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Scrittura Cooperativa V2

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Benvenuti in Scrittura Cooperativa (V2), un progetto di racconto online a più mani.
Autori di questa storia siamo io, Andrea (sdl), e SommoCoca.

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Ultimo Racconto: Capitolo 2 - Racconto 6: Eden

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Capitolo 2 - Racconto 6 - Eden

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Un campo di grano, con spighe altissime. Al di là di questo una zona boschiva composta di alti pioppi ed abeti posti un po' alla rinfusa, come la natura di solito ama disporli.
Il cielo di un azzurro quasi pastello, il sole coperto da due leggere nuvolette che falliscono nel tentativo di oscurarne la potenza.
L'aria calda ed in quiete, profumata, spezzata talvolta da qualche breve brezza più fresca, di quelle che chiunque si ama assaporare ad occhi chiusi.
Den era immobile in mezzo al campo, indossava un paio di calzoni bianchi e leggerissimi, probabilmente di lino, ed una camicia tendente all'azzurro non abbottonata.
Si sentiva in paradiso.
Rimase ancora qualche attimo immobile a godersi quel tepore sulla pelle, senza chiedersi alcunchè; si sentiva bene, a casa.
Erano anni, decenni che non si sentiva così bene.
Poi un pensiero gli attraversò la mente, fu un istante ma bastò per terrorizzarlo:
"Dove diavolo sono?!" si chiese.
Den comprese di essere di nuovo prigioniero della sua mente, libero di fare qualsiasi cosa dentro di essa ma incapace di rapportarsi con il mondo reale, o con quello che comunque ancora credeva essere il mondo reale.
Pensò per un attimo a quello che poteva star succedendo "fuori" in quel momento, si sforzò di pensare che magari stesse dormendo o che comunque si trovasse in un luogo isolato, impossibilitato nel far del male a qualcuno.
"Ero nella galleria, magari in questo momento sto solo camminando..magari mi hanno disarmato.."

Ormai il sergente sapeva come funzionava, ognuna delle sue allucinazioni portava a qualcosa, anche se quasi sempre questo qualcosa non aveva un significato preciso, o se ce l'aveva era lo stesso Den a disilludersi pensando che quel significato fosse solo frutto di un ragionamento razionale basato su un evento irrazionale. Tutto frutto della sua mente.
Nel bene o nel male decise di muoversi, di esplorare l'aera, sperando che l'allucinazione svanisse in fretta.
Si diresse verso la zona boschiva che circondava la grande distesa giallastra di spighe, attraversò i pioppi e gli abeti fino a giungere ad un sentiero sterrato che si contorceva tra la vegetazione.
Proseguì il suo cammino lasciandosi alle spalle la zona dalla quale era partito, non pensò nemmeno ad un modo per ricordarsi come tornarvi, dato che nei suoi sogni nulla restava uguale per più di qualche minuto e non si tornava mai indietro.

Alla fine del sentiero, dopo non molto cammino, Den iniziò ad intravedere delle costruzioni. Erano delle case, alcune in legno, altre in muratura. Alte non più di due piani e con i tetti a falda.
Appena giunto a quello che considerava l'ingresso al paese, questo gli apparve come una grande strada centrale, asfaltata e con le corsie per le automobili disegnate al suolo, uno scorcio prospettico molto lungo che protava chissà dove. Sul fianco le case apparverò per ciò che erano: piccole case a schiera all'americana, tipiche dei primi anni del ventunesimo secolo.
Den trovò strano che la strada asfaltata si perdesse nel sentiero dal quale era provenuto, divenendo sterrata, ma non diede peso a quest'ulteriore follia partorita dalla sua mente.
Camminò un po' per le case, c'erano i campanelli ed i numeri civivi.
"Margareth Smithson...Johnathan Bishop...Oscar Cruz.."
Nomi normali di persone normali.
Un po' più giù vide qualcuno, una persona ferma davanti ad un garage intenta a scrivere qualcosa su un taccuino. Era un uomo di mezza età, quasi calvo, alto ed in sovrappeso. Vestiva un paio di pantaloni beige ed una camicia giallo spento.
Era insolito per Den vedere persone nei suoi incubi, persone diverse da sua madre perlomeno.
Provò ad avvicinarsi.
"Scusi." chiese Den con voce calma
"Oh salve, mi dica.." rispose il signore con il mano il taccuino.
"Sa dirmi dove mi trovo?"
"Prego?"
"Sa dirmi dove ci troviamo in questo momento?"
"In mezzo ad una strada, sir.."
"Sì.." continuò un po' spazientito Den "..intendevo dire, in quale città?"
"Barnard, sir. Barnard Castle!"
"Ah...capisco..e dove si troverebbe, in Inghilterra?"
L'uomo fece la tipica faccia che fanno le persone quando hanno davanti a loro un pazzo.
"Sì.." rispose "..siamo in Inghilterra, sir. Ad ovest di Darlington."
Il sergente Myers sobbalzò un istante.
"Darlington non esiste più, è una zona desertificata." pensò "Si trova al di là del muro...che diavolo significa tutto questo?"
Di nuovo tentò di dare un significato a qualcosa che era del tutto fasullo e privo di senso, ma non ci riuscì.
"Lei da dove viene?" chiese a sua volta l'uomo di mezza età a Den.
"Dal sentiero.."
"Da quel sentiero là?"
"Sì, esatto.."
"E prima del sentiero, dove si trovava?
"In un campo di grano."
"AH!" esclamò compiaciuto e stupito l'uomo "lei è un uomo che viene dal campo di grano!" continuò.
"E' una cosa bella?"
"Certo che lo è e capisco perchè è così confuso, sir."
"Davvero?"
"Certo!"
Den stette in silenzio qualche secondo, pregò con tutto il cuore di chiudere gli occhi e di trovarsi sveglio dopo averli riaperti. Li chiuse e li riaprì, ma dinnanzi a lui c'era ancora il signore che lo fissava.
Quest'ultimo tornò a scrivere qualcosa sul suo taccuino.
"Forse il mio cervello, la nebbia o quello che mi sta facendo tutto questo, vuole che chieda al signore del taccuino!" pensò Den.
"Scusi," chiese di nuovo al signore con il taccuino "posso sapere cosa sta scrivendo?"
"Certo, sir! Sto segnandomi ciò che vorrei mi fosse assegnato dopo i pranzi di questa settimana."
"Prego?"
"Sì, gli oggetti che vorrei. Mi farebbero molto comodo un paio di cinture, a mia moglie invece piacerebbe un libro. Sa, a volte in qualche zaino se ne trovano, anche se è più facile scovare del vestiario, sir".
"Mi perdoni" disse Den confuso "non capisco di cosa stia parlando."
"Aaah voi uomini del grano, me l'avevano detto che bisogna spiegarvi tutto! Venga con me, le spiego strada facendo."
Il signore si incamminò lungo la strada, Den lo seguì.
"Oggi è arrivato un carico per i pasti di questa settimana." disse l'uomo "Ha visto per caso animali mentre veniva qua dal sentiero?"
Den ci pensò, in effetti non ne aveva visti.
"No, in effetti non ne ho visti."
"Perchè non ce ne sono! Non ci sono animali, solo piante!" esclamò l'altro.
"Strano.."
"Davvero, sir. Strano! Però allora cosa possiamo mangiare? Non si vive di sole carote!"
"A dire il vero molti vegetariani ne vivono."
"Oh beh, qui ha ragione lei, sir. Allora diciamo che non tutti riusciamo ad essere vegetariani!"
"Ok..e quindi?"
"Quindi ogni settimana, a volte ogni due, ci arriva un carico per i pasti cittadini. Qua mangiamo tutti assieme, sir!"
"Ah e quanti siete?"
"Qui a Barnard Castle siamo 998 persone, tutti originari di Barnard Castle, sir!"
Camminando e parlando i due giunsero ad una piazzetta dove c'era una decina di persone, alcune chiacchieravano, altre erano intente a spostare botti di vino.
"Oh, ecco dei miei compaesani laggiù! Tutti di Barnard Castle, sir!" disse l'uomo.
Den si soffermò ad osservare, gente serena, sembrava tutto dannatamente normale, tranquillo. Davvero un piccolo paradiso, "Qual'è il punto?" continuava a chiedersi.
"Vede sir, in quella casa.." disse il signore indicando una casa imponente con le finestre sprangate "..teniamo i carichi settimanali per i pasti."
"Chi vi manda il cibo? Dove prendete gli animali da mangiare?" Cosa c'entra tutto questo con ciò che scriveva nel taccuino?" chiese ancora Den.
"Semplice sir, di animali non ce ne sono, quindi cosa possiamo mangiare?"
"Non so. Me lo dica lei!"
"Persone, sir"
"Persone?"
"Sì, sir. Altre persone!"
Den rabbrividì, il sangue gli si raggelò nelle vene e l'ansia prese il sopravvento. Iniziò a non sentirsi più al sicuro, l'aria da tiepida gli parve afosa e ghiacciata allo stesso tempo ed iniziò a tastarsi addosso alla ricerca del fucile.
"Perchè fa quella faccia, sir?" chiese il signore di mezza età col taccuino "Non è una pratica in uso dalle vostre parti?"
"PERSONE?" urlò Den "VOI MANGIATE LE PERSONE?"
"Si calmi, sir! Non vogliamo mangiare pure lei, lei è un uomo del grano."
Den fece mente locale e di nuovo ripensò al fatto che tutto quello che vedeva era frutto della sua mente, anche se sembrava sempre troppo reale.
"Voi mangiate le persone? Ma, come diavolo...cioè, come le trovate? Vi mangiate tra di voi?"
"MA NO, SIR! A Barnard Castle siamo 998 anime, tutte originarie di Barnard Castle! Le persone ci vengono portate da Darlington, arrivano con il treno fino a lì e fino a qui con i furgoni. Un normale trasporto, sir!"
"Ma sono persone...già morte?"
"Mi piacerebbe che fosse così, sir. Però devo dirle di no, arrivano vive e...beh, dobbiamo pur mangiare."
Den iniziò a correre verso la casa con le finestre sbarrate e provò a guardare all'interno di una di queste: vide delle celle all'interno, disposte lungo un corridoio; all'interno di ognuna c'erano 4 o 5 persone.
Fu raggiunto dal signore di mezza età.
"Vede," disse a Den "stanno tutti bene, sir!"
"MA POI VE LI MANGIATE! LI UCCIDETE!"
"Siamo 998 anime, sir! Dobbiamo mangiare a Barnard Castle."
"Il taccuino," continuò Den "il taccuino lo usate per spartirvi i loro averi..era questo che intendeva."
"Ohohohoh ma certo sir, mica ci mangiamo anche i vestiti! Ci ha preso per dei mostri?"
Den inorridì di nuovo, poi continuò a guardare all'interno della casa, attraverso le finestre. Il signore intanto continuava a parlare:
"Dopo la condurrò dal primo cittadino, sir. Lui ha già avuto esperienze con uomini del grano, gente come lei, saprà dirle di più, saprà come gestirla. Io sono un po' impreparato, non mi era mai capitato di incontrarne uno!"
Den guardò con attenzione: donne, ragazzine, anziani. Nessun giovane uomo. Tutti stivati nelle celle della casa, pronti per essere cucinati per pranzi e cene cittadine. Un'immagine orribile, Den avrebbe voluto liberarli e distruggere tutto, ma era solo un uomo disarmato contro 998 anime, tutte originarie di Barnard Castle.
L'allucinazione era divenuta terrificante, così ossimorica quella situazione di raccapriccio paragonata all'atmosfera e all'arietta del luogo, ma la scena che si trovò ad osservare Den pochi istanti dopo lo fu ancora di più. In una delle celle vide lei, sua moglie, July, in ginocchio stretta al suo zainetto.
"JULY!!!" urlò Den.
Lei si voltò disorientata, guardò al di là della finestra.
"JULY SONO DEN!!!!"
Lei non rispose, lo fissò per qualche istante, poi tornò a stringere forte il suo zainetto guardando il suolo.
Den si sentì morire, provò ancora a credere che tutto quello fosse frutto della sua mente, ma la rabbia prese il sopravvento.
"Perchè urla, sir? Non possono sentirla, le assicuro che la loro mente è molto più confusa della sua. A volte nemmeno si accorgono che li cuciniamo!" disse l'uomo sorridendo. Den non ci pensò due volte e gli si scagliò contro atterrandolo con un forte pugno al volto.
Le persone presenti nella piazza videro la scena ed alcune di loro iniziarono a correre contro Den urlandogli "Che diavolo sta combinando?".
Den tornò alla finestra e continuò ad urlare il nome di sua moglie, scuotendo le sbarre senza provocar però loro alcun danno.
Sentì un colpo alla schiena, poi cadde a terra, svenuto.

