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Scrittura Cooperativa V2

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Capitolo 2 - Racconto 6 - Eden

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Un campo di grano, con spighe altissime. Al di là di questo una zona boschiva composta di alti pioppi ed abeti posti un po' alla rinfusa, come la natura di solito ama disporli.
Il cielo di un azzurro quasi pastello, il sole coperto da due leggere nuvolette che falliscono nel tentativo di oscurarne la potenza.
L'aria calda ed in quiete, profumata, spezzata talvolta da qualche breve brezza più fresca, di quelle che chiunque si ama assaporare ad occhi chiusi.
Den era immobile in mezzo al campo, indossava un paio di calzoni bianchi e leggerissimi, probabilmente di lino, ed una camicia tendente all'azzurro non abbottonata.
Si sentiva in paradiso.
Rimase ancora qualche attimo immobile a godersi quel tepore sulla pelle, senza chiedersi alcunchè; si sentiva bene, a casa.
Erano anni, decenni che non si sentiva così bene.
Poi un pensiero gli attraversò la mente, fu un istante ma bastò per terrorizzarlo:
"Dove diavolo sono?!" si chiese.
Den comprese di essere di nuovo prigioniero della sua mente, libero di fare qualsiasi cosa dentro di essa ma incapace di rapportarsi con il mondo reale, o con quello che comunque ancora credeva essere il mondo reale.
Pensò per un attimo a quello che poteva star succedendo "fuori" in quel momento, si sforzò di pensare che magari stesse dormendo o che comunque si trovasse in un luogo isolato, impossibilitato nel far del male a qualcuno.
"Ero nella galleria, magari in questo momento sto solo camminando..magari mi hanno disarmato.."

Ormai il sergente sapeva come funzionava, ognuna delle sue allucinazioni portava a qualcosa, anche se quasi sempre questo qualcosa non aveva un significato preciso, o se ce l'aveva era lo stesso Den a disilludersi pensando che quel significato fosse solo frutto di un ragionamento razionale basato su un evento irrazionale. Tutto frutto della sua mente.
Nel bene o nel male decise di muoversi, di esplorare l'aera, sperando che l'allucinazione svanisse in fretta.
Si diresse verso la zona boschiva che circondava la grande distesa giallastra di spighe, attraversò i pioppi e gli abeti fino a giungere ad un sentiero sterrato che si contorceva tra la vegetazione.
Proseguì il suo cammino lasciandosi alle spalle la zona dalla quale era partito, non pensò nemmeno ad un modo per ricordarsi come tornarvi, dato che nei suoi sogni nulla restava uguale per più di qualche minuto e non si tornava mai indietro.

