare dalla tasca dei jeans.
“Uh, non funziona nemmeno il cellulare.”
Bob lo osservò:
“Già, non funziona! Ah ah, che ironica la vita eh?”
Carlos, quasi istintivamente, prese il proprio telefonino e lo controllò.
“Non funziona nemmeno il mio..”
“Che cosa buffa, ci dev’essere qualche interferenza!”
“Alla faccia dell’interferenza, Helena!”
“Ma che ci capisci Bob, zitto tu!”
Carlos era diventato improvvisamente silenzioso, fissava il cellulare e poi guardava fuori dalla finestra.
“Sapete..” disse “..conoscevo un’arma che aveva un effetto simile a questo.”
“Ma Carlos,” lo riprese bob “cerca di non creare allarmismi. Non è il caso.”
“Sì, però..è strano, non trovi?”
“Lo è, però conosciamo tutti gli effetti delle bombe a impulsi elettromagnetici e le luci qui sono ancora tutte accese, nemmeno un lampeggìo.”
In quel momento dalla strada apparve una lunga limousine, scortata da due mezzi rinforzati dell’esercito inglese.
L’auto parcheggiò sotto l’edificio, di fronte all’ingresso colonnato. Carlos e gli altri la osservavano dall’alto mentre le portiere si aprivano ed usciva un uomo in veste militare.
“Ha così tante targhette brillanti che sembra un albero di natale!”, ulteriore battuta di Carlos finita con una risatina.
L’uomo, scortato da numerose guardie del corpo, entrò nel palazzo.
Intanto il guasto alla rete informatica era ancora irrisolto; un signore dell’amministrazione era venuto a dire che il problema era alla centrale e che entro poco tutto sarebbe tornato apposto.
Nell’ufficio stavano tornando tutti a sedersi alle rispettive scrivanie ed i toni apparivano più pacati.

Carlos però era rimasto a fissare fuori dalla finestra, da solo; lo skyline mostrava una serie di alti palazzi per uffici dall’altro lato della strada. A circa cinquecento metri a destra questa terminava con una curva secca, mentre dall’altro lato proseguiva per chilometri.
Era sicuro che qualcosa non quadrasse: “Un guasto alla centrale…cosa c’entrano i cellulari con la centrale?” pensava, ma si rendeva conto che ‘l’uomo solo che capisce che qualcosa non torna mentre tutti gli altri sono sereni e tranquilli’ era una prerogativa di tanti film e che poco spesso corrispondeva alla realtà.
“Vieni a sederti, Carlos!” le urlò Helena amichevolmente, esso fece per voltarsi ma si arrestò di colpo quando intravide una sagoma metallica spuntare da in fondo alla strada.
Lo riconobbe all’istante, era un grande carrarmato simile a quelli che aveva guidato lui pochi anni prima, anche se di una generazione più innovativa.
Il carrarmato si pose perpendicolarmente alla strada, in modo da bloccare l’accesso veicolare alla curva. Era distante dall’ufficio perlomeno trecento metri.
Delle automobili che si trovavano lungo la strada in quel momento si fermarono e i primi colpi di Clacson iniziarono a riecheggiare.

Un tonfo sordo, durato un paio di secondi, smosse l’edificio e richiamò l’attenzione di tutti i dipendenti presenti nell’ufficio.
Uno strano silenzio si assestò nella stanza, quella pace che non fa star bene nessuno, quella quiete cui segue sempre un urlo o un respiro di sollievo, ma che di per sè rappresenta soltanto timore ed un cuore che non batte.
Le persone fissavano il soffitto che lasciava cadere piccoli granellini di intonaco e vernice. I primi commenti uscirono dalle bocche di chi non era immobilizzato per la paura:
“Sembrava un’esplosione!”
“Veniva dai piani alti!”
“Che succede? Mio dio, che succede?”
Carlos lanciò un’occhiata a Bob, il quale continuava a fissare il soffitto mentre la sue mani tremavano come foglie al vento. Helena invece guardava a sua volta Carlos, con il terrore negli occhi e un punto interrogativo in fronte.
Nessun allarme anti-incendio che suonasse, nessuna sirena all’esterno, nessun allarme ‘Attacco Cittadino’, tutto sembrava normale.
BOOM, un altro tonfo sordo più potente del precedente, sempre dai piani alti. Altri granelli di intonaco, numerosi oggetti sulle scrivanie in vibrazione, qualche sedia a terra.
Una voce robotica uscì forte dagli altoparlanti:
“Mantenete la calma, stiamo testando delle nuove apparecchiature. E’ tutto normale, mantenete la calma.”
Il brusio aumentò di intensità, la gente iniziò ad alzarsi nuovamente, a prendere i cellulari cercando di farli funzionare, ad avvicinarsi alle uscite cercando di mostrare un apparente calma.
Carlos guardò nuovamente fuori dalla finestra, nessuno si era avvicinato ad essa e lui, seppur intimorito, decise razionalmente di continuare a guardare all’esterno.
“Il carrarmato non ha sparato.” disse tra sé e sé "e poi non era un guasto dovuto alla centrale?".
Un gruppo di uomini in corsa uscì dall’edificio, con loro c’era anche il militare pluri-decorato che era entrato poco prima.
Quest’ultimo si fiondò all’interno della sua limousine, la quale sgassò in direzione opposta al carrarmato. I mezzi corazzati di scorta, invece, non si mossero.
Carlos fu raggiunto da Helena la quale gli strinse forte il braccio.
“Ho paura Carlos..usciamo perfavore.”
Molti stavano andando via dall’ufficio, altri invece cercavano di tranquillizzarsi mentre la voce robotica continuava a ripetere che stavano testando dei macchinari. Bob sembrava meno intimorito ma non del tutto calmo, si era alzato e stava rimettendo apposto le sue cose quando disse.
“Io vado a casa, questo è un pessimo lunedì.”
Helena notò il carrarmato in strada ed impallidì immediatamente, ma Carlos le strinse le mani e le fece cenno di stare tranquilla, poi si rivolse a Bob.
“Bob, vieni qui, dove vai? Non è saggio uscire dal fronte adesso, passiamo dall’uscita secondaria attraverso le scale.”
“E perché mai?”
Carlos sapeva che era meglio non far vedere anche a Bob il carrarmato per strada e così si allontanò, assieme ad Helena, dalla finestra.
“Tu fidati. Andiamo, presto, non portare nessun oggetto con te.”
Mentre si esprimeva con questo tono autoritario Carlos sembrava tornato ad essere un vero ufficiale militare.
I tre si incamminarono in direzione dell’uscita d’emergenza che dava nel vano scale di servizio. Un altro dipendente fece per seguirli ma poi ci ripensò.
Erano al quinto piano ed iniziarono a scendere verso il piano terra, per le scale avevano incrociato altre quattro o cinque persone che si erano aggregate.
“Avete visto il carrarmato?” disse uno dei presenti.
“Quale carrarmato?!?!” chiese immediatamente Bob, sussultando.
“Stai calmo Bob, non è nulla, usciamo. Una volta fuori ci troveremo sul fianco est dell’edificio, da lì decideremo cosa fare.”
In quel momento un terzo boato scosse tutto l’edificio: era molto potente e non durò solo pochi secondi, ma continuò a far tremare l’edificio mentre questo si muoveva come se fosse preda di un violento terremoto. La sommatoria di centinaia di urla creò un suono di sottofondo raccapricciante.
“USCIAMO PRESTO! FUORI, FUORI!” urlò Helena, che era ancora attaccata al braccio di Carlos e che lo lasciò per darsi ad una velocissima fuga lungo le scale. Carlos, Bob e gli altri presenti la seguirono di gran carriera.
L’edificio continuava a tremare, la voce robotica ripeteva le stesse parole di prima ma era coperta dalle urla di tutti i presenti.
Finalmente raggiunsero il piano terra ed uscirono all’esterno, trovandosi in una classica strada di servizio, stretta e posta tra il palazzo in cui si trovavano sinora e quello adiacente. Sembrava che l’edificio avesse smesso di tremare e c’era un’altra quarantina di persone nella stradina, uscite da altre uscite d’emergenza.
Al termine della strada di servizio si intravedeva la via principale con macchine che sfrecciavano veloci in direzione opposta al carrarmato e gente che scappava.
Improvvisamente la già rumorosa atmosfera fu scandita da colpi di mitra e bombardate di carrarmato.
Uno spigolo del muro dell’edificio, dal lato strada, si staccò a seguito di una sorta di cannonata, alzando un pulviscolo di polvere nell’aria.
“CHE DIAVOLO SUCCEDE?” esclamò Bob, in preda al totale panico “I RIVOLTOSI ATTACCANO MANCHESTER???” continuò, cercando di dare una spiegazione agli avvenimenti.
“Impossibile, come hanno fatto a superare il Muro??” gli rispose Helena.
“CON GLI AEREI, cosa ne so di come hanno fatto?!”
“Il traffico aereo è sorvegliato! Il muro dista solo tre chilometri da qui, non passerebbe nemmeno una mosca senza che fosse intercettata dai caccia!”
“Forse via terra allora, o sottoterra!”
“Certo, se non fosse che niente sopravvive a meno di 50 metri dal muro, hai presente la nebbia?”
“Allora trova tu una spiegazione, saputella!”
Carlos li interruppe:
“Helena, Bob, aspettate qui. Io torno subito, voglio vedere che succede, voi non muovetevi per nessuna ragione!”
“Carlos non andare, aspetta, dove vai? Vieni con noi!”
“Ma con voi dove, Bob? Dobbiamo tornare sul fronte, da qui non possiamo scappare e di entrare nel parcheggio sotterraneo in queste condizioni non se ne parla!”
“Ma allora perché siamo usciti dalle scale di emergenza???”
“Perché nessuno le sta bombardando, lo hai notato?”

