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STICKY POST

Riepilogo

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[News]

27 agosto 2007.
Questo blog non è morto. Questa storia non è finita. A quasi un anno dall'ultimo pezzo è ancora qui, tra le mie dita, ed io ci provo a dirvela. Scrivendo. Usate gli rss per tenervi aggiornati, guardare questa pagina può essere deletereo :smile:
Ringrazio chi legge, chi sogna, e chi crede.


[Altre cose]
Qui di seguito vengono raggruppati in ordine di apparizione i vari racconti suddivisi per capitoli di quel che spero diventi un libro. Mi auguro di avere la tenacia di portarlo avanti, e la costanza di non deludere. Ma questo non è semplice come sembra :smile:

Intanto eccovi i Link divisi per capitoli :

Capitolo 1

Capitolo 2

Capitolo 3

Capitolo 4

Capitolo 5

Capitolo 6



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Andrea (sdl)

Fall down [Pt 1] (Capitolo 6)

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<<Ogni volta che qualcosa va bene c'è quella che viene definita "L'ascesa".
Ragazzi, dovreste conoscerla, vero? Quando vi sentite splendidi. Quando tutto sembra possibili. Eccovela lì, la vostra ascesa. La vostra piccola perfezione.
Eppure, voi come me, sapete cosa c'è dopo. Il mondo non è solo in discesa, non stiamo uscendo da nessuna torre di torture, nessun incubo. E' semplicemente un bilanciamento di opposti. Voi lo sapete bene.
Voi che avete combattuto tante battaglie, che non vi siete dati per vinti.
Ed gli ascoltatori che si sono arresi non vanno ignorati. Anche loro han combattuto per quel piccolo momento di ascesa.
E lì, in quell'istante, era tutto splendido.
Però siate sempre pronti, perché dopo un pò apparirà, la caduta, la salita.
O semplicemente il vostro prossimo ostacolo.>>
Stava concludendo il suo programma, Alex, quando la porta dello studio si aprì senza preavviso.

Mentre "Raining in baltimore" partiva con le sue note dolenti, mentre i Counting Crows iniziavano a far cadere lacrime su tutti gli ascoltatori della radio, Alex rimase spiazzato.
Di fronte a lui c'era il capo della produzione, fiancheggiato da uno strano signore vestito in giacca e cravatta.
<<Salve, desidererei parlare con lei in privato, se non le dispiace>> fu ciò che lo sconosciutò gli disse.
E capì che non aveva scelta, in genere le interruzioni di questo tipo non venivano mai consentite.
A parte a chi aveva molto, molto potere.

---

Era il 24 dicembre. E di miracoli non si parlava. Come per tutta la sua vita, ripetizione senza soste, Rise si alzava (quale inganno del destino), e preparava la misera colazione.
Stavolta era riuscito a pagare il vecchietto del condominio ed a zittarlo un altro pò.
Meglio di niente. Ma quello è puntuale più di uno svizzero.
In quel giorno, nella vigilia del tutto e del niente, qualcosa di incredibile stava per succedere.
Rise, nel suo mondo senza rumore, spostò un attimo la tazza che conteneva il cappuccino, chiuse un attimo le palpebre e quando le riaprì sentì un suono.
Solo un suono, lontano lontano lontano. Così lontano che sembrava quasi tappato.
Chiuse di nuovo le palpebre: niente suono.
Per un attimo il suo cuore era sobbalzato alla sola idea di aver riacquisito l'udito. Ma sapeva che non era possibile.
Alla terza volta che chiuse la palpebre svenne.
E cadde in un mondo dove riusciva a sentire.


---

<<Adam, cosa stai facendo?>> Il sergente aveva un'aria dubbiosa mentre lo domandava
<<Niente Signore, sto soltando cercando di amplificare le capacità del soggetto con una droga molto leggera, unita a qualche particolare proteina. Sembra che stia comunicando.>>
Il sergente guardò Alex come dall'alto di un trono, ammiccò un sorriso e poi si girò verso lo schermo lcd del computer che monitorava ogni stato del ragazzo.
<<Ma sei idiota? Non vedi che sta dormendo?>>
Adam perse le parole, il sergente Konnely sbuffò.

Rise Up (Capitolo 5)

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Era il 5 Novembre. Di nuovo. Come tutti gli anni.
E come tutti gli anni erano ancora ancorati lì. Di fronte ad una tv spenta, con le bollette ancora da pagare e con il vecchio del condominio che si lamentava, come ogni mattina del 5 novembre, che questo mondo faceva proprio schifo.

Laid e Rise si pensavano senza proferire parola. La loro storia è una di quelle storie senza musica, senza colonna sonora né parole. E' una storia senza rumori. Senza urli percepibili.
La loro stanza invece era piena di rumori. Dalla carta che rotolava per terra a causa del vento, le finestre che sbattevano, i rumori delle auto per strada. Un'orchestra di tutto e niente pronta a farsi viva in qualunque momento.

Come tutti i 5 novembre Laid si alzava prima. Guardava Rise e piangeva.
Sempre.
E piangeva senza far alcun suono. Piangeva e sembrava essere in una teca di vetro. Era un pianto magico. Come se qualcuno fosse riuscito a rendere le lacrime insonorizzate, nel ventunesimo secolo.
Il motivo delle lacrime Rise non l'ha mai saputo. Un vuoto di memoria portò via tutto, per sua fortuna. Dopo il fantomatico incidente qualcosa scomparve nella sua mente ed ogni volta che provava a ricordare tutto diveniva ovattato. Il mondo perdeva colori.
E sveniva.

Così, per evitare che si ripetesse Laid si alzava, piangeva la sua buona mezz'ora, e poi dipingeva. Ogni anno un dipinto diverso.
E mentre quel dipinto prendeva forma Rise sognava sempre cose strane.
Quest'anno era il futuro. Un futuro dove gli uomini sapevano volare, dove le auto sfrecciavano senza toccare terra, e se si scontravano non c'erano mai danni per nessuno. La città era grigia nelle fondamenta, ma placcata di migliaia di colori ed insegne. Tutte di marche a lui sconosciute. Marche che provenivano davvero da chissà quale anno.
Rise era in mezzo alla famosa Piccadilly di Londra. E non vedeva persone. In questo futuro nessuno camminava più, e tutti erano troppo occupati dal guidare. Erano scomparsi i marciapiedi, e la piazza era contornata da un asfalto tutto uguale, senza dissesti o altre incorrettezze. Il cielo invece, era come quell'asfalto. Grigio senza pietà, profondo e scuro senza trasparenza.
Rise vide poi il solito elemento ricorrente di ogni sogno. Un elemento che non ricordava mai, quando si svegliava.
Era fermo in mezzo alla piazza quando, vicino a lui vide una grossa auto volante che ricordava i camion, scontrarsi e produrre un'esplosione mastodontica.

Rise aprì gli occhi.
Come ogni 5 novembre al suo risveglio trovò un quadro di fronte a se. Non ricordava bene cosa aveva sognato, ma capiva che il quadro aveva qualche affinità. C'erano due colori principali nel dipinto. Il grigio, ed il giallo.
Nel mezzo della tela c'era lui, in una piazza che non aveva mai visto. Tutt'intorno una città senza colori e poi l'unica lampadina nel raggio di 100 chilometri era quel piccolo personaggio che lo impersonava.
Come ogni 5 novembre Rise ebbe la fortuna di risvegliarsi pensando che ci fosse qualcuno che ancora pensava a lui.
Non ricordava mai chi, ma sapeva che c'era.
Come ogni 5 novembre Rise non sentì il vecchietto urlare. Perchè i suoni gli furono rubati dal fuoco e dalla fiamma.
Ed insieme presero anche Laid.