Alla fine del sentiero, dopo non molto cammino, Den iniziò ad intravedere delle costruzioni. Erano delle case, alcune in legno, altre in muratura. Alte non più di due piani e con i tetti a falda.
Appena giunto a quello che considerava l'ingresso al paese, questo gli apparve come una grande strada centrale, asfaltata e con le corsie per le automobili disegnate al suolo, uno scorcio prospettico molto lungo che protava chissà dove. Sul fianco le case apparverò per ciò che erano: piccole case a schiera all'americana, tipiche dei primi anni del ventunesimo secolo.
Den trovò strano che la strada asfaltata si perdesse nel sentiero dal quale era provenuto, divenendo sterrata, ma non diede peso a quest'ulteriore follia partorita dalla sua mente.
Camminò un po' per le case, c'erano i campanelli ed i numeri civivi.
"Margareth Smithson...Johnathan Bishop...Oscar Cruz.."
Nomi normali di persone normali.
Un po' più giù vide qualcuno, una persona ferma davanti ad un garage intenta a scrivere qualcosa su un taccuino. Era un uomo di mezza età, quasi calvo, alto ed in sovrappeso. Vestiva un paio di pantaloni beige ed una camicia giallo spento.
Era insolito per Den vedere persone nei suoi incubi, persone diverse da sua madre perlomeno.
Provò ad avvicinarsi.
"Scusi." chiese Den con voce calma
"Oh salve, mi dica.." rispose il signore con il mano il taccuino.
"Sa dirmi dove mi trovo?"
"Prego?"
"Sa dirmi dove ci troviamo in questo momento?"
"In mezzo ad una strada, sir.."
"Sì.." continuò un po' spazientito Den "..intendevo dire, in quale città?"
"Barnard, sir. Barnard Castle!"
"Ah...capisco..e dove si troverebbe, in Inghilterra?"
L'uomo fece la tipica faccia che fanno le persone quando hanno davanti a loro un pazzo.
"Sì.." rispose "..siamo in Inghilterra, sir. Ad ovest di Darlington."
Il sergente Myers sobbalzò un istante.
"Darlington non esiste più, è una zona desertificata." pensò "Si trova al di là del muro...che diavolo significa tutto questo?"
Di nuovo tentò di dare un significato a qualcosa che era del tutto fasullo e privo di senso, ma non ci riuscì.
"Lei da dove viene?" chiese a sua volta l'uomo di mezza età a Den.
"Dal sentiero.."
"Da quel sentiero là?"
"Sì, esatto.."
"E prima del sentiero, dove si trovava?
"In un campo di grano."
"AH!" esclamò compiaciuto e stupito l'uomo "lei è un uomo che viene dal campo di grano!" continuò.
"E' una cosa bella?"
"Certo che lo è e capisco perchè è così confuso, sir."
"Davvero?"
"Certo!"
Den stette in silenzio qualche secondo, pregò con tutto il cuore di chiudere gli occhi e di trovarsi sveglio dopo averli riaperti. Li chiuse e li riaprì, ma dinnanzi a lui c'era ancora il signore che lo fissava.
Quest'ultimo tornò a scrivere qualcosa sul suo taccuino.
"Forse il mio cervello, la nebbia o quello che mi sta facendo tutto questo, vuole che chieda al signore del taccuino!" pensò Den.
"Scusi," chiese di nuovo al signore con il taccuino "posso sapere cosa sta scrivendo?"
"Certo, sir! Sto segnandomi ciò che vorrei mi fosse assegnato dopo i pranzi di questa settimana."
"Prego?"
"Sì, gli oggetti che vorrei. Mi farebbero molto comodo un paio di cinture, a mia moglie invece piacerebbe un libro. Sa, a volte in qualche zaino se ne trovano, anche se è più facile scovare del vestiario, sir".
"Mi perdoni" disse Den confuso "non capisco di cosa stia parlando."
"Aaah voi uomini del grano, me l'avevano detto che bisogna spiegarvi tutto! Venga con me, le spiego strada facendo."
Il signore si incamminò lungo la strada, Den lo seguì.
"Oggi è arrivato un carico per i pasti di questa settimana." disse l'uomo "Ha visto per caso animali mentre veniva qua dal sentiero?"
Den ci pensò, in effetti non ne aveva visti.
"No, in effetti non ne ho visti."
"Perchè non ce ne sono! Non ci sono animali, solo piante!" esclamò l'altro.
"Strano.."
"Davvero, sir. Strano! Però allora cosa possiamo mangiare? Non si vive di sole carote!"
"A dire il vero molti vegetariani ne vivono."
"Oh beh, qui ha ragione lei, sir. Allora diciamo che non tutti riusciamo ad essere vegetariani!"
"Ok..e quindi?"
"Quindi ogni settimana, a volte ogni due, ci arriva un carico per i pasti cittadini. Qua mangiamo tutti assieme, sir!"
"Ah e quanti siete?"
"Qui a Barnard Castle siamo 998 persone, tutti originari di Barnard Castle, sir!"
Camminando e parlando i due giunsero ad una piazzetta dove c'era una decina di persone, alcune chiacchieravano, altre erano intente a spostare botti di vino.