Bob si sedette esattamente dove si trovava, Helena invece rimase in piedi a fissare Carlos che si avvicinava alla strada principale.
Arrivato sul fronte notò che l’entrata dell’edificio era ostruita per via dell’esplosione di uno dei mezzi blindati che scortavano la limousine. Doveva essere stato quello a far tremare così a lungo l’edificio. A terra c’erano alcuni cadaveri di soldati e non, tra essi Carlos riconobbe il corpo di una signora che lavorava in ufficio con lui.
I pochi dipendenti che erano ancora dentro l’edificio iniziarono ad uscire dalle finestre, rompendole.
Il mezzo esploso separava la strada in due parti, fortunatamente Carlos si trovava nella metà nella quale tutti tentavano di rifugiarsi e questo lo contò come un punto a suo favore.
Si spostò al centro della strada, riuscì a scorgere il carrarmato dal lato opposto: era ancora intero, si stava avvicinando e sparava verso l’alto.
Allora Carlos alzò lo sguardo al cielo, cosa che finora non aveva fatto, ma non vide nulla.
Un attimo dopo anche il carrarmato esplose, causando un boato assordante; i pezzi di lamiera iniziarono ad impattare contro le pareti degli edifici vicini.
Chinò il capo per proteggersi dalle schegge, poi guardò di nuovo verso l'alto, soffermandosi ad osservare più attentamente.
Dieci, venti secondi ed ancora in cielo niente di niente.
"A cosa diavolo sparavate?" pensò, continuando ad osservare, muovendo freneticamente le pupille.
Poi, qualche momento più tardi, un lampo: una sagoma passò a gran velocità sopra i tetti dei palazzi, lasciando dietro di se una scia dorata, quasi come se fosse avvolta da una nuvola.
A Carlos per un istante mancò il respiro.
“Non può essere vero..” pensò “..quella è nebbia.”

Capitolo 1 - Racconto 5 - Men in black

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"Mi rifiuto categoricamente".
"Professor Erley, la preghiamo di non opporsi alla nostra richiesta."
"Ma vi rendete conto di cosa mi state chiedendo? Mi dispiace ma sono assolutamente contrario"
Aula 127, un numero prima di qualche potenza e un numero dopo dei secondi passati. Due minuti e qualche manciata di secondi separavano il passato dal presente, in quella camminata così ironica verso il futuro che Hive non sarebbe stato capace di comprendere.
Il battito era diventato irregolare all'incirca verso il trentesimo secondo.
Allo scoccar del minuto, come nelle migliori partite, aveva iniziato a sentire qualche strano dolore al cuore.
Al minuto 127 si era opposto.
"Lei è l'unico che può aiutare il governo. Abbiamo fatto svariate indagini sul suo conto. Sappiamo che si è informato per vie autonome al fine di ottenere informazioni riservate su alcuni personaggi... di rilievo."
"Ed inoltre" aggiunse il secondo agente "sappiamo che lei cerca la verità suq uanto accaduto, le stiamo per dare l'occasione di accedere a tutti i dati che ha sempre desiderato, a tutte le informazioni del mondo che lei cerca."
"Lei è morta. Lo dovreste sapere"
"Le nostre informazioni sono leggermente diverse dalle sue."

Era un tranquillo secondo del tempo di Hive. Il secondo era il 232.
Hive svenne.

Quando riprese i sensi era ancora lì. In quell'aula.
Cosa diavolo era successo?
Si guardò intorno, la luce del sole era ancora abbastanza forte da far pensare di non aver superato da poco il mezzogiorno. Intorno a lui l'aula lasciava far presagire il peggio. I due uomini erano scomparsi, e c'era un silenzio innaturale nella scuola.
Guardò finalmente l'orologio: mezzogiorno e ventitre.
<<Non è possibile che lei sia ancora viva. Stanno mentendo, mi domando però perché arrivare a dire tanto.>> pensava tra se e se.
Un colpo al cuore l'aveva fatto crollare a terra. Per fortuna aveva resistito.
"C'è nessuno? che succede?"
mentre parlava si dirigeva con lentezza verso l'uscita. Da fuori non veniva alcun rumore.
"C'è nessuno? Ma dove siete andati?"
l'orario scolastico terminava alle 2 oggi, e comunque la segreteria, perlomeno, avrebbe dovuto essere aperta.
Ma niente. Il vuoto.

Dal primo piano scese attraversando tutta la Hall of Mininster, una gigantesca sala arredata con quadri. Era il tentativo di quell'epoca di umanizzare la tecnologia. Al suo interno infatti erano disponibili le ultime tecnologie in fatto di computer, ma poste in un arredo se non altro inusuale.
Da una finestra non vide niente di particolare. Scese quindi le scale del corridoio, fino a passare davanti all'infermeria.
Là, una televisione accesa ripeteva l'ultimo costante messaggio di un notiziario.
"Emergenza nazionale. Evacuare la zona" era il sunto del testo.
Il motivo era da ricondursi ad un probabile attacco terroristico avvenuto a qualche chilometro da loro.
"Prima gli uomini, ed ora un attacco terroristico. Cosa stanno cercando?"
Corse verso il suo ufficio, il suo cuore era ancora dolorante ma riusciva ad andare avanti. Una volta arrivato prese la sua valigietta ed uscì dall'edificio.
In quel momento un rumore da lontano iniziò con l'avvicinarsi.
Ciò che vide Hide fu qualcosa che gli fece ribollire il sangue. La "cosa" che volava in cielo era come una grande nube di nebbia, dai fili dorati, che si dirigeva diretto verso il centro della battaglia. Sarà stata grande circa come un'aereo, ma per lui fu come incontrare un gigante, il suo incubo era un ricordo fin troppo vivo per dimenticarlo.
Seguendo la scia della "cosa" finì con incrociare nuovamente occhi che aveva già incontrato. I due uomini in nero di poche ore fa.
"La stavamo aspettando professor Erley. Ora è intenzionato a seguirci?"
Non fu detta con voce intimidatoria, ma di certo Hive non riuscì a focalizzare. Dopo aver visto quella cosa volare l'unico desiderio che Hive aveva in mente era trovare il modo di distruggerla.