Così Rise, senza saperlo, ogni 5 novembre accetta il regalo dallo sconosciuto, e lo poggia accanto a tutti gli altri.
Poi prova a ricordare ma di nuovo tutto diviene opaco
debole
vuoto.
E quando si risveglia vede il primo di quei quadri.
Rosso, come il fuoco.

Andrea (sdl)

Là, dove muoiono i palloncini [Pt.3] (Capitolo 4)

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Fu una cosa del tutto particolare, che neanche a raccontarla sarebbe possibile crederci.
Per un uomo normale quella strada sarebbe stata una normale autostrada. Finchè, come Roberto, non fossero incappati nel cavalcavia invisibile. Un cavalcavia totalmente nascosto agli occhi delle persone normali. Formato da rabbia, rancore, odio.
Ecco cos'aveva visto Alex.
E lo scopri solo quando arrivò sul posto.

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La strada era il solito grigio vuoto. La strada era ancora quella sinfonia stonata, quella chitarra scordata, quella corda di violino che si rompeva.
La strada era come la notte ed un letto vuoto. Quando guardi un soffitto cercando le risposte, poi vedi il buio e salgono dalla gola le domande.
La strada per Alex era questo e molto altro.
"Come diavolo ho fatto? E' incredibile. Avrei potuto capirlo. Dovevo capirlo che qualcosa non andava"
erano queste le domande del soffitto di Alex. Quelle che scriveva sui muri col sangue del suo cuore, quando la notte sembrava inghiottirlo.
Alex e la sua voce da speaker, Alex e quei timori. Come quello strano malato dell'ospedale, di cui sentì tutti i dolori e li condivise.
Lì per la prima volta comprese il suo dono e lì lo temette.
Perchè il dolore che provò non gli apparteneva. Non era suo nè lo desiderava.
"Qualcuno di voi ha mai provato ad essere sensitivo senza volerlo? Beh ragazzi non è una passeggiata"
Immaginava la sua voce che la pronunciava quella frase, mentre le sue mani impostavano una curva. Immaginava lui e quell'"On Air" pronto a renderlo se stesso, a farlo parlare. Come
(volo)
la storia dei palloncini
(che volano)
una storia solamente sua ma che nessuno avrebbe mai compreso.
(rosa, vola)

Mancava poco ormai al luogo dell'incidente. Alex cercava nei contorni del mondo qualcosa di diverso, di speciale.
Nulla sembrava fargli sperare ad una soluzione.
Ma poi che soluzione? si domandava. Ha seguito il suo istinto "Tutto quà. Sto solo facendo finta di fare il superuomo per fuggire dalla realtà, ecco tutto".
Ecco tutto diceva. Come se i poteri non li avesse mai avuti. Come se non li sapesse toccare i cuori.
Ecco tutto.
(vola)
e poi apparve il primo segno.
Tutto iniziò ad oscurarsi, come una notte che imperversava sul mondo senza pietà.
Piano piano il cielo divenne pece, e il cuore di Alex fu la tomba di mille morti. Li sentiva urlare da quel cavalcavia lontano.
Ancora qualche chilometro e l'avrebbe visto, in quel suo cupo splendore.
Un cavalcavia gigantesco, illuminato da migliaia di candele rosse.
"Cerini per morti?"
luci mortuarie definivano quel quadro irreale, mentre le voci chiamavano, ordinavano a lui di raggiungerli, di morire con loro.
Poco prima dell'incidente Alex riuscì in quell'intento sconsinderato.
Toccò loro il cuore.

Toccare il cuore di un fantasma, di un morto, è diverso da farlo per quello di un vivo. Un vivo ha una coscienza diversa, più miscelata. Da morti invece, i sentimenti vengono concentrati ed amplificati. Si è fatti di sentimenti. Per quello si rimane ancorati al mondo reale e non si fa la traghettata.
Loro erano un gruppo di persone. Le persone morte per i sassi da cavalcavia o per incidenti autostradali.
Erano lì. Forse per simbolo, forse per vendetta, o forse perchè sentendo tutto quell'odio così comune a loro, hanno deciso di seguirlo.
Alex comprese i loro dolori. Li toccò senza avvicinarsi, riuscì a proiettare i suoi pensieri verso di loro in una maniera che non aveva mai fatto.
Di fronte a lui si materializzò un palloncino rosa che svolazzava
si fermò di fronte al cavalcavia ed esplose come una bolla di sapone, portando dietro di se tutto il buio, tutti i morti, tutto il rancore.
Loro avevano capito. Lui li aveva toccati.

L'ultima cosa che Alex ricorda è infine il guardrail che fa tremare l'auto ed un botto, poi ci fu il sogno.

Nel sogno era vicino a suo nonno, in un ricordo da bambino. Guardava la scena da lontano, con nostalgia ed un pizzico di liberazione.
Il bimbo piangeva fuori da una stanza di ospedale. Dentro di essa c'era sua madre. Morta di cancro e di dolore. Di una vita di rinunce e di bugie.
Alex ovviamente era all'oscuro di tutto.
Poi la scena cambia. E' passato poco tempo, forse nanche un giorno. Il nonno ha portato Alex a guardare un panorama mozzafiato. Lì vicino avevano trovato un venditore di palloncini ed il bimbo ne aveva preso uno.
<<Nonno nonno, guarda che bello!>> Gioiva
il bimbo perse la presa correndo ed inciampando. Il palloncino volò nel cielo mentre il nonno corse dal nipote.
<<Tutto bene Alessandro?>>
<< Si Nonno. Sono forte sai? Oggi non ho neanche pianto visto?>>
<< Che ragazzo forte che sei. Ma non temere il pianto capito?>>
<<Va bene nonno>>
i due poi si misero a guardare quel palloncino volare via
ed il giovane disse
<< Nonno, ma dove è andata la mamma?>>
il Nonno lo guardò e capì che non poteva fuggire altro tempo. Che la verità a volte va svelata sotto forma di magia.
Portò lo sguardo in alto e rispose
<< Là, dove muoiono i palloncini >>
i due rimasero lì a guardare un altro pò il palloncino, prima di tornare a casa.
Mentre tornarono indietro però il piccolo palloncino esplose.
Ma il ragazzo non lo seppe mai.

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Siria guardava Alex con due occhi che avrebbero fatto piangere capitan uncino. Siria stringeva le sue mani come una bimba stringe la sua bambola più preziosa. Siria baciava le guance di Alessandro con le labbra salate di una paura che non andava via. Siria che era innamorata e non lo sapeva.
Siria che per un attimo si era domandata che senso aveva vivere senza di lui.

<<Tranquilla ok? Sto bene.>>
Quando lui le rispose gli tornò alla mente quel sogno e quella risposta che dette al nonno. Tutto bene, non era caduto.
Ed anzi era vivo e vegeto, con una stella di fronte che sperava in lui.
Non poteva andare meglio.

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Roberto si riprese poco dopo. La scomparsa del cavalcavia l'aveva in qualche modo influenzato.
Alla dimissione di Alex dall'ospedale ci l'ultimo intermezzo di questa fiaba. Che non è ovviamente la fine della storia, ma solo di questo intermezzo.
Siria guardava il suo amore e vide fuori dalle vetrate un singolare palloncino rosa che volava.
"Spero che il tuo palloncino sia il mio cuore", penso con un briciolo di infantilità. Poi strisse la mano del ragazzo e si incamminarono.
Inutile aggiungere chi fu il bambino che perse quel palloncino, dopotutto il mondo è più piccolo di quanto non sembri.