Riaprì gli occhi, sembrava fosse passato molto tempo.
Si trovava altrove adesso, era in una grande stanza con poca luce.
"Sono sveglio, è il mondo reale." pensò, constatando di trovarsi nel mini accampamento che aveva tirato su con i suo compagni.
"Come ti senti?" gli chiese Carlos, che gli si mostrò davanti con un bel ringofiamento sul viso, segno di un forte colpo subito.
"Quello te l'ho fatto io, vero Carlos?" chiese il sergente Myers.
"Eh sì Den, sono persino svenuto, ma alcune donne in vita mia mi hanno dato colpi peggiori!"
Hive era poco distante, seduto, cercava qualcosa nel suo zaino.
Den sorrise, sentiva dolore alla schiena. "Chi è stato a colpirmi?" chiese.
"E' stato il professore, quando vuole ne ha di forza!"
"Ho usato un paletto di ferro, in realtà." rispose Hive.
"Dai che ci mangiamo qualcosa, prova ad alzarti Den." disse Carlos, porgendogli la mano.
"Mangiamo...?" sussurò Den. Le immagini che aveva visto nella sua allucinazione tornarono a tormentargli la mente.
"JULY!!!" urlò alzandosi in piedi di scatto, chinandosi poi un po' per il dolore alla schiena.
Hive e Carlos gli intimarono di calmarsi, gli chiesero cosa fosse successo, cosa avesse visto nella sua allucinazione.
Den fissò il pentolino che si scaldava sul fornello di Hive e disse:
"Devo andare a Barnard Castle, mia moglie è in pericolo!"
Gli altri capirono che Den si stava riferendo a qualcosa che lo aveva turbato nel suo sogno.
Carlos lo guardò poco convinto e chiese:
"Barnard Castle? E dove si troverebbe, in Inghilterra?"

Capitolo 2 - Racconto 4 - Visita di controllo

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Era passata più di mezzora da quando Debora, la bella donna in camice bianco, aveva iniziato a fare dei controlli preliminari su Den.
"Sdraiati sulla pancia per favore, devo fare un controllo al livello della nuca. Non è nulla di doloroso, tranquillo."
Carlos ed Hive attendevano in un elegante soggiorno, stile antico, con tanti mobili in legno scuro, tra cui una enorme libreria piena di libri di medicina. Le pareti, poi, erano tempestate di quadri.
"Accidenti, questo Mondrian sembrerebbe originale!" esclamò Hive, soffermandosi ad osservare un quadro di non grandi dimensioni appeso sopra ad una mensola.
"Pensa che non lo sia, professore?" chiese Carlos.
"No, penso al contrario. Debora è sempre stata un'appassionata d'arte ed il denaro non le manca."
"A tal proposito, professore, mi dica.."
"Vuoi sapere come faccio a conoscere Debora?"
"Già."
C'era, nella stanza, un piccolo tavolino di legno intarsiato, con appoggiate delle bottiglie di alcolici. Hive ne afferrò una di Almond, un buon liquore inglese, prese poi un bicchiere e se ne versò un paio di dita.
Ci si bagnò le labbra, mostrando una smorfia di apprezzamento.
"Io e Debora," cominciò Hive "ci siamo conosciuti una decina di anni fa. Lei era ancora una ragazza." esclamò sorridendo.
"Stavo facendo ricerche sulla morte di mia moglie, che come ben sai, ha segnato gran parte della mia esistenza."
"Sì, me ne hai parlato più che sufficienza, direi." intervenne Carlos.
"Ero riuscito ad ottenere delle udienze con un colonnello di alto rango dell'esercito inglese, Walter Mumford si chiamava. Oggi sarà ormai in pensione, o morto, o chissà cos'altro. A quel tempo la nebbia non era ancora un problema come lo è oggi e riuscire a parlare di affari sporchi con i militari d'alto rango era solo, diciamo, una questione economica."
All'interno della stanza si sentiva il forte brusio della festa che si stava tenendo all'esterno. Carlos tirò le tende del finestrone che dava sulla strada, cercando di ridurre, se non il rumore, perlomeno l'afflusso di luci abbaglianti. ll professor Erley, che si era momentaneamente zittito per gustarsi un altro goccio di liquore, riprese il racconto.
"Debora era la figlia di quel colonnello e lavorava, al tempo, nella stessa base diretta dal padre. Fu quest'ultimo a presentarmela, dopo qualche tempo. Io e lui eravamo entrati in amicizia; per quanto inizialmente volesse del denaro per raccontarmi ciò che sapeva, credo che la mia storia l'avesse in qualche modo commosso."
"E Debora, si era laureata da poco?"
"Sì, anche se è sempre stata una ragazza prodigio, ha bruciato le tappe molto velocemente e questo le ha permesso di divenire una grande dottoressa in pochissimi anni. Certo, il padre le avrà sicuramente fatto ottenere qualche agevolazione, ma è davvero una donna in gamba."
"Sì, sempre stata in gamba...ed anche molto bella, aggiungerei."
"Innegabile."
Hive finì di gustare il suo Almond e ripose il bicchiere sul tavolino, si avvicinò poi al corridoio che collegava il soggiorno con altre stanze, tra cui l'ambulatorio casalingo della dottoressa. La porta dell'ambulatorio era socchiusa, ma riuscì ad intravedere Debora passare.
"Ma quanto ci mette a visitare Den" pensò e si diresse poi sulla poltrona adiacente al divano in cui si era seduto, da poco, Carlos.
"Tu invece, Carlos, come l'hai conosciuta?" chiese.
"Anch'io la conobbi qualche anno fa, mi medicò al ritorno di una missione di routine, io ed il mio gruppo eravamo stati esposti ad una neurotossina e dovevamo eseguire degli esami per verificare che non avessimo riportato danni a lungo termine. Debora era il medico-neurologo di ruolo presso l'ospedale militare di Manchester. Lì, come succede a volte in tanti film strappalacrime, il miltare e la sua salvatrice si conobbero...e fu amore a prima vista!".
Carlos sorrise, era ormai del tempo che non sorrideva o che non suggeriva una qualche battuta di spirito, ma ogni tanto sprigionava un po' di brio, segno che le situazioni ti cambiano ma che alla fine, dentro di te, rimani sempre un po' lo stesso.
"Stavate assieme?" chiese Hive.
"Sì, per un paio d'anni lo siamo stati. Il padre, però, non voleva che la sua amata figlia stesse assieme ad un miltare. Per lei sognava un avvocato, o un dottore, insomma, qualcuno che non potesse morire in battaglia."
"Me lo diceva spessa. Comprensibile detto da un padre."
"Vero. Quando la storia iniziò a diventare un po' troppo seria, ci dovemmo lasciare. Non senza lacrime, ma perlomeno senza rancori. Non volevo rovinarle i rapporti familiari, era ancora molto giovane ed io non sono adatto alle fughe d'amore. Lei lo capì"
"Vi siete mai risentiti prima di oggi?"
"Sì, a volte. Telefonate, auguri, cose del genere. Niente di particolare, insomma."
"E sai nulla di Den? Come faranno a conoscersi?"
"Non saprei, non ha mai detto di conoscerla. Più che altro mi chiedo come facesse a sapere in che direzione muoversi per raggiungere questa casa."
"Reminescenze direi. Quando è in stato, diciamo, 'alterato', probabilmente il suo corpo si muove sulla base di ricordi, routine, abitudini. Non è come la schizzofrenia, è più a livello inconscio. Debora saprà dirci di più, spero."
"Povero ragazzo, anche Den è davvero in gamba. Peccato che gli stia succedendo tutto questo ed in questo momento."
Carlos fu interrotto dal crash di oggetti che si infrangevano al suolo. Rumore di vetri e metallo.
Si alzò in piedi di scatto e, seguito da Hive, corse verso la stanza in cui si trovavano Den e Debora. Vi entrarono e rimasero attoniti: Den aveva sbattuto la donna contro il muro e la teneva issata da terra, stringendola per il collo.
Lei stava provando a liberarsi, ma l'aria cominciava a mancarle troppo e le sue reazioni diminuivano.
"DEN COSA CAZZO STAI FACENDO?" urlò Carlos "LASCIALA SUBITO!"
La mente di Den sembrava nuovamente intrappolata in chissà quale incubo. Carlos decise quindi di correre incontro al suo compagno e di affrontarlo, sperando così di fargli allentare la presa dal collo della dottoressa, ma quando fece appena un passo Den parlò, immobilizzandolo:
"Sta' fermo Carlos, non preoccuparti, so quello che sto facendo.."

Capitolo 2 - Racconto 2 - In fuga

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"Quanto manca ancora?" sbottò spazientato Hive dopo un altro paio d'ore di cammino all'interno del tunnel.
"L'uscita dovrebbe essere un centinaio di metri più avanti." gli rispose Carlos, senza nemmeno voltarsi a guardarlo.
"Ma allora non dovremo riuscire a vedere la luce della città?"
"Magari c'è il coprifuoco di notte, professore." intervenne Den, pur notando l'improbabilità della sua affermazione.
Dopo poco più di un minuto di cammino la risposta all'enigma posto da Hive fu chiara: un treno era accartocciato all'ingresso del tunnel, una palla di acciaio, vetro e lamiere, colmava l'intera apertura senza lasciare possibilità di transito.
C'erano cadaveri contori assieme ai resti del treno. Era come se qualcosa di sovrumano lo avesse pressato all'interno dell'apertura.
"CAZZO!" urlò Den dando un calcio a ciò che sembrava una borsetta da donna bruciacchiata "e ora cosa facciamo? Torniamo indietro??" continuò.
"Potremmo provare a scavare piano, piano.." propose Hive con poca convinzione.
"Non dica fesserie, dobbiamo trovare una via secondaria..e poi questa torcia è quasi del tutto scarica" riprese Den, cercando di riprendere la calma.
In effetti la torcia stava esalando i suoi ultimi respiri, ormai illuminava solo pochi metri quadrati.
Carlos pensò di utilizzarla per dare un'ultima occhiata alla mappa, in cerca di un'uscita secondaria.
"Questa mappa è troppo schematica, non indica che l'apertura del tunnel..".
In quel momento Den portò la mano all'orecchio per un paio di secondi, poi strinse in mano il fucile, rannicchiandosi di scatto. Per istinto gli altri due si sdraiarono a terra, nella speranza di capire rapidamente cosa avesse allertato Myers.
Tutti immobili, il silenzio regnava nel tunnel scandito soltanto dal ronzio di alcune scintille provenienti da un vecchio apparato elettrico.
"Den, cosa c'è?" chiese Carlos a voce bassa.
Den non rispose, ma anzi iniziò a camminare velocemente verso le macerie del treno, pur sempre rimanendo basso.
"Che diavolo ha visto?" chiese Hive rivolgendosi a Carlos.
"Un diavolo che può vedere soltanto lui, temo..".