Capitolo 1 - Racconto 4 - Ora di lezione

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Il Muro e tutte le diatribe politiche che ruotavano attorno ad esso facevano parte della cronaca quotidiana inglese; allo stesso tempo, però, la storia del progetto era già presente su tutti i libri di storia e per gli insegnanti era un onere doverla raccontare agli alunni.
Per Hive lo era anche un po' di più.

"Nel 2014 la situazione mondiale riguardo all'inquinamento mostrava condizioni drastiche. La quantità di idrofluorocarburi e di altri potentissimi inquinanti, nonostante gli sforzi fatti da molte nazioni per ridurre le emissioni nel rispetto degli accordi del trattato di Kyoto del 1997, era divenuta insostenibile e ben oltre le percentuali immaginate."

Molti degli alunni seguivano la lezione di Hive interessati, sebbene questo preambolo risultasse piuttosto noioso sapevano che presto l'argomento del Muro sarebbe entrato a far parte della spiegazione. Era uno di quegli argomenti che affascinano e terrorizzano allo stesso tempo.
Hive continuò:

"A contribuire pessimamente furono gli agenti chimici utilizzati per moltiplicare con rapidità le coltivazioni improntate alla produzione di Gasolio naturale, o Biodiesel."
"Cosa sono questi agenti chimici, professore?" chiese una alunna in seconda fila, sulla destra.
"In pratica sono delle sostanze che venivano spruzzate sui terreni a seminativo, per permettere una crescita molto più rigogliosa delle piante in ambienti ostili. Come potete capire non si trattava di agenti naturali, ma di composti creati in laboratorio al solo scopo di modificare geneticamente le piantagioni."
"E nessuno si oppose a questa pratica così innaturale?" chiese David, uno degli alunni preferiti di Hive.
"No Dave, ci furono pochissimi casi, soprattutto perchè le piantagioni in sè non erano state create per sfamare le persone, ma solo per produrre carburante. Queste sostanze promettevano la crescita di piante come la Soia anche in luoghi deserti e del tutto inadatti. Inoltre il Biodiesel naturale era molto meno inquinante del normale Gasolio prodotto con il petrolio e questo diminuiva ancora di più le contestazioni popolari."
"Capisco" ripreste David "quindi il problema fu che questi agenti chimici risultarono nocivi, giusto?"
"Esatto, sebbene le compagnie di carburanti avessero precisato che non ci sarebbero stati danni al buco dell'ozono, questo nel tempo si rivelò una falsità. Non solo le sostanze arrivarono ad essere estremamente nocive per l'atmosfera, ma i cambiamenti apportati risultarono letali anche per l'uomo."

Hive andò alla lavagna, prese un gesso e disegnò un cerchio.

"Vedete, immaginate che questa sia la terra. I grandi e nuovi campi per la produzione di carburante, furono costruiti e coltivati nelle regioni più nordiche, poichè vi si trovavano le più ampie distese utili. Il freddo non era un problema grazie a quanto detto finora riguardo agli agenti chimici utilizzati ed alle infrastrutture costruite per climatizzare queste vastissime aree. Canada, Russia, le zone più nordiche della Norvegia, tutti questi luoghi divennero deputati alla costruzione di questi impianti. Era il 2011, voi non eravate ancora nati credo"
"Mike Danaway lo era di sicuro!!" disse un ragazzo in ultima fila, deridendo un suo compagno un po' più grandicello e scatenando una risata in classe.
"Taci, stupido!" gli rispose questo, mettendosi però a ridere anch'esso con la classe.
"Ragazzi, perfavore!" disse Hive, riprendendo in mano la situazione e continuando poi la spiegazione.
"La situazione da lì a poco peggiorò e già nel 2014 fu chiaro a tutti che queste coltivazioni erano un male più grande di quanto si potesse immaginare. Infatti la loro presenza iniziò a causare danni irreparabili alle popolazioni interessate."

Mentra parlava, Hive, disegnava nel cerchio alla lavagna le aree interessate dagli avvenimenti.
"Pensate che gran parte del Canada, il Nord degli Stati Uniti e purtroppo anche parte della nostra bella Inghilterra, furono colpiti da una vera epidemia tumorale. I bambini nascevano tutti con terribili malattie, ben pochi si sottraevano a questo destino. Intere città e metropoli furono abbandonate dagli abitanti quando fortissime forme di cancro iniziarono a colpire centinaia di persone al giorno.
In breve tempo intere nazioni si spopolarono, i focolai maggiori si svilupparono nelle zone più limitrofe alle piantagioni e fu subito chiaro che la colpa dei danni fosse di quest'ultime."

Il professore tirò una lunga linea orizzontale interna al cerchio, sottolineando quale fosse l'area più colpita. La riga lambiva, ipoteticamente, le regioni da lui elencate poco prima.

"E perchè non interruppero la coltivazione, allora?" chiese un alunno.
"Le compagnie responsabilli" riprese Hive "negarono l'evidenza, mostrando pubblicamente certificati sulla salubrità delle sostanze da loro usate, giustificando che gli operai impiegati nei loro impianti utilizzavano tute di protezione e maschere antigas solo per questioni prettamente igieniche, buffo no?
La verità è che il mondo non poteva fare a meno del carburante, le risorse petrolifere erano durate meno del previsto e l'abbandono di questi impianti, che tra l'altro svolgevano egregiamente la loro funzione, era del tutto impensabile. Gli interessi dietro tutto questo erano troppo alti, anche per i governi delle stesse nazioni colpite."
"Ma un sacco di persone morivano!" esclamò la ragazza che aveva posto la prima domanda durante la lezione.
"Sì, Clara, ma purtroppo viviamo in un pianeta dominato dalle banconote! Così, anzichè interrompere l'utilizzo degli agenti chimici e chiudere gli impianti di produzione di Biodiesel, si iniziò a pensare ad una soluzione alternativa. A qualcosa che eliminasse gli effetti nocivi sull'ambiente e sull'uomo."
"Il Muro." esclamò David.
"Esatto, Dave. Nel 2015 fu approvato il progetto Safety Wall, idea di John Rayfner, scienziato rinomatissimo all'epoca."

I ragazzi si fecero più interessati alla lezione, sapevano che stava entrando nel vivo del racconto. Era come se stessero ascoltando una storia fantastica tratta da qualche film. Invece era tutta realtà.

"John Rayfner presentò la sua teoria ed i suoi studi su elaborati modelli matematici alle organizzazioni mondiali. Spiegò come la costruzione del Muro potesse risolvere definitivamente il problema dell'inquinamento terrestre: quest'opera colossale d'ingegneria avrebbe dovuto circondare la terra coprendone una circonferenza ad anello e, per avere il massimo degli effetti in breve tempo, doveva essere costruito nelle aree più vicine alle piantagioni di Biodiesel. Il muro si doveva presentare come una costruzione metallica alta 500 Metri al cui interno venivano creati dei campi magnetici creati attraverso varie apparecchiature. Questi venivano poi convogliati sulle strutture "di lancio" poste alla sommità, atte a spararli verso l'alto assieme a fasci di ioni che dovevano servire a contenere la parte superiore del globo e a "polarizzarla".