Là, dove muoiono i palloncini [Pt.2] (Capitolo 4)

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<< Amami >>
<< Non posso amarti, lo sai >>
la donna lo sapeva. Come sapeva che il cuore del ragazzo era in altri pianeti ancora.
Ma lei poteva esserne la cura, oh si. La cura ai suoi mali.
Scostò leggerermente le gambe, tanto per lasciare nell'aria quell'odore erotico che tanto la rendeva ebbra.
Lui la guardò. La stanza era invasa dalla luce del giorno. Era appena fuggito da Alex per lei e non se ne stava pentendo.
lei però era stupenda. Il suo corpo era velato da una veste di seta. Unicamente quella.
Si alzò dal divano su cui era seduta. Preoccupandosi di non avere la veste troppo legata e lasciando scorgere a Roberto quante più forme del suo corpo possibili. Camminò fino alle persiane e le richiuse in modo tale che solo qualche raggio potesse filtrare.
Fece scivolare la veste, mostrando finalmente il corpo. Dal collo minuto, ai capezzoli turgidi. Lui era eccitato, ma sapeva che non avrebbe dovuto correre. Il ragazzo vuole sempre corre in genere, ma è l'adulto a trattenersi.
Ecco però cosa piaceva a lei. Il fatto che era improvviso, indeciso e spontaneo.
Per questo lanciò uno sguardo deluso vedendolo fermo, mentre il suo corpo fremeva nell'aria.
E per questo disse
<< Prendimi, usami, dammi ciò che è tuo. Ti voglio. Lasciati andare piccolo >>
la cosa strabiliante è il tempo.
10 secondi per togliersi
Camicia
pantaloni
due calzini
mutande
ah già, e giacca.
Una cosa strabiliante. Nemmeno fossero fatti apposta per il sesso.
Fecero l'amore.
Chiamarlo sesso probabilmente sarebbe stato riduttivo. Perchè ci sono fasi della vita dove va bene chiamare sesso un rapporto. Ma poi sopraggiungono altre cose, tipo i legami. E allora quello scambio di fluidi e baci diventa qualcosa di più che una reazioncina chimica.
Così fu divano, cucina e un classico letto. Le posizioni del Kamasutra non stettero nè a contarle nè a ricordarsi quali numeri erano. Ma le sapevano fare abbastanza bene. Anche se lui non aveva così tanta esperienza ci sapeva fare quanto bastava per farla godere.
E questo lei voleva.

<< Adoro godere >> sapeva essere volgare, ma era sincera. Uno dei suoi pregi: La trasparenza. Uno dei suoi difetti? La volgarità, ovvio.
<< Tra poco dovrò andare, lo sai? ho un impegno >>
lei cercò di guardare cosa fosse nascosto negli occhi del ragazzo. Anche solo un piccolo sentimento le sarebbe bastato. Peccato che le persone non siano di così facile comprensione. Forse, se fosse stata Alex, in quel ragazzo avrebbe sentito i sentimenti contrastanti, l'indecisione, e la paura. Si, la paura di amare.
<< E' un impegno di lavoro, stai tranquilla. Devo solo parlare di alcune cose al mio capo. Già il fatto che sono andato via dal posto di lavoro a metà giornata non è il massimo, ma a quello penso di poter rimediare. >>
Perchè l'aveva calmata? L'interrogativo nacque e morì istantaneamente.
Sapeva cosa significasse l'ignoranza in amore. Sapeva il dolore del dubbio e ne conosceva l'amaro sapore. Non voleva farla soffrire.
<< Dai, preparati, o farai tardi >>
Si vestì. Stavolta ci mise molto di più che a svestirsi. 5 minuti buoni. tra baci e abbracci. Dove nasceva tutta quella tenerezza in lei? dov'era? ma poi perchè la voleva mostrare?
La risposta era semplice.
ma le risposte non sono mai facili da capire.

Quando partì decise di prendere l'autostrada, così avrebbe fatto prima.
<< Ti chiamo appena ho finito. >> fu l'ultima cosa che disse quel giorno a lei, prima di partire.
Si trovò disinibito nel dirla, quasi spaventato dopo averla detta. Il loro legame prendeva forma.
Mentre guidava ascoltava un cd di Ludovico Einaudi. Il miglior modo per rilassarsi e farsi invadere dalla malinconia.
Poi.. tutto ad un tratto fu tremendamente oscuro attorno a lui.
Era in autostrada. Non collegava il dove, non collegava il quando.
Stava passando sotto ad un cavalcavia, ma lì non c'erano cavalcavia in genere! C'era passato tante di quelle volte.
Cosa stava vedendo?
Cadde il sipario su di lui, o perlomeno sulle sue funzioni celebrali.
La sua macchina si schiantò contro il guardrail, lui perse i sensi prima che tutto succedesse, e non vide niente. Non vide nè sentì l'auto che gridava contro il cemento, nè le ruote che si spaccavano, nè il testacoda, nè l'unica auto che sopraggiungeva schiantarsi anch'essa contro lui.

--- ---

C'era quello strano presentimento nell'aria. Alex ormai era infastidito dalla cosa. Ma sapeva della sua presenza. C'era. E questo bastava a renderlo così irrequieto.
Aveva un appuntamento con Siria quando ascoltò un attimo il tg.
Ancora un altro incidente, sempre in quel maledetto pezzo di autostrada. Stava guardando la tv con quelle riprese dall'elicottero che mostravano l'accaduto.
Fu un attimo. Sopra quelle macerie per un attimo Alex vide. Vide una costruzione che non apparteneva a questo mondo o che forse era lì un tempo ma oramai non più.
Un cavalcavia.
Il tempo di battere le palpebre e
(il palloncino vola via)
tutto torna normale. niente allucinazioni. niente di niente.
Stava quasi per uscire quando sentì quel nome. Roberto. Lui.
(lontano)
L'aveva salutato lo stesso giorno, e ora lo doveva rivedere lì, tra quelle macerie.
<< Porca troia! >> fu l'urlo liberatorio.
<< Dove cazzo sono state portate le persone coinvolte? >> parlava alla tv che non rispose fino alla fine.
Solo all'ultimo disse quel nome. Il nome dell'ospedale. Alex compose un numero
<< Siria, faremo un cambio di rotta. >> disse soltanto questo. Nient'altro.


--- ---

Siria salendo in macchina guardò Alex. Ancora aveva in mente quella storia dei palloncini.
"Dov'era volato il tuo, Alex?" pensava.
Alex rimase totalmente in silenzio. Muto per tutto il viaggio
mentre la strada scorreva sotto
mentre gli alberi scomparivano dalla vista
mentre il mondo scorreva intorno
all'ospedale si fermò solamente per parlare alla donna della reception, e farsi dire quel numero : 213
secondo piano, stanza 13, del reparto vicino al prontosoccorso.

Quello che scoprì fu una parola di quattro lettere. Fredda come il più buio dei ghiacci antartidi.
Coma.
Come Ottenere Miserie Antiquate.
Un acronimo senza senso che poteva solo far sorridere Alex, se l'avesse pensato in un altro momento. E invece ora era condito da quell'amaro così doloroso.
Roberto in coma. Sembrava una battuta e invece era vero.
Avrebbe voluto piangere tra le braccia di Siria, ma come in ogni film pieno di eroi si trattenne. E nella sua mente sorse un desiderio assurdo, paradossale che poi si tramutò in domanda : Che diavolo era quel cavalcavia?

Siria per tutto il tempo continuò a guardarlo. Avrebbe voluto dire tante di quelle parole che poteva scriverci un libro. Sulle labbra morirono tutte di fronte a quei suoi occhi. E quel cimitero di parole non dette rimase a dividerli, mentre Alex urlando <<Rimani qui!>> se ne andò via.