"Oh, ecco dei miei compaesani laggiù! Tutti di Barnard Castle, sir!" disse l'uomo.
Den si soffermò ad osservare, gente serena, sembrava tutto dannatamente normale, tranquillo. Davvero un piccolo paradiso, "Qual'è il punto?" continuava a chiedersi.
"Vede sir, in quella casa.." disse il signore indicando una casa imponente con le finestre sprangate "..teniamo i carichi settimanali per i pasti."
"Chi vi manda il cibo? Dove prendete gli animali da mangiare?" Cosa c'entra tutto questo con ciò che scriveva nel taccuino?" chiese ancora Den.
"Semplice sir, di animali non ce ne sono, quindi cosa possiamo mangiare?"
"Non so. Me lo dica lei!"
"Persone, sir"
"Persone?"
"Sì, sir. Altre persone!"
Den rabbrividì, il sangue gli si raggelò nelle vene e l'ansia prese il sopravvento. Iniziò a non sentirsi più al sicuro, l'aria da tiepida gli parve afosa e ghiacciata allo stesso tempo ed iniziò a tastarsi addosso alla ricerca del fucile.
"Perchè fa quella faccia, sir?" chiese il signore di mezza età col taccuino "Non è una pratica in uso dalle vostre parti?"
"PERSONE?" urlò Den "VOI MANGIATE LE PERSONE?"
"Si calmi, sir! Non vogliamo mangiare pure lei, lei è un uomo del grano."
Den fece mente locale e di nuovo ripensò al fatto che tutto quello che vedeva era frutto della sua mente, anche se sembrava sempre troppo reale.
"Voi mangiate le persone? Ma, come diavolo...cioè, come le trovate? Vi mangiate tra di voi?"
"MA NO, SIR! A Barnard Castle siamo 998 anime, tutte originarie di Barnard Castle! Le persone ci vengono portate da Darlington, arrivano con il treno fino a lì e fino a qui con i furgoni. Un normale trasporto, sir!"
"Ma sono persone...già morte?"
"Mi piacerebbe che fosse così, sir. Però devo dirle di no, arrivano vive e...beh, dobbiamo pur mangiare."
Den iniziò a correre verso la casa con le finestre sbarrate e provò a guardare all'interno di una di queste: vide delle celle all'interno, disposte lungo un corridoio; all'interno di ognuna c'erano 4 o 5 persone.
Fu raggiunto dal signore di mezza età.
"Vede," disse a Den "stanno tutti bene, sir!"
"MA POI VE LI MANGIATE! LI UCCIDETE!"
"Siamo 998 anime, sir! Dobbiamo mangiare a Barnard Castle."
"Il taccuino," continuò Den "il taccuino lo usate per spartirvi i loro averi..era questo che intendeva."
"Ohohohoh ma certo sir, mica ci mangiamo anche i vestiti! Ci ha preso per dei mostri?"
Den inorridì di nuovo, poi continuò a guardare all'interno della casa, attraverso le finestre. Il signore intanto continuava a parlare:
"Dopo la condurrò dal primo cittadino, sir. Lui ha già avuto esperienze con uomini del grano, gente come lei, saprà dirle di più, saprà come gestirla. Io sono un po' impreparato, non mi era mai capitato di incontrarne uno!"
Den guardò con attenzione: donne, ragazzine, anziani. Nessun giovane uomo. Tutti stivati nelle celle della casa, pronti per essere cucinati per pranzi e cene cittadine. Un'immagine orribile, Den avrebbe voluto liberarli e distruggere tutto, ma era solo un uomo disarmato contro 998 anime, tutte originarie di Barnard Castle.
L'allucinazione era divenuta terrificante, così ossimorica quella situazione di raccapriccio paragonata all'atmosfera e all'arietta del luogo, ma la scena che si trovò ad osservare Den pochi istanti dopo lo fu ancora di più. In una delle celle vide lei, sua moglie, July, in ginocchio stretta al suo zainetto.
"JULY!!!" urlò Den.
Lei si voltò disorientata, guardò al di là della finestra.
"JULY SONO DEN!!!!"
Lei non rispose, lo fissò per qualche istante, poi tornò a stringere forte il suo zainetto guardando il suolo.
Den si sentì morire, provò ancora a credere che tutto quello fosse frutto della sua mente, ma la rabbia prese il sopravvento.
"Perchè urla, sir? Non possono sentirla, le assicuro che la loro mente è molto più confusa della sua. A volte nemmeno si accorgono che li cuciniamo!" disse l'uomo sorridendo. Den non ci pensò due volte e gli si scagliò contro atterrandolo con un forte pugno al volto.
Le persone presenti nella piazza videro la scena ed alcune di loro iniziarono a correre contro Den urlandogli "Che diavolo sta combinando?".
Den tornò alla finestra e continuò ad urlare il nome di sua moglie, scuotendo le sbarre senza provocar però loro alcun danno.
Sentì un colpo alla schiena, poi cadde a terra, svenuto.