Gli alunni mostrarono delle facce un po' inebetite, palesando la loro incapacità nel capire le ultime spiegazioni scientifiche di Hive.

"Provo a semplicarvelo. In sostanza il muro doveva creare una fascio di energia in grado di eliminare i danni all'ozono e all'ambiente. La pecca però era un'altra: sebbene il muro in se non provocasse nessun genere di danno, se non quello estetico relativo all'ambiente in cui andava situato, uno dei due lati in cui il muro avrebbe diviso la terra, precisamente quello al di sopra di esso, a nord, sarebbe divenuto del tutto inabitabile, per via delle continue tempeste magnetiche che si sarebbero verificate al suo interno.
In una situazione così catastrofica si decise di attuare il piano proposto in tempo record, costringendo le popolazioni delle aree nordiche ad abbandonare i loro luoghi d'origine, ridistrubendosi nelle zone di accoglienza che ogni paese aveva messo a disposizione, in un clima di solidarietà inaspettato.
"E nessuno si ribellò?" chiese un altro alunno.
"Pochissimi, quando si accorsero che la coltivazione con agenti chimici non si sarebbe interrotta per nessun motivo a causa degli effetti collaterali a livello mondiale, la scelta apparve chiara a tutti: emigrare in altre nazioni e vivere o rimanere lì e morire.
Così, infine, il Muro venne costruito e, nel 2020, venne azionato per la prima volta. Dopo solo due mesi di attività i dati mostrarono che, effettivamente, il buco dell'ozono stava scomparendo sempre più velocemente e che la salubrità dell'aria nelle zone limitrofe al muro stava raggiungendo livelli ottimi.
Dal lato ancora abitato del muro, laddove non ci fossero impianti di Biodiesel, la gente iniziò a costruire piccoli paesini, sopratutto per via del buon livello ambientale lì presente: i massimi effetti di benessere si avevano, perlappunto, nelle zone più prossime alla costruzione, dove la natura cresceva rigogliosamente.
Inoltre il prezzo delle case era piuttosto basso, vista la presenza di quel colosso di metallo, ed in molti si lanciarono all'acquisto..anche il vostro professore."

Una risatina coinvolse la classe.
Anche Hive rise inizialmente, ma un velo di tristezza gli comparve poi in viso. Cercò di nasconderlo voltandosi verso la lavagna, poi continuò il suo racconto.

"I governi, con entusiasmo per il risultato, incentivarono allora la costruzione di questi paesi, cercando di integrare il muro nella vita delle persone, anzichè lasciarlo come una triste quinta costante all'orizzonte.
In quegli anni, però, la tecnologia andò avanti e si vennero così a sintetizzare nuovi fonti di energia rinnovabile ad altissima resa in grado di sostituire il Biodiesel. Ma il muro, sebbene fosse così possente, netto e metallico, era diventato un'icona di benessere nell'imago collettivo e si decise quindi di continuare ad utilizzarlo anche quando le piantagioni di Gasolio Naturale iniziarono a chiudere. L'errore fu fatale.
Nel 2024 l'ideatore del muro, John Rayfner, morì misteriosamente. Tutt'oggi nessuno sa esattamente cosa gli sia successo."

In realtà Hive sapeva cosa fosse successo a Rayfner, l'aveva scoperto con le sue ricerche clandestine sul muro, ma non poteva certo mettersi a raccontarlo apertamente in classe. La cosa lo disturbava, ma doveva mantenere qualche segreto per continuare a perseguire la sua ossessione per il Muro.
In ogni caso, pur non potendo raccontare grandi verità, poteva far finta di trarre conclusioni o di riportare voci di corridoio sugli avvenimenti.

"Alcuni pensano che Rayfner avesse scoperto i danni collaterali che, da lì a breve, il muro avrebbe iniziato a causare e che pertanto fosse stato ucciso da qualche ente governativo, ma sono solo voci. In realtà era una persona molto anziana, questo è un dato di fatto. La notizia ufficiale parla di un'emorragia cerebrale che l'avrebbe stroncato durante il sonno."

Driiiiin, Driiiiiiiiin

La campanella dell'intervallo suonò ed i ragazzi iniziarono ad alzarsi. Hive interruppe il racconto aggiungendo che avrebbero continuato dopo la pausa.
In quel momento entrò la vice-preside dalla porta dell'aula.

"Professor Erley, la prego di seguirmi nel mio ufficio, alcune persone vogliono parlare con lei.
"Persone?" chiese Hive "Quali persone? Chi sono?"
"Rappresentanti governativi, professor Erley. La prego di seguirmi, sarà questione di minuti."

Capitolo 1 - Racconto 3 - Aurora boreale

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Quando vide per la prima volta l'aurora si trovava in Alaska con Mary e Julian. Era un giugno di quasi ventidue anni fa. Non riusciva neanche a crederci. Sembra sempre una cosa qualunquista dire "Come passa il tempo" ma alla fine veniamo tutti sconfitti dalla realtà: è così.
Si era messo in viaggio dopo essere riuscito a contrattare un periodo di ferie con la scuola. Era da tanto che non se le prendeva. Ormai insegnava e basta, senza mai fermarsi.
Nei momenti dove la scuola era chiusa andava a fare ripetizioni private ad un gruppo di ragazzi scapestrati. Il suo piccolo sogno da insegnante: rimetterli tutti in riga.
Ogni docente ha sempre pensato di poter cambiare il mondo in questo modo, una persona per volta, e lui non faceva certo eccezione. In quelle sere tirava fuori la vera magia dal cappello dell'insegnamento, e li stupiva, per poi venir stupito quando la scuola iniziava.
A volte andava bene, e poteva finalmente vedere il suo sogno prender vita. Altre invece doveva solo constatare la durezza della realtà.

Chiamarla ossessione per l'insegnamento sarebbe stato eccessivo, era amore. Amore puro. Non aveva mai trascurato Mary per questo, ed entrambi si godevano la maturità del proprio rapporto sentimentale.
E proprio per coronarlo avevano deciso di andare in Alaska. Sentiva che andando là avrebbe trovato l'ultimo pezzo del proprio Puzzle. E forse era davvero così. Quello che riuscì a vedere là fu assolutamente unico ed indimenticabile.

Partirono all'alba del 10 Giugno. Al tempo esistevano ancora degli aerei che portavano là.
Hive e Mary erano nell'aeroporto di Londra belli pronti con le valigie strapiene. Quella di Hive era (strano a dirsi) più una libreria che una valigia. Si era comprato tantissimi libri da leggere durante il viaggio e la loro permanenza. Mary d'altro canto era riuscita ad attrezzarsi come solo una vera donna sapeva fare. Julian, con museruola, abbaiava silenzioso e contento accanto a loro. Erano riusciti ad imbarcare anche lui in un apposita parte dell'aereo. Hive era pronto, lo dimostrava anche il suo occhiale doppio strato (chiaro per la notte, scuro per il sole).
Una volta arrivati videro lo sconfinato paesaggio dell'Alaska. Abituati al Londra tutto questo sembrava diverso, lontano. Una distesa di bianco li accoglieva già quando sorvolavano le varie città del paese, ed arrivati a terra era anche più mozzafiato la visione che gli si parava davanti.