Là, dove muoiono i palloncini [Pt.1] (Capitolo 4)

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Era sempre una storia strana. Alex non poteva pretendere che fosse differente.
Anzitutto non riuscì mai a trovare la risposta ai suoi perchè.
Perchè quando la vede sentiva tutte quelle cose?
Perchè non poteva smettere di guardarla a volte?
Perchè, perchè perchè. Era affogato in tanti perchè ma non si capacitava di nessuno della lista.
Innamoramento? Lo escludeva, o almeno sperava che così non fosse. Innamorarsi di nuovo sarebbe stato troppo sconveniente, difficile, dopo la sua precedente storia. Meglio rimanere nell'olimpo dei supereroi che non si concedono al dolore e alla martorazione umana. Meglio allontanare pensieri come questo.
E allora cosa rimaneva?
Se solo non avesse avuto quella spiccata sensibilità forse sarebbe tutto diverso
Se solo...
forse...

<<Buongiorno, come ti chiami?>> disse Alex
<<Lucia>>
<<Bel nome dai! Da dove chiami?>>
<<Provincia di foggia, ora sono al lavoro>>
<<Oook, perfetto dai. L'importante è che ora non ti trovino a far altro. Ma tanto noi non stiamo dicendo il nome della ditta per cui lavori, quindi hai qualche speranza!
Cosa fai nella vita? ah già, non possiamo chiederlo, sennò sei licenziata.mmm, vediamo un pò...
Cosa fai nella vita oltre lavorare? a questa puoi rispondere penso>>
<<Mi piace principalmente leggere, il resto lo passo con mio marito, fuori o in casa. Una bella coppia>>
<<Mogli e mariti che ci ascoltate, sappiate che si può arrivare ad anni di matrimonio e non odiarsi, Lucia ne sembra l'esempio.
Torniamo però un attimo al tema della giornata, ti và?>>
<<Si>>
<<Ok, come penso avrai già sentito il tema della giornata sono i palloncini..>>
un'immagine, come una biscia, strisciò nella mente di Alex. e il suono onomatopeico che trasmise a tutti i suoi arti (provocandogli un brivido inatteso) fu un semplice "Bum"
<<..più precisamente Lucia ci interessa sapere quando li avete visti, come dire, scomparire. Il classico palloncino che vola nel cielo ok? A te quando è capitato? Dicci>>
<< Beh, io mi ricordo molto bene. Eravamo ad una fiera, forse era addirittura un carnevale. Mio padre e mia madre mi accompagnarono al banchino ed io scelsi in un tempo lunghissimo il palloncino. Ricordo benissimo che lo volevo rosa e che lì non si trovava. Passai quasi 15 minuti lì a cercarlo, poi lo vidi, era nascosto bene. chiesi al signore di prenderlo e i miei lo pagarono. Poi ci incamminammo per la fiera e ad un certo punto un cane mi abbaiò, a me prese paura e lascia volare via il palloncino. Così ci toccò tornare indietro a ricomprarlo >>
che fortunata, pensò alex. Fortunata a non averlo visto fuggire via quel piccolo palloncino.
<< Ok, Lucia, ti ringrazio del tuo intervento. Purtroppo il tempo ci corre dietro, quindi ti mando un grande saluto >>
<< Ciao Alex >>
<< Ed ora una canzone dedicata a tutti i palloncini volanti di questa giornata solare : Fly Away From Here, Aerosmith >>
Alex si tolse le cuffie, appoggiandole poi sul tavolo, infine si allontanò con la sedia, finchè non rimase immobile con lo sguardo perso nel vuoto del pavimento.
Un senso di malinconia lo colse. La riconosceva dal suo sapore. Quella malinconia gli apparteneva. Non era di nessun altro. Nessuna strana sensazione. Veniva da dentro e faceva paura, tanta paura.
Nel disordine della stanza primeggiava un giornale. Sopra la solita cronaca da far paura.
Fu Roberto a distrarre la sua attenzione dal vuoto.
<<Hanno fatto un altro incidente in autostrada, sempre nel solito tratto. Ma guarda che cretini. Si son pure meritati la prima pagina>>
Alex era imbambolato. La voce iniziò a giungergli pian piano, come attraverso svariati muri insonorizzati. Un eco lontano lontano lontano...
<< Alex? >>
Alzò la testa, guardò negli occhi Roberto. Alex lo vide chiudere il cellulare e riporlo nel taschino della giacca. Tastò la sua tristezza con la mano invisibile del suo cuore. Come sempre senza saperlo riuscì a sapere cosa passava per l'umore degli altri. Non vide tutto. Ma vide quanto bastava. Vide una donna che piangeva. Adulta. Bella. Profondamente bella.
<< Scusami Roberto, ma credo di non stare troppo bene. Meno male che questa era l'ultimo pezzo prima della chiusura >>
<< Tranquillo! Ma è sucesso qualcosa? >>
<< Qualcosa? No, penso di no. Sono solo un pò scombussolato. Sarà il caldo, vai a sapere. Tu invece? >>
<< Io? Bah, soliti casini da risolvere >>
Già. Una donna che decide di portarti via dalla tua vita. Tra tre ore l'avrebbe dovuta rivedere e cosa si sarebbe inventato? Neanche lui lo sapeva. Un altro pò di sesso, una goduta e poi? Che parole avrebbe trovato? Mentre lei sembrava che le parole le sapesse tutte. Cosa dire, cosa fare, non aveva dubbi lei. Come se lui fosse un miracolo, è paradossale, pensava.
<< Dai, si torna al lavoro per il gran finale Roberto, vuoi restare? Un ospite d'eccezione, che ne pensi? >>
<< Aggiudicato >>
già, sempre meglio un brindisi, prima della fine.

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Traspariva un velato odor di pioggia nella stanza. Le goccie avevano già iniziato a scendere come fiumi sul vetro della sala. Siria, in silenzio, leggeva un libro. L'odore della pioggia, così vellutato, era entrato chissà come dentro la casa. Era uno di quei momenti di pace interiore, dove potresti quasi toccare il nirvana, Siria lo sapeva. E proprio per questo rimaneva immobile sul divano, con le sue gambe accavallate l'una sull'altra, e le mani a sfogliare lentamente le pagine di quel libro.
Era come se Siria stesse bevendo goccia per goccia ogni lacrima del cielo. Una per una, le accoglieva nel suo animo di ragazza e lasciava fluire la miriade di sentimenti che aveva attorno.
Il tempo scorse attorno a lei, carezzandole corpo e mente. Finchè fuori, rimasero solo goccie attaccate al vetro. Innamorate di una trasparenza reale. Il sole era uscito da circa un'oretta almeno, ma lei non se ne era minimamente accorta. Lì, imbambolata nel nulla.