Comprendendo che le allucinazioni erano tornate ad essere padroni di Den, Hive e Carlos deciserò comunque di seguirlo. Cos'altro potevano fare in quella situazione, dopotutto?
I tre arrivarono sin a ciò che rimaneva della testa del locomotore e Den provò subito ad arrampicarcisi, riuscendovi rapidamente: ora poteva quasi toccare il punto più alto della galleria.
Imbracciò poi il fucile in modo da poter mirare grazie all'ottica ad infrarossi di cui la sua arma era munita ed iniziò a contare la lunga fila di lampade spente affisse al tetto.
Gli altri due rimasero ad osservarlo, perplessi, mentre la torcia continuava a perdere potenza.
"40...ecco, laggiù c'è la quarantesima." disse dopo aver terminato di contare, poi impostò il suo fucile in modo che potesse sparare un segnalatore luminoso, il quale centrò esattamente la lampada che stava osservando dal suo zoom. Il rimbombo dello scoppio emesso dal fucile fece tuonare l'intero tunnel.
"Dobbiamo correre fino al segnalatore." ordinò Den, con voce ferma.
Gli altri si stupirono della lucidità di quest'ultimo ed Hive intervenne:
"Den, sei in te? Riesci a sentirci?"
"Certo che vi sento."
"Ma perchè allora non ci hai risposto poco fa!?"
"Avevo solo bisogno di concentrarmi. Ora dobbiamo correre, presto, cercate di non inciampare nel buio. A circa sessanta metri dall'apertura di questi tunnel c'è sempre l'ingresso ad una sala comando interna, usciremo da lì.""
"E se non dovesse esserci un'uscita?"
"Allora stavolta saremmo davvero fottuti..stanno venendo a prenderci."
Carlos sobbalzò.
"Ho intercettato una comunicazione radio." continuò Den "Sanno che siamo nel tunnel, qualcuno deve averglielo detto."
"Ma nessuno sa che siamo qui!"
"A quanto pare non è così. Andiamo."

La fuga al buio fu rapida ed i tre giunsero al segnalatore luminoso. Den riuscì a scorgere, poco lontano, l'entrata alla sala comando.
Il buio all'interno della stanza era completo, ma la luce che proveniva dal piccolo segnalatore nel tunnel contribuiva ad un minimo di orientamento.
Carlos ed Hive andarono un po' a tastoni, facendo cadere e impattando su vari oggetti. Den mise nuovamente gli occhi nella sua ottica ad infrarossi ed individuò una ulteriore porta, avente però un blocco alla maniglia.
"Dev'essere questa l'uscita. Tappatevi le orecchie."
Una scarica di colpi, poi la porta si spalancò mostrando, grazie ad una breve fiammata del fucile, l'accesso a delle scale.
Hive piangeva quasi per la gioia. Sempre un po' a tastoni i tre vi entrarono, iniziando a salire le scale reggendosi saldamente al parapetto, un passo per volta.

Ci fu all'improvviso un enorme boato: proveniva dal tunnel, accompagnato da una luce che illuminò persino la stanza di comando ed il vano scale.
I tre caddero, ma si rialzarono subito.
"HANNO FATTO SALTARE IL TRENO CHE OSTRUIVA IL PASSAGGIO, SONO ARRIVATI, DOBBIAMO CORRERE!" urlò a squarciagola Carlos, sebbene la sua voce fosse in parte coperta dai boati di ritorno dell'esplosione.
In fretta e furia il gruppetto giunse sin in vetta alle scale, trovando un'altra porta chiusa. Ancora spari e pure questa si aprì, lasciandoli uscire all'esterno.
La Luce li accecò per qualche momento, ormai si erano abituati al buio dal tunnel e la variazione improvvisa apparve quasi dolorosa. Si trovavano in uno stanzone illuminato al neon, non molto grande, con pareti intonacate, scaffali e scatole di cartone disposte un po' alla rinfusa.
Si trattava chiaramente di un magazzino, ma non c'era ne la voglia, ne il tempo di controllare se gli scatoloni nascondessero dei viveri o altri oggetti utili. I tre dovevano pensare soltanto a fuggire.

Arrivarono ad una grande porta a doppia anta, di quelle a doppio battente.
Den e Carlos la colpirono con una spallata, nella speranza che un eventuale blocco di essa non rallentasse la loro corsa. La previsione andò per il meglio ed il gruppo si ritrovò finalmente per le strade di Derby, al momento in una via urbana piuttosto stretta.
C'era molto rumore in città. I fuggiaschi corsero a destra, nella direzione che ritenevano portasse ad una strada trafficata, la quale avrebbe potuto far perdere le loro tracce ai probabili inseguitori.
Arrivarono ad un grande viale, Carrington Street, ma in quel momento le idee di fuga lasciarono momentaneamente la testa di Hive, Den e Carlos, i quali rimasero immobili per qualche secondo ad osservare uno spettacolo quasi surreale, esclamandò all'unisono:
"Non è possibile..."

Capitolo 1 - Racconto 10 - Acta est fabula

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Il treno correva veloce, troppo veloce.
All'esterno la nebbia che avvolgeva l'intero convoglio rendeva difficile la vista, ma si poteva intravedere la sagoma della base sempre diventare sempre più grande, sempre più vicina.
"Siamo a cinquecento chilometri orari!" esclamò Den puntando il dito verso l'indicatore elettronico posto sopra la vetrata frontale del locomotore.
"Non si riesce a stare in piedi! Non c'è modo di rallentare?" chiese uno dei due soldati.
"I comandi non rispondono!" rispose l'agente alla guida, aveva un'aria molto seria. Hive, invece, era tutt'altro che tranquillo. Comunque, mentre era intento ad inserirsi la cintura di sicurezza del seggiolino sul quale era seduto, forniva delle ipotesi su quanto stesse accadendo:
"E' ovvio che la nebbia pilota il treno e che ci sta portando all'interno della base, anzichè farci allontanare..ma non capisco per quale motivo!!"
Carlos, seduto al fianco di Den, sbuffò volgendo gli occhi in basso.
"Magari vuole usarci come arma contro i rivoltosi.." disse "..vuole farci schiantare sulla base."
"Schiantare?" esclamarono gli altri, quasi in coro.
"Cazzo, dobbiamo saltare giù!" chiese il soldato che prima era stato zitto.
"Non so se ha notato" rispose Den "che il treno è completamente ricoperto di nebbia, il solo respirarla ci ucciderebbe immediatamente...per non parlare del fatto che procediamo a seicento chilometri orari."
Carlos ribattè:
"No. La nebbia quando è distaccata dal muro non uccide, non so dirvi quale sia il motivo; per questo si serve di mezzi semi-automatici ed automatici per colpirci. Comunque sia, anche se questa coltre non può ucciderci, il problema dei seicento chilometri all'ora rimane..."
Il pilota cominciò a prendere a pugni la console di comando, Den e Carlos si sforzavano di trovare una soluzione meno irruenta, i due soldati cercavano di mantenere la calma e Hive soltanto di non pensare a niente.

Un attimo dopo, la pace.
Hive e Carlos stavano immobili di fronte a Den, con gli occhi sbarrati come se avessero visto il diavolo in persona.
Non parlavano, non si muovevano.
Den si voltò, guardandosi attorno: era al centro di una grande piazza alberata, al di là delle piante poteva vedere dei palazzi rinascimentali. Era giorno, il cielo era limpido e l'unico suono che si potesse sentire era quello prodotto dal soffio di un leggero vento.
"Cazzo.." pensò "..proprio adesso."
Il poliziotto era di nuovo intrappolato in una delle sue allucinazioni.
Ormai le distingueva dalla realtà, era cosciente mente le aveva, mentre le viveva. Però, per quanto gli apparisse così fasullo ciò che la sua mente gli propinava, non capiva come liberarsene.
"Den.."
Una voce familiare gli giunse alle orecchie.
"Den caro.."
Era la voce di sua madre. Non capiva da quale direzione provenisse.
"Mamma falla finita, questa è solo un'allucinazione!"
"Den, non parlare così a tua madre.."
"Fai silenzio."
Carlos ed Hive gli apparivano ancora in piedi. Den provò a scuoterli nella speranza che si muovessero, ma non lo fecero. Lo seguivano solo con il movimento dei loro occhi e sembravano sempre più spaventati.
"Di cosa avete paura? Perchè mi guardate?...Ma cosa faccio, parlo con voi che non esistete neppure.."
Di nuovo la voce della madre riecheggiò nell'aria:
"Den.."
"Adesso sono stufo! Voglio svegliarmi!"
Si guardò ancora intorno: la piazza era intersecata da due strade che si allungavano tra i palazzi, ma la malvagia nebbia dorata le colmava e l'idea di addentrarsi dentro di essa, anche se frutto soltanto dell'allucinazione, lo terrorizzava.
"Che cosa significa tutto questo, perchè ho queste visioni? Sto diventando pazzo?"
Den non faceva altro che porre domande a se stesso, ma non sapeva come comportarsi. Camminava avanti ed indietro nella piazza, sparando un paio di colpi in aria col suo fucile, senza un motivo preciso. Le proiezioni di Hive e Carlos continuavano a seguirlo con lo sguardo.
"Cosa diavolo devo fare per uscire da qui??"
"Den.."
"COSA VUOI MAMMA? DOVE SEI?"
"A casa piccolo."
"A casa? QUALE CASA?"
"C'è anche July qui con me...quando pensi di tornare?"
"Ma cosa stai dicendo? July è.."