Riaprì gli occhi, sembrava fosse passato molto tempo.
Si trovava altrove adesso, era in una grande stanza con poca luce.
"Sono sveglio, è il mondo reale." pensò, constatando di trovarsi nel mini accampamento che aveva tirato su con i suo compagni.
"Come ti senti?" gli chiese Carlos, che gli si mostrò davanti con un bel ringofiamento sul viso, segno di un forte colpo subito.
"Quello te l'ho fatto io, vero Carlos?" chiese il sergente Myers.
"Eh sì Den, sono persino svenuto, ma alcune donne in vita mia mi hanno dato colpi peggiori!"
Hive era poco distante, seduto, cercava qualcosa nel suo zaino.
Den sorrise, sentiva dolore alla schiena. "Chi è stato a colpirmi?" chiese.
"E' stato il professore, quando vuole ne ha di forza!"
"Ho usato un paletto di ferro, in realtà." rispose Hive.
"Dai che ci mangiamo qualcosa, prova ad alzarti Den." disse Carlos, porgendogli la mano.
"Mangiamo...?" sussurò Den. Le immagini che aveva visto nella sua allucinazione tornarono a tormentargli la mente.
"JULY!!!" urlò alzandosi in piedi di scatto, chinandosi poi un po' per il dolore alla schiena.
Hive e Carlos gli intimarono di calmarsi, gli chiesero cosa fosse successo, cosa avesse visto nella sua allucinazione.
Den fissò il pentolino che si scaldava sul fornello di Hive e disse:
"Devo andare a Barnard Castle, mia moglie è in pericolo!"
Gli altri capirono che Den si stava riferendo a qualcosa che lo aveva turbato nel suo sogno.
Carlos lo guardò poco convinto e chiese:
"Barnard Castle? E dove si troverebbe, in Inghilterra?"