Accese la radio. Scelse una radio locale, giravano una canzone famosa, Iris, Goo goo dolls. Ricordava il film da cui era tratta la canzone : La città degli angeli.
Malinconico certo, ma soprattutto strappalacrime. Aveva pianto come una cretina per un sacco di tempo, per poi finire nel più classico sonno post-pianto che è sempre inevitabile.
Il suo libro, dalle pagine fini e vecchie, prese alla biblioteca comunale, le dava confidenza e calore. Avere tra le mani un libro così logoro le faceva sentire la vita che era passata per quelle pagine. Ogni persona come lei aveva sognato attraverso quella carta, e lei era solo una delle tante che avrebbe lasciato qualche granulo di polvere delle proprie ali da farfalla su quel libro.
Poggiò il libro sul comodino per andare un attimo in cucina. La canzone stava per finire, "che peccato", pensò.
"Ora è già tre giorni che non vedo più Savonne, chissà cosa gli è successo, magari la madre sta male, o le è capitato qualcosa. Forse dovrei andare a trovarli."
il suo lato cinico rispose
"Tutti si è utili e nessuno è necessario piccola. Credi di essere l'unica babysitter di questo mondo? Magari ha semplicemente trovato una tipa che costa meno di te e l'ha preferita. Credi di essere speciale? Scordatelo. sei solo una delle tante."
Già. solo una delle tante.
Mise a riscaldare l'acqua, e prese una bustina di thè. Adorava berlo nell'aria della casa vuota. Era una cosa stupenda, riusciva a ricreare quel piccolo paradiso di relax che spesso, tra una cosa ed un'altra, dimenticava.
tic tac tic tac.
passa il tempo e non tornerà piccola mia...
il tempo non torna mai. Ti passa accanto e
(mai)
vola via, lontano.
Siria perde il tempo. Perde la concezione del tempo. E l'acqua bolle, l'acqua trema e fa tremare, l'acqua evapora e muore lontana, si perde nell'aria che Siria respira e il thè rischia di morire con lei. L'acqua perde, l'acqua spegne la fiamma. L'acqua la risvegliòtoccandole la mano.
<<AHI!>>
L'urlo è semplice ma in quell'istante dove una goccia di acqua bollente la tocca Siria si rese conto di due cose.
La prima : L'acqua bolle
La seconda : C'era qualcosa di familiare attorno a lei.
dopo aver staccato il gas mise subito la mano sotto l'acqua gelida.
poi, mise il thè nell'acqua ed aspettò. Concentrandosi sul resto.
Cosa c'era in quella stanza di familiare? cosa l'aveva resa così imbambolata?
Ad un certo punto, come se il mondo non importasse la sua mente era vagata in altri lidi, ed ora era tornata.
Ma cosa l'aveva portata via?
Le auto? No.
Il rumore dell'acqua? no.
Il sole? no.
L'aria? no.
La radio? forse.
Ascoltò bene i suoni. La musica era finita ed ora percepiva distintamente la voce di Alex che invadeva la stanza. E la risposta al nome della ragazza al telefono. "Lucia".
Mentre il thè si univa all'acqua Siria ascoltò.
E alla fine, quando Steven Tyler cantava "fly away from here,anywhere, yeah, i don't care" la sua mente partorì un unica domanda :

"E tu, Alex, dove hai visto il palloncino fuggire?"

--- ---

Apri le braccia la donna. Ma in esse non vi era nulla. La stanza vuota lasciava trapelare le sue scelte come poche altre verità a questo mondo. Vuota.
Il ragazzo c'era, ma non c'era sempre.
E allora perchè, perchè questo bisogno di fare sesso? Cosa l'aveva portata fin qui, cosa le stava facendo fare la vita che si era costruita per fuggire dal ragazzo?
Al solo pensiero di lui impazziva. Il desiderio le annebbiava la testa e non riusciva a vederci più.
Doveva poter godere ancora. ancora ancora ancora.
Solo ora non voleva più gli uomi ma solo il ragazzo, e il suo desiderio era così forte da costringerla a graffiarsi la pelle, per trattenersi. Ogni giorno un attesa e il tempo passa, il tempo uccide a volte.
La donna guardava il cellulare con indecisione, quasi paura. Avrebbe ceduto?
No, lui era uno stronzo. Non gli avrebbe dato questa occasione.
ma però... più aspettava, più il ticchettio dell'orologio la convinceva. Ogni tic una goccia che piano piano riempiva un vaso, fino a traboccare.
La donna era lì ansiosa.
In un qualche modo la sua forza di volontà vinse sul suo orgoglio, ma il suo desiderio vinse sulla forza di volontà.
Quindi decise di fare una cosa che non voleva, ma che dopotutto non era poi tanto sbagliata.
tic tic. ancora tic
L'ultimo tic fu prima che lei premette il cellulare.
"Vieni" disse.
e infine aggiunse
"Ti prego"

--- ---

In altre periferie un bambino sorridente aveva appena lasciato volar via un palloncino ed ovviamente rideva.
Il colore? Rosa.

Andrea (sdl)

Storie di riflessi, riflessi di storie [3^ Voce] (Capitolo 3)

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Questo è un testo un pò particolare. Per leggerlo servono almeno due passaggi. (o così io consiglierei). Il primo leggendo solo il dialogo, senza dare peso alle cose tra parentesi. Il secondo leggendole entrambi.
Così facendo dal primo si capirà il dialogo che avviene dal secondo il significato del capitolo.


Sei strano. [Fu detta dal primo uomo che vide (o pensò di vedere) un alieno]

Lo pensi davvero? Perchè scusa? [ Un assassino del New Jersey disse questo al giudice che lo condannò ]

Boh, non mi sarei certo aspettata una cosa così. Sono poche le persone che farebbero una simile pazzia. [ Lo disse una ragazza ad un tizio che fece bungee jumping ]

Diciamo che "me la sono sentita" [ Questa fu detta da un'altra ragazza dopo aver fatto un salto dal trampolino ]

E quindi? [ Moglie al marito. Un modo come un altro per finire il discorso ]

E quindi mi sono mosso. Certo che vuoi farmi finire gli argomenti eh? [ Un poliziotto di Napoli decide di accettare la conversazione con un ladro di gioielli appena arrestato, per ingannare il tempo ]

ahahah, dai, non lo faccio certo apposta. [ Questo fu detto da una ragazza in un Night Club... ]

Di sicuro ti ci impegni. Un pò quando qualcuno ti chiede "Dimmi qualcosa", ecco, quello è il miglior modo per zittire qualcuno. [ Fu detto da un tipo che le parole le aveva davvero perse ]

Beh, se uno è bravo le parole le trova. [ Lo scrittore A. V. rispose così ad una domanda per un'intervista ]

Io a volte le parole le perdo e non le trovo più. [ Lo scrittore V. A. rispose così ad una domanda che non gli fu mai posta ]

Quando scusa? [ Questo è stato detto da tutti i non alfabeti ]

Questo è un segreto. Lo scoprirai, forse. [ Questo pure ]

Dai, ti prego! [ Il ragazzo che parlava con la tipa del Night Club le disse così 10 minuti dopo ]

No, mi dispiace, ritenta. Perchè invece non ordiniamo qualcosa? A te cosa và? [ una tipa che sa il fatto suo risponde al solito playboy andato a male ]

Io direi un bel caffè shakerato [ Il barista si intromette tra il playboy e la tipa e dice questo ]

Principiante. [ Il ragazzo del bungee jumping rispose questo ]

Eh? [ ... ]

Scusi, cameriere? Si, due caffè shakerati con crema di whisky grazie. [ Questo fu detto da Lucia Rivoli nel bar dove lavorava, una delle poche volte che non era al banco ]

Crema di whisky a quest'ora? [ ore 05:00 AM. Questo fu detto dal figlio alla madre ubriaca ]

Ti crea problemi? [ La madre rispose così. ]

No no, ma non l'avevo mai bevuto. [ 17 anni, totalmente astemio. Dopo un rum e pera il ragazzo decise di rispondere ]

Savonne come stà? [ E' Rosa Santiago a parlare. Con il suo ex marito ]

Bene. Come sempre. E' un bimbo casinista quello. Una cosa incredibile. [ E questo fu detto una volta dal suo ex marito ]

Già, l'ho sentito. E tu come stai? [ Sempre Rosa Santiago. Stavolta parla con uno psicologo che la tiene in cura ]