Hive riuscì ad assistere al proprio miracolo dopo 4 giorni. Non l'aveva atteso, ma di certo l'aveva sperato. Ci sono cose che nella vita cambiano le persone. Per Hive quel giorno si chiuse un pezzo di storia e se ne aprì un altro. Coronarono il loro amore nel Bear Lake, là Mary, Hive e Julian videro la loro prima Aurora Boreale. Piantati nel mezzo alla neve i due sposi che già avevan superato i quarant'anni si consacrarono nuovamente. Il cane era basito quanto loro.
Hive conservava ancora la foto di quel giorno. Erano tutti e tre ritratti. Il suo momento, la curva della sua vita, non l'avrebbe mai scordata.

La seconda volta che vide l'Aurora arrivò il secondo cambiamento.
Erano passati tanti anni da quel giorno magico, ed il mondo era cambiato, era stato diviso da quel muro così alieno, così inumano.
"E ci dovrebbe proteggere una cosa così?" diceva sempre Mary.
Hive rimaneva sospettoso, ma non andò mai oltre, questo finchè non divenne la sua ossessione.
Ma per far nascere un'ossessione alle volte bisogna perdere qualcosa.

Hive non lavorava più a Londra, si era spostato. Aveva trovato un piccolo appartamento ad un buon prezzo. Il buon prezzo era causato dalla vicinanza del muro. Cinquecento metri circa. Lo vedevi a fondo strada. Hive e Mary furono tra i primi a vedere la famigerata Nebbia. Vederla comparire giorno dopo giorno al termine della strada. Contaminare tutto con un unico tono di colore e trasformando i loro paesaggi.
Era una notte dove la nebbia sembrava più fitta del solito. Il mondo non lo sapeva ma loro sarebbero stati i primi di una lunga serie. Lì iniziava un altro cambiamento, una nuova storia, un incubo.
Julian aveva iniziato ad abbaiare, come se all'interno della nebbia, nel buio iridescente attorno ad essa, vi fosse qualcuno.
"Che succede?" Hive alzò la testa dal libro che stava leggendo. La poltrona lo accoglieva tra le sue braccia, mentre Mary in cucina era a pulire i piatti della cena.
"Ultimamente Julian è sempre più irrequieto. Questa Nebbia mi spaventa sempre più Hive, dovremmo cambiare casa"
"Inizio a pensare che non ci sia altra scelta" rispose " anche se ormai mi ero affezionato. Proverò a vedere se mi concedono un aumento a scuola, altrimenti cercherò un lavoro differente, che ne pensi?"
Distante circa 50 metri da loro Julian abbaiava alle ombre nella nebbia. Ombre inesistenti o forse invisibili. La notte nei dintorni del muro avevano iniziato a comparire alcune lucciole, ma erano rarissime. Si poteva vedere qualche piccolo bagliore, null'altro.
Quella notte era diverso. La nebbia era tangibile, visibile. Aveva una forma e quasi una consistenza. Quando il vento spostava l'aria Hive vedeva qualche filamento di nebbia, come un intreccio di tessuti nell'aria.
"cerca però di non strafare domani con il capo. Non devi licenziarti per forza ok?"
"Tranquilla. Ma Julian non vuole proprio smetterla stasera eh?"
"Vado a prenderlo e portarlo in casa"
Mary si asciugò le mani nell'asciugamano, dopodiché uscì seguendo i rumori del cane che nel frattempo stava correndo sempre più lontano.
Senza che Hive potesse rendersene conto cadde il silenzio.
Nessun passo, nessun abbaiare.
Passò quasi un minuto prima che se ne rendesse conto, poi Hive, dall'alto dei sessanta anni che lo dominavano, scattò in piedi e si diresse alla finestra che dava verso il muro.
Mary era imbambolata a guardare verso l'alto, e così Julian. Sopra di loro c'era esattamente quello che avevano visto in Alaska. Un'aurora boreale di un colore però diverso. Un giallo quasi dorato creava striature imperfette nell'aria che li sovrastava. Mary era vicinissima al muro. Se non fosse stato per quell'Aurora lui non l'avrebbe distinta dal buio.

Poi successe l'inevitabile. Lei porse le mani al cielo, come se ci fosse qualcosa a cui aggrapparsi, o qualcuno da raggiungere.
E cadde a terra.
Fu come se qualcosa fosse stato interrotto e Julian riprese ad abbaiare e poi guaire vicino alla sua padrona. Lo spettacolo Boreale iniziò a scomparire mentre Hive correva per raggiungerla. Correva veloce per la sua età. Cadde ben due volte a terra, e dolorante mentre perdeva sangue la raggiunse piangendo.
"Mary, mary mary, rispondi ti prego"
Il cane forse capì ed in silenzio si mise accanto a lui mentre trascinava con forza il cadavere della moglie verso casa. Quell'aurora di color dorato sembrava stare per riformarsi, e se quella cosa c'entrava qualcosa era meglio non esserci vicini.
Teneva Mary per le braccia e la trascinava con un dolore incredibile, dentro e fuori.
Le lacrime gli attraversavano il volto come mai in vita sua, e le rughe espressive di quella vecchiaia non gli erano mai sembrate così antiche come quella notte.

Più tardi eventi come quello si andarono a susseguire più spesso in ogni città vicino al muro, ma Mary fu la prima ignota vittima della Nebbia. E Hive fu il primo uomo ad avere il mistero della Nebbia come propria ossessione.

Capitolo 1 - Racconto 2 - Sangue

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Queen Square sembrava arredata per una festa paesana, con tante tende e piccoli casotti in legno.
A riportare ad una realtà per nulla festosa erano però le uniformi dei poliziotti ed i loro fucili. Il campo base occupava tutta la piazza ed era stato arredato con mezzi di fortuna, alcuni presi, consegnati o addirittura rubati dalle abitazioni limitrofe. Era il mischiarsi di oggetti diversi a donargli quest’aspetto poco militare.
Den era seduto su di una cassa di munizioni; un dottore, presente nell’accampamento, gli aveva diagnosticato un leggero trauma cranico, sarebbe tornato in forma nel giro di una settimana.
Ora si sentiva bene, ma se ne stava fermo a guardare il palmo della mano sua destra. La fissava ormai da minuti senza batter ciglio.
L’agente Tony era appostato, assieme ad altri quattro agenti, dietro una paratia costituita da pancali in legno posti in verticale ed alcune decine di sacchi pieni di oggettistica varia. Puntava il suo fucile verso la strada al di fuori della piazza, verso il ponte, ma ogni tanto lanciava un’occhiata a Den per assicurarsi che non cadesse preda di una qualche crisi psicofisica.
“Quella granata gli ha fatto battere proprio una bella testata…” pensò.

Ormai erano diversi minuti che non veniva sparato nemmeno un colpo, le rivolte erano state praticamente tutte sedate ma il segnale di rientro per le truppe tardava ad arrivare e l’area era ancora bloccata.
Den fissava ancora la propria mano, si era mosso solo per togliersi il guanto blu che la avvolgeva.
“Che cosa sto facendo? Perché sto qui a fissarmi la mano? Quella botta mi ha proprio mandato in un altro pianeta..”
Provò ad alzarsi, a guardarsi intorno, ma il suo sguardo tornò sul palmo della sua mano, come se una forza lo costringesse.

“Tienimi la mano” gli disse July, porgendogli la propria.