Capitolo 2 - Racconto 4 - Visita di controllo

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Era passata più di mezzora da quando Debora, la bella donna in camice bianco, aveva iniziato a fare dei controlli preliminari su Den.
"Sdraiati sulla pancia per favore, devo fare un controllo al livello della nuca. Non è nulla di doloroso, tranquillo."
Carlos ed Hive attendevano in un elegante soggiorno, stile antico, con tanti mobili in legno scuro, tra cui una enorme libreria piena di libri di medicina. Le pareti, poi, erano tempestate di quadri.
"Accidenti, questo Mondrian sembrerebbe originale!" esclamò Hive, soffermandosi ad osservare un quadro di non grandi dimensioni appeso sopra ad una mensola.
"Pensa che non lo sia, professore?" chiese Carlos.
"No, penso al contrario. Debora è sempre stata un'appassionata d'arte ed il denaro non le manca."
"A tal proposito, professore, mi dica.."
"Vuoi sapere come faccio a conoscere Debora?"
"Già."
C'era, nella stanza, un piccolo tavolino di legno intarsiato, con appoggiate delle bottiglie di alcolici. Hive ne afferrò una di Almond, un buon liquore inglese, prese poi un bicchiere e se ne versò un paio di dita.
Ci si bagnò le labbra, mostrando una smorfia di apprezzamento.
"Io e Debora," cominciò Hive "ci siamo conosciuti una decina di anni fa. Lei era ancora una ragazza." esclamò sorridendo.
"Stavo facendo ricerche sulla morte di mia moglie, che come ben sai, ha segnato gran parte della mia esistenza."
"Sì, me ne hai parlato più che sufficienza, direi." intervenne Carlos.
"Ero riuscito ad ottenere delle udienze con un colonnello di alto rango dell'esercito inglese, Walter Mumford si chiamava. Oggi sarà ormai in pensione, o morto, o chissà cos'altro. A quel tempo la nebbia non era ancora un problema come lo è oggi e riuscire a parlare di affari sporchi con i militari d'alto rango era solo, diciamo, una questione economica."
All'interno della stanza si sentiva il forte brusio della festa che si stava tenendo all'esterno. Carlos tirò le tende del finestrone che dava sulla strada, cercando di ridurre, se non il rumore, perlomeno l'afflusso di luci abbaglianti. ll professor Erley, che si era momentaneamente zittito per gustarsi un altro goccio di liquore, riprese il racconto.
"Debora era la figlia di quel colonnello e lavorava, al tempo, nella stessa base diretta dal padre. Fu quest'ultimo a presentarmela, dopo qualche tempo. Io e lui eravamo entrati in amicizia; per quanto inizialmente volesse del denaro per raccontarmi ciò che sapeva, credo che la mia storia l'avesse in qualche modo commosso."
"E Debora, si era laureata da poco?"
"Sì, anche se è sempre stata una ragazza prodigio, ha bruciato le tappe molto velocemente e questo le ha permesso di divenire una grande dottoressa in pochissimi anni. Certo, il padre le avrà sicuramente fatto ottenere qualche agevolazione, ma è davvero una donna in gamba."
"Sì, sempre stata in gamba...ed anche molto bella, aggiungerei."
"Innegabile."
Hive finì di gustare il suo Almond e ripose il bicchiere sul tavolino, si avvicinò poi al corridoio che collegava il soggiorno con altre stanze, tra cui l'ambulatorio casalingo della dottoressa. La porta dell'ambulatorio era socchiusa, ma riuscì ad intravedere Debora passare.
"Ma quanto ci mette a visitare Den" pensò e si diresse poi sulla poltrona adiacente al divano in cui si era seduto, da poco, Carlos.
"Tu invece, Carlos, come l'hai conosciuta?" chiese.
"Anch'io la conobbi qualche anno fa, mi medicò al ritorno di una missione di routine, io ed il mio gruppo eravamo stati esposti ad una neurotossina e dovevamo eseguire degli esami per verificare che non avessimo riportato danni a lungo termine. Debora era il medico-neurologo di ruolo presso l'ospedale militare di Manchester. Lì, come succede a volte in tanti film strappalacrime, il miltare e la sua salvatrice si conobbero...e fu amore a prima vista!".
Carlos sorrise, era ormai del tempo che non sorrideva o che non suggeriva una qualche battuta di spirito, ma ogni tanto sprigionava un po' di brio, segno che le situazioni ti cambiano ma che alla fine, dentro di te, rimani sempre un po' lo stesso.
"Stavate assieme?" chiese Hive.
"Sì, per un paio d'anni lo siamo stati. Il padre, però, non voleva che la sua amata figlia stesse assieme ad un miltare. Per lei sognava un avvocato, o un dottore, insomma, qualcuno che non potesse morire in battaglia."
"Me lo diceva spessa. Comprensibile detto da un padre."
"Vero. Quando la storia iniziò a diventare un po' troppo seria, ci dovemmo lasciare. Non senza lacrime, ma perlomeno senza rancori. Non volevo rovinarle i rapporti familiari, era ancora molto giovane ed io non sono adatto alle fughe d'amore. Lei lo capì"
"Vi siete mai risentiti prima di oggi?"
"Sì, a volte. Telefonate, auguri, cose del genere. Niente di particolare, insomma."
"E sai nulla di Den? Come faranno a conoscersi?"
"Non saprei, non ha mai detto di conoscerla. Più che altro mi chiedo come facesse a sapere in che direzione muoversi per raggiungere questa casa."
"Reminescenze direi. Quando è in stato, diciamo, 'alterato', probabilmente il suo corpo si muove sulla base di ricordi, routine, abitudini. Non è come la schizzofrenia, è più a livello inconscio. Debora saprà dirci di più, spero."
"Povero ragazzo, anche Den è davvero in gamba. Peccato che gli stia succedendo tutto questo ed in questo momento."
Carlos fu interrotto dal crash di oggetti che si infrangevano al suolo. Rumore di vetri e metallo.
Si alzò in piedi di scatto e, seguito da Hive, corse verso la stanza in cui si trovavano Den e Debora. Vi entrarono e rimasero attoniti: Den aveva sbattuto la donna contro il muro e la teneva issata da terra, stringendola per il collo.
Lei stava provando a liberarsi, ma l'aria cominciava a mancarle troppo e le sue reazioni diminuivano.
"DEN COSA CAZZO STAI FACENDO?" urlò Carlos "LASCIALA SUBITO!"
La mente di Den sembrava nuovamente intrappolata in chissà quale incubo. Carlos decise quindi di correre incontro al suo compagno e di affrontarlo, sperando così di fargli allentare la presa dal collo della dottoressa, ma quando fece appena un passo Den parlò, immobilizzandolo:
"Sta' fermo Carlos, non preoccuparti, so quello che sto facendo.."

Capitolo 2 - Racconto 3 - Rio Derby

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Rumore, rumore di giorno e di notte.
Le lacrime cadono senza rumore.
Rumore rumore, la notte ci ascolta
dal cielo nessuno, dal cielo l'amore.
Rumore rumore, che ascolti i caduti
ascolta anche l'urlo dei sopravvissuti.

"Rumore rumore..."