"JULY!" urlò, destandosi dal suo incubo.
"Stia calmo, sergente!"
"Ma che diavolo suc...maggiore Alvàrez, è lei! Dove mi trovo?"
"Siamo in un'infermeria."
Den si trovava in un lettino d'ospedale, aveva il braccio destro fasciato all'altezza del gomito e qualche cerotto sul torace.
Carlos se ne stava in piedi di fronte a lui, ma i suoi occhi non erano terrorizzati come nella visione, tutt'altro, apparivano tranquilli.
"In un'infermeria!? Ed il treno?"
Carlos ebbe un'espressione stupita a seguito di questa domanda.
"Sono riusciti a bloccarlo dall'interno della base."
"Davvero? E come? Hanno bypassato i comandi?"
"Non proprio.." rispose Carlos ridendo a denti stretti "..ci hanno fatto deragliare..e dammi del tu. E' da quando ho lasciato Bob ed Helena che non sento dire altro che 'Maggiore'.."
Den, un po' dolorante, iniziò ad alzarsi dal lettino. Nella stanza notò altri tre letti, in uno dei quali c'era Hive.
"Come vuoi. Il professore se la dorme, eh?"
"Ha preso una brutta botta."
"E gli altri?"
Carlos scosse la testa, silenzioso. Poi fece due passi lontano da Den, dando le spalle a quest'ultimo.
"Capisco, tutti morti.. E noi come siamo arrivati fino a qui?" chiese Myers, ormai in piedi e intento a cercare i suoi indumenti.
"Ma come, non ricorda proprio nulla?"
"Il tu vale anche per me, in queste circostanze i gradi e le cariche hanno poco senso."
"Ok, Den giusto?..davvero non ricordi come siamo finiti qui?"
"No, per nulla..ero cosciente?"
"Lo eri eccome, ti sei persino medicato da solo!"
"Beh," Den provò a giustificarsi "devo aver preso una brutta botta anch'io..cos'è accaduto di preciso?"
Carlos si lanciò in una spiegazione riassuntiva:
"Eravamo a poche centinaia di metri dalla base, alla velocità cui andavamo ci saremmo sfracellati contro le porte d'ingresso dell'Hangar, che ovviamente erano chiuse. All'improvviso il convoglio, però, ha perso potenza ed ha eseguito una forte frenata che ci ha catapultato un po' ovunque dentro il vagone..l'agente governativo ha battuto la testa, c'è rimasto sul colpo il poveretto."
"Siamo volati tutti come freesbie..."
"Sì, tranne il professore..lui si era messo la cintura!"
Risero entrambi, quasi sottovoce, poi Carlos continuò:
"Dall'interno della base hanno invertito la polarità dei binari e questo ha fatto incollare il treno al terreno, anche se si è mosso ancora per un bel po' in avanti. A quel punto abbiamo sentito degli spari, delle cannonate."
"I rivoltosi ci sparavano?"
"Già, così siamo corsi verso l'uscita d'emergenza, scappando all'esterno. La nebbia intorno al treno era del tutto sparita. Una serie di bombe e missili ha colpito diversi vagoni ed il terreno circostante. I due soldati sono morti lì...non ti viene in mente nulla, eh?"
"No, niente di niente, dev'essere una specie di amnesia..poi cos'è accaduto?"
"Io, te ed il professore siamo riusciti a correre verso una struttura di sorveglianza posta ad un centinaio di metri di distanza dal punto in cui si era fermato il treno. Non ci hanno sparato, continuavano a scagliare colpi contro ciò che rimaneva del locomotore."
"E in infermeria come ci siamo arrivati?"
"Beh, la struttura aveva diverse stanze, tra cui questa. Non siamo ancora dentro la base."
Un rumore di cocci e barattoli richiamò l'attenzione dei due. Hive si era svegliato e, per alzarsi, aveva fatto cadere degli oggetti appoggiati su di un comodino.
"Non credo nemmeno che dovremo entrare nella fortezza.." disse "..i rivoltosi ci ammazzeranno subito."
"Ci avrebbero già uccisi se avessero voluto." rispose Carlos.
"Non credo," intervenne Den "forse da distanza non sono riusciti a capire che non eravamo dei loro, ma se ci dovessero vedere di nuovo.."
"Non capite," riprese Carlos "noi dobbiamo entrare là dentro. Stare troppo a lungo qua fuori è un suicidio, quest'edificio non è un bunker ed avete visto anche voi Chesterfield in fiamme."
"Sì..era piena di scie dorate che la sorvolavano.." disse Hive a voce bassa.
"Quanto pensate che ci vorrà prima che qualche Corrotto venga a fare piazza pulita attorno alla base?"
Hive e Den si guardarono, senza parlare.
"Dobbiamo andare, forza, vestitevi. Siamo qui già da un paio d'ore." ordinò poi Carlos, con voce autoritaria.

Passarono pochi minuti: Den era di nuovo in uniforme ed impugnava stretto il suo fucile, Carlos aveva preso un mitra trovato dentro al rifugio. Hive, invece, si era fatto dare una pistola durante il viaggio in treno e l'aveva ancora con sé.
"Carlos," chiese Den "hai notato se qui ci sono dei mezzi di comunicazione funzionanti?"
"Sì, ho controllato" rispose lui "tutto morto."
Il poliziotto volse lo sguardo al terreno e sospirò:
"Avevo mandato mia moglie July nel settore verde, come i suoi amici..vorrei tanto sapere se sta bene."
"Sono sicuro che è così, i treni di quel settore andavano in zone sterili, lontane da basi militari vere e proprie e a centinaia di chilometri dal muro. Non devi preoccuparti."
"Ok.."
I tre si incamminarono verso l'ingresso dell'edificio e da una delle finestre diedero uno sguardo all'area.
Poco lontano c'erano i resti del treno, ancora in fiamme. La base, un'imponente fortezza, sfoggiava lo stemma dei Rivoltosi su una delle grandi pareti; distava almeno duecento metri ed era ridotta male in alcune aree, ma si trattava comunque di danni sopportabili per un edificio come quello.
Intorno l'ambiente era spoglio, pochi alberi, crateri ed erba bruciata. La battaglia in quella zona doveva essere stata violenta.
Lontano circa sei o settecento metri lo videro: il Muro.
Era lì, svettava verso il cielo con il suo alone di nebbia a fargli da scudo. Uno spettacolo bellissimo e raccapricciante allo stesso tempo. Il cielo sopra di esso era limpido e sereno, i cadaveri ed i mezzi distrutti alla sua base si contavano a centinaia: quella struttura svolgeva egregiamente la sua funzione di salvataggio e contemporanea distruzione dell'umanità.
In un punto preciso di esso, però, videro di nuovo la breccia. Era lì, non molto grande, ma pur sempre una breccia.
"Guardate...come sono riusciti a bucarlo?" chiese Den.
"Hai visto quante bombe e mezzi c'erano laggiù?" rispose Carlos "Sarà anche un colosso, ma è pur sempre opera dell'uomo."
Hive intervenì:
"I danni comunque, se contiamo lo spiegamento di forze usato dai Rivoltosi, sono davvero esigui. La breccia sarà un varco di una ventina di metri di altezza e largo non più di dieci.. Un attacco nucleare sarebbe stato più efficace, ma sappiamo bene tutti che il governo non attaccherebbe mai il suo prezioso bambino."
"Ehi!" rispose scontrosamente Den "Questi sono discorsi da Rivoltoso! Non so perchè il nostro governo non lo abbatte a suon di razzi, ma immagino che comunque l'uso di armi nucleari non sia una soluzione valida."
"Ci hanno provato in Korea." intervenne Carlos "Dei terroristi hanno rubato due testate nucleari e gliele hanno lanciate contro, ma i razzi di oggi sono tutti teleguidati, la nebbia ne ha preso il controllo prima che impattassero e li ha deviati su alcune cittadine koreane."
Hive stettè zitto, si era lasciato calcare la mano nelle sue affermazioni e l'odio per il muro aveva preso il sopravvento.
"Strano però, guardate la breccia.." disse Den, indicando con il dito "..non si vede niente al di là, è come se fosse buio."
"E' un effetto collaterale del magnetismo creato dal muro, al di là di esso si hanno reazioni inverse rispetto a quelle che abbiamo dal nostro lato. Non ti dimostrerò la cosa con difficili formule, sappi soltanto che l'ambiente dall'altra parte, fino al colmo del muro, è del tutto invivibile. La cosa che io considero strana, più che altro, è che la nebbia non copra l'area intorno alla breccia..sembra una sorta di tunnel." disse Hive, come se stesse tenendo una lezione ai suoi studenti.
Carlos, però, era poco interessato all'argomento, gli premeva soltanto raggiungere la base:
"Forza, non c'è tempo per le chiacciere adesso, dobbiamo cercare dei visori notturni, delle torce, insomma qualcosa per illuminare. Il Gate-2 è il più vicino, ci muoveremo appena calerà la notte."
"Io ho un visore integrato nell'uniforme..ma mi chiedo come faremo ad aprire il Gate-2?" chiese Den. Carlos gli toccò la spalla, rassicurandolo:
"Io sono stato riammesso come maggiore, il mio codice dovrebbe funzionare. Lo apriremo, fidati di me."

Passarono un paio d'ore, per fortuna nessuno dei rivoltosi era venuto a controllare il rifugio e nessun corrotto aveva scagliato qualche attacco alla base. Il sole era tramontato da diversi minuti e la notte otteneva pian piano la padronanza del cielo.
A terra, dinnanzi al muro, ancora molte fiamme crescevano mischiando il loro fumo a quello dorato e brillante della nebbia, creando una lugubre quinta costante. Qualcosa di simile valeva per la cittadina, più distante ma anche più grande e con più focolai all'attivo. Hive, Carlos e Den, però, si trovavano in una zona decisamente buia e potevano muoversi tranquillamente.
Fuori regnava un leggero brusio di sottofondo, una sorta di rumorosa quiete causata dallo scoppiettare delle distanti fiamme e dai motori degli aerei Corrotti che sorvolavano Chesterfield.
I tre uscirono da una porta di servizio ed inziarono il cammino verso la base. Den aveva il visore, come annunciato, gli altri invece si muovevano attaccati a lui, in fila indiana.
Sapevano che sarebbero arrivati in fretta se non ci fossero stati intoppi, ma come sempre la vita rivela amare sorprese nei momenti meno opportuni.
Erano quasi giunti a destinazione, mancavano poche decine di metri, quando un fortissimo boato scosse quella calma notturna così strana. Subito dopo, quello che sembrava un missile di grandi dimensioni cominciò a lasciare una scia nel cielo. Del normale fumo, niente nebbia dorata.
Il razzo era partito da Chesterfield e sembrava puntare proprio verso la base. Hive, Carlos e Den erano lì fuori ed il missile era così grande che difficilmente sarebbero sopravvissuti alla sua detonazione.
Den rivide una scena che lo aveva scosso poco prima: Hive si era immobilizzato e guardava il cielo, fissava il missile. La paura gli scavava il magro volto.
L'immagine appariva a Myers così identica a quella della visione che un freddo brivido gli corse lungo la schiena. Carlos però, non era immobile, non era impaurito ne intimorito:
"MUOVIAMOCI! SE RIMANIAMO QUI FUORI MORIREMO!" urlò quest'ultimo, iniziando una fuga verso il Gate-2.
Il razzo intanto proseguiva, costantemente, mangiava le ormai poche centinaia di metri che lo distanziavano da loro.
Anche Den aveva iniziato la sua corsa, mentre Hive, invece, era come se fosse diventato di marmo.
"DOTTOR ERLEY, CORRA!!" urlò furiosamente il poliziotto lanciando un altro sguardo al professore ed al missile, quest'ultimo ormai vicinissmo.
Hive ancora non si mosse e come incantato dalla scena a cui stava assistendo sussurrò con un filo di voce:
"Lo spettacolo è finito."

Capitolo 1 - Racconto 8 - Rendez-vous

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L'auto correva veloce lontano dal centro abitato.
In lontananza, lungo la rettilinea strada che Carlos, Helena e Bob stavano percorrendo, si iniziò ad intravedere l'ingorgo di auto in fuga che si era venuto a creare.
La carreggiata, inoltre, era fiancheggiata da una fitta vegetazione e questo impediva alle auto di tagliare per i campi, le poche svolte presenti lungo il tragitto portavano ad abitazioni o a strutture militari, ma non all'esterno della città. L'unica possibilità per scappare da Manchester era andare dritto.
"Cazzo! Guardate che coda, non ce la faremo mai a fuggire.." esclamò Helena, con un tono di voce a metà tra la rabbia e il pianto.
"Non preoccuparti Helena, noi non siamo diretti fuori città." disse Carlos, lasciando gli altri due con un grande punto interrogativo sopra la testa.
"Tra poco meno di 200 metri c'è una svolta che porta alla base militare, è lì che ci stiamo dirigendo." continuò.
"MA SEI IMPAZZITO?" urlò Bob "VUOI ANDARE IN UNA BASE MILITARE DURANTE UNO SCONTRO?"
"Certo, è il luogo più sicuro. Preferisci rimanere in coda attendendo che ci bombardino?"
"No, ma dubito che ci faranno entrare, saranno barricati all'interno e i soldati avranno l'ordine di sparare a vista!"
"A noi faranno entrare, fidati."
"Ma.."
"Fidati."