Si risedette, Den aveva avuto ancora una di quelle brevi visioni.
“Mia moglie..” pensò “Perché adesso vedo mia moglie?? Vorrei tanto dormire..”
In quel momento una mano gli toccò la spalla.
“Signore, il segnale è stato comunicato, ce ne andiamo. Ci comunicano un Rally Point al centro della piazza in 10 minuti, arriveranno con gli elicotteri.”
“Ah…bene, grazie dell’informazione, agente.”
Questo breve dialogo permise a Den di riprendersi dallo stato catatonico in cui sembrava caduto. Si alzò in piedi e raccolse il suo fucile; seppur pensieroso era lieto della notizia ricevuta e di poter finalmente tornare a casa.
“Devo ritrovare quel diario quando arrivo.” Disse tra sé e sé, mentre si univa ad un gruppo di agenti che si diregeva al centro della piazza, nel punto in cui un tempo sorgeva la statua di William III.

“Sono le mie.”
“Cosa tesoro?”
“Quelle munizioni!”
“Ma cosa dici July? Quali munizioni?”
“Le munizioni Den, sono le mie! Ridammele!”
July indicava un gruzzoletto di munizioni che Den stringeva tra le mani.
“Beh ok, ma solo se mi dai un bacio..”

Den guardò bene e vide che stava tenendo in mano un gruzzolo di cartucce. Nell’ambiente intorno a lui c’era un forte rumore e questo lo disorientò, un attimo primo era in mezzo alla piazza ed ora si trovava all'interno di una scura cabina.
“Signore…potrebbe restituirmi le munizioni adesso?” chiese l’agente seduto accanto a lui.
“Dove siamo?”
“Signore..siamo a bordo dell’elicottero, signore..”
“Davvero? E quando ci siamo saliti?”
“Una ventina di minuti fa, signore..”
Den si accorse di aver avuto l’ennesima visione, ma anche che il tempo intorno a lui era passato ancora senza che avesse ricordo degli avvenimenti.
“Scusami, ho dato una brutta botta con la testa…tieni le tue munizioni.”
Consegnò i bussolotti all’agente mentre ripensava alla visione che aveva appena avuto; un leggero brivido lo fece sussultare.
“M-Mica ti ho chiesto qualcosa di strano?” chiese.
“Ad esempio, signore?”
“Non so..un bacio..”
“NO SIGNORE!”
“Ah..per fortuna..”
L’elicottero filava veloce, si stava dirigendo ad una base alla periferia di Manchester, città natale di Den. Mancavano ormai meno di una trentina di minuti all’arrivo.
Manchester distava solo tre km dal Muro. Aveva reagito bene alla presenza di quest’ultimo, o perlomeno meglio di molte altre, anche se si era trasformata in una sorta di città militare fortificata.
Due agenti a bordo dell’elicottero con Den, seduti poco a sinistra, parlavano tra loro. Den, così come altri dei presenti, si mise ad ascoltarli in silenzio.
“Hai sentito, hanno trovato un’intero paese distrutto poco a nord di Doncaster..”
“Sì, l’ho sentito dire da alcuni agenti giù al campo. Opera dei rivoltosi?”
“Beh, pare che ci sia stata una guerriglia..questo sì, ma molti cadaveri non erano morti nello scontro, sembravano vittime della Nebbia.”
“Stessi sintomi?”
“Sì, così pare.”
“Mi sembra strano, il muro è piuttosto distante da Doncaster..”
“Forse è una notizia fasulla, qualcuno cerca di creare allarmismi.”
Den sapeva bene come agiva la nebbia, aveva fatto molti studi su di essa per conto dell’esercito inglese e sapeva che uccide solo a 50-55 metri dal Muro. Non pensò nemmeno per un istante che la storia fosse vera e decise così, in mancanza di altro da origliare, di schiacciare un pisolino.
“Quando sarò a Manchester farò un salto in ospedale” pensò, prima di chiudere gli occhi “e spero di non avere un’altra di quelle terribili visioni..”

"Quali visioni?"
"July, queste visioni! Tu non dovresti essere qui!"
"Perchè?"
"Sinceramente non lo so..tu che pensi?"
"E' perchè sono morta?"
"No, stupida cosa vai dicendo, tu non sei morta!"
"Eppure perdo tanto sangue.."
Den era di nuovo in un mondo che non apparteneva alla realtà, ormai riusciva quasi a distinguerlo, ma ancora non ne era del tutto consapevole.
Si guardò intorno: si trovava nella stessa stanza in cui aveva visto la madre lanciarsi dalla finestra, ma stavolta non era scura e cupa, bensì appariva illuminata a giorno da una forte luce proveniente dall'alto. Questa luce era talmente intensa che Den a malapena riusciva a tenere gli occhi completamente aperti.
In piedi c'era July, lo fissava, immobile. Era vestita di bianco, la luce la avvolgeva schiarendogli la pelle ed il volto, mentre due rivoli di sangue le correvano lungo le braccia, lasciando cadere molte gocce al suolo che risplendendevano di un rosso acceso.
Sangue, sangue ed ancora sangue. Den vedeva sangue dappertutto e tutto sembrava provenire dalle braccia di July.
Il suolo, quello era la parte più raccapricciante: ne era completamente ricoperto.
"MIO DIO, JULY! COSA FAI? PAZZA! TI SEI TAGLIATA LE VENE?"
"Ma no, sciocchino! Non urlare! Non me le sono tagliate!"
"C-COSA? Ma..che..allora cosa..cosa ti è successo?"
Il Sangue cominciava ad uscire più copiosamente e pareva che stesse camminando lungo le pareti. Anche la finestra della stanza aveva i vetri completamente rossi.
"Ma non ti ricordi Den?"
"C-Cosa??"
"Le mie vene, non ricordi?"
"COSA DOVREI RICORDARE?"
"Me le hai tagliate tu, tesoro!"

Den riaprì gli occhi, li spalancò completamente scattando sul sedile al quale era legato. Alcuni agenti lo fissarono interrogandosi su cosa gli stesse succedendo.
"Un cellulare, presto!" chiese furiosamente.
"Signore?" rispose uno degli agenti.
"Un cellulare, vi ho chiesto un cellulare! Per favore!"
"Abbiamo solo le radio di ordinanza...non ci è permesso portare cellulari durante le operazioni." aggiunse un altro.
"Su, lo so che lo tenete tutti nascosto da qualche parte, forza, non vi farò rapporto ma per favore datemi un cellulare!"
L'agente a cui aveva restituito le munizioni, un po' titubante, sfoderò da uno stivale un piccolo cellulare e lo consegnò a Den.
Quest'ultimo digitò rapidamente il numero di casa propria e attese con l'orecchio fisso sull'apparecchio.
Primo squillo...secondo squillo...terzo squillo..
"P-Pronto?" una voce femminile e singhiozzante rispose dall'altro capo.
"Pronto July! Sono io, tutto bene?" domandò frettolosamente Den.
"DEN! Mio Dio, sei tu! Ero preoccupatissima, la TV dava pessime notizie sulla rivolta di Bristol...stai bene?"
Den tirò un sospiro di sollievo nel sentire la voce di sua moglie dopo quell'orribile ultima visione, capì che lei era turbata ma che non le era successo niente di grave e così iniziò a rassicurarla.
"Sì amore, è stata una giornata dura ma io sto benone...stavi piangendo?"
"Ero preoccupata.."
"Tranquilla, presto sarò a casa, a dopo.."
Den riattaccò, poi rese il cellulare all'agente che gliel'aveva prestato ringraziando con un cenno della testa.
"Che orribile visione, per fortuna era solo frutto della mia immaginazione.." pensò mentre lentamente iniziava a rilassarsi, stiracchiandosi nel sedile e tirando un grandissimo sospiro di sollievo.