Io? perchè me lo chiedi? [ Roberto disse questo quando gli fu chiesto "Mi ami?" ]

Boh, ho avuto come l'impressione che lo dovessi sapere. Ti capita mai di avere un sentore strano, indefinito che ti dice cosa devi fare? o che ti fa sentire cosa sentono gli altri? [ Un sensitivo a New York ]

A dirtela tutta no. Comunque diciamo che va come deve andare. Mi sento un pò in balia delle acque. Tu Che fai nella vita? [ Un barbone di roma. Prima di vomitare l'ultima striscia della sua notte maledetta ]

Parlo per gli altri. [ Uno scrittore, uno di quelli che finisce le parole troppo prima disse così alla sua moglie quando, da giovane gli chiese che lavoro facesse ]

Cosa? Non mi sembra un gran lavoro, dai, non prendermi in giro! [ la moglie dello yakuza al marito che mentiva spudoratamente ]

Non stavo scherzando. Faccio lo speaker di una radio. Ed alla fin fine gli speaker parlano per altre persone no? [ Un ragazzo che ha iniziato da poco a lavorare per una radio se ne vanta con la tipa ]

In effetti si. anche se probabilmente lo disegnerei in un altro modo. [ L'architetto risponde ad una domanda per un progetto da fare che gli hanno mostrato ]

Ecco i caffè che arrivano, tieni il tuo, e questo è il mio. Bevine un sorso, dimmi com'è. [ In ogni film giallo qualcuno deve ammazzare un altro con un caffè, no? ]

Buono! Non è affatto male, poi ci sta benissimo la crema. [ Gelateria del Corso, una ragazza assaggia il gelato di una delle sue amiche ]

Uè, non sono un principiante capito? eh eh. [ la ragazza risponde al tipo del Bungee Jumping ]

...

...

...

abbiamo finito le parole? [ Crisi di mezza età. Moglie al marito ]

no, è che tu mi guardi. [ Siria ]

non riesco a smettere di farlo. [ Alex ]

perchè? [ Siria ]

già, bella domanda. Perchè? [ Alex ]



E tutto questo fu quel discorso. Un pò velato un pò nascosto. Un pò censurato che quei due riuscirono a scambiarsi in quel bar, l'un l'altro. Quando la telecamera della storia raccontava di loro attraverso il resto del mondo.

Andrea (sdl)

Storie di riflessi, riflessi di storie [2° Riflesso] (Capitolo 3)

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Clic.

Riquadro bianco. E' una polaroid. Chissà chi le usa ancora a parte questi due anziani turisti. La foto è stata scattata al mattino, vicino l'ora di pranzo. I due signori stavano passeggiando sul lungomare di una città, quando un'immagine senza fiato gli si para davanti. Un sole irreale che gioca con i riflessi dell'acqua. Nella foto il paesaggio mostra un bellissimo lungomare, seppur cementato, ed i due vecchiettini sorridenti che si tengono la mano come dei bambini. C'è del verde ai lati, verde d'albero. Una casetta, un paio di coppie che camminano dietro di loro, una vestita in chiaro, ed una meno coerente, con il ragazzo vestito casual e la ragazza vestita in maniera molto semplice, molto "da mare".
Il sorriso dei due vecchietti risplende più del sole dietro loro, che realizza un'aura benigna nel cielo e fa immaginare chissà quali miracoli. Magari quelli che non esisteranno mai.

Clic.

Nessun riquadro stavolta. L'immagine è digitale. Ultimo modello della Nikon. Talmente piccola che ti domandi come fai a premere i pulsanti. Chi ha fatto la foto se l'è domandato appunto. Ed ha scoperto che ne premeva 4 insieme. L'immagine viene vista attraverso uno schermo, ore ed ore dopo che è stata scattata. Lo schermo è un 17 pollici LCD, davanti ad esso una famiglia felice ed un figlio che, per regalo di compleanno si è guadagnato un viaggio al mare ed una fotocamera digitale. E per mostrare le sue indubbie doti informatiche ha ben deciso di far vedere le sue prodeze ai genitori.
Stavolta la foto è fatta sulla spiaggia. C'è il padre che gioca con la sorella.
La spiaggia è abbastanza affollata. Senza esagerare però. E' ancora presto per i pienoni estivi. Ma non è tardi per il tempo. C'era un buon sole ed una buona temperatura.
Gli invisibili pixel delineano tante figure. Svariati ombrelloni, rossi, verdi, arancioni e gialli, blu. Il padre sta giocando nell'acqua del mare con la figlia e sorride amabilmente.
Il ragazzo posa giustamente l'attenzione anche su un bel fisico che passa non poco lontano dal padre e che non gli dispiace proprio ammirare, con quel bel costume nero.
Anzi, quello forse era anche un regalo migliore.

Clic.

Altra foto digitale. Stavolta è solo un gioco di riflessi sull'acqua. L'onda che arriva sulla sabbia e che scompare nel niente.
Nessuno però fa caso all'invisibile riflessi che possono apparire sulle onde. Non sarebbero comprensibili ad occhio umano.

Clic.

Finalmente una foto normale. Scattata con una usa e getta. La foto è in un ristorante che dà sulla spiaggia. Si vede il colore indissolubilmente rosa delle tovaglie e alcuni tavoli con le coppiette. Si vede la spiaggia, con dei ragazzi che giocano a pallavolo con una rete improvvisata. Il pallone sta per toccare terra e si vede un ragazzo sui 27 anni che va a raccoglierlo.
Lontane si notano due mani che provano a toccarsi. La foto non lo mostrerà mai quell'incontro. Sarà avvenuto qualche minuto dopo che la foto era stata scattata.
Al centro della foto in realtà ci doveva essere il ristorante, ed in effetti c'era. Ma diciamo pure che la foto era un pò bruttina.
Se avessero ingrandito quelle due mani, con un romantico raggio di sole a trafiggerle, forse era meglio.
Ma non capiterà

Clic.

C'è voluto un pò perchè trovasse la macchina fotografica. Un altro pò perchè imparasse ad usarla. Un altro pò ancora per capire cosa stava succedendo ed infine riuscire a fare un piccolo quadro di lei.
C'era riuscito. Con non poche disavventure. Aveva comprato una macchinetta da poco solo per non dimenticare quella giornata. L'aveva presa con poche foto, e ne aveva buttate via un sacco, finchè finalmente la posa perfetta non apparve.
Siria distesa sulla spiaggia.
Guardava con aria malinconica il mare al tramonto. E lui stava tornando dal bar con un paio di thè freddi alla pesca. In spiaggia la gente iniziava a diradarsi e quelle pennellate di arancione in cielo che spostavano le nuvole erano davvero magiche.
L'idea non gli nacque subito in testa.
Ci volse un pò ad Alex per collegare le varie cose e soprattutto per ricordarsi che, legata al suo costume, c'era la piccola macchina fotografica.
Piano piano si avvicinò per provare a coglierla di sorpresa.
I suoi passi furono impronte e poi fu lì, vicino.
E lei si voltò, lo guardò nel viso e sorrise.
No, non il sorriso per la foto, nè un sorriso ironizzante.
Sorrise perchè vide lo sguardo di Alex. Dolce ed ingenuo. Quello di un bambinotto.
Sorrise perchè sentì di volerlo baciare. Lui lo capì e ne ebbe paura.

<<Clic.>>
Fu il rumore che uscì dalla macchinetta.
Quella fu l'unica loro foto che venne in maniera decente.
D'altronde la loro vita, quel loro incontro e quel loro romantico viaggio per rilassarsi fu fotografato in altre centinaia di foto di passanti, turisti, amanti, e fotografi d'eccezione.

Clic.