Pochi momenti dopo l'auto svoltò nella strada che portava alla base: era sempre una strada alberata, lunga circa un kilometro, al termine della quale si intravedeva l'edificio. Trecento metri prima sorgevano due piccole torrette mitragliatrici poste ai lati del cancello di accesso, chiuso. Davanti a quest'ultimo c'erano già due auto ferme ed un piccolo plotone di soldati.
Carlos, Helena e Bob arrivarono a loro volta al cancello, nelle altre auto ferme c'erano delle persone, probabilmente in attesa di entrare.
Carlos scese dall'auto e si diresse verso i soldati, ma subito le torrette mitragliatrici puntarono i loro occhi su di lui.
"Si fermi!" gli intimò il più graduato del plotone "Torni nel veicolo, signore."
"Sono Carlos Alvàrez, ex-Ufficiale dello Squadrone 86, visto lo stato di emergenza attuale il server dovrebbe avermi fornito una ri-abilitazione del grado e dovrei avere l'autorizzazione a penetrare nell'edificio" ribattè Carlos.
"Io sono il Sergente Molder, ora faremo un controllo della sua matricola signor Alvàrez."
Il militare fece un cenno ad uno dei suoi soldati, il quale si avvicinò rapidamente a Carlos.
"Ponga il braccio destro."
Carlos eseguì l'ordine ed il soldato corso da lui gli posò un piccolo oggetto sul polso, una sorta di bracciale elettronico dotato di piccolo schermo il quale confermò la veridicità di quanto detto da Carlos.
"Il suo grado è ...Maggiore, Maggiore Alvàrez, signore." disse il soldato a controllo effettuato.
"Molto bene soldato, adesso fateci entrare, tutti quanti" ordinò Carlos.
"Anche i civili, signore?" chiese il Sergente Molder.
"Sì, anche i civili e voglio che quattro dei suoi soldati scortino tutte queste persone nel bunker del settore verde."
"Subito, maggiore."

Carlos tornò in macchina, dove Helena e Bob lo guardavano stupiti.
"Ma, perchè ti hanno riabilitato Carlos? Cos'è questa storia?" domandò Bob, sorpreso.
"E' un po' complicato, spero di aver tempo di spiegarvi tutto più tardi." rispose Carlos "Adesso state calmi, qua dentro siamo al sicuro."
Mentre pronunciava queste parole, in realtà, sapeva di mentire, ma sperava che i sistemi di difesa contro la contaminazione informatica funzionassero a dovere, almeno per un po'.
Entrarono nell'edificio, un'imponente struttura multipiano con una facciata fredda, monumentale e colorata di un grigio metallico. La base era costruita a corte intorno ad un grande piazzale, dove al momento erano parcheggiati innumerevoli veicoli militari e anche qualche auto. L'ingresso a quest'ultimo era delimitato da un grande varco, alto diversi metri e che ricordava l'ingresso di un castello medievale.
"Ora i soldati vi scorteranno in un luogo sicuro. Helena, avvisa tuo marito che stai bene, avrà visto cosa sta accadendo a Manchester e starà in pensiero. Troverai modo di chiamarlo dall'interno."
"Sì, Carlos, grazie lo farò subito." rispose Helena con le lacrime agli occhi.
In questi momenti di estrema serietà il Carlos burlone e simpatico dell'ufficio era del tutto scomparso, i suoi amici se ne accorgevano sempre di più ad ogni attimo che passava, ma probabilmente, in quel momento, lo preferivano così.
Bob, Helena e gli altri civili che erano entrati assieme a loro vennero condotti nella zona indicata da Carlos, mentre quest'ultimo fu raggiunto da un paio di soldati.
"Maggiore Carlos, ci segua perfavore, è richiesto dal Generale."
"Certo. Quanti altri come me sono arrivati per ora?"
"Dei nove di Manchester..solo altri due, signore. Si trovano già dal generale nel suo ufficio al 4° piano."
"Solo due?? Questa è una pessima notizia."
"Gli altri risultano irraggiungibili, signore."
"Capisco, comunque ho bisogno di molti aggiornamenti sugli ultimi eventi."
"Le verranno dati, signore."
Mentre si incamminavano verso la torre degli uffici, la sirena d'allarme della base iniziò a suonare.
Carlos si voltò verso l'ingresso, dal quale vide entrare un'auto a gran velocità.
Alcuni soldati corsero verso di essa, altri si disposero davanti al varco creando una muraglia con i loro scudi tattici e puntando le armi verso l'esterno. Dal mezzo scesero due uomini vestiti di nero, in stile agente segreto, ed un signore di mezza età che aveva un aspetto intellettuale, come se si trattasse di uno scrittore o di un professore.

Un istante dopo qualcosa colpì la torre degli uffici, il boato fu grande e l'esplosione andò a rincarare la dose di danni sull'udito di Carlos, ancora non del tutto ripreso dalla defragrazione che lo aveva colpito in città.
Alcuni corpi volarono in aria per poi precipitare, dilaniati, sui mezzi parcheggiati nel piazzale.
"Cos'è stato??" "Un missile ha colpito la torre!" "Chi lo ha lanciato?" "Da dove veniva?" le persone presenti iniziarono a fare le loro prime ipotesi sull'accaduto, ma in questi casi il tempo speso per discutere viene sottratto a quello dedicato all'uso del fucile, perciò le discussioni terminarono quasi subito, sostituite da pochi e fugaci "Attenti sulla destra!" e "Tenete d'occhio quel settore".
Una scia dorata passò velocissima nel cielo, volando poco sopra la base. Il rumore che produceva sembrava simile a quello di un caccia.
L'artiglieria, i soldati, le torrette e i mezzi dotati di armi e cannoni puntarono verso il cielo pronti a sparare.
"Soldato, mi dia un'arma!" ordinò Carlos ad uno dei militari che lo scortavano.
"Prenda questa pistola, ma ci segua noi dobbiamo portarla nella zona gialla."
"Ed il generale?"
"Era nell'ufficio al quarto piano, guardi lei stesso! Non c'è rimasto nulla, è stato colpito in pieno! Ci segua."
Facendo slalom tra i plotoni schierati entrarono in un altro grande varco, largo almeno 4 metri, che dava accesso ad corridoio lungo almeno trenta, dietro di loro anche le persone scese dall'auto appena arrivata.
Un altro grandissimo boato scosse l'edificio e una vampata di calore penetrò dalla porta. Carlos e tutti gli altri che erano con lui caddero a terra, lanciando un'occhiata verso l'esterno per capire cosa fosse successo. Un aereo, un caccia mediamente grande, era precipatato in mezzo al piazzale impattando su altri veicoli, facendo così divampare un gigantesco focolaio.
Si rialzarono tutti in piedi e continuarono a correre nel corridoio, alla fine del quale incontrarono un portone d'acciaio serrato.
Uno dei soldati inserì il codice d'apertura nel tastierino numerico, ma il portone non rispose e rimase chiuso.
"E' bloccato!"
"Come è possibile, riprova!"
"Guarda, non si apre!"
"Fai provare me!"
"Che cazzo succede? Apriti maledetto!"
"Non risponde al comando, si dev'essere danneggiato."
"Maledizione!"
I due soldati della scorta discutevano ed inveivano contro il portone tirandogli calci e colpi col calcio del fucile. Uno degli uomini in nero tirò fuori la pistola, ma uno dei soldati gli intimò l'alt:
"Cosa vuoi fare tu, sparargli? E' una lega d'acciaio resistente, il colpo ci rimbalzerebbe addosso!" spiegò, facendo riporre la pistola all'agente.
All'imbocco del corridoio iniziarono a rifugiarsi innumerevoli soldati, fuori c'era una vera e propria guerra ed il rumore di cannoni e mitra copriva ogni altro suono.
"A che diavolo staranno sparando adesso? Hanno abbattuto quell'aereo. Che quel mostro sia penetrato nella base?" pensò Carlos, mentre gli altri continuavano a discutere su come aprire il portone. Appoggiato al muro ad aspettare, in totale silenzio, c'era l'uomo che viaggiava assieme ai 'men in black'. Carlos gli si avvicinò:
"E lei chi sarebbe?"
"Mi-mi chiamo Hive Erley, sono professore presso un dipartimento del City College"
"E che ci fa assieme a questi energumeni?"
"Sinceramente vorrei saperlo anch'io, non mi hanno dato mo-molte spiegazioni."
"La vedo abbastanza teso, credo che comunque avremo tempo per parlare più tardi. Stia attaccato ai suoi uomini, per ora."
Si sentì un tonfo sordo, come se qualcosa avesse colpito il portone dall'interno. Susseguirono un altro paio di colpi ed il portone iniziò ad aprirsi.
"Ce l'avete fatta!" esclamò Hive, rivolegendosi ai soldati, ma quest'ultimi fecero spallucce:
"Non siamo stati noi, qualcuno lo sta aprendo dall'altro lato."
Al di là del portone, infatti, apparvero la sagome di due uomini in uniforme da poliziotto.
Ci fu un attimo di silenzio, poi uno dei due poliziotti esclamò:
"Ce l'abbiamo fatta, il portone era bloccato! Presto, fate entrare quante più persone possibili!"
"Dobbiamo entrare solo noi che ci troviamo qui, chiuda l'ingresso appena saremo entrati" rispose uno dei soldati.
Passarono tutti oltre la soglia, Carlos compreso, ma il poliziotto si rivolse nuovamente al militare.
"E gli altri là fuori, gli tagliamo un eventuale ritirata?"
"Niente discussioni, chiuda!"
"Sì, sì signore."
Il corridoio dall'altra parte proseguiva per una decina di metri, c'erano accessi a numerose stanze, un'ascensore ed un vano scale che portavano ai piani superiori ed inferiori. Nonostante le spesse pareti si sentivano ancora i rumori degli spari all'esterno e sembravano essere sempre più forti.
"Adesso siamo al sicuro, dobbiamo scendere di due livelli." il militare continuava a dare ordini precisi sugli spostamenti.
"Dove ci state portando?" chiese Hive, ma uno degli agenti portò un dito alla propria bocca facendogli cenno di stare zitto.
Carlos prese la parola:
"Dove siamo diretti, intendo saperlo."
"Al livello B2 c'è un treno sotterraneo che collega la nostra base con quella di Chesterfield, siamo diretti lì." gli rispose prontamente un soldato.
"E le persone rifugiate nei bunker del settore verde? Come faranno a fuggire?"
"Ci sono due treni pure in quel settore, ma quelli portano altrove. Noi dobbiamo andare a Chesterfield."
"Per quale motivo?"
"Questo non so dirglielo, signore. Non ci è stato comunicato."
"Va bene, ma questi poliziotti vengono con noi, se non fosse per loro saremmo ancora là fuori."
"Nessun problema signore, ma adesso andiamo, perfavore."
Carlos poi si voltò verso i poliziotti:
"Identificatevi, perfavore."
"Io sono il Sergente Den Anthony Myers, questo invece è l'agente Scott, mio collega." rispose il primo, l'altro si limitò ad un cenno della mano.
"Siamo qui da due giorni, di ritorno dagli scontri di Bristol. Eravamo nei dormitori al piano superiore quando abbiamo sentito l'allarme."
"Molto bene sergente, io sono il Maggiore Alvàrez. Spero che ci sarete d'aiuto, adesso andiamo."
Il gruppo si mosse in direzione delle scale ed iniziò a scenderle velocemente, fino a raggiungere in settore B2 in poco tempo.
L'area era separata da un altro portone, ma questo si aprì senza problemi. All'nterno vi si trovarono un grande hangar, alto però non più di quattro metri. Il treno era fermo sui binari, ma pareva non esserci anima viva in giro.
"Dove sono i macchinisti?" chiese il maggiore Alvàrez.
"Avrebbero dovuto essere qui.." rispose titubante un soldato.
"Laggiù, c'è qualcuno steso a terra!" esclamò Hive, indicando un angolo buio dell'area.
Carlos e l'agente Scott, lasciando gli altri all'ingresso, andarono a verificare di cosa si trattasse e videro il corpo esamine di uno dei macchinisti.
"Guardagli il volto, è come se fosse stato ucciso dalla nebbia.." constatò Carlos, l'agente ne rimase sorpreso ed impaurito allo stesso tempo.
"Nebbia quaggiù, non è possibile?" rispose.
Un rumore di lamiera richiamò l'attenzione di tutti: dal lato opposto al quale si trovavano qualcosa si mosse, sembrava un piccolo mezzo su ruote, ma era circondato da un fitto alone dorato che rendeva difficile capire di cosa si trattasse esattamente.
"Che diavolo è quello?" esclamò Den, imbracciando il fucile.
"Probabilmente la nostra fine." rispose Hive.