Passarono pochi minuti, ormai l'elicottero volava sopra i tetti di Manchester.
Il pilota iniziò la manovra di atterraggio ed in poco tempo il veivolo toccò dolcemente il suolo nell'area di atterraggio della base.
Den scese assieme ai colleghi, se ne stava in silenzio ma sembrava più sereno di prima, il sentire la voce di July lo aveva come rimesso a nuovo. La sua testa faceva ancora brutti scherzi e la giornata era stata dura e ricca di perdite umane, ma si sentiva felice dell'esser tornato finalmente nella sua città.
Si avviò verso la caserma, nell'area dedicata al comando di polizia, e camminando guardò il cielo nella speranza di non vederlo ancora nero.
"Azzurro, qualche nuvola ma azzurro.."

Capitolo 1 - Racconto 1 - LSD

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Erano passati circa quindici minuti dall'inizio della quiete. L'area intorno a Den era diversa, si era spostato più in alto, per controllare che non ci fossero comunque dei rivoltosi in agguato. Accanto a lui la figura intristita di una giovane recluta lo aiutava.

"Quanti agenti sono morti oggi?" chiese Den
"Almeno 60 agenti signore. Le cifre sono delle stime fatte dalla polizia sugli elicotteri. L'area è off-limits. Sono stati messi dei blocchi a circondare il triangolo di area che arriva fino al fiume Avon"
"Un bel pò di spazio direi. Si è ampliata così tanto la rivolta?"
"Non lo sappiamo signore. La decisione di bloccare l'intera area è stata presa dai piani alti"
"Cosa diavolo pensano di fare? Chiuderci qui dentro?"
"Non lo so signore"
"Non era una domanda ragazzo"

Den provò a camminare di nuovo. Nell'ultima ora c'era quasi riuscito, ma qualcosa non gli permetteva di farlo per più di due minuti, altrimenti apparivano dal nulla delle fitte incredibili e un forte giramento di testa.
Un dottore gli avrebbe fatto proprio comodo.

Adesso però l'area dove si trovava era stranamente silenziosa. Aveva raggiunto l'angolo che si incrociava con "St. Thomas Street E." grazie all'aiuto di una pattuglia, e stava lì ad attendere. Nella sua mente vagava come la lontana percezione che qualcosa, qualcosa di impensabile, stava per succedere.
Si voltò. L'altra parte della strada era vuota, come prima.
Mi domando se sia sempre così inquietante visto da lontano. domandò a se stesso.
"Signore?" Il giovane poliziotto si era avvicinato, la pistola ferma in mano in attesa di qualche attentato, e lo sguardo fisso su Den.
"Dimmi"
"Va tutto bene?"
"Se questa strage si può chiamare 'bene' allora si, va tutto bene."
"Ha ragione"
"Chiama l'altra pattuglia, quella da cui siamo partiti, e senti se ci sono novità."
"Va bene signore"

Il tempo andava a rilento. Come un orologio che stava pian piano finendo la sua carica.
Il tic tac iniziava ad essere percepibile dal suo orecchio.
Tic, tac.
Nell'auto il ragazzo comunicava, "Silenzio", "Timore", "Nessun altro ordine" erano le cose che era riuscito a comprendere.
Sentiva la nebbia, fuori, ma soprattutto dentro. E sentiva sempre, sempre meno.
Tic tac.

"Va tutto bene, non piangere dai"
Il bimbo stava piangendo tra le sue braccia.
"Ha d-detto che è n-nero..."
"Den, smettila di preoccuparti. Era solo un delirio. Lei non stava bene, rilassati piccolo"


"Dobbiamo muoverci signore. Dicono che c'è un gruppo di rivoltosi che si sta dirigendo verso il fiume passando per St. Thomas. C'è il rischio di incappare in essi. In due non possiamo farcela. Muoviamoci"
Den si era appena ripreso ed il ragazzino iniziava già a rompere.
"Che cosa mi è successo?"
"Niente signore. E' rimasto un po' con lo sguardo perso nel vuoto, ma comunque non ho notato niente di strano. Neanche quando le ho chiesto se era meglio rimanere in attesa di altre informazioni dalla squadra"

"Devi ricordartelo bene Den. Agli altri potrei sembrare pazza, ma a te no. A te no. Tieni questo diario, se mai ti mancherò potrai sempre leggerlo, ok? E' il nostro piccolo segreto"
Den impugnò il diario, come si impugna uno scettro, od un oggetto di grande valore. Il diario era enorme per lui e per le sue piccole mani.
Ciononostante era bellissimo. La copertina rigida, la rilegatura in pelle. Sembrava davvero di valore. Il suo colore verde lo rendeva quasi speciale.
"Ora torniamo in casa, sta per piovere, guarda il cielo"


Den aveva un braccio del ragazzo che lo teneva in piedi. Stavano più o meno strisciando verso l'altro lato della strada.
"Il cielo"
"Non si fermi ora signore."
"Dove siamo?"
"A metà strada. Cosa le prende?"
"Il cielo, ragazzo, il cielo."
"Cos'ha?"
"Non lo vedo più"
"Ora non è il momento di pensarci, dobbiamo fuggire"

"Alle volte vorrei scomparire"
"Dove, July?"
"Non so."
July era distesa su un bellissimo prato. A guardare un cielo che più stellato non si poteva.
"E' che ho paura. Ci sono troppe cose che stanno cambiando. Mi sento oppressa da questo mondo, da questa storia. Ti rendi conto di cosa sta succedendo o no intorno a noi?"
"Beh, a me non pareva niente di grave."
"Tutti sembrano tranquilli, è vero. Ma qualcosa mi spaventa Den, mi spaventa davvero"
Chissà se l'erba poteva avvertirli. Chissà se c'era ancora tempo, per cambiare qualcosa.
Chissà se c'era qualcosa da cambiare.


"Ottimo. Ce l'abbiamo quasi fatta signore, siamo quasi arrivati al ponte."
In lontananza si poteva scorgere l'ultimo respiro di Redcliffe way, e poi il ponte che attraversava il fiume.
"A Queen Square signore dovrebbero aver portato dei soccorsi, è stata dura ma ce l'abbiamo quasi fatta"
Den era intontito. Sentiva spari ovunque, il cielo era ancora di un colore così cupo da togliergli il respiro.
"Ancora un po' signore"
"Ragazzo, fermati. Ho bisogno di una mano"
"Che succede?"
"Fermati un attimo"
Si fermarono un attimo a bordo strada. Lontano qualche urlo, ed il rumore degli elicotteri.
Ed infine, ancora oltre, la nebbia.
"Devi dirmi esattamente per filo e per segno cosa è successo da quando..."
Den fece un po' mente locale. Cosa si ricordava distintamente?
"Da quando ti ho detto di chiamare l'altra pattuglia, ed eravamo all'incrocio"
"E' più di 4 ore fa signore, e soprattutto lei era presente. Perché dovremmo perdere tempo ora? E' rischioso rimanere qui"
"Fallo e basta" disse, alzando un po' il tono della voce per renderla più autoritaria.
"Come vuole signore, ma ci rifletta. Non e' saggio."
"Spostiamoci in quel vialetto, è più riparato. Ho bisogno di sapere cosa è successo."