Migliaia di persone erano nel viale dove si celebrava qualcosa di incredibile. La canzone fatta con rime approssimative (quasi "vecchie") veniva ripetuta a ripetizione dalla folla, o forse si dovrebbe dire dalla massa.
Nel centro della strada passavano dei carri enormi, non carri di guerra, ma carri raffigurativi dei maggiori mali del mondo.
Le guerre mondiali, la fame, l'inquinamento, erano tra i primi carri in ordine di apparizione. Proprio l'inquinamento che aveva costretto la costruzione di uno degli ultimi due mali: Il muro.
Ed infine la nebbia. Dorata, inverosimile nella sua olograficità plastica. "Rumore rumore" ed era rumorosa la strada. Tutta quella folla poteva tranquillamente rappresentare un terzo della popolazione attuale di Derby, se non di più. I tre erano esterrefatti. Cosa stava succedendo?
Si erano spostati in mezzo ad alcune persone, certi che il trambusto era la miglior fuga per ora, e nascondersi in esso la miglior soluzione.

"Direi che questo è un ottimo inizio" commentò Hive nel rumore generale.
"E' in vena di battute oggi, professore? Vediamo di riuscire a trovare quanto prima quello per cui siamo qua. Poi dovremo pensare ad un'altra soluzione per andare avanti"
Den non li sentiva. Si guardava con aria sospetta attorno, cercando probabilmente i loro attentatori che sarebbero apparsi di lì a poco.
"Dobbiamo muoverci comunque da qui. Seguiamo la folla nella sua direzione per ora" esclamò
Hive e Carlos si scambiarono un'occhiata. Il professore capì che la direzione era perfetta anche per andare a cercare il medico.
Hive era però dubbioso. Quante possibilità c'erano che quel medico non fosse in questa folla mastodontica? Se così fosse stato sarebbero stati spacciati, senza speranza. Tre persone di cui una era un visionario ed un'altra un professore. L'unico capace di difendersi sarebbe stato Carlos.

I colori erano sgargianti, eccezion fatta per "il muro", tutta la città era addobbata di rossi, arancioni, gialli, che la rendevano viva, capace di esistere. In contrapposizione allo spettacolo tecnologico del grigio che ormai, negli ultimi venti anni, era entrato nel pensiero comune. Den faceva strada, verso un'ignota destinazione, i restanti lo seguivano, guardandosi le spalle di tanto in tanto, ma senza mai vedere un movimento diverso da quello di una comune massa di persone in festa.
Hive toccò la spalla a Carlo, attirandone l'attenzione
"Secondo te dove sta andando?"
"Beh, sicuramente lontano da qui. Non dovremmo sempre pensare che sia preda di quelle visioni. Anche se ultimamente si sono intensificate"
"Già. Ma rimane comunque il fatto che le visioni ci sono. Ormai è quasi un'ora che non sembra averne avute. Quiete prima della tempesta?"
"Non saprei, speriamo di no. Comunque a meno di mezzo chilometro c'è la casa del medico. E' in una via trasversa"
Alcune persone davanti a loro iniziarono a spazientirsi "Ehi, cosa diavolo sta facendo?" fu la cosa più distintiva tra le voci che sentirono.
Den stava scappando. Farneticava qualcosa mentre correva nella folla, ma niente che i due potessero sentire.
Iniziarono a rincorrerlo, per fortuna la folla rallentava la sua corsa folle.
La loro fortuna fu che nessuno, in quella corsa, li riconobbe. Erano troppo incentrati sul Muro. Mastodontico elemento che ora passava al centro della strada. Dal muro, se qualcuno vi fosse stato seduto sopra, si sarebbero visti in maniera distinta sia i 3 che scappavano, che i loro nemici, militari, che li cercavano. Erano a circa trecento metri di fronte a loro. E la distanza si stava azzerando pian piano.
Ancora, però, nessuna delle due fazioni si era accorta dell'altra.

Den iniziò la sua corsa per uscire da quella folla. SI spostò con violenza sulla destra, dando spallate senza pietà ad alcune persone che ostruivano la sua fuga. Entrò in una via cupa, senza luci artificiali, solo quella del sole. A pochi metri da lui, i compagni cercavano di seguirlo. In questi 10 minuti di follia Hive, mentre stava uscendo dalla folla, fu quasi certo di aver visto un qualcosa di dorato. Non capì bene dove. Il suo occhio però l'aveva visto e registrato, ma la sua memoria non gli permetteva di accedere a ciò che voleva sapere.
Stavano per essere di nuovo attaccati dalla nebbia? O c'era qualcosa in questa città, qualcosa di nascosto?
Prima di uscire del tutto dal rione principale Hive si guardò indietro. La nebbia, quella finta, era in fondo alla gigantesca strada, con luci stroboscopiche che ne incitavano il timore.