Capitolo 1 - Racconto 6 - Lavorare in queste condizioni

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“Nonostante le guerre, gli orrori e i disastri internazionali, malgrado gli anni che passano e gli eventi che si susseguono, il lunedì è sempre una fottuta giornata di lavoro!”
Carlos se ne uscì con queste parole pensando che esse avrebbero fatto insorgere una risata, anche strozzata, all’interno dell’ufficio.
Al contrario di quanto pensasse, però, nessuno dei presenti espresse alcun commento o mostrò apparenti modifiche sui tratti del volto.
“Vedo che oggi siete più simpatici del solito..” continuò Carlos, sedendosi alla sua scrivania.
Nella stanza - un grosso vano di forma quadrata posto ad un piano non molto elevato di un palazzo per uffici, altro circa quattro metri e con una parete totalmente vetrata - erano in almeno una quindicina, ma Carlos aveva stretto rapporti di amicizia solo con un paio dei presenti, Helena e Bob.
Helena era la tipica ragazza che tutti avrebbero voluto sposare, ma purtroppo era già sposata da tempo. Capelli biondi sempre raccolti in una coda, corpo un po’ troppo esile ma piacevole allo sguardo, pelle chiara, visino dolce ed occhi verdi, quasi inutile aggiungere che fosse dotata di una gentilezza illimitata.
“Ti sei sposata così giovane che hanno dovuto celebrare il tuo matrimonio assieme alla tua prima comunione” le diceva sempre Carlos, scherzando. Helena si era sposata appena compiuti i diciotto anni.
Bob, detto anche Bobby o Robby, ma in ogni caso mai Robert, era invece un uomo sulla quarantina. Leggermente sovrappeso e alto poco più di un metro e settanta, carnagione scura ma pelle curata come quella di una donna, era famoso in ufficio per la sua capacità di correggere, timbrare e rilegare centinaia di relazioni in poche ore.
Quest’ultimo aveva la scrivania adiacente a quella di Carlos, li dividevano solo un pannello di cartongesso posto perpendicolarmente al terreno.
Bob fece capolino dal pannello e invitò Carlos, con un gesto della mano, ad avvicinare l’orecchio, un po’ come fanno le signore quando si danno ai pettegolezzi.
“Non è giornata di battute oggi, Carlos.” disse sottovoce Bob “Prima che tu arrivassi è passato il Colonnello Bertham e si è raccomandato di mantenere un atteggiamento professionale per tutta la giornata!”
“Per qual motivo? Sta per farci visita qualcuno dei piani alti?”
“Esattamente, ma non saprei dirti chi…in ogni caso il Colonnello sembrava piuttosto agitato.”
“In senso positivo? Eccitato?”
“No, tutt’altro, diciamo teso ed irrequieto.”
“Ah…ok, vedrò di contenermi.”
Carlos si pose dunque composto sulla propria sedia, quasi come un manichino. La sedia di Carlos era la più grande in ufficio, se l’era portata da casa perché quelle “di serie” risultavano un po’ scomode per il suo metro e novanta di altezza.
Aveva la carnagione chiara, i capelli castani ed un fisico robusto. “Un ottimo cervello, ma nell’accostare vestiti di colori diversi una vera frana.” Gli rimproverava sempre Helena.
Era stato nell’esercito per qualche anno, ex-ufficiale, aveva combattuto la terribile battaglia di Madrid del 2034 ed era anche uno dei pochi tornato vivo da essa. Si dimise dagli incarichi sul campo subito dopo il suo ritorno e si dedicò ad attività d’ufficio nella periferia di Manchester, sempre per conto dell’esercito inglese. “lavoro meno salutare ma più longeve” diceva lui.
Quella battaglia fu una vera strage per l’esercito inglese e tutto l’ufficio si chiedeva come Carlos potesse aver mantenuto vivacità e senso dell’umorismo nonostante gli orrori che doveva aver visto e subito.
Helena gli fece un gesto di saluto da poco lontano che lui ricambiò mentre accendeva il proprio computer.
“Uff, ho un sacco di roba da leggere.” Pensò tra sé e sè, mentre scorreva le innumerevoli email ancora non controllate.
Iniziò il suo minuzioso lavoro, nell’ufficio c’era il classico rumore di telefoni che squillano e il brusio di sottofondo.

Passò una mezzora, forse poco più, quando il computer di Carlos si bloccò di colpo, rimanendo fisso sulla schermata ed emettendo un BIIIP di un paio di secondi.
“Cazzo! Si è bloccato!” esclamò.
Bob si affacciò per controllare e rispose:
“Era meglio quando i monitor non li facevano olografici, almeno in questi casi ti potevi sfogare colpendoli!”
“Non sai quanto hai ragione, Bob…”
Dal fondo della stanza si sentirono altri due BIIIP. “Non sono solo!” pensò Carlos quasi compiaciuto.
BIIIP
Anche il computer di Bob si era bloccato.
“Ma che sta succedendo??” Domandò quest’ultimo, apparendo alquanto indignato dell’accaduto.
BIIIP, BIIIP, ogni computer della stanza andava bloccandosi e nessuno riusciva a capire perché.
Iniziò il vociare delle persone, la gente stava sbraitando e i più furbi che avevano spento tutto prima che anche le loro apparecchiature subissero la stessa sorte, si accorsero che non riuscivano più ad accenderle.
“Ci dev’essere un guasto.”
“Qualcuno faccia qualcosa!”
“Ore di lavoro sprecate!”
“Al diavolo!”
“Non si può lavorare in queste condizioni!”
Tutto l’ufficio stava perdendo la calma, tranne Carlos che sembrava aver già mandato giù quest’amaro boccone e se ne stava seduto sulla sua sedia a fissare il monitor bloccato sulla stessa immagine ormai da minuti.
“Ho letto questa mail di conferma ordine almeno venti volte!” disse, riuscendo stavolta a provocare un paio di risate.
Alcune persone si affacciarono dai corridoi di collegamento con le altre aree dell’edificio lamentando lo stesso problema.
Helena si era avvicinata a Carlos e Bob ed avevano iniziato a discutere su come e quando i tecnici avrebbero risolto e riparato il guasto.
“Vabbeh, approfitto di questa improvvisa pausa per chiamare mio marito!” disse Helena, estraendo il suo cellulare dalla tasca dei jeans.
“Uh, non funziona nemmeno il cellulare.”
Bob lo osservò:
“Già, non funziona! Ah ah, che ironica la vita eh?”
Carlos, quasi istintivamente, prese il proprio telefonino e lo controllò.
“Non funziona nemmeno il mio..”
“Che cosa buffa, ci dev’essere qualche interferenza!”
“Alla faccia dell’interferenza, Helena!”
“Ma che ci capisci Bob, zitto tu!”
Carlos era diventato improvvisamente silenzioso, fissava il cellulare e poi guardava fuori dalla finestra.
“Sapete..” disse “..conoscevo un’arma che aveva un effetto simile a questo.”
“Ma Carlos,” lo riprese bob “cerca di non creare allarmismi. Non è il caso.”
“Sì, però..è strano, non trovi?”
“Lo è, però conosciamo tutti gli effetti delle bombe a impulsi elettromagnetici e le luci qui sono ancora tutte accese, nemmeno un lampeggìo.”
In quel momento dalla strada apparve una lunga limousine, scortata da due mezzi rinforzati dell’esercito inglese.
L’auto parcheggiò sotto l’edificio, di fronte all’ingresso colonnato. Carlos e gli altri la osservavano dall’alto mentre le portiere si aprivano ed usciva un uomo in veste militare.
“Ha così tante targhette brillanti che sembra un albero di natale!”, ulteriore battuta di Carlos finita con una risatina.
L’uomo, scortato da numerose guardie del corpo, entrò nel palazzo.
Intanto il guasto alla rete informatica era ancora irrisolto; un signore dell’amministrazione era venuto a dire che il problema era alla centrale e che entro poco tutto sarebbe tornato apposto.
Nell’ufficio stavano tornando tutti a sedersi alle rispettive scrivanie ed i toni apparivano più pacati.

Carlos però era rimasto a fissare fuori dalla finestra, da solo; lo skyline mostrava una serie di alti palazzi per uffici dall’altro lato della strada. A circa cinquecento metri a destra questa terminava con una curva secca, mentre dall’altro lato proseguiva per chilometri.
Era sicuro che qualcosa non quadrasse: “Un guasto alla centrale…cosa c’entrano i cellulari con la centrale?” pensava, ma si rendeva conto che ‘l’uomo solo che capisce che qualcosa non torna mentre tutti gli altri sono sereni e tranquilli’ era una prerogativa di tanti film e che poco spesso corrispondeva alla realtà.
“Vieni a sederti, Carlos!” le urlò Helena amichevolmente, esso fece per voltarsi ma si arrestò di colpo quando intravide una sagoma metallica spuntare da in fondo alla strada.
Lo riconobbe all’istante, era un grande carrarmato simile a quelli che aveva guidato lui pochi anni prima, anche se di una generazione più innovativa.
Il carrarmato si pose perpendicolarmente alla strada, in modo da bloccare l’accesso veicolare alla curva. Era distante dall’ufficio perlomeno trecento metri.
Delle automobili che si trovavano lungo la strada in quel momento si fermarono e i primi colpi di Clacson iniziarono a riecheggiare.