L'ultima foto vede protagonista involontario Savonne, e sua madre.
Non soltanto loro.
La foto nasce per prendere di mira una costruzione nuova della città. Qui non c'è più il mare ovviamente.
Ma il vero problema è che nel fotografare sono apparse le persone del marciapiede.
Tra cui Savonne, la Madre
ed il padre fuggito di casa.
Non si può nascondere che gli sguardi dei tre siano piuttosto comici.
Un pò meno è lo sguardo del fotografo, quando la vedrà sviluppata...

Andrea (sdl)

Storie di riflessi, riflessi di storie [1^ Storia] (Capitolo 3)

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La vita è un intreccio. Sarebbe riduttivo vederla in altro modo.
E' un intrecco complesso ed elaborato di vite e situazioni. Quando tu vivi la tua vita nel mondo può succedere tutt'altro, anzi, nella normalità che ti circonda potrebbero essere in atto chissà quali stragi o cambiamenti o ancora miracoli, o chissà cosa.
Tutti sappiamo che è così, ma siamo giustamente troppo impegnati a vivere la nostra di vita, per accorgerci di graffiare le auto altrui.

Dov'è Alex? Dov'è Siria? Dov'è Savonne? Adesso sono in un bar. Dopo che Alex l'ha trovato e riportato a lei, dopo che lei gli ha pianto terrorizzata tra le braccia, dopo che lui ha continuato a far finta di non sentire le sue emozioni sulla pelle, dopo che hanno portato a controllare il bimbo all'ospedale e l'hanno ridato alla madre. Dopo che han visto Ryan morire. Dopo che Catia li ha salutati, e si è spenta anch'essa.
Dopo tutto ciò, e con l'aggiunta di qualche giorno, sono in un bar. Beh, non tutti e tre. Savonne è a casa stavolta. Nel bar non saprebbe che ordinare. Non hanno i robottoni.

Il bar è un bar come tanti. Con il vantaggio di avere una parte a vetro che dà sulla strada. Traspare dal mondo e sul mondo. Ed il mondo si riflette in esso. Riflessi tiepidi. Tenui per meglio dire. In un vetro trasparente non ti specchi bene. Ti serve la notte ed una lampada a volte. Altre un riflesso. Paradossalmente serve un riflesso per vedere il proprio di riflesso.
Siria parla con Alex. Alex parla con Siria. Di cosa?
Cose private. Non vanno dette ora, e non vanno dette qui.
Nello specchio invece, c'è il mondo. E nel mondo c'è, inconsapevole Roberto, l'amico di Alex.
Non c'è solo lui ovviamente. Ma collegato a lui, in un palazzo poco distante c'è una donna che piange. Le donne non dovrebbero mai piangere. Dovrebbe diventare una nuova regola del mondo, ma nessuno l'ha ancora imparato. Roberto lo sa. Lui ha pianto per loro quando loro volevano trattenerle quelle goccie dal cielo dei loro occhi.
Ed ora c'è quella donna che piange. Lui non lo sa. Cammina verso quel palazzo senza saperlo, senza neanche immaginare l'intreccio di storie che produce una sola lacrima. Ce ne vogliono di storie per produrne una. Non è solo una questione di stress. Serve qualcosa di più. E solo l'enigmatico intreccio casuale di esistenze può farlo.

--- ---

<<Ti prego, no. Non farlo. Sei tutta la mia vita! Non puoi lasciarmi ora.>>
La voce si alza progressivamente. La donna barcolla per la casa come un'ubriaca. Non è che sia evidente visto che sola, e quindi sbarella allegramente, anzi, tristemente, verso mobili e divani.
<<Senti, ripensiamoci. Non può finire così. Solo per un litigio su cosa fare la sera, ma ti rendi conto?
ti prego amore, ti scongiuro.>>
Il tono si muove e danza tra alti e bassi. Prima forte ora debole, cade in una reverenda remissione tonale per poi schiocchiare di nuovo e riprendere...
<<Come fai? Era stata tutta un'idea tua, non mi avevi neanche consultata! E poi...>>
Lei non è la sola ad alzare la voce. Il cellulare riesce a rendere bene l'idea dei suoni che provengono dall'altro filo d'etere, un pò come quando si ascolta la musica con le cuffie ad alto volume.
La donna si siede sul divano, le lacrime iniziano calde a scendere, gli occhi vedono un mondo annacquato di dolore ed i contorni del divano e del televisore di fronte a lei si fanno sempre più indefiniti. Non ci fa neanche più caso. La pioggia salata le riga viso e le cade sui vestiti. il cellulare ancora prolifera suoni, poi s'interrompe
<<no..ti prego..>>
non è una richiesta, ma è un sordo singhiozzo che le esce dalle corde vocali bloccate. Chi è dall'altro lato (del mondo della vita o semplicemente della sua esistenza) percepisce appena il significato, ma c'è poco da fraintendere in fondo.
<<ti pre-go. non far-lo...>>
Poi il silenzio. Nel cellulare e nella casa.
prima della tempesta.


--- ---

La donna dai capelli mossi era ancora seduta sul divano.
Rigavano il suo viso solo dei rimasugli di lacrime, lontane, come il suo passato, come il suo presente.
Il ragazzo non l'aveva più visto. Non sapeva più che fine avesse fatto. L'aveva cercato. Aveva provato a cercare quel calore in altri membri, in altri corpi. Ma non lo trovò davvero mai in nessun'altro.
La sua testa si perdeva in mille pensieri. E tra l'altro quello di oggi stava per arrivare.
Riprese la compostezza dopo la telefonata sconvolgente, lasciò cadere il cellulare sul tavolo.
Poi ebbe la decisione di rimanere così, con il trucco sfatto, sicura di un'erezione più sentita da parte dell'uomo che aspettava.
Il campanello squillò. Aprì ed aspettò.

Solo che arrivò ciò che non si sarebbe mai aspettata : Il ragazzo.

E Roberto varcò l'ultima ignota soglia della sua vita. E l'intreccio, la tempesta e il terremoto, ebbero luogo.

Andrea (sdl)

Lettini (Capitolo 2)

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Ryan ed il suo lettino.
Ryan che giaceva nel suo lettino.
Ryan e la finestra della stanza con lui ed il lettino. E quel trafilo di luna che come una carta da poker filava dalla finestra. Una luna piena, che illumina la stanza a giorno. Ryan è lì. Con il lettino. Sul lettino.
E parla Ryan. Parla.
Ryan e le parole.
Ne ha tante di parole lui. Milioni di miliardi. Un'infinità. Quasi quanto le stelle. "Giuro. Non le finirò mai" direbbe Ryan ora.
Però adesso Ryan stà dicendo altro.
Ryan ed il suo lettino bianco. Con le coperte bianche, le pareti bianche. E' tutto silenzio attorno a Ryan. Ryan bambino cresciuto. Quei suoni 95 anni pesano come le parole che dice. Ma nessuno ha bilance qui. C'è solo Ryan ed il lettino. Il suo lettino bianco. Ryan sa perchè è lì. Nessuno gliel'ha detto ma lo sa. E allora Ryan racconta. Cosa racconta? Racconta fiabe e poesie. Leggerebbe la divina commedia, se potesse. Ma adesso non può. E si ricorda solo le sue scritture di fallito poeta. E qualche fiaba, che teneva compagnia ai bimbi ed ai nipoti.
Ryan e la luce della luna che imbianca il lettino bianco con le coperte bianche.
Ryan è vestito di bianco. Un bianco splendente. Che neanche nelle pubblicità dei detersivi li vedi. Ryan adesso è un angelo senz'ali. E vola in una stanza senza muoversi. In una stanza senza colori. Ogni colore assorbito dal bianco, centrifuga infinita dei colori.
Ryan e i versi.
<<C'era una volta in un bianco reame una principessa. La principessa era molto turbata perchè i reami vicini volevano che il suo piccolo regno cadesse...>> Le parole scivolano da Ryan come un rivolo di fiume. Paiono quasi silenziose. Ryan sa che non lo sono. Sa che l'eco delle parole rimbalza sulle pareti come gomma.
Ryan e le sue parole di gomma. Rimbalzano prima in quell'angolo destro, poi nella parete a sinistra, e poi tornano da lui. E gli raccontano la storia...