La fuga di Den ebbe un termine esattamente alla porta del medico. Carlos rimase terrificato. Den stava sbattendo le nocche delle dita con violenza, tirando pugni alla porta ed urlando "Aprite, aprite subito!". I suoi occhi erano altrove stavolta, il suo sguardo lo dimostrava. Hive osservava tutto questo, cercando di collegare quanto possibile, ma non ci riusciva.
La porta si aprì. C'era una donna di fronte a loro, sulla trentina, capelli scuri ed occhi verdi. Una donna ancora molto bella, ma non certo alla portata di loro.
La donna fece una faccia davvero stupita.
"Professor Hive, Carlos, Den, cosa ci fate qui? Non sapevo che vi conoscevate."
Carlos prese finalmente il controllo della situazione
"Lascia fare Debora, credo che tutti ci dobbiamo delle spiegazioni. Puoi farci salire?"
"Certo, prego."
La donna fece cenno con la mano di muoversi. Indossava un camice bianco che non sminuiva la sua bellezza ma che ne nascondeva le forme.
Den si era calmato, ed Hive, tra se e se, aveva capito che forse anche Den aveva qualcosa da raccontare.
La porta si chiuse dietro di loro. I militari superarono la strada senza vederli e senza sentirli.
Anche tra i soldati una persona registrò di aver visto un cenno dorato, ma non seppe né dove, né come, né quando.

Capitolo 2 - Racconto 2 - In fuga

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"Quanto manca ancora?" sbottò spazientato Hive dopo un altro paio d'ore di cammino all'interno del tunnel.
"L'uscita dovrebbe essere un centinaio di metri più avanti." gli rispose Carlos, senza nemmeno voltarsi a guardarlo.
"Ma allora non dovremo riuscire a vedere la luce della città?"
"Magari c'è il coprifuoco di notte, professore." intervenne Den, pur notando l'improbabilità della sua affermazione.
Dopo poco più di un minuto di cammino la risposta all'enigma posto da Hive fu chiara: un treno era accartocciato all'ingresso del tunnel, una palla di acciaio, vetro e lamiere, colmava l'intera apertura senza lasciare possibilità di transito.
C'erano cadaveri contori assieme ai resti del treno. Era come se qualcosa di sovrumano lo avesse pressato all'interno dell'apertura.
"CAZZO!" urlò Den dando un calcio a ciò che sembrava una borsetta da donna bruciacchiata "e ora cosa facciamo? Torniamo indietro??" continuò.
"Potremmo provare a scavare piano, piano.." propose Hive con poca convinzione.
"Non dica fesserie, dobbiamo trovare una via secondaria..e poi questa torcia è quasi del tutto scarica" riprese Den, cercando di riprendere la calma.
In effetti la torcia stava esalando i suoi ultimi respiri, ormai illuminava solo pochi metri quadrati.
Carlos pensò di utilizzarla per dare un'ultima occhiata alla mappa, in cerca di un'uscita secondaria.
"Questa mappa è troppo schematica, non indica che l'apertura del tunnel..".
In quel momento Den portò la mano all'orecchio per un paio di secondi, poi strinse in mano il fucile, rannicchiandosi di scatto. Per istinto gli altri due si sdraiarono a terra, nella speranza di capire rapidamente cosa avesse allertato Myers.
Tutti immobili, il silenzio regnava nel tunnel scandito soltanto dal ronzio di alcune scintille provenienti da un vecchio apparato elettrico.
"Den, cosa c'è?" chiese Carlos a voce bassa.
Den non rispose, ma anzi iniziò a camminare velocemente verso le macerie del treno, pur sempre rimanendo basso.
"Che diavolo ha visto?" chiese Hive rivolgendosi a Carlos.
"Un diavolo che può vedere soltanto lui, temo..".