Un tonfo sordo, durato un paio di secondi, smosse l’edificio e richiamò l’attenzione di tutti i dipendenti presenti nell’ufficio.
Uno strano silenzio si assestò nella stanza, quella pace che non fa star bene nessuno, quella quiete cui segue sempre un urlo o un respiro di sollievo, ma che di per sè rappresenta soltanto timore ed un cuore che non batte.
Le persone fissavano il soffitto che lasciava cadere piccoli granellini di intonaco e vernice. I primi commenti uscirono dalle bocche di chi non era immobilizzato per la paura:
“Sembrava un’esplosione!”
“Veniva dai piani alti!”
“Che succede? Mio dio, che succede?”
Carlos lanciò un’occhiata a Bob, il quale continuava a fissare il soffitto mentre la sue mani tremavano come foglie al vento. Helena invece guardava a sua volta Carlos, con il terrore negli occhi e un punto interrogativo in fronte.
Nessun allarme anti-incendio che suonasse, nessuna sirena all’esterno, nessun allarme ‘Attacco Cittadino’, tutto sembrava normale.
BOOM, un altro tonfo sordo più potente del precedente, sempre dai piani alti. Altri granelli di intonaco, numerosi oggetti sulle scrivanie in vibrazione, qualche sedia a terra.
Una voce robotica uscì forte dagli altoparlanti:
“Mantenete la calma, stiamo testando delle nuove apparecchiature. E’ tutto normale, mantenete la calma.”
Il brusio aumentò di intensità, la gente iniziò ad alzarsi nuovamente, a prendere i cellulari cercando di farli funzionare, ad avvicinarsi alle uscite cercando di mostrare un apparente calma.
Carlos guardò nuovamente fuori dalla finestra, nessuno si era avvicinato ad essa e lui, seppur intimorito, decise razionalmente di continuare a guardare all’esterno.
“Il carrarmato non ha sparato.” disse tra sé e sé "e poi non era un guasto dovuto alla centrale?".
Un gruppo di uomini in corsa uscì dall’edificio, con loro c’era anche il militare pluri-decorato che era entrato poco prima.
Quest’ultimo si fiondò all’interno della sua limousine, la quale sgassò in direzione opposta al carrarmato. I mezzi corazzati di scorta, invece, non si mossero.
Carlos fu raggiunto da Helena la quale gli strinse forte il braccio.
“Ho paura Carlos..usciamo perfavore.”
Molti stavano andando via dall’ufficio, altri invece cercavano di tranquillizzarsi mentre la voce robotica continuava a ripetere che stavano testando dei macchinari. Bob sembrava meno intimorito ma non del tutto calmo, si era alzato e stava rimettendo apposto le sue cose quando disse.
“Io vado a casa, questo è un pessimo lunedì.”
Helena notò il carrarmato in strada ed impallidì immediatamente, ma Carlos le strinse le mani e le fece cenno di stare tranquilla, poi si rivolse a Bob.
“Bob, vieni qui, dove vai? Non è saggio uscire dal fronte adesso, passiamo dall’uscita secondaria attraverso le scale.”
“E perché mai?”
Carlos sapeva che era meglio non far vedere anche a Bob il carrarmato per strada e così si allontanò, assieme ad Helena, dalla finestra.
“Tu fidati. Andiamo, presto, non portare nessun oggetto con te.”
Mentre si esprimeva con questo tono autoritario Carlos sembrava tornato ad essere un vero ufficiale militare.
I tre si incamminarono in direzione dell’uscita d’emergenza che dava nel vano scale di servizio. Un altro dipendente fece per seguirli ma poi ci ripensò.
Erano al quinto piano ed iniziarono a scendere verso il piano terra, per le scale avevano incrociato altre quattro o cinque persone che si erano aggregate.
“Avete visto il carrarmato?” disse uno dei presenti.
“Quale carrarmato?!?!” chiese immediatamente Bob, sussultando.
“Stai calmo Bob, non è nulla, usciamo. Una volta fuori ci troveremo sul fianco est dell’edificio, da lì decideremo cosa fare.”
In quel momento un terzo boato scosse tutto l’edificio: era molto potente e non durò solo pochi secondi, ma continuò a far tremare l’edificio mentre questo si muoveva come se fosse preda di un violento terremoto. La sommatoria di centinaia di urla creò un suono di sottofondo raccapricciante.
“USCIAMO PRESTO! FUORI, FUORI!” urlò Helena, che era ancora attaccata al braccio di Carlos e che lo lasciò per darsi ad una velocissima fuga lungo le scale. Carlos, Bob e gli altri presenti la seguirono di gran carriera.
L’edificio continuava a tremare, la voce robotica ripeteva le stesse parole di prima ma era coperta dalle urla di tutti i presenti.
Finalmente raggiunsero il piano terra ed uscirono all’esterno, trovandosi in una classica strada di servizio, stretta e posta tra il palazzo in cui si trovavano sinora e quello adiacente. Sembrava che l’edificio avesse smesso di tremare e c’era un’altra quarantina di persone nella stradina, uscite da altre uscite d’emergenza.
Al termine della strada di servizio si intravedeva la via principale con macchine che sfrecciavano veloci in direzione opposta al carrarmato e gente che scappava.
Improvvisamente la già rumorosa atmosfera fu scandita da colpi di mitra e bombardate di carrarmato.
Uno spigolo del muro dell’edificio, dal lato strada, si staccò a seguito di una sorta di cannonata, alzando un pulviscolo di polvere nell’aria.
“CHE DIAVOLO SUCCEDE?” esclamò Bob, in preda al totale panico “I RIVOLTOSI ATTACCANO MANCHESTER???” continuò, cercando di dare una spiegazione agli avvenimenti.
“Impossibile, come hanno fatto a superare il Muro??” gli rispose Helena.
“CON GLI AEREI, cosa ne so di come hanno fatto?!”
“Il traffico aereo è sorvegliato! Il muro dista solo tre chilometri da qui, non passerebbe nemmeno una mosca senza che fosse intercettata dai caccia!”
“Forse via terra allora, o sottoterra!”
“Certo, se non fosse che niente sopravvive a meno di 50 metri dal muro, hai presente la nebbia?”
“Allora trova tu una spiegazione, saputella!”
Carlos li interruppe:
“Helena, Bob, aspettate qui. Io torno subito, voglio vedere che succede, voi non muovetevi per nessuna ragione!”
“Carlos non andare, aspetta, dove vai? Vieni con noi!”
“Ma con voi dove, Bob? Dobbiamo tornare sul fronte, da qui non possiamo scappare e di entrare nel parcheggio sotterraneo in queste condizioni non se ne parla!”
“Ma allora perché siamo usciti dalle scale di emergenza???”
“Perché nessuno le sta bombardando, lo hai notato?”

Bob si sedette esattamente dove si trovava, Helena invece rimase in piedi a fissare Carlos che si avvicinava alla strada principale.
Arrivato sul fronte notò che l’entrata dell’edificio era ostruita per via dell’esplosione di uno dei mezzi blindati che scortavano la limousine. Doveva essere stato quello a far tremare così a lungo l’edificio. A terra c’erano alcuni cadaveri di soldati e non, tra essi Carlos riconobbe il corpo di una signora che lavorava in ufficio con lui.
I pochi dipendenti che erano ancora dentro l’edificio iniziarono ad uscire dalle finestre, rompendole.
Il mezzo esploso separava la strada in due parti, fortunatamente Carlos si trovava nella metà nella quale tutti tentavano di rifugiarsi e questo lo contò come un punto a suo favore.
Si spostò al centro della strada, riuscì a scorgere il carrarmato dal lato opposto: era ancora intero, si stava avvicinando e sparava verso l’alto.
Allora Carlos alzò lo sguardo al cielo, cosa che finora non aveva fatto, ma non vide nulla.
Un attimo dopo anche il carrarmato esplose, causando un boato assordante; i pezzi di lamiera iniziarono ad impattare contro le pareti degli edifici vicini.
Chinò il capo per proteggersi dalle schegge, poi guardò di nuovo verso l'alto, soffermandosi ad osservare più attentamente.
Dieci, venti secondi ed ancora in cielo niente di niente.
"A cosa diavolo sparavate?" pensò, continuando ad osservare, muovendo freneticamente le pupille.
Poi, qualche momento più tardi, un lampo: una sagoma passò a gran velocità sopra i tetti dei palazzi, lasciando dietro di se una scia dorata, quasi come se fosse avvolta da una nuvola.
A Carlos per un istante mancò il respiro.
“Non può essere vero..” pensò “..quella è nebbia.”

Capitolo 1 - Racconto 5 - Men in black

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"Mi rifiuto categoricamente".
"Professor Erley, la preghiamo di non opporsi alla nostra richiesta."
"Ma vi rendete conto di cosa mi state chiedendo? Mi dispiace ma sono assolutamente contrario"
Aula 127, un numero prima di qualche potenza e un numero dopo dei secondi passati. Due minuti e qualche manciata di secondi separavano il passato dal presente, in quella camminata così ironica verso il futuro che Hive non sarebbe stato capace di comprendere.
Il battito era diventato irregolare all'incirca verso il trentesimo secondo.
Allo scoccar del minuto, come nelle migliori partite, aveva iniziato a sentire qualche strano dolore al cuore.
Al minuto 127 si era opposto.
"Lei è l'unico che può aiutare il governo. Abbiamo fatto svariate indagini sul suo conto. Sappiamo che si è informato per vie autonome al fine di ottenere informazioni riservate su alcuni personaggi... di rilievo."
"Ed inoltre" aggiunse il secondo agente "sappiamo che lei cerca la verità suq uanto accaduto, le stiamo per dare l'occasione di accedere a tutti i dati che ha sempre desiderato, a tutte le informazioni del mondo che lei cerca."
"Lei è morta. Lo dovreste sapere"
"Le nostre informazioni sono leggermente diverse dalle sue."

Era un tranquillo secondo del tempo di Hive. Il secondo era il 232.
Hive svenne.

Quando riprese i sensi era ancora lì. In quell'aula.
Cosa diavolo era successo?
Si guardò intorno, la luce del sole era ancora abbastanza forte da far pensare di non aver superato da poco il mezzogiorno. Intorno a lui l'aula lasciava far presagire il peggio. I due uomini erano scomparsi, e c'era un silenzio innaturale nella scuola.
Guardò finalmente l'orologio: mezzogiorno e ventitre.
<<Non è possibile che lei sia ancora viva. Stanno mentendo, mi domando però perché arrivare a dire tanto.>> pensava tra se e se.
Un colpo al cuore l'aveva fatto crollare a terra. Per fortuna aveva resistito.
"C'è nessuno? che succede?"
mentre parlava si dirigeva con lentezza verso l'uscita. Da fuori non veniva alcun rumore.
"C'è nessuno? Ma dove siete andati?"
l'orario scolastico terminava alle 2 oggi, e comunque la segreteria, perlomeno, avrebbe dovuto essere aperta.
Ma niente. Il vuoto.

Dal primo piano scese attraversando tutta la Hall of Mininster, una gigantesca sala arredata con quadri. Era il tentativo di quell'epoca di umanizzare la tecnologia. Al suo interno infatti erano disponibili le ultime tecnologie in fatto di computer, ma poste in un arredo se non altro inusuale.
Da una finestra non vide niente di particolare. Scese quindi le scale del corridoio, fino a passare davanti all'infermeria.
Là, una televisione accesa ripeteva l'ultimo costante messaggio di un notiziario.
"Emergenza nazionale. Evacuare la zona" era il sunto del testo.
Il motivo era da ricondursi ad un probabile attacco terroristico avvenuto a qualche chilometro da loro.
"Prima gli uomini, ed ora un attacco terroristico. Cosa stanno cercando?"
Corse verso il suo ufficio, il suo cuore era ancora dolorante ma riusciva ad andare avanti. Una volta arrivato prese la sua valigietta ed uscì dall'edificio.
In quel momento un rumore da lontano iniziò con l'avvicinarsi.
Ciò che vide Hide fu qualcosa che gli fece ribollire il sangue. La "cosa" che volava in cielo era come una grande nube di nebbia, dai fili dorati, che si dirigeva diretto verso il centro della battaglia. Sarà stata grande circa come un'aereo, ma per lui fu come incontrare un gigante, il suo incubo era un ricordo fin troppo vivo per dimenticarlo.
Seguendo la scia della "cosa" finì con incrociare nuovamente occhi che aveva già incontrato. I due uomini in nero di poche ore fa.
"La stavamo aspettando professor Erley. Ora è intenzionato a seguirci?"
Non fu detta con voce intimidatoria, ma di certo Hive non riuscì a focalizzare. Dopo aver visto quella cosa volare l'unico desiderio che Hive aveva in mente era trovare il modo di distruggerla.