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Ryan ed i vestiti. Quelli che non ha più. Ora ha un vestito bianco. Sempre bianco, unicamente bianco. L'unica cosa che rende il vestito più variegato sono le pieghe, e quelle ombre. Oh si. Le ombre. Ryan le adora. E' sempre stato un giocoliere dell'ombra, ma adesso più che mai adora guardarle. Cangianti come l'umore le ombre si spiegano davanti a Ryan. E le guarda, guarda l'increspatura del vestito mostrargli montagne, e vede praterie verdi laddove sia più morbido e setoso il tessuto. Vede cavalli, ed animali al pascolo. Vede i loro pastori rincorrerle sull'erba, piegando ogni filo con le loro scarpe di cuoio e gomma. Altrove, in una piega del letto, riconosce un piccolo corvo. Le sue ali nere (o forse grigie) si stagliano sul letto, aperte in attesa di quel vento che lo farà volare via. Ryan dai capelli bianchi lo guarda. Non sono sue quelle ali, ma guarderà il corvo spiccare il volo oltre la finestra, e poi parlerà, di nuovo. E racconterà la storia di quel corvo.
Ryan è in silenzio. Il corvo pronto a spiccare il volo.
Poi la porta si apre, ed il corvo scompare.

--- ---


Ryan. Un nome solitario. Quattro lettere di cui una non appartiene all'Italia. Eppure è lì, in Italia, che deve raccontare. Ryan ha gli occhi azzurri. Forse si potrebbe immaginare che li abbia bianchi, ma sicuramente farebbe almeno un pò di impressione, se non paura.
Ryan ha gli occhi del mare.
Di quel blu eterno che non ha orizzonti. Solo una retta tracciata a mano da un giotto del cielo a delineargli la vita e null'altro. Ryan è così. Negli occhi il mare, sulla pelle le nuvole bianche. Non quelle del temporale ma quelle della brutta giornata. Che oscurano il sole, la vita, ed ogni singolo sorriso. Ma Ryan sorride. Ha sempre sorriso Ryan. Sapeva che sorridendo il mare l'avrebbe sempre avuto dentro.
Ed infatti forse non sono le nuvole a ricoprilo, ma gli spruzzi delle onde, quel bianco cristallino che si divide e poi scompare, tra i granuli di sabbia, come rugiada mattutina.
Ryan e le sue storie.
Aveva provato a fare lo scrittore, e per un certo periodo della sua vita (nei dintorni dei quaranta), aveva goduto di una forse meritata popolarità. Una moglie, ed una stupenda figlia, Catia. Avuta con una donna italiana. La critica l'aveva acclamato a rivoluzione, ma il popolo no. Riuscì a godersi quel sottinteso attimo di pace e quiete nella sua vita, certo che perdurasse ancora. Ma così non fu. Ryan scrisse. Nella sua casa aveva scaffali di storie, racconti, libri e poesie. Li teneva lì, e come un pazzo scriveva, rinchiuso nello studio, da cui filtrava anche lì, una fioca luce lunare, nelle sere di piena. E la polvere danzava nell'aria se eri fermo a sufficienza per non muoverla.
Ryan e le parole, già. Morto in lui il movimento letterario naque una rassegnazione che rasentava l'odio. La sua pazzia iniziò a prenderlo, pian piano, leggero leggero. Finchè non fu forse troppo tardi.
Ryan raccontava storie e troppe storie viveva, anche se all'interno di una bianca stanza con un bianco lettino ed un bianco se stesso...

--- ---


La favola della principessa finiva male, la principessa finiva nelle mani dei cattivi, ed il principe perse la strada del ritorno. Così gli fu impossibile trovare la pace eterna, e girò in lungo ed in largo i regni per trovare la sua amata, invano.
<<Il principe rimase confinato in un'isola, dove decise di morire con il suo amore. Era un amore immaginario. La sua amata, i suoi regni, non esistevano. Era pazzo. E non l'avrebbe mai saputo.>>
Ryan che parla. Ascolta se stesso con crescente dubbio. Si ritrova in un principe a cavallo della sua pazzia. E si domanda quanto questa pazzia l'abbia consumato.
95 anni. Troppi per chiunque. Eppure ancora strappa tempo alla vita. Con chissà quali demonici patti.
Ryan sorride. Fuori dalla stanza passi su passi, e ancora passi. Lui sa che deve raccontare. Non può smettere adesso. E' suo compito raccontare.
E riprese...
<<Il principe allora decise...>>

--- ---

Ryan era un malato terminale. Ryan raccontava. Raccontava di se.
Nell'ospedale vide, prima di morire, un ragazzo ed una ragazza, con un bambino che li univa. Vedeva il filo blu che teneva insieme quei tre destini. Chissà se era la sua pazzia quel filo. Era un filo di seta blu finissimo. Talmente fine che gli ci volse un pò prima di vederlo. Ma poi lo vide. Oh, se lo vide. Brillava dei loro destini, della loro gioventù. Riflessi in quegli sguardi di seta c'erano tutti gli avvenimenti dei tre, il giovane ragazzo dalla bella voce, la ragazza dai capelli neri, ed il bimbo sorridente. Ryan li guardava con ammirazione. Quella volta il cavaliere aveva varcato davvero tutti i regni ed era arrivato a lei. Ultima superstite della discendenza.
Lui, Ryan, invece, aveva fallito. Ma manteneva in se la certezza che nulla delle sue storie fu invano.
Quando Ryan stava per chiudere gli occhi l'ultima volta, girò lentamente la testa sulla sinistra, verso l'altro lettino.
Catia era lì. Secca e perduta in chissà quali abissi della vita. Una malattia la stava consumando, come lui. Una malattia a loro sconosciuta e di loro nemica. La guardò nel mare dei suoi occhi, e per un attimo, per un solo attimo, ebbe la certezza che lei non stava naufragando nei suoi. Ryan la guardò, e prima di chiudere gli occhi e sprofondare nel sonno eterno riuscì a dire l'ultima frase del suo ultimo racconto.
Catia, per quanto malata, l'aveva ascoltato tutto. Con crescente compassione e dolore.
Vedeva il padre morire e sapeva che lui vedeva altrettanto. C'era uno strano silenzio nell'ospedale.
In quel momento il trio dei giovani più il bimbo passo davanti alla stanza. Il bimbo pianse, fortissimo. Ma Catia non si girò. La ragazza cercò di calmarlo, ed il ragazzo percepì tutto il dolore che c'era nella stanza. Quelle doti di sensitivo che non avrebbe mai ammesso di avere gli permisero di vivere tutto quel dolore e sentire quell'anima che, a passi lenti, si allontanava dal paese della principessa.
Tutti poi sentirono le fatidiche parole.
Il bimbo si mise in silenzio. La ragazza rimase un attimo in dubbio. Il ragazzo (per la seconda volta in vita sua) pianse, Catia ascoltò e Ryan parlò, sussurrandole, le sue ultime parole :
<<E vissero tutti felici e contenti.>>

Andrea (sdl)
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