Comprendendo che le allucinazioni erano tornate ad essere padroni di Den, Hive e Carlos deciserò comunque di seguirlo. Cos'altro potevano fare in quella situazione, dopotutto?
I tre arrivarono sin a ciò che rimaneva della testa del locomotore e Den provò subito ad arrampicarcisi, riuscendovi rapidamente: ora poteva quasi toccare il punto più alto della galleria.
Imbracciò poi il fucile in modo da poter mirare grazie all'ottica ad infrarossi di cui la sua arma era munita ed iniziò a contare la lunga fila di lampade spente affisse al tetto.
Gli altri due rimasero ad osservarlo, perplessi, mentre la torcia continuava a perdere potenza.
"40...ecco, laggiù c'è la quarantesima." disse dopo aver terminato di contare, poi impostò il suo fucile in modo che potesse sparare un segnalatore luminoso, il quale centrò esattamente la lampada che stava osservando dal suo zoom. Il rimbombo dello scoppio emesso dal fucile fece tuonare l'intero tunnel.
"Dobbiamo correre fino al segnalatore." ordinò Den, con voce ferma.
Gli altri si stupirono della lucidità di quest'ultimo ed Hive intervenne:
"Den, sei in te? Riesci a sentirci?"
"Certo che vi sento."
"Ma perchè allora non ci hai risposto poco fa!?"
"Avevo solo bisogno di concentrarmi. Ora dobbiamo correre, presto, cercate di non inciampare nel buio. A circa sessanta metri dall'apertura di questi tunnel c'è sempre l'ingresso ad una sala comando interna, usciremo da lì.""
"E se non dovesse esserci un'uscita?"
"Allora stavolta saremmo davvero fottuti..stanno venendo a prenderci."
Carlos sobbalzò.
"Ho intercettato una comunicazione radio." continuò Den "Sanno che siamo nel tunnel, qualcuno deve averglielo detto."
"Ma nessuno sa che siamo qui!"
"A quanto pare non è così. Andiamo."

La fuga al buio fu rapida ed i tre giunsero al segnalatore luminoso. Den riuscì a scorgere, poco lontano, l'entrata alla sala comando.
Il buio all'interno della stanza era completo, ma la luce che proveniva dal piccolo segnalatore nel tunnel contribuiva ad un minimo di orientamento.
Carlos ed Hive andarono un po' a tastoni, facendo cadere e impattando su vari oggetti. Den mise nuovamente gli occhi nella sua ottica ad infrarossi ed individuò una ulteriore porta, avente però un blocco alla maniglia.
"Dev'essere questa l'uscita. Tappatevi le orecchie."
Una scarica di colpi, poi la porta si spalancò mostrando, grazie ad una breve fiammata del fucile, l'accesso a delle scale.
Hive piangeva quasi per la gioia. Sempre un po' a tastoni i tre vi entrarono, iniziando a salire le scale reggendosi saldamente al parapetto, un passo per volta.

Ci fu all'improvviso un enorme boato: proveniva dal tunnel, accompagnato da una luce che illuminò persino la stanza di comando ed il vano scale.
I tre caddero, ma si rialzarono subito.
"HANNO FATTO SALTARE IL TRENO CHE OSTRUIVA IL PASSAGGIO, SONO ARRIVATI, DOBBIAMO CORRERE!" urlò a squarciagola Carlos, sebbene la sua voce fosse in parte coperta dai boati di ritorno dell'esplosione.
In fretta e furia il gruppetto giunse sin in vetta alle scale, trovando un'altra porta chiusa. Ancora spari e pure questa si aprì, lasciandoli uscire all'esterno.
La Luce li accecò per qualche momento, ormai si erano abituati al buio dal tunnel e la variazione improvvisa apparve quasi dolorosa. Si trovavano in uno stanzone illuminato al neon, non molto grande, con pareti intonacate, scaffali e scatole di cartone disposte un po' alla rinfusa.
Si trattava chiaramente di un magazzino, ma non c'era ne la voglia, ne il tempo di controllare se gli scatoloni nascondessero dei viveri o altri oggetti utili. I tre dovevano pensare soltanto a fuggire.

Arrivarono ad una grande porta a doppia anta, di quelle a doppio battente.
Den e Carlos la colpirono con una spallata, nella speranza che un eventuale blocco di essa non rallentasse la loro corsa. La previsione andò per il meglio ed il gruppo si ritrovò finalmente per le strade di Derby, al momento in una via urbana piuttosto stretta.
C'era molto rumore in città. I fuggiaschi corsero a destra, nella direzione che ritenevano portasse ad una strada trafficata, la quale avrebbe potuto far perdere le loro tracce ai probabili inseguitori.
Arrivarono ad un grande viale, Carrington Street, ma in quel momento le idee di fuga lasciarono momentaneamente la testa di Hive, Den e Carlos, i quali rimasero immobili per qualche secondo ad osservare uno spettacolo quasi surreale, esclamandò all'unisono:
"Non è possibile..."