Capitolo 1 - Racconto 4 - Ora di lezione

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Il Muro e tutte le diatribe politiche che ruotavano attorno ad esso facevano parte della cronaca quotidiana inglese; allo stesso tempo, però, la storia del progetto era già presente su tutti i libri di storia e per gli insegnanti era un onere doverla raccontare agli alunni.
Per Hive lo era anche un po' di più.

"Nel 2014 la situazione mondiale riguardo all'inquinamento mostrava condizioni drastiche. La quantità di idrofluorocarburi e di altri potentissimi inquinanti, nonostante gli sforzi fatti da molte nazioni per ridurre le emissioni nel rispetto degli accordi del trattato di Kyoto del 1997, era divenuta insostenibile e ben oltre le percentuali immaginate."

Molti degli alunni seguivano la lezione di Hive interessati, sebbene questo preambolo risultasse piuttosto noioso sapevano che presto l'argomento del Muro sarebbe entrato a far parte della spiegazione. Era uno di quegli argomenti che affascinano e terrorizzano allo stesso tempo.
Hive continuò:

"A contribuire pessimamente furono gli agenti chimici utilizzati per moltiplicare con rapidità le coltivazioni improntate alla produzione di Gasolio naturale, o Biodiesel."
"Cosa sono questi agenti chimici, professore?" chiese una alunna in seconda fila, sulla destra.
"In pratica sono delle sostanze che venivano spruzzate sui terreni a seminativo, per permettere una crescita molto più rigogliosa delle piante in ambienti ostili. Come potete capire non si trattava di agenti naturali, ma di composti creati in laboratorio al solo scopo di modificare geneticamente le piantagioni."
"E nessuno si oppose a questa pratica così innaturale?" chiese David, uno degli alunni preferiti di Hive.
"No Dave, ci furono pochissimi casi, soprattutto perchè le piantagioni in sè non erano state create per sfamare le persone, ma solo per produrre carburante. Queste sostanze promettevano la crescita di piante come la Soia anche in luoghi deserti e del tutto inadatti. Inoltre il Biodiesel naturale era molto meno inquinante del normale Gasolio prodotto con il petrolio e questo diminuiva ancora di più le contestazioni popolari."
"Capisco" ripreste David "quindi il problema fu che questi agenti chimici risultarono nocivi, giusto?"
"Esatto, sebbene le compagnie di carburanti avessero precisato che non ci sarebbero stati danni al buco dell'ozono, questo nel tempo si rivelò una falsità. Non solo le sostanze arrivarono ad essere estremamente nocive per l'atmosfera, ma i cambiamenti apportati risultarono letali anche per l'uomo."

Hive andò alla lavagna, prese un gesso e disegnò un cerchio.

"Vedete, immaginate che questa sia la terra. I grandi e nuovi campi per la produzione di carburante, furono costruiti e coltivati nelle regioni più nordiche, poichè vi si trovavano le più ampie distese utili. Il freddo non era un problema grazie a quanto detto finora riguardo agli agenti chimici utilizzati ed alle infrastrutture costruite per climatizzare queste vastissime aree. Canada, Russia, le zone più nordiche della Norvegia, tutti questi luoghi divennero deputati alla costruzione di questi impianti. Era il 2011, voi non eravate ancora nati credo"
"Mike Danaway lo era di sicuro!!" disse un ragazzo in ultima fila, deridendo un suo compagno un po' più grandicello e scatenando una risata in classe.
"Taci, stupido!" gli rispose questo, mettendosi però a ridere anch'esso con la classe.
"Ragazzi, perfavore!" disse Hive, riprendendo in mano la situazione e continuando poi la spiegazione.
"La situazione da lì a poco peggiorò e già nel 2014 fu chiaro a tutti che queste coltivazioni erano un male più grande di quanto si potesse immaginare. Infatti la loro presenza iniziò a causare danni irreparabili alle popolazioni interessate."

Mentra parlava, Hive, disegnava nel cerchio alla lavagna le aree interessate dagli avvenimenti.
"Pensate che gran parte del Canada, il Nord degli Stati Uniti e purtroppo anche parte della nostra bella Inghilterra, furono colpiti da una vera epidemia tumorale. I bambini nascevano tutti con terribili malattie, ben pochi si sottraevano a questo destino. Intere città e metropoli furono abbandonate dagli abitanti quando fortissime forme di cancro iniziarono a colpire centinaia di persone al giorno.
In breve tempo intere nazioni si spopolarono, i focolai maggiori si svilupparono nelle zone più limitrofe alle piantagioni e fu subito chiaro che la colpa dei danni fosse di quest'ultime."

Il professore tirò una lunga linea orizzontale interna al cerchio, sottolineando quale fosse l'area più colpita. La riga lambiva, ipoteticamente, le regioni da lui elencate poco prima.

"E perchè non interruppero la coltivazione, allora?" chiese un alunno.
"Le compagnie responsabilli" riprese Hive "negarono l'evidenza, mostrando pubblicamente certificati sulla salubrità delle sostanze da loro usate, giustificando che gli operai impiegati nei loro impianti utilizzavano tute di protezione e maschere antigas solo per questioni prettamente igieniche, buffo no?
La verità è che il mondo non poteva fare a meno del carburante, le risorse petrolifere erano durate meno del previsto e l'abbandono di questi impianti, che tra l'altro svolgevano egregiamente la loro funzione, era del tutto impensabile. Gli interessi dietro tutto questo erano troppo alti, anche per i governi delle stesse nazioni colpite."
"Ma un sacco di persone morivano!" esclamò la ragazza che aveva posto la prima domanda durante la lezione.
"Sì, Clara, ma purtroppo viviamo in un pianeta dominato dalle banconote! Così, anzichè interrompere l'utilizzo degli agenti chimici e chiudere gli impianti di produzione di Biodiesel, si iniziò a pensare ad una soluzione alternativa. A qualcosa che eliminasse gli effetti nocivi sull'ambiente e sull'uomo."
"Il Muro." esclamò David.
"Esatto, Dave. Nel 2015 fu approvato il progetto Safety Wall, idea di John Rayfner, scienziato rinomatissimo all'epoca."

I ragazzi si fecero più interessati alla lezione, sapevano che stava entrando nel vivo del racconto. Era come se stessero ascoltando una storia fantastica tratta da qualche film. Invece era tutta realtà.

"John Rayfner presentò la sua teoria ed i suoi studi su elaborati modelli matematici alle organizzazioni mondiali. Spiegò come la costruzione del Muro potesse risolvere definitivamente il problema dell'inquinamento terrestre: quest'opera colossale d'ingegneria avrebbe dovuto circondare la terra coprendone una circonferenza ad anello e, per avere il massimo degli effetti in breve tempo, doveva essere costruito nelle aree più vicine alle piantagioni di Biodiesel. Il muro si doveva presentare come una costruzione metallica alta 500 Metri al cui interno venivano creati dei campi magnetici creati attraverso varie apparecchiature. Questi venivano poi convogliati sulle strutture "di lancio" poste alla sommità, atte a spararli verso l'alto assieme a fasci di ioni che dovevano servire a contenere la parte superiore del globo e a "polarizzarla".

Gli alunni mostrarono delle facce un po' inebetite, palesando la loro incapacità nel capire le ultime spiegazioni scientifiche di Hive.

"Provo a semplicarvelo. In sostanza il muro doveva creare una fascio di energia in grado di eliminare i danni all'ozono e all'ambiente. La pecca però era un'altra: sebbene il muro in se non provocasse nessun genere di danno, se non quello estetico relativo all'ambiente in cui andava situato, uno dei due lati in cui il muro avrebbe diviso la terra, precisamente quello al di sopra di esso, a nord, sarebbe divenuto del tutto inabitabile, per via delle continue tempeste magnetiche che si sarebbero verificate al suo interno.
In una situazione così catastrofica si decise di attuare il piano proposto in tempo record, costringendo le popolazioni delle aree nordiche ad abbandonare i loro luoghi d'origine, ridistrubendosi nelle zone di accoglienza che ogni paese aveva messo a disposizione, in un clima di solidarietà inaspettato.
"E nessuno si ribellò?" chiese un altro alunno.
"Pochissimi, quando si accorsero che la coltivazione con agenti chimici non si sarebbe interrotta per nessun motivo a causa degli effetti collaterali a livello mondiale, la scelta apparve chiara a tutti: emigrare in altre nazioni e vivere o rimanere lì e morire.
Così, infine, il Muro venne costruito e, nel 2020, venne azionato per la prima volta. Dopo solo due mesi di attività i dati mostrarono che, effettivamente, il buco dell'ozono stava scomparendo sempre più velocemente e che la salubrità dell'aria nelle zone limitrofe al muro stava raggiungendo livelli ottimi.
Dal lato ancora abitato del muro, laddove non ci fossero impianti di Biodiesel, la gente iniziò a costruire piccoli paesini, sopratutto per via del buon livello ambientale lì presente: i massimi effetti di benessere si avevano, perlappunto, nelle zone più prossime alla costruzione, dove la natura cresceva rigogliosamente.
Inoltre il prezzo delle case era piuttosto basso, vista la presenza di quel colosso di metallo, ed in molti si lanciarono all'acquisto..anche il vostro professore."

Una risatina coinvolse la classe.
Anche Hive rise inizialmente, ma un velo di tristezza gli comparve poi in viso. Cercò di nasconderlo voltandosi verso la lavagna, poi continuò il suo racconto.

"I governi, con entusiasmo per il risultato, incentivarono allora la costruzione di questi paesi, cercando di integrare il muro nella vita delle persone, anzichè lasciarlo come una triste quinta costante all'orizzonte.
In quegli anni, però, la tecnologia andò avanti e si vennero così a sintetizzare nuovi fonti di energia rinnovabile ad altissima resa in grado di sostituire il Biodiesel. Ma il muro, sebbene fosse così possente, netto e metallico, era diventato un'icona di benessere nell'imago collettivo e si decise quindi di continuare ad utilizzarlo anche quando le piantagioni di Gasolio Naturale iniziarono a chiudere. L'errore fu fatale.
Nel 2024 l'ideatore del muro, John Rayfner, morì misteriosamente. Tutt'oggi nessuno sa esattamente cosa gli sia successo."

In realtà Hive sapeva cosa fosse successo a Rayfner, l'aveva scoperto con le sue ricerche clandestine sul muro, ma non poteva certo mettersi a raccontarlo apertamente in classe. La cosa lo disturbava, ma doveva mantenere qualche segreto per continuare a perseguire la sua ossessione per il Muro.
In ogni caso, pur non potendo raccontare grandi verità, poteva far finta di trarre conclusioni o di riportare voci di corridoio sugli avvenimenti.

"Alcuni pensano che Rayfner avesse scoperto i danni collaterali che, da lì a breve, il muro avrebbe iniziato a causare e che pertanto fosse stato ucciso da qualche ente governativo, ma sono solo voci. In realtà era una persona molto anziana, questo è un dato di fatto. La notizia ufficiale parla di un'emorragia cerebrale che l'avrebbe stroncato durante il sonno."

Driiiiin, Driiiiiiiiin

La campanella dell'intervallo suonò ed i ragazzi iniziarono ad alzarsi. Hive interruppe il racconto aggiungendo che avrebbero continuato dopo la pausa.
In quel momento entrò la vice-preside dalla porta dell'aula.

"Professor Erley, la prego di seguirmi nel mio ufficio, alcune persone vogliono parlare con lei.
"Persone?" chiese Hive "Quali persone? Chi sono?"
"Rappresentanti governativi, professor Erley. La prego di seguirmi, sarà questione di minuti."