Si spostarono, ed il ragazzo, Tony, iniziò a raccontare.
Alla chiamata la pattuglia li aveva avvertiti della strana situazione. Non c'erano rumori. Sembrava tutto placato. Però ancora i blocchi non erano stati tolti. Erano rinchiusi nel triangolo. A un tratto però una squadra è uscita da uno dei palazzi interni alla triangolatura. Più di 20 persone armate, pronte a morire per un'ideale.
"Ma soprattutto avrebbero rischiato di vederci" disse Tony, mentre raccontava.
"Allora ci siamo spostati verso il centro cercando di scansarli. Abbiamo usato la radio per capire dall'elicottero che spostamenti facessero. La polizia ha tentato di fermarli invana, sono tutti morti. Però non abbiamo perso i contatti. Ci è voluto un po' ma ci hanno detto che c'è una zona franca qui vicino, ed è a Queen Square. "
Il resto era una cosa che non aveva vissuto? O cos'altro?
Den era terrorizzato. Neanche sotto acidi gli era mai successa una cosa simile.
"Ora ascoltami Tony. Non so che diavolo mi stia succedendo, ma mentre per te è tutto normale io perdo coscienza. Quindi prima trovo un medico meglio è. Ok? Andiamo"

"MAMMAA" urlò
"MAMMAAAA"
Aprì gli occhi nuovamente. Un incubo. Ma non lo ricordava mai. Erano due settimane che aveva iniziato la scuola di addestramento e qualcosa lo tormentava. Sarà che era troppo vicino alla nebbia? Eppure i medici dicono che non è nociva.
Sono solo paure.
Solamente paure.


INTRO - A volte il cielo..

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“A volte il cielo..”
Den fissava il volto della madre mentre essa prounciava queste parole.
La stanza era buia, molto buia, a malapena si riuscivano a distinguere le linee delle pareti da quelle dei pavimenti e di certo la piccola finestra posta in un angolo lontano non contribuiva efficacemente ad illuminare l’ambiente.
“Che intendi dire, mamma?” chiese Den, ma la risposta che ottenne fu solo un accenno di sorriso sul volto di sua madre.
“A volte il cielo, piccolo mio..” continuò quest’ultima alzandosi in piedi ed incamminandosi verso la finestrella.
Den non si mosse.
La madre camminava lenta e i pochi riflessi che penetravano nella stanza si abbattevano dolci sui suoi giovani lineamenti.
“Sei davvero bella mamma!” esclamò compiaciuto Den, ma continuò a rimanere seduto a terra, esattamente dove era, con la schiena appoggiata al muro.
Di nuovo non ottenne commenti riguardo alla sua affermazione e continuò ad osservare sua mamma, ormai giunta davanti alla finestra e nell’atto di aprire le minute ante vetrate; la luce diurna che filtrava migliorò, ma era sempre piuttosto leggera.
Gli occhi della madre fissavano l’esterno, ma all’improvviso la sua espressione cambiò, divenne triste, afflitta, divorata da un velo di agonia.
Den lo notò, preoccupandosi immediatamente. “Mamma…cosa c’è che non va? Hai visto qualcosa di brutto là fuori?” chiese con voce un po’ tremolante, ma senza accennare ad alcun movimento, immobile al suolo.
Al di là di quel rettangolo di luce si intravedeva il tetto di un palazzo in lontananza e qualche montagna sullo sfondo, mamma e figlio dovevano trovarsi ad un piano posto ad almeno una ventina di metri dal suolo.
La madre girò il capo fissando Den, le lacrime iniziarono a scenderle lentamente dagli occhi, portando con loro tracce di trucco che con quella poca luce appariva di uno scuro grigiore.
“A volte il cielo, piccolo mio, dimentica il suo azzurro e riflette il colore che emana la terra.”
“E che colore sarebbe, mamma?”
Den non capiva, ma stavolta la sua domanda ottenne una risposta:
“Nero, figlio mio…a volte il cielo è nero.”
Dopo queste parole, senza il minimo preavviso, la madre lasciò precipitare il suo corpo al di là della finestra.
Den sussultò e sgranò gli occhi, incredulo e con un brivido terribile che gli percorse tutta la schiena.
“MAMMA!!” urlò con violenza, ma di nuovo non si mosse. Voleva alzarsi, voleva correre verso quella maledetta finestra, ma non poteva, non riusciva, il suo corpo non rispondeva.
“MAMMA, MAMMA!" continuò il figlio, gli occhi e la bocca erano liberi ma riuscivano a mostrare soltanto l’angoscia che lo dilaniava, l’impotenza che lo incatenava.

Fu in quel momento che aprì gli occhi.

L’immagine era confusa ma riusciva a scorgere una figura umana.
“Sergente Myers, ce la fa ad alzarsi? Sergente Myers mi sente?”
La figura divenne più chiara, era un uomo vestito da poliziotto e gli stava scuotendo la spalla.
“Sergente Myers! Sergente Den Anthony Myers!”
Den non capiva dove si trovasse o cosa stesse succedendo, sentiva rumori di passi, urla e colpi di arma da fuoco, come se in lontananza ci fosse uno scontro. Era ancora seduto, appoggiato al muro, ma l’ambiente intorno a lui non era quello di pochi attimi prima, somigliava molto più ad una strada cittadina.
Pioveva a dirotto, a terra riusciva a scorgere corpi esanimi e pozze di sangue che zampillavano al tocco delle gocce d’acqua piovana.
“Sergente, riesce a vedermi? Sergente Myers!”
Den scosse la testa, come ad indicare un ritorno alla lucidità; ora poteva muoversi.
Riconobbe l’uomo dinnanzi a lui, era un suo collega, l’agente Scott.
“Ti sento Scott, ti vedo.” disse con un filo di voce, mentre l’altro lo aiutava ad alzarsi.
“E’ tutto intero? La granata le è esplosa davvero vicino!”
A quel punto fu chiaro a Den che la sua mente, fino a pochi attimi prima, stava cavalcando tra immaginazione, sogni e ricordi. Sebbene fosse lucido, però, ancora non si rendeva bene conto di cosa fosse successo.
“Credo di aver battuto la testa..dove mi trovo?” domandò, issandosi completamente in piedi e cercando di mantenere da solo l’equilibrio.
“Siamo a Bristol signore, Victoria Street, l’esplosione di poco fa l’ha scaraventata addosso a questo palazzo.”
La memoria tornò lentamente a svolgere il suo lavoro.
“Ora ricordo, devo aver volato per diversi metri..e pensare che non ho nemmeno le ali” provò a sdrammatizzare Den accennando ad un sorrisetto mentre pronunciava queste parole. Scott non rise.
“La rivolta in quest'area è quasi sedata,” continuò quest’ultimo “la scorto fino al furgone, ce la fa a camminare?”
“Penso di aver bisogno di una mano..”
I due si incamminarono lentamente verso un non troppo lontano posto di blocco, intorno a loro decine di cadaveri, negozi ed auto distrutte. Il suono di spari e sirene era ormai cessato, anche se gli agenti sapevano bene che nel resto della città c'erano ancora numerosi scontri all'attivo. L’unica cosa che si potesse udire in quel monento, però, era quel tacito fruscio dovuto alla fitta pioggia che cadeva sempre più insistentemente, regalando un’ossimorica pace.

Inciamparono sul corpo di un poliziotto, ma non caddero.
“Sono morti molti agenti oggi..” disse a bassa voce l’agente Scott, mentre sosteneva il braccio del sergente.
“Non è una novità..” riprese lui.

Giunti al posto di blocco Den si sedette sul retro di un furgone aperto. Scott era in piedi accanto a lui e fissava in silenzio un punto nel vuoto.
Ancora nella mente del sergente scorrevano le immagini del sogno che aveva fatto, ne era rimasto davvero turbato e gli veniva la pelle d’oca al solo pensiero.
Le parole dette dalla madre gli riecheggiavano nella testa, fu per lui quasi naturale volgere gli occhi al cielo per cercare di scorgerne il colore tra le nubi.
“Nero..” pensò Den “Il cielo è nero.”